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martedì 15 aprile 2014

Il gioco della torre

Ovviamente non posso sapere cosa si siano detti con esattezza Matteo Renzi e Silvio Berlusconi al telefono; mi è impossibile misurare l'imbarazzo con cui il presidente del consiglio avrà parlato di riforme costituzionali con un avversario politico condannato in via definitiva, e che senza la disponibilità dello stesso Renzi sarebbe ormai da considerare al termine della sua traiettoria politica. L'Italicum, per come se ne parla sui giornali, continua a sembrarmi un buffo paradosso: i leader delle due principali coalizioni si stanno mettendo d'accordo per escludere qualsiasi possibilità di mettersi d'accordo da qui in poi. Qualsiasi rischio di Grosse Koalition dev'essere per sempre scongiurato: dunque la maggioranza dell'unica camera eletta dal popolo dev'essere riservata alla prima forza politica che si aggiudichi il 37% dei suffragi - poco più di un terzo. Tutto questo è democratico? Se ne può discutere - secondo me no - ma l'ultima parola non spetta comunque a noi (la corte costituzionale però si è già espressa un sistema che praticava distorsioni inferiori).

Proviamo invece a vedere cosa può succedere, caso per caso. Mettiamo che una coalizione raggiunga il 37%: in questo momento l'unica che sembra avere qualche chance di farcela sembra il centrosinistra a trazione renziana. Sarebbe, nel caso, il risultato più positivo dalla nascita del PD. I sondaggi per ora non autorizzano una previsione del genere, ma se togliamo "centrosinistra" e mettiamo "Matteo Renzi", l'indice di popolarità aumenta: bisognerà anche vedere se molte promesse lanciate negli scorsi mesi si realizzeranno.

Fin qui comunque i sondaggi (che sbagliano sempre) ci raccontano di un elettorato spezzato in tre parti più o meno uguali: centrosinistra, centrodestra e m5S, per ora rispettivamente prima seconda e terzo (si dà per scontata un'alleanza tra Forza Italia e NCD che conviene terribilmente a entrambi i partiti). In questa situazione, com'è noto, l'Italicum prevede un secondo turno che assume le forme di un pazzo gioco della torre: agli elettori della terza forza (nel caso più probabile, il Movimento Cinque Stelle) verrà chiesto chi buttare giù: Renzi o Berlusconi? Molti probabilmente si asterranno; tra i restanti è difficile immaginare una prevalenza berlusconiana. Renzi quindi dovrebbe vincere: a quel punto si troverebbe la Camera ai suoi piedi... (continua sull'Unita.it, H1t#226)

lunedì 14 aprile 2014

La pastorella e la Bella Signora

Ha degli occhietti furbetti.
16 aprile - Santa Bernadette Soubirous (1844-1879), pastorella e mistica di Lourdes

La Madonna è contagiosa, chi la conosce lo sa. Chi la vede, di solito, ha già sentito parlare di altri che l'avevano vista. Proprio come le malattie infettive, il fenomeno è particolarmente evidente nei collegi. Un'allieva intravede Nostra Signora in fondo a un corridoio; lo dice a un'amica; la vede anche lei; il resto della camerata le prende in giro; nel giro di un mese l'hanno vista tutte. È successo in più casi. Da bambino mia zia ogni tanto andava a Medjugorje, molti anni prima che Paolo Brosio si accorgesse delle potenzialità mediatiche del fenomeno. Però non è che ci si potesse recare così spesso in quel Paese relativamente lontano che ancora si chiamava Jugoslavia (la Madonna spesso sceglie nazioni sulla via del disastro: in quegli anni si faceva vedere anche in un collegio in Ruanda). Così a volte si contentava di Fossoli di Carpi, perché tra i cultori locali di Medjugorie si era diffusa questa storia, che la Madonna stesse apparendo anche a Fossoli, poco distante dal vecchio campo di concentramento. E un giorno, in effetti, mentre una folla pregava da qualche parte a Fossoli, si sentì una voce ben distinta dall'alto che diceva: peccatori, pentitevi. Non era esattamente Nostra Signora, come si vedrà.

La natura virale delle apparizioni mariane è un grande argomento in mano agli scettici: chi vede la Madonna in realtà sa già cosa deve vedere. È stato, per così dire, istruito da una tradizione secolare. Questo spiega il perché la madre di Dio frequenti di preferenza contrade cattoliche: altrove, del resto, può capitare che ti curino a elettroshock, o ti recludano finché non confessi che ti eri inventato tutta la storia, prima per prendere in giro i compaesani e poi per non deluderli (così accadde per esempio alla giovane Margarethe Kunz nel 1878, appena qualcuno cominciò a parlare di una "Lourdes tedesca" a Marpingen, nel Saarland). Anche i veggenti in buona fede non farebbero che riprodurre, nelle loro allucinazioni, un immaginario cattolico condiviso da secoli.

Bernadette davanti alla grotta (ma è passato qualche anno).
A questa obiezione i credenti rispondono col modello della Pastorella, di cui la piccola Bernadette è l'incarnazione più famosa. Se è abbastanza naturale che una collegiale o una suora sogni le madonne e i sacri cuori che si vede intorno dappertutto, come la mettiamo con le pastorelle? Sono ignoranti, analfabete; frequentano cappelle disadorne; non riconoscerebbero la Madonna nemmeno se la vedessero, e nel caso di Bernadette andò proprio così: non la riconobbe. La chiamava "aqerò" ("quella là" in dialetto occitano); la descriveva come una piccola, bellissima signora biancovestita con una cintura blu e una rosa gialla su ciascun piede. Chiunque a quel punto penserebbe, se non a uno scherzo, a Maria di Nazareth; ma bisogna concedere che il vestito biancoazzurro non era così diffuso: entrò nell'iconografia standard proprio dopo le apparizioni di Lourdes. Nostra Signora dal suo canto ci mise più di quaranta giorni, e sedici apparizioni, prima di presentarsi con quelle fatali parole, que soy era immaculada concepciou, che, a detta di tanti lourdologi, Bernardette sarebbe stata troppo ignorante per capire: come poteva una pastorella sapere che appena quattro anni prima papa Pio IX aveva dichiarato dogma di fede l'Immacolata Concezione di Maria, al termine di un dibattito che aveva messo contro per secoli il fior fiore dei teologi? Anzi, se Bernadette riuscì a riferire la curiosa espressione allo scettico abate Peyramale, fu soltanto perché nel tragitto non smise di ripeterla sottovoce: quesoyeraimmaculadaconcepciou, quesoyeraimmaculadaconcepciou, quesoyeraimmaculadaconcepciou. Padre! Ho rivisto la bella signora! Mi ha detto di dirle quesoyeraimmaculadaconcepciou.

Per il povero parroco fu un bel colpo. Sei sicuro che ti ha detto così? Ma lo sai cos'è... lo sai chi è l'immaculada eccetera? No, certo che non lo sai, poveretta. Fin lì l'abate aveva diffidato della pastorella allucinata. Quando era venuta a riferirle la pretesa della bella signora di costruire un santuario nella grotta, aveva preteso un segno: di' alla tua signora che faccia fiorire il roseto lì sotto. Chissà se aveva in mente il miracolo della Vergine della Guadalupe a Città del Messico.

Io ne avevo una, una volta mio cugino ne ha bevuto un sorso ed è ancora vivo.Il roseto non rifiorì. In compenso la fonte che Bernadette aveva trovato scavando lì sotto con le unghie cominciava ad attirare i malati. Era stata un'amica della pastorella, Catherine, a immergere per prima un braccio paralizzato e a trarne, diceva, un subitaneo giovamento. Non poteva certo immaginare di essere la prima di settecento milioni di visitatori, nonché di una settantina di guarigioni ritenute inspiegabili e pertanto miracolose - una ogni dieci milioni, percentuale tutto sommato ragionevole. Fu l'acqua benedetta a fare di Lourdes la Madonna più famosa del mondo: le altre si limitavano a sorridere e sussurrare segreti angosciosi a pastorelli perplessi, ma quella della grotta ti guariva. O perlomeno ti lasciava un segno tangibile, imbottigliabile: un sorso d'acqua pura - a patto di intercettarla molto vicino alla fonte, perché qualche metro dopo il miracolo è non prendersi il colera, con tutti quei malati intinti nella fanga.


Se l'acqua rese famosa la Madonna di Lourdes, la dichiarazione raccolta da Bernadette (quesoyeraimmaculadaconcepciou) la rese canonica: Pio IX riconobbe ufficialmente le apparizioni quattro anni dopo (1862) un record. Per dire: i veggenti di Medjugorje stanno aspettando lo stesso riconoscimento da trentaquattro anni. E d'altro canto l'apparizione a Bernadette era stata straordinariamente tempestiva. Proclamando l'immacolata concezione nella sua enciclica Ineffabilis Deus, il pontefice aveva sfidato i suoi stessi vescovi: era la prima volta che un papa proclamava un dogma senza consultarli in un concilio. Parecchi probabilmente borbottavano, specie quelli di formazione domenicana che avevano osteggiato il concetto di immacolata concezione sin dai tempi di Tommaso d'Aquino. Per metterli a tacere, niente di meglio che un intervento della diretta interessata, anche nel dialetto dei Pirenei. Quando alla fine il concilio si farà - nel 1870 - Pio IX ne profitterà per farsi dichiarare infallibile ex cathedra. Notevole prova di forza per un pontefice che stava per perdere l'ultimo brandello di Stato della Chiesa. Bernadette per quanto possibile, gli aveva dato una mano, recapitando un messaggio dal Cielo con la sua voce pura, immune da contaminazioni culturali e intellettuali. Perlomeno la tesi è questa: Bernadette era troppo ignorante per essere stata anche solo imbeccata da qualcuno meno che santo.

È una tesi che trasuda malafede (continua sul Post...)

sabato 12 aprile 2014

Premiata pasticceria Wes Anderson


 The Grand Budapest Hotel (Wes Anderson, 2014).

Tutto questo succedeva molti anni fa nella vecchia Europa, un continente di cui alcuni di voi avranno sentito parlare. Era popolato da romanzieri e dalle loro sindromi capricciose; da ereditiere insaziabili, braccate da parenti senza scrupoli e nobili avventurieri; una guerra era sempre sul punto di scoppiare; ogni tanto in un campo d'orzo un treno si fermava assalito da uomini neri senza gentilezza. Qualche massacro qua e là, e pasticcerie artigianali impagabili. Avremmo tutti avuto il diritto di viverci, almeno lo spazio di un'avventura.


Dev'essere bello vivere in un film di Wes Anderson: per gli attori, intendo. Credo sia riposante passare qualche giorno presso la sua troupe, godere dei servigi di un personale qualificato che si capisce il volo, e farsi truccare e vestire da un autore che non ti chiederà di spremere l'anima in favore dell'obiettivo. Devi solo indossare abiti buffi e fare la marionetta, non è meraviglioso?

Anche la signora seduta di fianco a me si è divertita molto... (continua su +eventi!)

venerdì 11 aprile 2014

Gemma

Nel 1902?
11 aprile - Santa Gemma Galgani, mistica, ragazza (1878-1903)

Rientrano fra le gemme tutte quelle specie e varietà minerali (oltre ad alcune rocce ed alcuni materiali di origine vegetale od animale) che, suscettibili di taglio o lucidatura, possono essere utilizzate in lavori di gioielleria.
La preziosità di queste pietre è determinata dalla loro purezza e dall'intensità del loro colore oltre che dalla loro rarità.


Santa Gemma ha rischiato di chiamarsi Sant'Umberta Pia. Almeno il nonno pare che la volesse chiamare così in onore del nuovo re. Il nome Gemma, suggerito da uno zio, lasciava perplessa la madre, che non trovava nessuna santa omonima sul calendario. Si tratta in realtà di un nome attestato in Toscana già nel medioevo: ma nel lucchese, a fine Ottocento, un nome senza santo in paradiso era una scelta da anarchici o da socialisti. Non era il caso dei Galgani, stirpe di dottori e farmacisti generalmente timorati di Dio. A tagliar corta la questione fu il parroco: se non c'è ancora una santa Gemma, pazienza: magari il posto se lo prenderà la vostra bambina. Bella leggenda, parzialmente guastata dal fatto che il 13 maggio si veneri Santa Gemma di San Sebastiano di Bisegna (AQ).

La gemma è un organo vegetativo che rappresenta il primordio di un nuovo asse vegetale, da cui possono avere origine foglie, rami e fiori.

Gemma Galgani invece è una santa di fine Ottocento. Un secolo complicato per questa rubrica, ci avete fatto caso? Dal Novecento in poi è facile parlare di santi: sono nostri contemporanei, protagonisti o comparse di una storia condivisa. Per contro, i santi anteriori all'Illuminismo sono completamente alieni alla nostra sensibilità, il che in fondo ci libera dalla fatica di capirli: possiamo reinventarli un po' come preferiamo. Tra gli alieni del passato e i nostri contemporanei c'è una frontiera mobile lunga un secolo, che per ora occupa tutto l'Ottocento. I santi ottocenteschi (Giovanni Bosco, Jean-Marie Vianney, Teresina del bambin Gesù, Pio IX) sono particolarmente indigesti, refrattari a qualsiasi trattamento meno che devoto. O li stronchi o li veneri, una terza via è quasi impossibile.
la foto più iconica

L'Ottocento, in generale, è un secolo che sta scivolando giorno dopo giorno oltre l'orizzonte della nostra sensibilità: e forse per un effetto ottico, nell'ultimo istante prima di sparire ci sembra che scorra più lentamente, come il sole al tramonto. La restaurazione e il risorgimento, il romanticismo e il patriottismo, ci abbandonando lentamente, un po' alla volta: facciata ritinteggiata dopo facciata ritinteggiata, convento dopo convento ristrutturato e adibito a hotel o sala convegni. Delle passioni di un secolo ormai ci restano formule vuote, frasi tronfie su targhe di marmo e la geolocalizzazione di ogni tetto sotto cui dormì Garibaldi. Forse ci fu anche un Ottocento felice, di garzoncelli scherzosi, ma il loro lieto rumore è il primo a essere svanito nel frastuono contemporaneo. A resistere, tenace, è una sensazione di tristezza che impregna ancora certi androni: l'Ottocento è lo spettro di molte scuole che abbiamo frequentato, infestate ancora negli sgabuzzini da anime in ginocchio sui ceci. Come si chiamavano? Non lo sanno più, ma i colletti lisi delle loro camicie non potrebbero appartenere a nessun altro secolo.

Le scuole poi stanno migliorando, secondo me, anche nei colori: certi gialli sporchi, certi verdi marci penitenziari ho smesso di vedermeli attorno da un pezzo. Dobbiamo restare lì seduti per sei mattine a settimana e quindi facciamo il possibile per trovarci tutti a nostro agio: un bell'azzurro pastello è in molti casi la soluzione migliore. Ma i muri, e certi sbraghi dell'intonaco da cui affiora l'anima in mattoni, ci ricordano ogni mattina la natura concentrazionaria della nostra istituzione.

In una scuola così, diversi anni fa, ebbi un'allieva che somigliava un po' ai fotoritratti di Gemma Galgani, Di molte altre ricordo ancora meno che il volto. Non sono fisionomista e ho già avuto mezzo migliaio di alunni/e. Altri mi tornano in mente tutti i giorni, come le battaglie devono tornare in mente a un soldato (nel mio caso sono più o meno tutte sconfitte: forse è normale, o forse sono io). Di questa ragazza ricordo lo sguardo vitreo che mi rivolgeva dall'ultimo banco, e che a volte mi dava qualche pensiero: era in trance? o mi guardava? mi giudicava? aveva senz'altro avuto insegnanti migliori. Ripeteva le lezioni diligentemente e consegnava elaborati molto corretti, benché fosse chiaro che la sua anima fosse da qualche altra parte. A me andava bene così, non sono uso nutrirmi dell'anima dei miei studenti.

Gemma con la sorella Angiolina che da piccola la picchiava e che dopo il processo di canonizzazione campava smerciando reliquie della sorella.
Anche Gemma a scuola se la cavava. "Molto silenziosa e sempre obbediente", ebbe a dichiarare la direttrice che la dispensò negli ultimi anni dalla tassa scolastica. Altre colleghe non erano d'accordo: la trovavano "canzonatoria" e "ipocrita" e sabotarono la sua richiesta di ammissione nel convento delle oblate. L'apparente incoerenza delle testimonianze si lascia facilmente comporre con un po' di esperienza di consiglio di classe: alcuni insegnanti si contentano del tuo silenzio, della tua obbedienza. Altri no, vogliono scavarti dentro. Chissà cosa cercano poi, cosa pretendono: e se non riescono ad aprirti, ogni tuo vago sorriso diventa canzonatorio; ogni lezione memorizzata diventa ipocrisia. Il percorso di studi di Gemma si sarebbe interrotto di lì a poco in seguito alla morte del fratello Gino, seminarista, per tisi: aveva 17 anni. Gemma, che ne aveva due di meno, cercò coscientemente di trarre il contagio dai suoi indumenti. Lo stesso male le aveva portato via la madre quando aveva otto anni. Non morì, ma interruppe gli studi. Quattro anni dopo avrebbe perso il padre, raro esempio di farmacista senza senso degli affari: lasciava quattro figli sul lastrico. Gemma cominciava a sentire fitte lancinanti ai reni e alla testa. L'unico conforto erano i discorsi edificanti di Giulia Sestini, una sua ex maestra che l'andava ancora a visitare, molto legata ai padri passionisti: la biografia di un sacerdote passionista in via di beatificazione, Gabriele dell'Addolorata, letta tra un'emicrania e l'altra, la impressionò tantissimo.

La Sestini non fu l'unica maestra che segnò profondamente la vita di Gemma (continua sul Post...)

martedì 8 aprile 2014

L'artigianissima indipendenza veneta

Ritorno a Capannonia. 

Tutto può darsi. Compreso che un giorno risorga davvero una Serenissima Repubblica Veneta libera e indipendente, da Belluno a Dubrovnik (ma perché non Nicosia). Che nei futuri libri di Storia, nelle wikipedia future dettate nella nobile lingua di Goldoni e Zanzotto, i secoli oscuri tra Campoformio e la prossima secessione siano definiti come un insulso interregno, un periodo in cui i veneti furono soggiogati da francesi, austriaci e - somma ingiuria - italiani, persino italiani. Può darsi che un giorno lo stendardo di San Marco sventoli di nuovo sui municipi dalla Val Trompia alla Dalmazia, e che alla loro ombra si scoprano monumenti agli indipendentisti di Brescia Patria e Veneto Stato, che oggi ridicolizziamo e che quel giorno saranno onorati come patrioti ed eroi. Tutto può darsi, compreso che le cose vadano davvero così.

Consentitemi però di dubitarne.

www.linkiesta.it
Se non altro perché - che io sappia - fin qui non è esistito un solo movimento rivoluzionario o indipendentista al mondo che abbia previsto come prima fase di lotta la trasformazione artigianale di un trattore in un carro armato. È ben strano, no? che un'idea tanto buona non sia venuta in mente per prima a Michael Collins, o Mao Tse-Tung, o Che Guevara. E non una volta sola, ma due volte in vent'anni, malgrado tutte le considerazioni di natura anche semplicemente tattico-logistica, determinate peraltro dall'esclusiva natura che fa della capitale dei veneti una città unica al mondo: una città dove sono bandite le automobili, figurarsi i cingolati. Capirei ancora un motoscafo; ma l'idea che tutto sia possibile, l'insurrezione di popolo e di piazza, purché si riesca a piazzare almeno un paio di cingoli in Piazza San Marco, è qualcosa che sfida la nostra capacità di restare seri.

Possibile che una nazione millenaria, che sfidò imperi cristiani e islamici e seppe tener loro testa per tutto il medioevo e l'età moderna, possibile che debba necessariamente risorgere in un capannone, fissando mitragliette a una ruspa. Questi artigiani che nelle loro officine truccano e saldano, come possono realmente pensarsi gli eredi di una nazione di mercanti cosmopoliti? Sembra quasi il contrario, una rivincita dell'entroterra operoso sulla laguna: Venezia come frontiera di qualcosa che resta saldamente ancorato a terra, alle province per secoli contadine e poi, per un tempo breve, troppo breve, motore ausiliario dell'Italia industriale. L'ultimo ad andare in rodaggio veramente - nel dopoguerra era ancora zona depressa - e di conseguenza il più deluso per la fine di un benessere che ha fiutato per poco, una generazione appena: e tirando un po' troppo su col naso, se mi è concesso.

Mi è concesso. Mi separano dal Veneto terragno settanta chilometri, un'inflessione più celtica, e nient'altro. La rabbia e la frustrazione che si vedono in giro sono le stesse, e fondate sulle stesse basi malferme: l'idea che ci sia stato tolto qualcosa che doveva essere nostro per diritto, benché lo avessimo appena afferrato. I cinesi non si dovevano permettere di uscire dal sottosviluppo e farci concorrenza abbattendo i costi della manodopera. I turchi non dovevano attentarsi a comprare a prezzi di rottami i telai industriali che smantellavamo. Noi eravamo i leader del settore, i più bravi, ce lo dicevano tutti, lo saremmo ancora, è colpa dell'euro. Della Cina. Del comunismo. Del partito democratico. Degli extracomunitari. Dei politici ladroni.

Il tanko nel '97: a chi appartiene?
Chi ha deciso di esporlo alle fiere?
Al bar con un po' d'impegno puoi riuscire a dar la colpa a tutti in una frase sola: sarà colpa dei comunisti del partito democratico in combutta coi cinesi e gli extracomunitari in genere che hanno governato per sessant'anni regalandoci l'euro. Chi dice queste cose non ha dedicato molti anni del proprio percorso all'istruzione, né era previsto che lo facesse: fino a qualche anno fa chi si laureava, in zona, guadagnava a trent'anni la metà di chi aveva iniziato a diciotto. Studiare era semplicemente la scelta sbagliata - e anche oggi, che una laurea fa comodo pure per il concorso alla nettezza urbana, non è che la cultura ti offra le soluzioni: ti fa solo vedere meglio i problemi. Se hai studiato economia sai che la piccola impresa è spacciata, con o senza euro: conviene scappare. Se hai studiato idraulica sai che il momento in cui i vasi comunicanti della forza lavoro mondiale ritroveranno un equilibrio è ancora lontano. Se ti sei laureato in filosofia puoi prenderla con filosofia. Chi ha iniziato a lavorare a sedici anni può trovarsi con le mani che lavorano da sole, in officine che lasciar vuote è un peccato; qualche pezzo di ricambio ormai era stato ordinato, e in breve il tanko è come se si costruisse da sé: sta al piccolo artigiano come il bozzo al baco di seta, una fiaba a Carlo Gozzi.

Ma metti la comodità,
vai all'estero e a sera sei a casa.
Nel frattempo il cervello si dà da fare per trovare una giustificazione, l'autonomismo, certo, l'indipendentismo, certo, certo, la Serenissima. Ma il Veneto dei dogi, la crudele multinazionale che si vendette persino i resti di mamma Bisanzio, e bombardò il Partenone; la Venezia che trionfò a Lepanto e resistette altri due secoli inventando il turismo di lusso, non c'entra davvero molto. La patria che hanno in mente gli hobbisti che saldano mitragliette ai motocingolati è l'eroica Capannonia, quel nano-paese tutto villaggi industriali, tutto fabbrichette, il residuo emotivo di un sogno durato una generazione e mezza: la Piccola Impresa. Si stava così bene quando abitavamo tutti sopra l'officina del papà. Tutti proprietari, tutti padroncini, tutti con una mercedes o una porsche in leasing, perché è finito tutto questo, perché? Maledetto euro.

Non è nemmeno una coincidenza che, con tante cause perse in cui buttar via i soldi, i parlamentari cinquestelle abbiano deciso di devolverli a un fondo per la Piccola-Media Impresa: un sogno così italiano, forse iscritto nel nostro destino territoriale: in fondo siamo davvero piccoli, e a parte qualche parentesi incresciosa non abbiamo mai molto sgomitato per conquistarci altro spazio vitale. Chi ha studiato Storia sa, con una relativa sicurezza, che siamo spacciati com'era spacciata Venezia il giorno in cui Vasco De Gama vide le coste indiane: questo non le impedì di vivere ancora secoli di meravigliosa decadenza, e forse anche noi ne abbiamo il diritto. Forse l'Unesco dovrebbe fare qualcosa per i nostri Capannoni, dichiarare il nostro cemento unico al mondo. Capannonia sorgerà come una piccola patria di officine - costruiremo tutto un pezzo alla volta, i carri armati e gli acquedotti e le mura intorno alle nostre Zone Industriali. Nessuno avrà il diritto di farci la guerra, o meglio se ci attaccheranno dovranno farlo ad armi pari, con catapulte costruite secondo le antiche ricette. Verranno i turisti non solo a carnevale, saranno felici di travestirsi da cavalieri o Casanova, il cambio con la lira sarà favorevolissimo. E la legge Merlin, non c'è bisogno di dirlo, abolita. Insomma Capannonia un senso ce l'avrebbe, una storia potrebbe avercela, io che ho studiato storie forse mi ci dovrei applicare, mi domando se in fin dei conti non sia mio preciso dovere di padano.

Invece ripasso geografia, di solito a questo punto dell'anno siamo nei pressi del Canada e io richiamo l'attenzione su alcuni dati: è il secondo Paese del mondo per estensione, più grande degli USA, ma ha un decimo dei suoi abitanti. Un sacco di spazio, insomma. Certo non è coltivabile, per adesso; bisogna vedere come si scioglierà il permafrost. Nel frattempo si è aperto anche il passaggio a nordovest, pensate. Insomma è là in alto a sinistra sul planisfero, lo avete visto? Si parlano inglese e francese, un motivo in più per studiarle bene.

venerdì 4 aprile 2014

Chi ha più voglia di un pornoVonTrier?


Nymphomaniac I, (Lars Von Trier, 2013)

Che senso ha buttare via la religione e tenersi il senso di colpa? Se lo chiede il timido Seligman, all'inizio della lunga conversazione con la signora che ha trovato sanguinante in un vicolo. Dice di chiamarsi Joe e di essere, dall'infanzia, irredimibilmente cattiva. Ninfomaniaca, addirittura. Ma cos'è questa ninfomania?

Non è nemmeno una malattia. Lo sapevate? Dal 1992 l'Organizzazione Mondiale della Sanità non la riconosce più come tale; tre anni più tardi è stata cancellata dal quarto volume del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, che preferisce parlare di "Ipersessualità", sia maschile che femminile. Anche su quest'ultima non c'è un vero consenso: è un disturbo ossessivo-compulsivo? Una dipendenza? Negli USA esistono i Sessuomani Anonimi, con programmi di recupero modellati su quelli degli alcolisti, perlomeno nelle serie tv e nei romanzi di Palahniuk: da noi no, credo, ma non me ne intendo.

Probabilmente neanche Lars Von Trier, che finalmente ha fatto dono al mondo del suo film porno-d'autore. Come ricorda l'ottimo Bernocchi, l'idea di girare un porno gli frulla in testa da tantissimo tempo - forse fin da quando lo conosciamo, i tempi delle Onde del destino e di Dogma. Già allora la buttava lì, forse per ravvivare un po' il gelido imbarazzo delle sue conferenze stampa: e poi sapete che c'è? una volta o l'altra faccio un porno. Certo, perché no. Ora, non voglio dire che a metà Novanta fossimo verginelli appena usciti dal collegio: i miei ricordi sono vividi ancorché un po' sgranati, come le vhs troppo videonoleggiate. Magari ci sono altri motivi per cui quella che nel 1996 poteva sembrarci una grande idea, avanguardistica e iconoclasta, oggi ci lascia un po' più che perplessi: sgomenti. Dite la verità, dai: voi come l'avete vissuta la notizia: "sta per uscire nelle sale un film di cinque ore di Von Trier con scene di sesso esplicito tra controfigure di attori famosi"? Per me è stato più o meno quando mi avvisano che devo pagare una tassa in più: buongiorno, siamo l'Ente Preposto alla Aggiornamento Culturale e le notifichiamo che ci deve cinque ore di vita: cinque ore che passerà guardando coiti altrui ripresi senza entusiasmo da un regista tormentato e depresso. Così impara a farsi piacere Dogville, Manderley addirittura. No, per dire che io sono uno di quelli che una volta Von Trier se lo andava a guardare volentieri. Qualcosa non va.

Potrebbe anche non trattarsi di Von Trier, che alla fine ha il solo torto di restare fedele ai suoi temi, alle sue ossessioni eccetera (anche se mi sembra sempre meno rigoroso, sempre più incerto, stavolta per esempio fa il citazionista ma in modo un po' maldestro, a un certo punto toglie il colore per fare Bergman ma è come mettersi i baffi finti per fare Chaplin, cioè proprio non basta, capisci? In altri casi sembra voler fare il verso a Greenaway, è un auto-paragone impietoso). Dicevo, potrebbe anche non trattarsi di Von Trier, ma di tutto quello che gli è successo intorno. Il concetto stesso di pornografia, che nel '95 era eversione, era l'anti-Hollywood, il realismo estremo, dogmatico, e oggi cos'è? la cosa più normale del mondo. Ne è passato di liquido sotto i ponti.



Per dire, alla fine degli anni '90 nella mia città (non Cuneo) c'erano ancora i cinema porno. Erano una specie di specialità locale, i turisti fotografavano le locandine sbianchettate. Ci andavano perlopiù vecchietti e persone in cerca di partner occasionali. Il consumo di pornografia era, per così dire, "sociale". Ma era uno spettacolo al tramonto. Trionfava il modello di consumatore completamente opposto, quello dei videonoleggi: un solitario manovratore di telecomando, nell'oscurità della propria cameretta. Da allora ci sono state due o tre rivoluzioni tecnologiche: il passaggio ai dvd; il peet-to-peer su internet; flash e i siti alla youtube. Un economista ci direbbe che la pornografia è diventata una commodity: come l'acqua potabile e la luce elettrica, anzi ancora più comoda, visto che per raggiungerla non dobbiamo nemmeno alzarci dalla sedia. Entrare in un videonoleggio o in un sex shop a metà Novanta richiedeva ben altra determinazione. Oggi guardare un porno è diventato maledettamente facile. Risultato? (scopritelo su +eventi!)

mercoledì 2 aprile 2014

Peccato che sia incostituzionale

Facciamo un esempio, uno tra tanti: nella nuova bozza della riforma, a Palazzo Madama sono ritornati i sindaci dei capoluoghi di regione: i sindaci che qualche collaboratore assennato di Renzi era riuscito a un certo punto a depennare - rieccoli là:

Art. 57. Il Senato delle Autonomie è composto dai Presidenti delle Giunte regionali, dai Presidenti delle Province autonome di Trento e di Bolzano, dai sindaci dei Comuni capoluogo di Regione e di Provincia autonoma...

Embè, direte voi? Che c'è di male se un sindaco di capoluogo di regione si ritrova ogni tanto a Roma per partecipare a una seduta del Senato delle Autonomie? Tanto non deve mica discutere e approvare tutte le leggi (tutte no: ma le riforme costituzionali, quelle sì). Non deve mica votare la fiducia al governo. E il tempo libero il sindaco di capoluogo di regione lo trova sicuramente, per dire Renzi faceva il sindaco nel capoluogo della Toscana, e a tempo perso è diventato presidente del Consiglio... Bisogna proprio essere degli arcigni difensori dello status quo; bisogna veramente odiare Renzi, anzi coltivare una vera e propria allergia nei suoi confronti, la chiamerebbe Menichini, per non capire la straordinaria novità di un Senato delle Autonomie composto pure dai sindaci dei capoluoghi di regione. Già.

Peccato che sia incostituzionale.

E non ci vuole un Rodotà o uno Zagrebelsky. Prendete una cartina dell'Italia politica. Noterete che le regioni sono venti. Ne consegue che i sindaci in questione sono venti. Ventuno in realtà, perché Bolzano e Trento non si son mai messe d'accordo. Molto bene. I ventuno sindaci in questione, nel futuro Senato delle Autonomie, chi rappresenteranno? I cittadini di ventuno città. Alcune molto grandi (Roma), altre di media grandezza (Perugia), altre davvero piccine (Aosta).

I cittadini di tutte le altre città d'Italia, chi le rappresenterà? E i cittadini delle province?

Prendi i cittadini di Pescara. Non è Pescara una degna città, peraltro più popolosa del suo capoluogo di regione? Sì. Però gli aquilani manderanno al Senato delle Autonomie un sindaco, i pescaresi no. Perché? Perché a Renzi piace così, e a chi non piace così non piace Renzi, e se non vi piace Renzi avete in odio la modernità, voi arcigni difensori dello status quo. Aveva ragione Ciccio Franco a Sbarre: e dire che al tempo la battaglia per il capoluogo di regione sembrava una cosa assurda, a metà tra il medioevo e il Risiko. E invece adesso ottantamila catanzaresi avranno un sindaco che li rappresenta nel Senato delle Autonomie; e i reggini (che sono appena in centomila in più), i reggini no. Perché? Perché a Renzi garba così. Lui deve assolutamente vincere le elezioni, ma per vincerle deve cambiare il sistema elettorale; ma per cambiare davvero il sistema elettorale in modo da vincere deve abolire il Senato (o meglio: le elezioni del Senato), e per abolirle ha deciso di fare così e ci si gioca tutto! Ci mette la faccia! E voi arcigni difensori dello status quo che cosa avete contro la nobilissima faccia di Matteo Renzi? Se lui vuole dare un rappresentante in più al Senato ai triestini, e uno in meno agli udinesi, chi siete voi per giudicarlo?

Gli abitanti dei 20 capoluoghi di regione + Bolzano, messi assieme, non superano i dieci milioni. Gli altri cinquanta milioni di italiani non saranno rappresentati in Senato da un sindaco di capoluogo. È davvero un peccato che un piccolo articolo, seminascosto, della Costituzione del '48, reciti... cosa recita? "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge"... normale che uno se lo dimentichi, è soltanto l'articolo tre. Occorrerà modificarlo prima che qualche pedante professorone lo impugni davanti a una Corte Costituzionale; tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, ma i cittadini di Venezia sono rappresentati nel Senato delle Autonomie dal loro sindaco: quelli di Verona no. Perché? Perché ci garbava così, se non ci seguite non prendetevela, noi andiamo veloci, noi siamo il futuro.

Per intenderci: quando si sostiene che la riforma di Renzi, che le riforme di Renzi, siano scritte male e pensate peggio, si intendono situazioni di questo genere. Fosse solo questa. Ma no, ce ne sono tante altre così. La genialata di Delrio che per risparmiare un'elezione ha deciso che d'ora in poi il sindaco metropolitano della provincia di Bologna lo farà il sindaco di Bologna. Molto bene. E il cittadino di Imola (BO) si troverà amministrato da un sindaco metropolitano che non ha eletto; espresso in elezioni a cui egli non è stato invitato a partecipare; non suona un tantino strano, e anticostituzionale, forse?

Ma dicono che bisogna portar pazienza, che magari qualcosa è scritto male, ma che Renzi ha fretta... ma fretta dove. Ma fretta quando. Io l'idiozia dei sindaci di capoluogo in senato me la ricordo nei cento punti della prima Leopolda. È una delle tante, tantissime cose che mi fece pensare: simpatico, ma non comprerei mai una riforma da lui. Una riforma costituzionale, poi. Si tratta di un'idea irredimibilmente scema, quasi certamente anticostituzionale, che qualche pollo da think tank d'allevamento ha messo in una bozza quattro anni fa: una di quelle che dovevano essere discusse "in rete", dove la discussione si limitò alla possibilità di mettere like con facebook. Dopodiché nessuno se l'è più andata a leggere. Nessuno. Anche solo per capire se le formidabili idee di Renzi fossero davvero così formidabili. Niente. Chi vende un prodotto mica si mette lì a legger gli ingredienti.

Matteo Renzi potrebbe fare meglio di così, se non avesse fretta? È una domanda malposta. Matteo Renzi avrà sempre fretta; avrà sempre un'ottima ragione per tagliar corto e schivare le domande. Matteo Renzi è la sua stessa fretta. Voi invece che lo sostenete, cosa siete? Cosa pensate di una riforma tutta basata sul tempo libero dei sindaci? Vi sembra sensato che in un organo democratico, investito del potere di modificare la Costituzione, un tarantino sia meno rappresentato di un barese? Che un abitante della provincia di Catania non possa scegliere il suo sindaco metropolitano? Che il futuro capo del governo possa avere la maggioranza assoluta di una sola camera con appena il 37% dei suffragi? Tutto questo vi piace o ve lo fate piacere perché avete fretta? E quando vi passerà la fretta?

Le origini calabresi della Paulaner

Tre uomini in saio, attraverso lo stretto di Messina.
2 aprile, San Francesco di Paola o da Paola (1416-1507), eremita d'esportazione.

Essere eremiti di successo è complicato. La logistica, ad esempio: devi vivere in un luogo lontano da tutti, ma non del tutto irraggiungibile, sennò rischi che i pellegrini si scelgano un altro venerato maestro. A Paola (provincia di Cosenza) a un certo punto si decise di costruire un ponte tra le due sponde scoscese di un torrente, che avrebbe accorciato di molto il faticoso percorso dei devoti al'eroe locale, Francesco detto Ciccio. Per fare i ponti, però, bisogna venire a patti col demonio: ciò è noto sin dal tempo dei Longobardi, e anche i santi più facili al miracolo si sono rassegnati: Dio fa tante cose, ma i ponti sono una specialità demoniaca.

Persino Francesco di Paola, che aveva attraversato lo stretto di Messina sul suo mantello per non pagarsi il traghetto; Francesco di Paola che aveva resuscitato il suo agnellino preferito facendolo uscire illibato dal forno da dove gli operai si aspettavano uscisse un abbacchio cotto e croccante; Francesco che per i suoi prodigi fu invitato alla corte del re di Francia; persino lui dovette chiedere una consulenza ingegneristica al demonio. In cambio il demonio, come sempre in questi casi, richiese l'anima del primo essere vivente che avrebbe transitato sul ponte. Francesco accettò e, a lavori ultimati, fece attraversare il ponte a un cane.

Il demonio si arrabbiò molto, o almeno così dice la leggenda: ma siccome il trucco era vecchio di secoli, e adoperato in dozzine di ponti medievali in tutta Europa, viene il sospetto che sia tutta una messinscena, e che il demonio sia al contrario piuttosto ghiotto di anime di cani, maiali o altri animali. Non si spiega altrimenti la buona volontà con cui è disposto a edificare ponti a qualsiasi altezza, dimostrando capacità ingegneristiche molto elevate, sempre col pretesto di pigliarsi la prima anima che passa, e sempre costretto ad accontentarsi della povera bestiola il cui transito è una specie di cerimonia inaugurale, forse di origine pagana, tanto è diffusa in tutto il continente. Ponti del diavolo ce n'è dappertutto anche in Italia: quello di Paola è anzi uno degli ultimi, il medioevo ormai è finito. Il diavolo che finge di adirarsi col santo sembra volersi prestare a un'ultima sacra rappresentazione: la colluttazione lascia sul ponte una traccia, una buca in cui ancora oggi i viandanti sputano, anche chewing-gum se capita di averne uno in bocca.

Dai, non dite che non ci somiglia.
Sospeso tra medioevo ed epoca moderna, Francesco di Paola è un santo attualissimo: è difficile impedire alla fantasia di visualizzarlo con i tratti di un altro meridionale frate dei miracoli, Francesco Forgione, più noto come Padre Pio di Pietrelcina. Non si può escludere che tra le cause del successo di quest'ultimo ci sia la facilità con cui la sua figura aderiva a un modello già elaborato e diffuso da secoli: un frate barbuto, burbero e penitente, la cui severità è temperata dalla generosità con cui dispensa i suoi prodigi. Entrambi sembrano ricevere il loro destino insieme al nome di battesimo: Forgione chiese di entrare in convento a 14 anni, Francesco "Ciccio" di Paola a 13 fu contattato in sogno da un frate che gli ricordò il voto fatto dai genitori, già in età avanzata: se avremo un primogenito lo consacreremo a Francesco d'Assisi. Già da bambino del resto gli era stato imposto per un anno il saio francescano, affinché guarisse da un'infezione agli occhi.

Nel 1429 entra quindi in un convento a Cosenza, ma vi resta solo per l'anno di prova, quanto basta per stupire i confratelli con un primo assaggio di effetti speciali: Ciccio si sta già esercitando a reggere i carboni ardenti nelle mani, è in grado di accendere le candele con un semplice sfioramento; a volte riesce a essere simultaneamente sia nella cappella sia nel refettorio (è la bilocazione, un altro grande classico di Padre Pio). Ma il saio dei francescani regolari gli sta troppo stretto, o troppo largo, a seconda dei punti di vista. L'anno successivo coinvolge i genitori in una specie di grand tour della spiritualità nell'Italia centrale: visita Assisi, Loreto, Montecassino, nonché ovviamente Roma, dove rimprovera un cardinale per i suoi abiti sfarzosi. Al suo ritorno, decide di fare il francescano in proprio, ritirandosi sui monti. È una scelta estrema e anche un po' pericolosa: non solo l'epoca d'oro degli anacoreti era tramontata da secoli, ma da almeno cent'anni le gerarchie ufficiali della Chiesa guardavano con sospetto a chi interpretava la povertà francescana in senso troppo letterale. Lo scontro tra frati conventuali e spirituali era terminato con l'espulsione di questi ultimi; altre esperienze borderline, come quella dei fraticelli, erano state represse con la spietatezza riservata alle correnti eretiche. La povertà era potenzialmente rivoluzionaria.

Ciccio in realtà non rischia niente finché nessuno si accorge di lui: le cose cambiano quando i cacciatori cominciano a parlare di un sant'uomo ritirato sulle montagne. Ai primi ammiratori che lo raggiungono, Ciccio impone un regime durissimo: niente carne né latticini o uova, una quaresima di trecentosessantacinque giorni che si aggiunge ai tre voti francescani (povertà, castità, obbedienza). Anche all'ispettore ecclesiastico inviato da Roma, Baldassarre de Gutrossis, Francesco non nasconde la sua dieta vegan. Questo regime è impossibile, gli obietta il prelato. Nulla è impossibile a chi ama Dio, ribatte Ciccio, prendendo in mano un tizzone ardente a mo' di dimostrazione. Baldassarre riparte in fretta per Roma, deposita una relazione entusiastica, e ritorna a Paola, dove aiuterà il santo verdurista a organizzare un vero e proprio Ordine. Quando l'approvazione del Papa arriva, nel 1474, Francesco ha quasi sessant'anni, e anche se tra la corte di Napoli e la Sicilia ha viaggiato molto più di quanto ci si sarebbe aspettato da un eremita, tutti si aspettano che termini i suoi giorni in uno degli eremi da lui fondati. E invece, nel 1782, l'imprevisto: Francesco riceve un invito che non può rifiutare, dal più potente regnante europeo, Luigi XI detto il prudente (Continua...)

martedì 1 aprile 2014

La fabbrica delle bufale

Qualche giorno fa un parlamentare - non ha importanza di che partito - ha esordito un discorso col memorabile sfondone Sarò breve e circonciso, reso celebre (credo) da Diego Abatantuono in Eccezziunale veramente. La gaffe è stata coperta dagli organi di stampa con molta più attenzione di quanta non meritasse, mettiamo, l'Accordo Commerciale Transatlantico. Ne riparlo soltanto perché domani è il primo aprile, e molti lo celebreranno pubblicando qualche bufala pescata in giro. È una tradizione ormai antica, e forse meno inutile di quanto sembri: un'occasione per esercitare la nostra capacità di distinguere il falso dal vero, e per identificare chi tra i nostri Amici o Contatti non ne è in grado: sono quelli che domani rilanceranno la bufala più smaccata senza accorgersene. E tuttavia.

E tuttavia proprio qualche giorno fa leggevo da qualche parte uno studio(*) che, partendo dall'impressionante mole di dati che mettiamo su internet, cercava di dimostrare da dove nascono le teorie del complotto. È una domanda interessante, anche perché chi se la pone rischia di ricadere nei confini della sua stessa ricerca (non si tratterà per caso di un complotto?)

Lo studio in questione ovviamente non commetteva quest'errore, anzi difendeva un'ipotesi affascinante: i complotti nascerebbero dai malintesi. Ogni tanto qualcuno su internet scrive una storia smaccatamente falsa, volutamente paradossale (ad esempio un popolo rettile extraterrestre ha invaso la terra secoli fa e si nasconde tra noi); qualcuno la legge, la apprezza, la segnala ai suoi contatti; la storia si propaga finché non incontra esponenti di quella minoranza statistica che non riesce a capire la differenza tra cronaca e fiction. Purtroppo sono più di quelli che crediamo, e se a loro manca il senso critico, non manca tuttavia l'energia per indignarsi e trasmettere la loro indignazione: una volta arrivata fino a loro, la storia si spoglia di tutti quei tratti che ci consentivano di identificarla immediatamente come finzionale, e viene irradiata sotto forma di storia vera, da condividere con chi non crede alla realtà ufficiale!!1!

Per intenderci: se oggi Jonathan Swift pubblicasse Una modesta proposta, tra qualche mese qualcuno su internet comincerebbe a parlare di un complotto di massoni irlandesi infanticidi e antropofagi. L'informazione arriverebbe a loro in modo talmente indiretto che sarebbero incapaci di riconoscere la fonte originaria anche se gliela mettessimo sotto il naso: costretti a leggere il testo di Swift, direbbero che beh, sì, è chiaro che Swift scherza, ma... sta soltanto coprendo qualcuno che i bambini li vuole cucinare lo stesso, ne ho sentito parlare su facebook.

Non so se le cose vadano sempre così; ma in certi casi mi è capitato di assistere a qualcosa di simile (continua sull'Unita.it, H1t#225).

sabato 29 marzo 2014

Capitan America prende a pugni i droni della NSA ma Scarlett è solo un'amica


Captain America - The Winter Soldier (Anthony e Joe Russo, 2014)

"E allora com'era il film?"
"Eh? Non male".
"Non male?"
"Ma sì, dai, salva il mondo come al solito, però in modo non banale, sono abbastanza soddisf..."
"Berlinguer?"
"Eh?"
"Non sei andato a vedere Berlinguer?"
"Ma certo, sì, naturalmente, sono andato a vedere Berlinguer".
"E salva il mondo in un modo non banale?"
"Beh, in un certo senso..."
"Ma è morto, Berlinguer".
"Non del tutto, no... in realtà è solo congelato, vedi... ogni tanto lo riattivano e gli fanno fare delle missioni speciali".
"Berlinguer".
"Ma nel suo cuore resta il ricordo struggente del suo amico che non seppe salvare, come si chiama..."
"Aldo Moro".
"E insomma il mondo ha ancora bisogno di eroi come lui, perché i nuovi politici hanno una visione semplificata dei problemi e minacciano di far decollare piattaforme sociali che distruggeranno..."
"Sei andato a vedere Scarlett".
"Ma che c'entra, scusa".
"Me lo puoi dire. Hai preferito Scarlett Johansson a un documentario su Enrico Berlinguer, per favore, ammettilo".
"Ma non è Scarlett... cioè c'è anche Scarlett, ma un film di Capitan America, ambientato al tempo dell'NSA, dei droni, presenta svariati motivi di interesse che..."
"Si spoglia in automobile anche stavolta?"
"No, maledizione".
"Tu lo sai, vero, che ti stanno prendendo in giro da... quanti film? Tre".
"Sono bei film se ti piace il genere. La Marvel sa veramente il fatto suo".
"Te la piazzano lì in tre scene e ti staccano un biglietto da dieci".
"Non l'ho visto in 3d. Anche se le traiettorie dello scudo magari meritavano".
"Lo scudo?"

"Capitan America ha uno scudo, è la sua arma e il suo simbolo, nonché una metafora dell'America tutta".
"Lo scudo".
"L'America è un bel ragazzo biondo che in qualsiasi parte tu ti trovi al mondo ha il diritto di ammazzarti, però con uno scudo".
"Perché gli americani si stanno soltanto difendendo".
"In realtà no, è più complesso di così. La vera minaccia è sempre interna. In tutti questi film ci sono due cattivi. Possiamo chiamarli il Burattinaio e il Burattino. Per esempio..."
"In Scarlett Johansson si infila un costume nero in macchina aka Iron Man 2 c'era Mickey Rourke".
"Ecco, Mickey Rourke in Scarlett Johansson si cambia in macchina ftg Iron Man faceva il Burattino. Parlava russo, sembrava matto. Anche Ben Kingsley in Iron Man 3. I Burattini sono sempre personaggi esotici con accenti strani".
"Stavolta chi lo fa il Burattino?"
"Un attore rumeno. Interpreta il Soldato d'Inverno, un'ex super-spia sovietica, come Scarlett del resto".
"Si baciano?"
"No. Nel film, cioè. Nel canone ufficiale succede".
"Nel... cosa?"
"Nella continuity, insomma, nei fumetti".
"Hai quarant'anni, ti rendi conto".
"I Burattini all'inizio sembrano la vera minaccia, e in un certo senso danno il sapore al film: per esempio questo è il film in cui Capitan America combatte contro il Soldato d'Inverno. Ma i Burattini non sono mai il vero nemico".
"Il vero nemico è il Burattinaio".
"Ovviamente. E il Burattinaio è sempre un Wasp, un americano bianco e biondo. Sempre".
"Vabbe', è la politically correctness".
"No, è più complicato di così. L'idea che nelle stesse radici della libertà americana si annidi il seme del male, il germe del nazismo..."
"Vabbe' ma se i cattivi sono tutti biondi dopo cinque minuti li scopri comunque".
"Magari i ragazzini ci mettono un po' di più".
"Ho visto che nel cast c'è Robert Redford, niente niente che..."
"SSsssst! Spoiler!" (continua su +eventi!)