martedì 16 dicembre 2014

Linguaggio nel pomeriggio

Ciao a tutti. Tra un'oretta a Fahrenheit (Rai Radio 3) si parla di editoria scolastica, e pare che ci sarò anch'io (se tutto va bene poi metto il podcast).

lunedì 15 dicembre 2014

(In tv) un altro Natale è possibile!

Prima o poi arriva per tutti il momento. Non importa quanti Natali abbiate già alle spalle, e quanti ne abbiate passati imparando a memoria Una poltrona per due, o Tutti insieme appassionatamente, o La vita è meravigliosa. Prima o poi arriverà, anche per voi, il momento in cui in cui sbadigliando sul divano vi accorgerete che vi si siete rotti le... come chiamarle... palle di Natale, ecco, quelle dell'albero ovviamente. Eppure un altro Natale è possibile. Ecco qualche titolo assolutamente natalizio ma un po' meno banale.

  • La vita sarà anche meravigliosa, ma alla lunga...

No, non farlo, non buttarti. Ci sono tantissimi altri vecchi film in bianco e nero che ti aspettano per infonderti tutta la natalizia gioia di vivere che ti serve. Persino in tv, se aspetti un po' o frughi col telecomando un po' più in basso, puoi trovare altre cose meravigliose: Angeli con la pistola è l'altro titolo di Frank Capra che finisce più spesso nel palinsesto, ma non è così rigorosamente natalizio. Comincia invece e finisce a Natale un altro suo capolavoro invecchiato benissimo, Arriva John Doe (Meets John Doe): è del 1941 e sembra parlare di noi. In tv passa di rado, ma è di dominio pubblico e quindi legalmente scaricabile da internet, che aspettate? Capra non è l'unico grande regista che potete ripassare con la scusa del Natale: un altro titolo consigliatissimo è Scrivimi fermo posta (The Shop Around the Corner, 1940) di Lubitsch, che ispirò C'è posta per te con Meg Ryan e Tom Hanks, ma non è proprio lo stesso campionato. Da lì puoi risalire a tutti i titoli di Lubitsch, tra i quali Vogliamo vivere (To Be or Not to Be), che purtroppo non è un film natalizio... ma se ancora non lo hai visto è un regalo bellissimo che puoi fare a te e ai tuoi cari.

  • Basta coi soliti cartoni animati!

E invece no! Senti che idea. Perché invece di guardarli un po' a caso, a seconda di quello che ti cucinano le televisioni o ti impongono i cuccioli di famiglia, non prendi il controllo della situazione e imponi una retrospettiva rigorosa? Una rassegna, per dire, di tutti i Pixar in senso cronologico, dal primo Toy Story a Monsters University? (magari integrati coi cortometraggi, soprattutto quelli del primo dvd che documenta gli epici primordi dell'animazione digitale). Se avete le vacanze lunghe (i vostri figli di sicuro), potreste anche cimentarvi in un'esperienza unica: tutti i film del canone Disney da Biancaneve a Frozen. Ok, tutti no. Se Taron e la Pentola Magica è introvabile c'è un motivo, e quelli musicali degli anni Quaranta non supereranno la prova-bambini. Oppure: tutti i film di principesse (compreso Pocahontas e Brave). Tutti i film di animali (Bambi,DumboBongoMr Toad). Può essere un modo per gustarsi i soliti cartoni e trovarne altri sorprendenti: perché magari la Carica dei 101 vi ha stufato, ma siete sicuri di aver mai visto La bella addormentata Red e Toby? Ehi, parliamo di capolavori.

  • Ho sempre adorato Una poltrona per due, ma ormai lo so a memoria. Cosa posso guardare?

Ti capisco. (Continua su +eventi!)

martedì 9 dicembre 2014

Woody Allen e la fabbrichetta dei sogni


Magic in the Moonlight (Woody Allen, 2014).

Dietro le quinte, l'illusionista è esausto. Ha montato quasi cinquanta spettacoli in quasi cinquant'anni, ha calcato le scene di New York Londra Parigi Roma San Francisco, e ancora non capisce cosa si aspettino da lui quando si alza il sipario. Trucchi nuovi non ne ha da vent'anni. Quelli vecchi li ha riciclati tutti cento volte, o mille, a un certo punto ha perso il conto. Più tardi ha smesso di preoccuparsene. Più tardi ha smesso anche di fingere di preoccuparsene. Ciononostante la gente continua a venire, quindi maledizione, toccherà inventarsi qualcosa anche quest'anno. Ma di basso profilo, per carità! Qualcosa che non stupisca nessuno - una commedia, è chiaro.

Ormai ogni volta che gli scappa di fare qualcosa di vagamente diverso, qualcosa che desti un interesse diverso dal solito, capitano guai. Si fa viva un'ex moglie o un'ex figlia, lo accusano di cose per le quali non è stato processato, anzi nemmeno indagato ufficialmente - la vita non è già difficile di per sé? Ci vogliamo davvero aggiungere questi periodici surplus di merda? Commedia, commedia, per carità. Qualche vecchio canovaccio, controlliamo se non l'abbiamo già usato negli ultimi dieci anni? Ma no, chissenefrega (Whatever Works è del 2009, ma la sceneggiatura è molto più antica). Ci mettiamo un prestigiatore, da quand'è che non usiamo un prestigiatore? Dal 2006? Neanche male. Del resto vorrei vedere voi, un film all'anno da quasi cinquant'anni. Cosa ci venite a fare? Cosa vi aspettate ancora, a parte lo spettacolo di un vecchio zio che invecchia in tempo reale - lo trovate rassicurante? L'illusionista non lo trova così rassicurante.

Anche lui, che credete, vi sta guardando ingrigire. Siete quelli che una volta venivate a farvi due risate raffinate. Gli stessi che da un certo punto in poi hanno cominciato ad avere pretese esagerate, a pomparsi con Bergman, con Antonioni, a citare MacLuhan in coda al botteghino. Quelli che negli anni Ottanta cominciavano a sentirsi stretta la pelle che indossavano e fantasticavano di cambiarla, e di uccidere l'amante molesta, quelli che negli anni Novanta si sarebbero portati le puttane ai funerali, quelli che da un certo punto in poi si sono stancati anche di far finta di non essersi stancati di far finta. A gente come voi va somministrato un film tranquillo; se lo ambienta nei soliti anni Venti sembrerà un Poirot televisivo, da subire sonnecchiando sul divano. Macchine d'epoca, Jazz di New Orleans, illusionismo e spiritismo - vi fa secchi in sala dopo una mezz'ora, scommettiamo? Se è proprio quello che volete. Ed è quello che volete, evidentemente. (Continua su +eventi...)

mercoledì 3 dicembre 2014

Zuckerberg è triste xke' vuoi le foto indietro

http://www.ilpost.it/2014/12/02/messaggio-privacy-bufala-facebook/
Un'altra cosa che dovremmo fare a scuola è prevenzione del cyberbullismo, un nome sofisticato e respingente che sta a significare che se lasci il tuo telefono in tasca senza pin, il tuo compagno se lo porterà in bagno, scaricherà tutti i tuoi selfie, venderà le pose migliori a una webagency che cerca foto acqua e sapone per reclamizzare cure omeopatiche antibrufoli e posterà le più piccanti su un pedoforum. No, non lo farà.

Ma potrebbe.

Ma in realtà non c'è nemmeno bisogno, perché in un'altra scuola qualche anno fa - forse avete già visto il film - un ragazzo un po' più sfigato degli altri ha pensato: sfilare i telefoni dalle tasche delle ragazze è troppo sbatti, sai che farò? Le convincerò a mandarmi le foto direttamente a casa, su un sito molto cool che aprirò. Prima dovranno sottoscrivere un contratto lunghiiiiiiissimo e illeggibile in cui c'è scritto che qualsiasi cosa mi mandano diventa mio, e posso farne ciò che voglio, e anche dei loro figli e dei figli dei loro figli fino alla settima generazione. No.

Ma potrei farlo.
E loro lo sottoscriverebbero lo stesso.
Basta premere "OK".

Quel sito - lo sanno tutti - è diventato Facebook, lo sfigato si chiama Zuckerberg e adesso è miliardario. Quindi non si tratta tanto di andarsi a leggere il contratto - ché lo cambiano in continuazione, e noi ogni volta premiamo "OK" e non lo leggiamo mai - ma di assorbire il concetto: quella non è l'Internet liberata di cui si parlava fino a qualche anno fa, quello è il sito di Zuckerberg: e sta ben tranquillo che anche se Zuckerberg tiene in un posticino ventilato su un server tutte le foto del battesimo di tua nipote senza farti pagare un cent, questo non fa di lui un benefattore dell'umanità. Questo fa di lui, semplicemente il tizio che possiede le foto del battesimo di tua nipote. Tu le hai scattate, tu gliele hai regalate, lui le possiede. Tutte le volte che le vuoi vedere, lui è così gentile da mostrartele nello stesso ordine in cui gliele hai mandate tu: è una gran concessione che ti fa. Ma se un giorno volesse venderne una a un pubblicitario che cerca un testimonial per un omogeneizzato, o a un artista concettuale che vuole creare un enorme gallery di bambini brutti, lui... lui probabilmente non lo farebbe.

Ma potrebbe.

Forse sta scritto nel contratto che hai sottoscritto. Forse no, ma potrebbe riscriverlo domani e passarti una notifica nell'angolino: "Ehi, ho cambiato le norme sulla privacy, me le sottoscrivi? Mi raccomando, eh, leggile". E tu premerai OK. Ci fosse scritto "Cedo il mio primogenito", tu premeresti OK lo stesso (è successo), perché vai di fretta e vuoi solo sapere come stanno i tuoi amici e se X si è accorto che ti sei ricordato del suo compleanno.

Allora noi a scuola questa cosa stiamo cominciando a spiegarla, nella speranza che poi i ragazzi vadano a casa e la spieghino a voi genitori che francamente a volte fate cadere le braccia. No, non sto dicendo di te. No, nemmeno di te. Ma li avrete visti anche voi quelli che l'altro giorno postavano il seguente messaggio:

A causa del fatto che Facebook ha scelto di includere un software che permette il furto di informazioni personali, dichiaro quanto segue: oggi, giorno 25 novembre 2014, in risposta alle nuove linee guida di Facebook e articoli l. 111, 112 e 113 del Codice della proprietà intellettuale, dichiaro che, i miei diritti sono associati a tutte le mie informazioni personali, dipinti, disegni, fotografie, testi, ecc… postati sul mio profilo. Per l’uso commerciale di quanto sopra, è necessario il mio consenso per iscritto in qualsiasi momento.

E blablablà. E guardate che non erano ragazzini. Io tra gli altri ho intravisto un professore universitario. Pure lui evidentemente non ha mai dato tanta importanza al contratto che ha sottoscritto per accedere a Facebook; pure lui ha copincollato "articoli 111, 112 e 113 del Codice della proprietà intellettuale" senza perder tempo a chiedersi se tale Codice in Italia esista (non esiste); anche lui, dall'improvviso ha sentito la necessità di reclamare dei "diritti" sulle "informazioni personali, dipinti, disegni, fotografie, testi, ecc..." che per anni ha regalato a Zuckerberg; e ci ha fatto sapere che da questo momento in poi Zuckerberg per usare la roba sua sul suo server dovrà chiedergli il suo "consenso per iscritto", nientemeno.

Immaginatevi la disperazione, in quel momento, sul volto di Zuckerberg.

Inconsolabile.
Ma come, dopo tutte le foto di bambini e i video di gatti che abbiamo condiviso, mi lasci così? È davvero molto triste. E dici che adesso io non posso più sfogliare il book di tua figlia e vendere gli scatti migliori a una webagency che cerca foto acqua e sapone per reclamizzare i servizi di prostitute di prossimità? No, dai, scherzo, non lo farei mai.

Ma credi che non posso?

lunedì 1 dicembre 2014

Cosa fa il tuo prof oggi pomeriggio?

Fa molto reality La7 anni '00, una cosa tipo
"Prof per un giorno" o "Tata Lucia va al liceo".
Non siamo topolini (forse)

I nostri insegnanti sono pagati poco o troppo? Ci sono tanti modi di rispondere, quasi tutti sbagliati. Possiamo confrontare i loro mensili con quelli di altri paesi europei, o dei metalmeccanici italiani. Possiamo contare le ore di lezione e confonderle con le ore di lavoro, come fanno spesso i giornalisti e a volte anche qualche tecnico al ministero. Possiamo lamentarci che non ci sia meritocrazia e che gli insegnanti non si possano licenziare (chi parla di meritocrazia spesso ha più in mente i licenziamenti che gli emolumenti). Possiamo parlarne in tanti modi; proviamo a parlarne partendo da un angolo diverso, raramente illuminato dalla discussione. I pomeriggi. Cosa fanno gli insegnanti in questo esatto pomeriggio (mentre, in teoria, li paghiamo)? Dipende. Voi cosa vorreste che facessero?

Li preferireste intenti a organizzare lezioni, o a riempire la lavatrice e brandire il ferro da stiro? Chini a correggere i compiti dei vostri figli, o in giro a scortare i propri al parco? Seduti in prima fila a un corso d’aggiornamento come si deve, o in casa a dare lezioni di latino in nero a studenti che non sono più i vostri figli? E però, diciamola tutta, i soldi per una collaboratrice domestica, o di una baby sitter, un docente statale non li ha. E quindi al pomeriggio dovrà pulire, lavare, stendere, badare alla prole. Oppure potrebbe ingegnarsi e guadagnare qualche soldo in più, con lezioni o con altri lavoretti. In ogni caso, molto del tempo che in teoria dovrebbe dedicare a vostro figlio, anche a distanza, molti insegnanti lo impiegheranno in un altro modo. Non perché sia giusto, e nemmeno perché sia necessario: semplicemente perché conviene. La dura legge del mercato, la mano invisibile, quelle cose lì. E quindi: i nostri insegnanti sono pagati poco o tanto? Diciamo non abbastanza perché molti di loro abbandonino le loro attività part-time.

Siccome le cose vanno così anche da prima della legge Casati, è difficile immaginare che cambino in futuro. Abbiamo sempre dato per scontato il doppio status maestra-casalinga di chi ha allevato noi e i nostri figli. Abbiamo sempre chiuso un occhio di fronte a uno dei più fiorenti traffici in nero, quello delle lezioni private. Abbiamo lottato per salvare materie anacronistiche - il latino, il greco - col pretesto che ‘aprono la mente’ e formano la classe dirigente… fingendo di ignorare che le lingue morte sono soprattutto le galline dalle uova d’oro di tutti i prof che ti rifilano un quattro al mattino e ti scuciono cinquanta euro per una ripetizione al pomeriggio. C’è un tacito patto, tra noi contribuenti e la classe docente italiana, una cosa che nessun sindacalista o ministro si è mai sognato di mettere per iscritto: noi vi paghiamo poco, voi al pomeriggio siete liberi di fare altro. Tra gentiluomini - e gentildonne - ci si capisce al volo. È una verità un po’ fastidiosa, autoevidente ma sempre dietro l’orizzonte della discussione.

Eppure bisogna tirarla fuori, ogni tanto, perché altrimenti si comincia a parlare di meritocrazia come fosse una cosa seria. In questi giorni magari avrete sentito parlare della Buona Scuola di Renzi, e di come voglia portare nelle nostre aule sorde e grigie la meritocrazia. Premesso che la meritocrazia è una cosa bellissima, in cosa consiste essenzialmente per Renzi e i suoi? Ovvero: chi volesse rinunciare ai suoi part-time e magari anche ai lavoretti domestici, cosa otterrebbe in cambio? Uno scatto di sessanta euro al mese ogni tre anni. Una frazione di quello che in passato veniva corrisposto automaticamente a ogni insegnante - un vecchio residuo dei lunghi anni dell’inflazione, quando si dava per scontato che mettendo su famiglia e poi invecchiando un insegnante avrebbe dovuto affrontare spese sempre maggiori, e si cercava di temperare la cosa con scatti e scalette più o meno mobili.

Sarà che da un po’ di tempo siamo quasi in deflazione - una cosa che i nostri padri consideravano meno naturale dell’antimateria - sarà che oggi tutti si riempiono la bocca di meritocrazia, fatto sta che questa idea di premiare tutti gli insegnanti indistintamente, bravi o scarsi che siano, appare alla nostra sensibilità quasi perversa. È come premiare l’inerzia, la semplice sopravvivenza; non va bene! Bisogna invece premiare il merito. Non è nemmeno così importante chiarire cosa il merito sia, e chi lo debba giudicare (la “Buona scuola” si fida parecchio del parere dei presidi); importa che di questo merito ce ne sia poco. È una regola fondamentale dell’economia: un bene, per essere ambito, dev’essere scarso. Qualunque cosa sia il merito, si postula dunque che tocchi soltanto al 66% dei docenti. Loro avranno gli scatti, gli altri no. Uno su tre resterà al palo, ma quel che importa è che tutti e tre dovranno lottare. Con che strumenti? Non è così importante. Si ingegneranno: inventeranno progetti, frequenteranno corsi su corsi, verranno a scuola al pomeriggio ma non per correggere i compiti dei vostri figli (non sarà la priorità); piuttosto per acquisire crediti “didattici”, “formativi” o “professionali”.

È un sistema evidentemente sperimentato in laboratorio. Si mettono tre cavie in una cassetta. Se metti sul fondo della cassetta tre piattini con un po’ di cibo, ogni cavia trotterà verso il suo piattino. Se ne metti solo due, le cavie accorreranno molto più velocemente. Risultato: tu hai risparmiato del cibo, e i tre topolini si sono messi a lavorare più sodo. Semplice, geniale. Perché non dovrebbe funzionare con la scuola pubblica? (continua sul Post!)

domenica 30 novembre 2014

Downey Jr senza maschera

The Judge (David Dobkin, 2014).

Hank Palmer (Robert Downey Jr) è il classico avvocato di successo di Chicago, che all'inizio del film sta pisciando in un classico pisciatoio di tribunale di Chicago. Entra il diavolo, no, pardon, entra David "Numb3rs" Krumholtz a cui toccherà un premio per essere ingrassato di trenta chili per un cameo di tre minuti - e gli chiede: ma non sei stanco di guadagnare un botto di soldi, di guidare belle macchine vivere in belle case e divorziare da belle mogli, solo per garantire la libertà a ricchi criminali? No non sono stanco, risponde Hank scrollandosi. Ma indovinate? Sta mentendo.

Se questo film ha un merito, è di mettere subito le cose in chiaro. Ci saranno tribunali e giurie, avvocati di città e avvocati di provincia, un figlio che vorrebbe essere apprezzato dal padre che vorrebbe essere rispettato dal figlio. Un Avvocato del diavolo senza diavolo, un Iron Man senza lamiere (se guardate bene Downey fa le stesse faccette, ha lo stesso Edipo conflittuale; l'apprezzabile differenza è che invece di sparare raggi gamma dai pugni, sparge in sede dibattimento ragionevoli dubbi su tutti gli indizi probanti). Una versione procedurale di Doc Hollywood - Dottore in carriera e di qualche Grisham a caso, un frullato di tanti film che abbiamo visto volentieri più o meno tra il 1984 e il 2004, e che avremmo visto ancor più volentieri se ci avesse recitato Robert Downey Jr - che però per un motivo o per un altro non c'era quasi mai, ed è una cosa che a ripensarci ti fa incazzare. Allego la lista dei film interpretati da Robert Downey Jr negli anni Dieci. 2010: Iron Man 2, Parto col folle (con Zach "Hangover" Galifianakis); 2011: Sherlock Holmes 2. 2012: The Avengers. 2013: Iron Man 3. Vogliamo dire, con tutto il rispetto per i supereroi Marvel e per Guy Ritchie, che questo è il suo primo tentativo di film serio del decennio? E vogliamo dire che è un enorme peccato? (continuiamo a dirlo su +eventi!)

venerdì 28 novembre 2014

Adesso è stanchino, dice

Beppe Grillo poteva scegliere di passare alla storia come uno degli artisti di popolo più importanti e influenti a cavallo tra due secoli; degnissimo erede di una tradizione di predicatori itineranti che comincia con Savonarola o Bernardino da Siena, e di monologhisti comico-tragici che ha il suo apice in Giorgio Gaber. Incidentalmente, il titolare dell'unico blog italiano di una qualche rilevanza.

Trasferendosi in politica, poteva ancora scegliere di essere ricordato come l'uomo che aveva fondato un partito dal nulla al ventotto per cento - come Berlusconi vent'anni prima - e che a Berlusconi aveva assestato l'invocatissima spallata finale. Beppe Grillo però non ha mai veramente smesso di fare il comico, e non ha mai cominciato a fare vera politica. Sarà ricordato soprattutto per aver conquistato nel 2013 la fiducia di un buon quarto degli elettori italiani, senza sapere cosa farci.

Così come l'ha conquistata l'ha buttata via senza nemmeno giocarci, come uno di quei giocattoli invocati per Natale e che non escono più dalla scatola dopo Capodanno. Dopo aver messo fuori gioco Bersani; auspicato e assistito alle larghe intese tra Berlusconi e il Pd, benedette da quel Giorgio Napolitano di cui avrebbe potuto evitare la rielezione; dopo aver visto affermarsi nel Pd la leadership più adatta a un progetto centrista; dopo aver monopolizzato una larga fetta di elettorato malcontento, imponendogli i candidati estratti al bingo della "Rete", o del "Portale"; dopo aver buttato fuori, con pretesti più o meno risibili, qualsiasi esponente del Movimento che minacciasse di costruirsi un consenso vero, al di fuori del suo giochino; dopo avere nei fatti impedito che il voto di un buon quarto degli elettori italiani servisse a qualcosa; dopo aver combinato questo mirabile capolavoro, adesso Grillo dice che è stanchino, e smolla il pacco ai primi cinque subalterni che si trova nel corridoio. A rifare il Movimento ci penseranno loro, lui è stanchino.

E i meetup? Gli attivisti? Gli iscritti? Se proprio insistono per dire la loro, possono votare sì per il listino bloccato. Molti elettori non sono stati ad aspettare il finale della farsa, e si stanno riorientando verso quella destra pop-razzista che Grillo ha sempre usato come spauracchio: se non ci fossi io ci sarebbero i neonazisti. Come dire: non saremo un granché, ma almeno non siamo Hitler. No, in effetti Grillo non è stato Hitler; del resto per guidare un piccolo partito populista attraverso le oscurità del primo dopoguerra fino al successo elettorale del '33 serviva una determinazione che Grillo non ha mai avuto in vita sua.

Che almeno la sua parabola possa servire come esempio per tutti quei movimentisti che dai Novanta in poi hanno rifuggito come Satana qualsiasi concetto di leadership: volevate movimenti perfettamente orizzontali, non volevate capi, non volevate volti, e avete visto il consenso coagularsi intorno all'ultima figurina ex televisiva disponibile sul mercato. Volevate la democrazia digitale e vi siete trovati il sito di Beppe col colonnino trucido. Meno male che era un cialtrone; il primo ad annoiarsi di sé stesso. In futuro non saremo necessariamente così fortunati.

giovedì 27 novembre 2014

Del ridursi a sperare in Silvio; nella sua ragionevolezza

Con quella sua faccia sempre più di cera, tesa dietro gli occhialini da pokerista non vedente; con le sue condanne in via definitiva e la fidanzatina col guinzaglio; col suo partito sempre più leggero, tanto simile a una squadra che dopo aver vinto tutto si è stancato di pagare; col suo impero di antenne sempre fragile, sempre a un passo dall'invasione dei barbari, eppure dopo quarant'anni è ancora lì; ma come si deve sentire Silvio Berlusconi al pensiero che se volesse, se solo volesse, potrebbe davvero riprendersi l'Italia in un paio di mosse - neanche particolarmente astute. E come dobbiamo sentirci noi, a dover dipendere dalla sua ragionevolezza, dal senso di responsabilità di un tizio che racconta scemenze allarmiste sull'Ebola in diretta.

E vorrei tanto sbagliarmi, ma davvero, è così fragile il filo che tiene Matteo Renzi appeso alla sua macchina teatrale di leader della nazione; così debole il suo consenso, fatto ormai più di gente che si astiene che di gente disposta a votare per lui. Basterebbe un nonnulla, un piccolo colpetto, un ago di bilancia, per disarcionarlo e riportare una destra di popolo al potere; e Berlusconi è molto più di un ago. Non è più Van Basten, siamo tutti d'accordo; forse non avrebbe neanche più i soldi per comprarselo; ma oggi il campionato in Italia si vince con molto meno. Se Renzi non è il fenomeno carismatico e politico che a un certo punto abbiamo tutti sperato che fosse (anche i suoi oppositori, per avere almeno qualcosa di interessante a cui opporsi), Salvini è, con tutta la più buona volontà, un calzino rattoppato che può credersi qualcuno soltanto nel Paese delle mezze calze. I media credono in lui come si crede al campioncino del momento, quello che ha infilato tre gol in tre partite e in primavera starà già annaspando. Bossi ha deluso, Grillo ha deluso, Renzi è quel che è, buttiamoci su Salvini. È una bolla come un'altra, potrebbe scoppiare da un momento all'altro; ma se invece Berlusconi volesse investirci davvero? Non avrà i soldi del '94, ma - no, aspetta, nel '94 aveva forse più debiti che adesso. L'asta poi rischia di andar deserta, l'Italia oggi vien via per molto meno.

Attenzione, non basta misurare la popolarità attuale di Salvini e moltiplicarla per i ripetitori di Silvio Berlusconi. Bisogna anche calcolare cosa succederebbe dal momento in cui Renzi smettesse di essere, per la stampa e per le tv mediaset, quel simpatico bischero con tanta genuina voglia di fare che può andare da Barbara D'Urso a vendersi gratis. Dopo che Corriere, Repubblica e a momenti anche la Stampa hanno voltato le spalle, nel momento in cui metà dell'etere nazionale cominciasse a pompare un Salvini cacciazingari ma dal cuore d'oro, anti-euro ma con giudizio, e Renzi si ritrovasse davvero solo col suo twitter. Tutto questo magari all'indomani del varo di una legge elettorale concepita per regalare legislativo, esecutivo e quirinale a chiunque arrivi primo, e il secondo a casa. Quanto spero di sbagliarmi quando penso che da uno scenario del genere, in sostanza un sogno bagnato di Borghezio, mi separa soltanto la coscienza di un uomo.

Un uomo con quella faccia di cera e gli occhialini da pokerista cieco, e la ragazza trofeo col cagnetto; un tizio che non è detto che abbia una coscienza - non quella che io chiamo coscienza - ma posso soltanto sperare abbia ancora quel tanto di raziocinio da capire che appaltare la baracca a Casa Pound e avviare procedure per l'uscita dell'euro (anche solo per finta) non conviene, per primo, neanche a lui e alle sue aziende. Non mi aspetto che abbia a cuore il destino dell'Italia e dell'Europa; ma almeno delle sue aziende.

Poi penso a come ha lasciato ridurre il Milan, e davvero, mi preoccupo.

Perché dietro a quegli occhialini e quella faccia di cera potrebbe pure esserci qualcuno che a questo punto ci odia - non gli mancherebbero i motivi; qualcuno ben disposto a lasciarci distruggere, anche solo per dimostrare ai suoi figli che lui, solo lui era il migliore, e senza di lui nessuno sarà mai più buono a combinare qualcosa.

(PS: anche per questo motivo, io ritenevo e ritengo che Cologno dovrebbe essere distrutta).

martedì 25 novembre 2014

La gente è stanca anche di essere stanca


Da una parte, un Renzi ormai prigioniero del suo garrulo personaggio, pronto a esultare per aver "strappato alla dx" una regione come l'Emilia-Romagna, mai governata dalla destra in tutta la sua storia, al punto che ti immagini da un momento all'altro parta la musichetta dello spot: Ti piace vincere facile? Dall'altra, i grandi teorici dell'astensionismo, questo fiume in piena che presto sconvolgerà il sistema. Non stavolta, la prossima volta. È sempre la prossima.

Hanno ovviamente tutti torto, e la ragione non sta nemmeno in mezzo. Renzi non è l'asso pigliatutto che sperava di essere: non l'uomo di una provvidenza che non è che si stia dando tutto questo daffare per noi. Non siamo in uno di quei momenti storici in cui il popolo intravede in un individuo il concretarsi del destino collettivo. Piuttosto in uno di quei secoli bui in cui il potere è un po' di chi se lo piglia, di chi passava nel palazzo in quel momento in cui i pretoriani fanno fuori il Cesare pazzo e nessun altro accetta di farsi acclamare. Se vince è perché intorno non c'è nessuno veramente intenzionato a contendergli il potere: quelle forze che per esempio nel '94 stopparono bruscamente l'avanzata dei Progressisti di Occhetto mobilitando quotidiani, televisioni e confindustria, trent'anni più tardi non sanno veramente che fare, dove piazzare quei due spicci che gli sono rimasti. Di Renzi non è che si fidino un granché, ma all'orizzonte non vedono nient'altro - e del resto, se avessero gli occhi buoni, le squadre di calcio che ancora si comprano non traboccherebbero di brocchi. Se l'unico progetto alternativo diventa quello folkloristico che l'onorevole Borghezio coltiva da una vita - l'alleanza tra leghisti al nord e postfascisti al centrosud col pretesto del no euro - è abbastanza chiaro che la partita è chiusa, bom xibom xi bombombom. E tuttavia seicentomila voti in Emilia-Romagna sono assolutamente scalabili, come erano scalabili gli undici milioni delle europee di maggio. Il fatto che oggi non ci sia un solo centro di potere interessato a coalizzare un po' di consenso contro Renzi e risvegliare milioni di elettori di centrodestra in sonno, non significa che andrà sempre così.

Quanto all'astensionismo: se davvero credete che abbia un significato e che significhi protesta, Renzi ve lo meritate per altri mille anni. In Emilia-Romagna un Pd colluso e appesantito da scandali, in seguito alle dimissioni di un presidente condannato in appello, ha proposto ai suoi elettori un candidato non eccezionalmente brillante, che malgrado lavori in quel partito da una vita è apparso anche stavolta scarsamente a suo agio, come catapultato all'ultimo momento e contro la sua volontà. Se avessero voluto davvero bocciarlo, gli emiliani avrebbero potuto fare molte cose. Andare alle urne e votare il candidato della Lega, o quello del M5S o della sinistra di area Tsipras, o di una lista civica, o persino dell'NCD. Se la maggioranza degli emiliani non ha fatto nessuna di queste cose; se la maggioranza degli emiliani ha preferito stare a casa, forse alla fine non sono così delusi e arrabbiati come voi credete che siano.

Voi magari siete delusi e arrabbiati; la gente che conoscete sui social network vi potrà sembrare delusa e arrabbiata; i talk show che preferite guardare in tv vi rimbalzeranno immagini di gente delusa e arrabbiata; forse vi basterebbe dare un'occhiata ai dati di ascolto per scoprire che nel frattempo c'è un sacco di gente che si guarda la fiction, o il reality, e i video di gatti su facebook (che per inciso sono sempre più belli, e molto più intelligenti di qualsiasi editoriale del Fatto Quotidiano). Un'enorme massa critica di gente che magari se glielo chiedi ("Sei arrabbiato?") ti risponderà di sì, per non ferirti. Ma arrabbiato al punto di alzare il sedere, cercare il tesserino e andare a votare un qualsiasi avversario del Pd, evidentemente, no.

Il Pd peraltro sarà anche quel partito di inquisiti che dite; ma se invece di approfondire la pluridecennale collusione con le cooperative dei costruttori e della grande distribuzione continuate a insistere con scemenze come il rimborso di un vibratore; se davvero credete che l'elettore medio emiliano-romagnolo si scandalizzi per un vibratore - beh, siete molto meno "gente" di quel che credete di essere. Non è che abbiate torto, quando ripetete che la gente non ne può più, che la gente è stanca. È che dovete accettare di essere parte dello stesso quadro, e che la gente a questo punto è stanca anche di voi. Cambia canale e non vi vota. Bon Xibom Xibombom.

lunedì 24 novembre 2014

E se Renzi non c'entrasse niente (con l'Emilia-Romagna)?

Emily tries, but misunderstands. 

Capisco benissimo che alla maggior parte degli italiani non freghi poi molto di quel che succede in Emilia-Romagna o Calabria, a meno che non coinvolga Renzi; e se c'è stata una frana di affluenza al voto, sarebbe tanto bello riuscire in qualche modo dimostrare che l'ha causata Renzi; che corrisponde a quella frana del consenso nei confronti di Renzi che tutti si aspettavano. La stagione del resto va avanti da un po'; sappiamo tutti che a questo punto dell'arco narrativo Renzi dovrebbe essere in grossa difficoltà; abbiamo tutti seguito con molto interesse la schermaglia con Landini, il Corriere boicotta apertamente e persino la Stampa comincia a lanciar frecciate, insomma è tutto pronto per una pausa natalizia col cliffhanger, il finale a sorpresa. Sarebbe oltremodo antipatico venir qui a dire che no, Renzi non c'entra quasi niente, o che anche se c'entra non è la cosa più interessante.

Facciamolo.

She's often inclined to borrow somebody's dreams 'till tomorrow.

Come tutti sappiamo, ci sono due Pd in costante lotta tra loro, più o meno da quando è nato il Pd. In questo momento stanno vincendo i veltroniani, che hanno trovato in Renzi il loro primo vero campione. L'uomo dei renziani in Emilia-Romagna è Stefano Bonaccini. Prima di loro però il Pd emiliano era saldamente in mano agli ex diessini della ditta bersaniana, capitanata da Stefano Bonaccini. Dunque, se anche volessimo ammettere che la disaffezione al voto sia causata dalla crisi del Pd, di quale Pd staremmo parlando? Bonaccini li rappresenta tutti e due (Bonaccini peraltro ha sempre dato la sensazione di poter perdere anche correndo da solo). Si potrebbe anche accusare Renzi di aver predicato la rottamazione e razzolato avanzi di apparato, proprio nella regione dove la collusione con cooperative e altri potentati è più forte. Se proprio dobbiamo accusare Renzi di qualcosa. Io rimango del parere che chi si stufa di Renzi può benissimo andare al seggio e votare qualcun altro, come stavolta ho fatto io. La maggior parte degli emiliani non ha fatto questo. La maggior parte degli emiliani non è andata a votare. E siccome è sempre stata una delle regioni con le percentuali di affluenza più alte, siccome tra i votanti comunque il Pd tiene, viene da domandarsi: ma gli emiliani lo sapevano, che domenica si votava?

Queste elezioni anticipate, causate dalle dimissioni di Vasco Errani (condannato in appello per falso ideologico), sono le prime regionali emiliane sganciate da qualsiasi altra consultazione. Tutte le altre volte che ci è capitato di votare per il consiglio regionale e il presidente, stavamo anche votando per le province o i comuni. È abbastanza normale che le elezioni comunali siano più sentite: sono quelle più combattute a livello locale. Tutti conosciamo di vista almeno un candidato; in piazza c'è sempre qualcuno con un volantino da lasciarci, ecc. Le elezioni nazionali, e ancor di più le europee, sono meno dibattute in piazza, ma possono contare sull'irradiamento di tv e altri media. Cinque mesi fa, alle europee, gli emiliani furono tra gli italiani che votarono di più, mancando la soglia del 70% di un misero 0,02. Solo gli umbri fecero di meglio (un mezzo punto in più). Agli emiliani piace votare, se sanno che si vota. Stavolta forse semplicemente non lo sapevano. Nessuno aveva molto interesse a farli affluire alle urne, a parte Salvini - ma anche Salvini sta ancora scaldando i motori.

Put on a gown that touches the ground
Float on a river for ever and ever
Emily, Emily...


La tv non ne parlava. I giornali poco, del resto chi li compra più. Notiamo en passant che il Pd aveva due quotidiani di riferimento, L'Unità ed Europa, e li ha lasciati chiudere senza troppi pensieri - tanto c'è twitter. Ma twitter mi tiene in contatto con Roma o New York, mica col mio vicino di casa. Ok, per quello c'è il citofono, e il volantino, e il quotidiano locale o il giornalino super-locale. Ma la regione su questi mezzi urbani non viaggia. È troppo grossa per il volantinaggio, e troppo piccola per interessare la tv. Alla fine ci si riduce a chiamare Renzi perché con Renzi arriveranno le telecamere nazionali, ed è con quelle che speri di raggiungere il tuo elettorato: passando da un satellite e dalla Rai di Roma. Questo magari è un problema più in certe regioni, che hanno un'identità più labile di altre - l'Emilia-Romagna è un insieme di province che storicamente hanno sempre preferito stare per i fatti loro. Magari altrove non è così, ma per un parmense o un ravennate l'idea che molte cose si decidano a Bologna continua ad apparire surreale - e un po' lo è. Aggiungi che c'è la crisi, e che per certe campagne perse in partenza alcuni proprio non hanno più intenzione di aprire la borsa - se ci lamentiamo della disaffezione dei piddini, cosa dire di quella dei forzisti, o degli stessi grillini? La Lega invece va forte, ok, ma sta semplicemente raccattando tutto il disagio sociale a destra di Renzi, M5s compreso. Potrebbe anche andare più forte di così, e invece il Pd tiene.

Una delle prime (e poche) cose che Renzi ha fatto una volta al governo è stata abolire le elezioni provinciali - in realtà no: le ha trasformate in elezioni indirette, di secondo grado: sono i rappresentanti eletti dei comuni a eleggere consiglieri e presidenti provinciali. Così si risparmia qualche soldo e si ha un'occasione in meno per lamentarsi della disaffezione degli elettori. I francesi qualche anno fa hanno fatto l'opposto: sbaraccato le elezioni regionali, trasformandole in consultazioni di secondo grado. Io avrei seguito l'esempio francese: le province mi sembrano insiemi più definiti delle regioni. Ho sempre trovato più sensato votare per un mio rappresentante in provincia, piuttosto che mandare a Bologna qualcuno che sicuramente non conosco. Ma a un certo punto le province sono diventate un simbolo della cattiva gestione della cosa pubblica, e così addio province. In realtà i veri scandali sono sempre scoppiati nelle regioni, e in fondo non è difficile capire il perché. La regione è il punto cieco della politica italiana: noi di solito ci interessiamo degli intrighi di palazzo a Roma, o delle beghe di condominio e di municipio. La regione sta nel mezzo, ci passano parecchi soldi ma non interessa quasi a nessuno. Che si può fare?

In futuro probabilmente capiterà a qualche presidente di regione di dimettersi in anticipo con qualche scusa, per agganciare al volo qualche altra consultazione nazionale e non essere penalizzato dall'astensione. Sempre ammesso che l'astensione li penalizzi: se guardo in questo momento i parziali, non mi sembra che Bonaccini abbia poi così da lamentarsi. Un dato superiore al 45% mesi fa se lo sarebbe sognato, e pazienza se neanche un terzo degli aventi diritto ha votato davvero per lui. Non votare è un altro modo di dire di sì a chiunque vinca le elezioni: chi non voleva davvero Bonaccini, doveva fare il piccolo sforzo di entrare nel seggio e scegliere qualcun altro. Non è andata così, neanche stavolta. Forse per merito di Renzi, forse nonostante lui; ma Renzi o non Renzi, il Pd queste elezioni le ha vinte.

There is no other day
Let's try it another way
You'll lose your mind and play
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See Emily play

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