Privacy Policy Leonardo

domenica 7 febbraio 2016

Uomo nero inferno bianco

Nessun Gesù verrà a salvarvi 
The Hateful Eight (Quentin Tarantino, 2015)

Incredibile chi puoi trovare nella merceria di Minnie in una notte di bufera. Anziani generali del Sud, ex schiavi criminali di guerra. Cacciatori di taglie, sceriffi, boia e malviventi da impiccare, tutta la filiera della giustizia. Cowboy che tornano dalla mamma per Natale e stallieri messicani che sanno suonare il pianoforte. Gente di ogni tipo, razza e qualifica - anche se qualcuno magari non è proprio chi dice di essere. Ma nella bufera che differenza fa.

Sotto la neve saranno tutti uguali.

Starting to see pictures, ain't ya?
E se Tarantino a questo punto della sua carriera sbagliasse un film? Se riempisse un'intera sceneggiatura di frasi a effetto solo per il gusto di sentirle recitare in otto accenti diversi? Se abbandonasse gli intrecci romanzeschi, le prigioniere nei castelli dei suoi ultimi due lavori, per tornare al cinismo datato delle Iene - criminali più o meno paranoici che si torturano a vicenda? Se Tarantino facesse un film un po' meno ispirato del solito, ce ne accorgeremmo?

Non resteremmo comunque storditi dagli attrezzi di scena, da quel luccicante feticcio che è il 70mm, dal coraggio con cui questo figlio di Hollywood continua a ignorare le regole di casa e ricreare un cinema che non sarà il più originale del mondo, ma è completamente a sé? Da anni gioca in un campionato a parte, per forza vince sempre. Nessun altro regista avrebbe preso in mano soggetti come Basterds e Django, nessun altro sarebbe riuscito a farne due film non ridicoli. L'Odioso Ottetto, viceversa, sulla carta sembrava un'idea meno folle: un delitto nella stanza chiusa, calato in quel preciso contesto storico che continua a tormentare gli spettatori americani: la guerra civile tra le razze, mai dichiarata, mai terminata.


Ad avere dei dubbi, stavolta, era lo stesso Tarantino. Quando una bozza di sceneggiatura cominciò a circolare abusivamente, sembrava voler cogliere l'occasione per rinunciare al film. Due cose pare gli abbiano fatto cambiare idea: la prima fu una lettura pubblica che andò benissimo, e che ha lasciato fin troppo il segno nella realizzazione. L'Ottetto che alla fine Tarantino ha girato, malgrado la ricercatezza della fotografia, è quasi un radiodramma. Verso il finale, dopo un colpo di scena escogitato per prendere alle spalle chi ha letto la vecchia bozza, ci si sorprende a domandarsi come abbia fatto il regista ad arrivare a tre ore. La storia non è più complicata del solito, Tarantino semplicemente non ha fretta - lui può permetterselo - e anche i suoi infreddoliti attori sembrano innamorati delle frasi che recitano. Tutti se le rimasticano nel loro accento preferito. È un film di dialoghi che sembrano monologhi.


L'altro fattore che ha convinto Tarantino a girare l'Ottetto è stata l'insistenza di Samuel Leroy Jackson (continua su +eventi!). 

sabato 6 febbraio 2016

Aspettarsi corerenza da Beppe Grillo

(L'hanno presa bene)
Non so se qualcuno ha già notato il paradosso: da una parte c'è un politico (Beppe Grillo) che ha sempre creduto nel vincolo di mandato, che ora chiede ai senatori del suo partito di "votare secondo coscienza"...

...e dall'altra ci sono i suoi detrattori, che invece nel vincolo di mandato non ci hanno mai creduto - e più volte hanno difeso il principio per cui i senatori del M5S non sono i pigiatasti del privato cittadino Beppe Grillo - e adesso se la prendono con lui. Che ha fatto? Ha chiesto ai parlamentari del suo partito di votare secondo coscienza.

E dunque come funziona questa cosa di rinfacciarsi la coerenza? Ok, Grillo è incoerente, ma chi lo critica non lo è in eguale misura? Forse alla fine ci appassioniamo di politica proprio perché è un gioco di specchi. Le questioni di principio diventano questioni di metodo, i metodi materia di compromesso, i compromessi petizioni di principio, e così via, all'infinito.

Cosa vorresti domani? Un'Italia un po' più civile in cui gli omosessuali possono farsi una famiglia. Servirebbe una maggioranza di sinistra - non c'è. Possiamo offrire ai centristi un po' di sottosegretariati e confidare nella coerenza di Beppe Grillo. Sulla seconda cosa spero nessuno facesse davvero affidamento.

mercoledì 3 febbraio 2016

Giorgia Meloni in: Perché tanto odio?

Crescere negli anni in cui ha preso forma la mediosfera è abbastanza bizzarro. Per esempio, ci sono forme di ingenuità che mi scopro ben disposto a perdonare a persone di cinquant'anni in su, ma che non tollero nei coetanei. È come se i più navigati, i veri vecchi, fossimo noi.

Prendi Giorgia Meloni: se avesse qualche anno in più la capirei. Lei era così felice di condividere con così tante persone una bella notizia; poi apre facebook e scopre che hanno strumentalizzato la sua gravidanza, buon dio, è terribile. Bisogna essere veramente malvagi per fare una cosa del genere e adesso forse dovrei scrivere che Internet è malvagia, oppure no, non bisogna dare la colpa a Internet che è solo uno specchio; è la Gente che dovrebbe essere buona invece che malvagia. Se stessimo parlando di qualcuno della generazione dei nostri opinionisti - Ferrara, Serra, Gramellini, aggiungete a piacere, non credo che si potrebbe scavare più in profondo di così.

Ma Giorgia Meloni è del 1977, di cosa stiamo parlando? Fa politica da quando sa camminare, aveva un canale IRC nel Duemila, io non ce la faccio a reggere il moccolo, mi spiace. Non perché lei sia una postfascista - il che comunque non aiuta. È che non riesco a stare serio, anche se mi converrebbe. Che grande figura ci farei, a scrivere Lasciatela stare, non fate i bigotti al contrario (che sono oggettivamente peggio dei bigotti veri). Si può andare al family day con un bimbo in grembo e senza essere stati uniti al compagno dal sacro legame del matrimonio? Non lo so, il giochino di giudicare gli avversari secondo il loro metro è simpatico finché resta, appunto, un giochino. Tante volte cerchiamo le contraddizioni nei nostri avversari credendo che siano i loro punti deboli, e invece sono i punti di forza. Senz'altro è notevole che in un Paese sedicente cattolico non si riesca a trovare un leader politico in grado di sfoggiare sul palco del family day uno stato di famiglia come Dio comanda. Una volta fatto questo appunto, mi basterebbe trovare un finale a effetto, non so, l'utero è di Giorgia Meloni e se lo gestisce Giorgia Meloni! (ok, con un po' di tempo potrei trovare di meglio...) e avrei salvato anch'io la mia capra e miei cavoli. Si scrive da solo un pezzo così.

Ma Giorgia Meloni è del 1977, di cosa stiamo parlando? Io non ce la faccio a stare serio. Non è solo avere trentanove anni. È averne passati già più di venti in favore di telecamere, e con internet che ti spunta dalle tasche e da ogni fessura. Giorgia Meloni che non si aspettava una reazione del genere? Giorgia Meloni che si sente ferita? Giorgia Meloni è un personaggio pubblico che sa benissimo cosa dichiarare e quando, e non credo che si stupisca più di niente dal 1997. Nessuno strumentalizza la Meloni e il suo bambino, più di quanto la stessa Meloni non desideri di essere strumentalizzata. Doveva dare una notizia importante, ha scelto il momento e il luogo più adatti, e adesso sono quattro giorni che parliamo di lei. Ci sono cascato anch'io, guarda.

Non hai bisogno di un principe (quando hai un mocio miracoloso)


Joy (David O. Russell, 2015)

Joy ha un sogno: spiccare il volo, portare luce nel mondo. Joy ha due ipoteche sulla casa, tre figli a carico, una madre rimbambita dalle soap e un ex marito appoggiato nel seminterrato che studia ancora da cantante. Joy ha un'idea: nessuna donna dovrà più strizzare il mocio con le mani. Joy ha incubo che si chiama famiglia: un padre che vuole insegnarle gli affari, una matrigna che sceglie male gli avvocati, una sorellastra invidiosa che paga le fatture sbagliate. Joy ha una via d'uscita: diventerà una star delle televendite, fonderà un impero, e poi busserà a Hollywood e si farà realizzare un film su misura - così che tutti sappiano che ha sempre avuto ragione lei. E tutti vivranno soddisfatti o rimborsati.

Joy è anche il terzo film che David O. Russell gira con Jennifer Lawrence, quello che finalmente sembra tagliato per lei. Come se il regista sentisse di doverle qualcosa: quando la provinò per il Lato Positivo stava cercando una 40enne. Lei aveva 21 anni, lo convinse e poi ci vinse l'oscar. Persino più bizzarra, benché indimenticabile, la sua presenza in American Hustle, dove recitava quasi un mini-film a parte. Stavolta i comprimari sono gli altri - Bradley Cooper, anche lui alla terza presenza di fila, è in scena pochi minuti (ma sono fondamentali). Fa piacere ritrovare anche De Niro: Russell sembra l'unico direttore che riesce a trovargli ruoli dignitosi. Il regista che era famoso per i litigi con gli attori sembra aver fondato una piccola compagnia - sarebbe bello se si aggregasse anche Isabella Rossellini. C'è aria di famiglia ed è proprio quella che serviva a dare il tono alla fiaba (continua su +eventi!)

venerdì 29 gennaio 2016

E se i gay fossero pessimi genitori? (Come gli etero, del resto)

Forse ho capito cos'è che andato storto con me
sin dall'inizio: poche mamme. 
Io, come ho cercato di spiegare sommariamente in un pezzo qua sotto, non ho molta fiducia nella buona fede della Chiesa su alcuni temi etici. Mi insospettisce il modo in cui spesso procede - alzando steccati nottetempo. Ci svegliamo un giorno e l'embrione è un essere vivente, l'utero un bene concesso in usufrutto (e il subaffitto è peccato mortale). Ho la sensazione che si tratti di paraventi che celano qualcos'altro - banalmente, una concezione di sessualità che non è più la nostra. Da qui la diffidenza per ogni forma di controllo delle nascite, più o meno intrusiva: e per gli omosessuali, anche quelli che in realtà aspirano alla serenità famigliare.

Però.

Lo sapevate che c'era un però.

Quando qualcuno mi pone una domanda, non è che mi metto subito a questionare sulla buona fede di chi me la fa. Prima cerco di capire se ho una risposta. Non credo alla buona fede di chi antepone i diritti dei bambini ai diritti degli omosessuali, ma la domanda resta interessante: esiste il diritto a crescere con un padre o una madre? Se consentiamo a due genitori dello stesso sesso di sposarsi non stiamo in un qualche modo defraudando di qualcosa di fondamentale il bambino?

Di solito a questa domanda si risponde in due modi. I cattolici con una tautologia: la famiglia con due padri o due madri non è una famiglia perché la famiglia è quella con una madre e un padre. I più sottili aggiungono lo spettro del bullismo: il bambino sarà sicuramente preso in giro, in quanto si discosta dallo standard. (Come d'altronde gli orfani. E i figli dei separati. E degli stranieri. Ma anche se la loro esperienza di vita scolastica in sostanza si basa sullo standard di un collegio cattolico, rimane interessante il fatto che riconoscano ai bulli un prezioso ruolo sociale: i cagnolini da guardia dell'eterosessualità).

A tutto questo, i sostenitori della famiglia omo (me compreso) rispondono di solito con un argomento empirico: le statistiche ci dicono che i figli di gay e lesbiche crescono mediamente bene. In realtà di studi statistici se ne sono fatti diversi, alcuni più discussi di altri - però ormai i risultati sembrano andare nella nostra direzione. E così pare che i figli di genitori vadano relativamente bene a scuola, non soffrano di discriminazioni in modo più grave di altre minoranze, ecc.

A questo punto la battaglia sembra vinta. Tra la tautologia e le statistiche non c'è gara. Tu mi dici che crescere con due madri è sbagliato perché è sbagliato, io ti mostro che il loro benessere aumenta del 6%, fine del dibattito. Però.

(Lo sapevate che c'era un però).

Questo modo di argomentare mi ricorda i tempi in cui si discuteva della pena di morte. Per giustificare la mia contrarietà alla pena di morte io facevo sempre notare come la criminalità non fosse calata in diversi Stati che l'adottavano. Finché un giorno qualcuno non mi chiede: e se cambiasse la statistica?
E io gli risposi: "eh?"
"Se cambiasse la statistica?", mi ripeté. "Se a un certo punto da qualche parte la criminalità cominciasse a diminuire perché impiccano a nastro, tu smetteresti di essere contro la pena di morte?"
"Ma cosa stai dicendo? Questo è senz'altro un argomento fallace. È come chiedermi se mia nonna avesse le ruote. Mia nonna non ha le ruote e le esecuzioni capitali non fanno calare la criminalità. È statistica".
"Rispondi".
"Ma..."
"Rispondi".
"...No, non credo che cambierei idea".
"Allora non è una questione di statistica. La statistica è solo una stampella che ti porti per sorreggerti - e darla in testa a chi ti contraddice. Ma tu non sei contro la pena di morte perché non ne vedi i risultati".
"E allora perché sono contro la pena di morte?"
"Se non lo sai tu... forse, dico forse, potrebbe essere un elemento del tuo sistema di valori..."
"Ma se il mio sistema di valori non è basato su dati statistici, su cosa..."
"...della tua ideologia".
"Un'ideologia? Io? Ho... un'ideologia?"
"Non è per forza una brutta parola".
"Tienimi la mano".

Le statistiche sui figli dei gay e delle lesbiche sono molto belle e incoraggianti. Le statistiche sui figli dei gay e delle lesbiche soffrono probabilmente di un errore di prospettiva. I gay che oggi si sposano, e decidono di avere i figli, sono un sottoinsieme particolarmente motivato. Molti di loro hanno lottato contro l'inerzia sociale che fino a dieci anni fa li considerava inetti alla vita famigliare. È facile immaginare che ci tengano a essere buoni genitori (e anche a partecipare a indagini statistiche, com'è il caso dello studio dell'università di Melbourne).

È anche abbastanza scontato ipotizzare che appartengano a una fascia di reddito media o medio-alta. Sotto alla quale probabilmente non diminuiscono soltanto i matrimoni, ma anche i coming out. Non sto dicendo che è giusto, anzi è esattamente quello che si dovrebbe combattere con politiche sociali più avanzate - nonché con campagne antiomofobia, certo - fatto sta che quando confrontiamo le famiglie omo con le famiglie etero, rischiamo di confrontare famiglie di ceto medio e medio-alto con famiglie di tutti i ceti - compreso il medio-basso e il bassissimo. Se scopriamo che i bambini tutto sommato stanno bene, come facciamo a essere sicuri che il reddito non c'entri per nulla?

È come la storia del liceo classico che sforna gli studenti migliori - come facciamo a essere sicuri che non c'entri per niente il reddito, se le famiglie più benestanti iscrivono i loro figli lì? Lo sapremo solo quando cominceranno a mandarli all'istituto tecnico. Allo stesso modo come facciamo a essere sicuri che i figli delle famiglie omo si trovino bene perché hanno i due papà o due mamme, e non perché comunque vivono in un bel quartiere, vanno in buone scuole, i genitori ci tengono particolarmente e hanno i mezzi per garantire un determinato benessere. Lo sapremo soltanto quando anche gli omosessuali poveri si potranno sposare.

Quindi sono davvero uguali a tutti gli altri!
A quel punto però temo che scopriremo che anche i figli degli omosessuali hanno i loro casini. Che possono andare male a scuola ed essere vittime di abusi dentro o fuori casa. Perché in fondo l'uguaglianza è un po' questo - parafrasando Ben Gurion: i gay saranno finalmente persone normali solo quando anche loro falliranno come genitori. Quando i figli non saranno più il risultato di un'epica lotta politica contro l'oscurantismo, ma un diritto che si dà per scontato - e diventeranno anche per i nostri concittadini gay quei puzzolenti fagotti che ti svegliano alle tre del mattino e ti mettono in imbarazzo al ristorante.

Forse un giorno potremo davvero istituire un confronto statistico serio, e allora chissà cosa scopriremo. Magari salterà fuori che crescere con due genitori di un solo sesso non è effettivamente un handicap - del resto c'è chi cresce con tre fratelli maschi, chi cresce solo con la madre, ce n'è già di varietà a questo mondo, cosa vuoi che faccia differenza se in una casa nessuno fa la pipì in piedi.

Ma se scoprissimo il contrario? Che chi cresce in una casa dove nessuno lascia l'asse alzata ha poi difficoltà a interagire nella vita con gli individui di sesso maschile? Cambieremmo idea?

Potete rispondere di sì o di no, ma non potete spiegare il perché, temo. Non ci sono statistiche vere a cui appigliarsi. È ideologia, o se preferite una professione di fede. Voi non volete il matrimonio gay perché è stato dimostrato che non turba il minore. Voi lo volete perché in cuor vostro siete persuasi che sia giusto. E dall'altra parte c'è chi è ugualmente persuaso che sia sbagliato, e anche lui in teoria ha tutto un complesso sistema di credenze che lo portano a pensare così - ma è un'impalcatura fallace, un paravento. Come la nostra. Non siamo migliori di lui. Non possiamo convincerlo. Lo vogliamo battere e basta.

E non lo batteremo perché abbiamo ragione. Avremo ragione solo se lo batteremo.

Buon family day.

giovedì 28 gennaio 2016

Il giorno che hanno fatto santo l'utero

Non so se è successo anche voi, di svegliarvi un mattino e scoprire che affittare un utero era diventato peccato mortale.

D'accordo, la pratica è relativamente moderna; di sicuro non potevano parlarne i padri della Chiesa o i cardinali al concilio di Trento; e nessuno nega di poter trovare discutibile, l'offerta di una facoltà del proprio corpo in cambio di denaro - ma allora, chi di mestiere usa le mani, i piedi, la testa? Non le sta in sostanza "affittando" a un utente in cambio di denaro? E chi si vende un rene? Quello non è affitto, non ti torna più indietro, perché nessun cardinale sembra aver notato lo scandalo della cosa? Perché nessun cattolico alza la voce contro trasfusioni o trapianti? Perché sempre solo in quella zona del corpo? Sono domande interessanti, ma io non le farei a voce troppo alta. C'è il rischio che qualcuno si ponga il problema davvero, e magari domani oltre ai manifestanti contro il mercimonio dell'utero avremmo quelli contro la compravendita dei reni. Perché è così che funziona.

Chi accusa la Chiesa di rimanere attaccata alle proprie tradizioni, non si accorge che la Chiesa le tradizioni le stravolge continuamente: per San Tommaso la vita non cominciava dal concepimento, per papa Francesco sì. Non c'è stata nessuna precisazione dello Spirito Santo, nel frattempo. Ma a un certo punto la modernità è arrivata, ha notato un problema - i costi sociali e umani degli aborti clandestini - ha proposto di risolverli depenalizzando gli aborti, e la Chiesa ha detto di no. Perché?

- Perché la vita comincia dal concepimento.
- Ma chi l'ha detto?
- Noi adesso.
- Funziona così?
- Funziona così.
- Comodo però.
- Vero?

In modo analogo, a un certo punto la modernità ha deciso che l'omosessualità non era una malattia, una tara. Bisogna dire che è stata convincente, se oggi persino molti uomini di Chiesa hanno imbarazzo a trattare i gay da handicappati. Quindi come si fa a negare loro il diritto a sposarsi? Se sono persone come gli altri... ma no, guarda, è facile. Basta ricordare che il matrimonio è finalizzato alla procreazione, e quella Dio l'ha donata soltanto alle coppie etero. Lo dice il Catechismo.

- Veramente il Catechismo dice che "I coniugi ai quali Dio non ha concesso di avere figli, possono nondimeno avere una vita coniugale piena di senso, umanamente e cristianamente. Il loro matrimonio può risplendere di una fecondità di carità, di accoglienza e di sacrificio" (1654). Cioè in pratica se sposo una persona del mio stesso sesso potrei persino adottare, "risplendere di una fecondità di carità, di accoglienza e di sacrificio", c'è scritto così...
- No.
- Perché no?
- Perché se ti sposi con una persona del tuo sesso tu sai già benissimo che Dio non ti concederà di concepire figli.
- Quindi bisogna togliere il diritto di sposarsi a quelli che sanno già di essere sterili?
- Loro possono sperare in un miracolo.
- E un gay non può?
- No.
- Chi lo stabilisce?
- Io in questo momento.
- Non stai ponendo limiti alla misericordia di...
- Sii serio, su.
- Ma insomma, niente fecondazione niente matrimonio?
- Niente matrimonio.
- Senti, mettiamola su un altro piano. Se io fossi cieco, e volessi vedere, e la tecnologia mi consentisse di farlo, Dio si opporrebbe?
- In quel caso la tecnologia sarebbe un dono di Dio.
- Perfetto. Invece sono un gay che vuole avere bambini.
- Cioè smettere di essere gay.
- No. Sono un gay. Non c'è niente di male a essere gay. Ma Dio mi ha dato anche il desiderio di avere un bambino.
- Allora non è più un dono di Dio. È un capriccio.
- Ma la tecnologia mi consente di averlo.
- Allora la tecnologia è immorale.
- Cosa c'è di immorale nel desiderare di avere bambini?
- Ci devo pensare su, ma c'è senz'altro qualcosa... trovato. Devi usare un utero non tuo.
- Embè?
- Lo devi pagare.
- Non necessariamente, ma se anche fosse?
- È un orribile mercimonio.
- Lo hai deciso adesso, vero?
- Creerà un discrimine tra chi si può permettere un utero e chi no.
- Ma anche un sacco di opportunità di lavoro.
- Non è lavoro, è un orribile mercimonio.
- Perché metti a disposizione una parte del tuo corpo? E allora chi lavora con le mani? Con gli occhi? con le corde vocali?
- L'utero è su un altro piano.
- C'entra il sesso, vero?
- Che orribile gioco di parole.
- Alla fine è tutto lì. Non vi piace il controllo delle nascite, e vi inventate l'umanità dell'embrione - tra l'altro a quel punto vi tocca riempire l'inferno di embrioni non nati e quindi non battezzati.
- Abbiamo abolito il Limbo.
- Lo avete fatto l'altro ieri.
- È così che funziona.
- Poi ai gay vien voglia di avere una famiglia, e a quel punto scatta tutta una serie di proposizioni che ci conducono alla sacralità dell'utero. Non fate prima a dire che i gay sono orribili peccatori?
- Mi stai offendendo, io non discrimino nessuno. Ho a cuore gli uteri dei poveri e tutti gli embrioni del mondo. Che hanno il diritto di crescere con un padre e una madre.
- E gli orfani?
- Anche adottati. Ma da un padre e una madre.
- E i figli di separati?
- Eh, fosse stato per noi...
- Senti, non è scritto da nessuna parte che è un diritto.
- Lo scrivo io adesso.
- No. No. Non funziona così.
- E come funziona, sentiamo.
- Dovresti dimostrare che... senti, partiamo da un punto su cui siamo d'accordo. I bambini hanno diritto a crescere nel modo migliore.
- Cioè con una madre e un padre.
- Come fai a essere sicuro che sia il modo migliore?
- È quello naturale.
- Per favore, dai. La natura.
- La natura.
- Anche la peste bubbonica è naturale. I terremoti sono naturali. Non mi vorrai mica dire adori la natura. Che sotto lo zuccotto porti treccine da sciamano.
- Si è sempre fatto così.
- Lo dissero anche a Semmelweis quando si lamentava che le infermiere non si lavassero le mani tra obitorio e maternità. "Si è sempre fatto così", e le donne morivano di parto. Le cose cambiano.
- Certe cose no.
- La famiglia naturale è quella che ha cresciuto miliardi di psicotici. Il luogo dove tuttora avvengono più abusi.
- Chi lascia la vecchia via per la nuova...
- Eh?
- È un proverbio.
- Lo so che è un proverbio, mi hai preso per scemo? Questo è un dibattito tra la Modernità e la Chiesa su temi di bioetica, potremmo citare filosofi e teologi e tu mi citi un proverbio scemo?
- È che alla fine tutto si riduce a questo. Io la vecchia via la conosco. So che produce tot psicotici, tot abusi, tot risultati accettabili. E mi sta bene. Tu invece, la tua via, lo sai a cosa porta?
- ... (Continua) (Sul serio).

martedì 26 gennaio 2016

Il suo nome è sulla lista?

Niente fa gennaio come i corridoi delle scuole, quando tirano via le stelle di Natale e mettono i cartelloni con le svastiche il filo spinato e le stelle di David.

Ciò detto, quest'anno insegno in una classe esposta a sud, con tapparelle discutibili, e se c'è il sole la LIM è nitida solo fino alle 9 del mattino, poi è meglio fare altro. Quindi in terza se voglio proiettare un po' di Schindler's List devo partire subito, l'appello magari lo faccio quando il sole comincia a picchiare.

Ecco. Fare l'appello dopo aver visto un qualsiasi pezzo di Schindler's List è inquietante in un modo che non vi immaginate - cioè adesso che ve l'ho raccontato magari ve lo immaginate, ma anche un po' di più.

(Dall'archivio:





Un uomo incompatibile (e il suo sceneggiatore)

Steve Jobs (Danny Boyle, ma soprattutto l'ha scritto Aaron Sorkin, 2015).

Abbiamo mezz'ora e il copione, pardon, intendevo il software,
 è tutto da riscrivere.
Se fosse nato nel Quattrocento, avrebbe fatto l'artista. Avrebbe fatto impazzire tutti i committenti progettando per anni una statua equestre costosissima e irrealizzabile, i cui bozzetti però sarebbero ancora nei musei. Se fosse nato negli anni Quaranta avrebbe formato la sua band - senza saper suonare uno strumento e litigando con tutti i colleghi, ma creando una nuova dimensione musicale fatta di tante cose rubacchiate in giro. Se fosse nato negli anni Cinquanta e si fosse trovato nella Silicon Valley al momento giusto, si sarebbe improvvisato inventore di computer costosi che funzionano benissimo finché non li colleghi a nient'altro. Se invece fosse nato nei Sessanta avrebbe potuto scrivere per il cinema e la tv, costringendo i registi a inventare uno stile tutto per lui e rifiutando di riconoscere i contributi dei colleghi - finché non avrebbe litigato col network, licenziandosi o facendosi licenziare, e meditando immaginosi piani di vendetta.

Questo è Aaron Sorkin, acclamato drammaturgo e sceneggiatore di The West Wing, The Social Network e... no, scusate, questo è Steve Jobs. Ma è anche un po' Sorkin, che ha preso l'immensa biografia di Jobs e ne ha ricavato qualcosa di assolutamente personale e incompatibile con qualsiasi altro film nelle sale; un dramma in tre atti, ambientato nei backstage di tre teatri diversi. Sono pochi i film che ti fanno pensare: chissà come renderebbe su un palco. Steve Jobs sembra pensato apposta per una messa in scena alla vecchia maniera sperimentale: niente sipario, gli attori cominciano a parlare di quello che deve andare in scena, e lo spettacolo consiste in questo. Lo stesso regista Danny Boyle, un po' meno frastornante del solito, sembra aver fatto qualche passo indietro di fronte all'evidenza: Steve Jobs è una questione privata tra Aaron Sorkin e il suo (alter)ego.

Lisa questo è Mac, Mac questa è la tua sorellina, ora
disegnate un po' coi pennarelli e non rompete le palle a papà.
Steve Jobs non è il primo film biografico che taglia fuori gran parte della vita del suo personaggio per concentrarsi soltanto su pochi episodi; è l'evoluzione estrema di una tendenza che a Hollywood negli ultimi dieci anni ha dato soddisfazioni sia a chi vende i biglietti che a chi li compra. Ma di tutto quello che poteva scegliere di raccontare, Sorkin ha scelto con cura proprio quei momenti in cui il manager geniale potrebbe essere l'autore di un dramma che sta per andare in scena: i cancelli stanno per aprirsi, il pubblico per entrare, ma dietro le quinte c'è qualcosa che non va, c'è sempre qualcosa che va risolto all'ultimo momento. Un dialogo da cambiare, un dipendente mediocre da torchiare, un collega che vuol essere ringraziato quando sai che non se lo merita, i parenti con le loro beghe da parenti. Sorkin non è Steve Jobs, ma Steve Jobs è il Ritratto dello Sceneggiatore nei panni del Genio del Computer (continua su +eventi!)

lunedì 25 gennaio 2016

Il segreto del mio insuccesso

Stavo cercando di buttar giù due pensierini sulla Legge di Poe, quando ho avuto una mezza rivelazione - hai presente quando un problema che hai sempre visto da vicino, ti si presenta finalmente dalla giusta distanza, dalla giusta angolazione? Insomma ho capito che io di blog non ho capito mai niente. E di internet in generale.

Ho sempre fatto la cosa sbagliata.

Quasi quindici anni fa, ai tempi di Indymedia, una volta lessi un articoletto cosiddetto satirico, uno di quei pezzi che mettono in bocca a un personaggio le verità indicibili, ad es. Bush: "L'Iraq non c'entra niente con l'11 settembre, ma è più facile da invadere dell'Afganistan", una cosa del genere. Mi piaceva, lo trovavo diretto ed efficace. Fu molto facile clonare una pagina di Repubblica e incollarci sopra l'articoletto. A quel punto era ancora più diretto ed efficace, perché sembrava vero. Lo ripubblicai. Ad alcuni piacque. Altri chiesero di toglierlo immediatamente, perché qualcuno l'avrebbe preso per una vera pagina di Repubblica. Ci leggono anche dall'estero, dicevano. Lì per lì mi misi a ridere - insomma, si capiva che non era una vera pagina di Repubblica. Mancava l'indirizzo.

Però lo tolsi.

Da allora non ho più fatto una cosa del genere.

Oddio, qualche parodia ogni tanto mi è scappata, anche se non è il mio forte. Però i fake li ho lasciati perdere. Sono troppo facili, appunto. E poi credo di aver introiettato quello che mi dissero quel giorno. Ci leggono dall'estero - che non è necessariamente un'altra nazione. Per esempio possono leggerci dal futuro. Non un futuro remoto: bastano cinque o sei anni per non capire letteralmente di cosa si stia parlando. Possono leggerci i bambini. Possono leggerci le persone che non condividono i nostri punti di vista. A meno che - s'intende - non facciamo qualcosa per mandarli via.

Io non ho mai fatto niente per mandarli via. Anzi ci tenevo che restassero. Per me è sempre stato molto importante, ad esempio, non intervenire su un argomento senza prima aver spiegato di cosa si trattasse: era il principio che chiamavo "riassumi le puntate". "Perché ci può essere sempre qualcuno appena arrivato che non sa di cosa si sta parlando, e se glielo spieghi te ne sarà grato". Questa è probabilmente la grande lezione dell'internet che io ho frainteso. Perché se mi guardo attorno, e vedo piccole o grandi storie di successo, mi accorgo sempre di questa cosa: in rete bisogna fare comunità. Tener fuori quelli che non capiscono, e creare una sensazione di familiarità che attiri soltanto quelli che condividono i nostri gusti, valori, punti di vista. Insomma, tutto bisogna fare fuorché riassumere le puntate agli estranei. I messaggi devono essere rivolti solo a chi è in grado di capirli.

Pare infatti che il problema sia questo. Qualcuno commentando il pezzo sulla vignetta di Charlie mi ha spiegato che non è razzista, perché non è rivolta un pubblico razzista. "Solo un razzista distratto potrebbe riderne". Posso capire. A questo punto però è un vero peccato che molti razzisti siano distratti. E che non possiamo impedire loro di leggere Charlie e interpretare le battute come vogliono. La legge di Poe dice che "non è possibile creare una parodia del fondamentalismo in modo tale che qualcuno non la confonda con il vero fondamentalismo", senza almeno usare un segno che chiarisca oltre ogni dubbio l'intento parodico. Questo segno non dovrebbe essere linguistico, ad esempio l'intonazione della voce, o un'emoticon. Come tutti i grafomani, io detesto le emoticon. Vorrei riuscire a dire tutto con la scrittura, ma pare che ci sia un limite. La scrittura non strizza l'occhio, o non lo fa in modo abbastanza chiaro per tutti. E io - è il mio difetto intrinseco - vorrei essere abbastanza chiaro per tutti. Come la Sapienza dei Proverbi, che non si chiude in un circolo di amici selezionati, ma batte i marciapiedi e fa l'occhiolino agli estranei, così ho sempre cercato di fare io. Per me internet era la rete di tutti, e pensavo che questa fosse un'immensa opportunità. Pare che invece sia il principale difetto che ci impedisce di mandare avanti conversazioni interessanti: il rumore di fondo dei passanti che non capiscono, ma vogliono lo stesso intervenire perché credono di aver sentito qualcosa di sbagliato.

E adesso che si fa? Niente. Cioè, no, le solite cose. Continuerò a parlare del più e del meno, a riassumere qualche puntata ai passanti, e a ricevere ogni tanto le mail di qualcuno che mi ha trovato per caso e ha fatto mattina leggendo tutti i pezzi del 2009. Sto facendo questa cosa da così tanto tempo - 15 anni oggi - che non credo di poter più cambiare. Uno sbaglio così lungo ormai non è neanche più uno sbaglio. Diventa un'altra cosa - un record, un esperimento, una forma d'arte, che ne so.

venerdì 22 gennaio 2016

La vendetta è un piatto che si conserva a -40°

 The Revenant (Alejandro González Iñárritu, 2015)

Il Sud Dakota secondo Iñárritu.
Dieci anni dopo il fattaccio, Hugh Glass cacciava ancora il castoro dalle parti di Williston, North Dakota. A chi gli pagava da bere raccontava la storia di quando si era trascinato per duecento miglia fino a Fort Henry, tallonato dagli Arikara, sospinto solo dal desiderio di fare la pelle ai due ragazzi che lo avevano abbandonato mezzo morto dopo lo scontro con l'orso. A ogni racconto la bestia diventava più grande, le ferite più profonde, gli agguati aumentavano, e la steppa si corrugava, rivelando al suo interno rilievi alpini, innevati nel mese di giugno.

Il Sud Dakota com'è davvero. 
"Ma poi li hai ammazzati?"
"Chi?"
"Quei due ragazzi, alla fine li hai ammazzati?"
"Fitzgerald e Bedger? Ah, no".
"E perché no?"
"Bedger era un ragazzino, e quanto a Fitzgerald..."
"Non avevano la stessa età?"
"...Si era già arruolato. Se gli avessi torto un capello mi avrebbero impiccato. Ci siamo messi d'accordo con 400 dollari, e mi restituì il fucile. Questo qui".
"Non erano 300 dollari?"
"Infatti".
"Ma hai appena detto 400".
"Mi sarò sbagliato. Figliolo, quando hai visto la morte in faccia, e hai sopravvissuto a una bufera di neve accucciandoti nella carcassa di un cavallo..."
"Ma era giugno".

(Se vi è piaciuto Il viaggio di Arlo, non perdetevi la versione per adulti, col mille per cento di sangue e cicatrici in più, e un'animazione digitale ancora più raffinata - l'orso sembra vero! Padre e figlio si scambiano le parti, c'è un po' più di sangue e di visioni dall'oltretomba, e Di Caprio presta la voce - il rantolo - a un mammuth ferito ma non domo).

Il salvaschermo più costoso mai realizzato
Per ritrovare la via verso Fort Henry, Glass aveva preso come riferimento la Thunder Butte, la Rocchetta del Tuono - una collina di 800 metri che è l'unico rilievo di rilievo nel Sud Dakota. Tutto il resto è pianura, pianura e ancora pianura. Per girare The Revenant, Iñárritu ha esplorato le cime innevate della Columbia Britannica, girando solo con la luce naturale a 40 gradi, col rischio di ammazzare Di Caprio di broncopolmonite - e quando è arrivato l'inverno ha semplicemente cambiato emisfero, spostando il set in Terra del Fuoco. Per sfuggire agli Arikara che controllano il fiume Missouri, i suoi attori si inerpicano su un sentiero alpino che li porta a un valico di almeno millecinquecento metri - non cresce più l'erba. In sostanza stanno scalando le montagne rocciose, contro ogni verosimiglianza, perché al regista interessava una storia vera di sopravvivenza e di vendetta, ma anche quei paesaggi mozzafiato da salvaschermo di windows.

A Iñárritu interessa il cinema vero, quello senza green screen e altri trucchetti, quello che si fa con la pellicola, e l'esposizione naturale, e gli animali veri, e le ferite e i colpi di tosse veri - come se tutta questa verità non costasse comunque milioni di dollari. Gli interessava il ritorno alla naturalezza, anche se l'orso che cerca di finire Di Caprio battendolo come un materasso è un prodigio di computergrafica. Con l'ipocrisia ingenua e inconsapevole di quei milionari che sognano il ritorno alla natura ma hanno più in mente il triathlon - a proposito, c'è anche il saggio capo indiano che si lamenta perché il viso pallido gli ha tolto tutto. E nessuno che gli dica: senti nonno, tra venticinque anni potrei anche capire, ma siamo nel 1820, "tutto" cosa? A momenti non c'è un solo viso pallido in tutto il Dakota, e comunque appena arriva lo scotenni e gli rubi il bottino di caccia, a chi la vuoi raccontare? Non ci hai fatto gli affari anche tu, coi visi pallidi, finché t'è convenuto? Eh, ma questi bianchi sono cattivi sul serio. Rubano le donne, impiccano per divertimento, aggiungendo un cartello di spiegazione come i nazisti - anche se nessuno sa leggere in un raggio di trecento miglia.

È difficile sfuggire a The Revenant... (continua su +eventi!)

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