mercoledì 27 luglio 2016

Rondolino contro il bullismo

Sto per andare in ferie e vorrei prima sgravarmi un po' la coscienza, ripristinare il kharma, trovare qualche buona parola per qualcuno che ho trattato troppo male, uno a caso: Fabrizio Rondolino.

Stamattina ha pubblicato un pezzo molto condivisibile sull'Unità, a proposito di uno dei principali vizi della comunicazione politica contemporanea: il bullismo. Ne ricopio qui sotto ampi stralci, senza commento perché davvero, è tutta roba sacrosanta e (si intuisce) sperimentata sul campo. Aggiungo solo delle immagini prese a caso dal web - sapete come facciamo noi blogger, se non piazziamo qualche figura qua e là non ci legge nessuno.

Le parole sono state inghiottite dagli insulti, ridotte al silenzio, espulse insieme al ragionamento e alla riflessione dal dibattito pubblico. Non solo: dall’innocuo e persino romantico calcio nel sedere che Togliatti si augurava di poter assegnare a De Gasperi durante la campagna elettorale del 1948 si è passati oggi a minacce di morte, oscenità da angiporto, apprezzamenti fisici, sessismo e razzismo, cattiverie e meschinità inaudite.




L’impiego sistematico e smodato dell’insulto ottiene due risultati principali: il primo, naturalmente, è quello di galvanizzare l’ascoltatore, neutralizzandone il cervello per puntare, come si usa dire, alla “pancia”. Si fa cioè leva sugli aspetti peggiori della nostra personalità, sul nostro rancore e sulla nostra rabbia, sul residuo ferino che cinquemila anni di civiltà non sono riusciti a cancellare del tutto, sulla violenza incontrollabile che la società da sempre cerca di controllare, e in definiva sulla componente irrazionale e tribale della nostra malandata psiche. A ben vedere, dunque, chi insulta la Boldrini in realtà sta insultando il suo pubblico: ne sta cioè cancellando la dignità, l’educazione, la razionalità, rivolgendosi esclusivamente alla sua bestialità (mi scuso per il termine: nessun animale, tranne l’uomo, è bestiale).



Il secondo risultato, persino peggiore del primo, è l’azzeramento di ogni possibile discussione. La politica – e in generale la civiltà umana – vive di discussioni, confronti, dibattiti. Si avanza una tesi, si ascoltano le obiezioni e i controargomenti, si controbatte con nuovi argomenti, si confrontano esperienze e sensibilità diverse, si cambia opinione, la si fa cambiare agli altri: tutta la vita sociale (per non parlare del progresso scientifico e tecnologico) è improntata al dialogo e allo scambio fruttuoso di opinioni, esperienze, informazioni.



Il grande pensiero liberale dell’Ottocento formalizza questa modalità, importando in politica la teoria del libero scambio con cui Adam Smith nel secolo precedente aveva cambiato la storia dell’economia e del mondo: ma in realtà si tratta di una costante che ci accompagna dal Neolitico. L’insulto ossessivamente ripetuto –il pepe che si fa pietanza esclusiva – dunque azzera la nostra civiltà, strutturalmente fondata sul dialogo e sullo scambio di informazioni: se uno mi insulta, o lo insulto a mia volta oppure, se sono una persona educata, me ne vado da un’altra parte.



Azzerando la nostra parte razionale e rendendo impossibile ogni confronto, la strada intenzionalmente scelta da Salvini, Grillo e Trump costituisce oggi il pericolo più grave che le democrazie devono affrontare dopo il crollo (in Europa) dei totalitarismo fascista e comunista. Il problema è che è molto difficile controbattere. Sebbene sia ormai chiaro a tutti che l’hate speech, ossessivamente ripetuto dai leader e compulsivamente rilanciato dai social network, è una causa oggettiva di violenza e spesso di morte, le società liberali non possono per statuto censurare nessuna affermazione: gli atti sono perseguibili, le parole mai (nemmeno le peggiori: i “reati”di omofobia, negazionismo o antisemitismo hanno la stessa carica liberale di quelli di blasfemia in Iran o di propaganda controrivoluzionaria in Corea del Nord ).



Alle parole offensive, vergognose, criminogene dei Salvini, dei Grillo e dei Trump bisognerebbe rispondere con altre parole: ma queste, invariabilmente, appaiono smorte e persino inutili al cospetto dell’insulto. Il ragazzino che risponde al bulletto con un discorso sulla bontà dell’amicizia finisce nella migliore delle ipotesi deriso da tutti, nella peggiore steso a terra da un pugno. È questo il crocevia in cui ci troviamo oggi.

Buone vacanze a te Rondolino, ci rivediamo al crocevia.

lunedì 25 luglio 2016

Fast & Furious: the Star Trek Rift

Star Trek: Beyond (Justin Lin, 2016).

Spazio, ultima frontiera, o quasi. Abbiamo aspettato due film - otto anni - che il capitano Kirk e la sua ciurma maturassero, ma adesso finalmente dovremmo esserci. Questi dovrebbero essere i viaggi dell'astronave Enterprise durante la sua missione quinquennale, diretta all'esplorazione di strani, nuovi mondi... più o meno. Cioè ci avete mai pensato a quanto è lunga una missione quinquennale? Sessanta mesi nello spazio profondo? Sempre con le stesse tutine gialle azzurre o rosse? E se uno/una ha voglia di farsi una famiglia? O una bevuta in un locale trendy in una di quelle stazioni spaziali che disegnano adesso con l'autocadCGI? Insomma possibile che non ci si possa fermare ogni tanto a ricaricare i motori a curvatura, possibile che in fondo a questa nebulosa non ci sia un bar?

Ti immagini che driftate.
Lo so, è inutile prendersela. Non c'è mai stata un'età dell'oro di Star Trek al cinema: qualche film divertente, diverse ciofeche, d'altronde con la fantascienza è così: per trovare l'oro nel catalogo Urania devi scavare in mezzo a escrementi di ogni forma e colore. La devozione dei trekker non ha mai aiutato, anzi: il loro oltranzismo da cosplayer con le orecchie a punta ha accresciuto il distacco tra l'Enterprise e il pubblico dei multisala, col bel risultato che dieci anni fa la saga era già morta e sepolta. L'ha risorta Gigi Abrams, con quel suo classico tocco un po' necrofilo e il suo gusto per le trame lambiccate, macchinose, metareferenziali. Il primo film funzionava persino, il secondo cominciava a mostrare la corda, il terzo è stato ceduto a un improbabile team che ha come punti di forza Simon Pegg e Justin Lin. Un comico inglese e un regista action da Taiwan. Com'è andata?

Neanche male, cioè, se parti con l'idea di vedere un film scritto da Simon Pegg (alla trilogia del Cornetto, per capirci) e girato dalla crew di Fast and Furious, Beyond non delude affatto. Un sacco di battute e di sgommate - l'Enterprise tecnicamente non può sgommare, per cui verrà ritrovata una motocicletta nel luogo meno verosimile - ma comunque anche la nostra astronave preferita si può infilare a rotta di collo in una nebulosa, mandare a sbattere contro uno sciame di navette nemiche e far impattare sul pianeta più roccioso della galassia, una specie di Tokyo Rift spaziale. Niente di nuovo del resto, ormai Kirk distrugge una media di un'astronave e mezza a film, e vabbe', una volta si tirava al risparmio, mentre adesso la gente vuole vedere le esplosioni, devi chiarirlo già dai trailer che hai intenzione di spaccar tutto anche stavolta. Ci potrebbe stare anche questo, se si tratta di salvare un po' di spirito di Star Trek. Ma ecco, il punto è proprio questo. Qual è lo spirito di Star Trek?
Se lo potessi chiedere a Lin e Pegg, credo che mi risponderebbero all'unisono: il cameratismo (continua su +eventi!)

Ci avete messo due anni a sentire la puzza dell'Italicum, nascondetevi

Buongiorno, mi chiamo Leonardo e non m'intendo di niente in particolare. Una cosa che seguo proprio male è la politica, non guardo neanche i talkshow, non leggo più gli editoriali e i retroscena, insomma, non ne capisco niente.

"Col tie-break non è democrazia" (gennaio 2014).
La prima volta che sentii parlare di una legge elettorale Renzi-Berlusconi - quella che poi è diventata l'Italicum - la trovai subito molto brutta, e soprattutto poco avveduta. Eravamo a inizio 2013, la situazione era già da quasi un anno tripolare, oserei dire più tripolare che adesso. Che due dei tre poli si accordassero su una legge elettorale mi sembrava inevitabile - tanto più che il terzo polo, il M5S, aveva palesato in tutti i modi la sua indisponibilità a collaborare. Quello che proprio non riuscivo a immaginarmi, e trovo ancora inspiegabile, è che Renzi e Berlusconi si fossero messi d'accordo su una legge che favoriva proprio il M5S. Perché è così: nell'autunno 2013 era talmente chiaro che l'Italicum favorisse il M5S che me ne ero accorto persino io.

Nei giorni successivi Renzi incassò i complimenti di gran parte dei dirigenti Pd, che salirono sul palco a turno a spiegare quant'era bello l'Italicum, quant'era democratico. A me invece non piaceva: non solo perché favoriva il partito del dissenso (quello tutto sommato era il male minore), ma anche perché istituiva un premio di maggioranza assolutamente sproporzionato, e i premi di maggioranza in generale sono cose rare nei Paesi davvero democratici: li ha inventati Mussolini, e oggi li usano solo in Grecia e San Marino. Il ballottaggio, poi, che in sé non è un'idea cattiva, ha senso in una repubblica presidenziale, non in una parlamentare. Gli stessi Renzi e Berlusconi sembravano volerlo evitare fissando una quota ridicolmente bassa - all'inizio il 35, poi il 37%. Una minima competenza aritmetica, nel 2013, mi suggeriva che se il 37% degli elettori vota per te, il 63% - quasi il doppio, non ti vuole. Se in barba a questa aritmetica tu governi lo stesso, e disponendo di una larga maggioranza fissata per legge, ebbene, forse non è più esattamente democrazia: questo io pensavo tre anni fa e sospettavo anche che la Corte Costituzionale, appena interpellata, avrebbe fatto di questa legge pezzettini, come della precedente di cui tutto sommato era una versione più fantasiosa e pastrocchiata.

Nei mesi successivi l'Italicum divenne una specie di simbolo di Renzi: una legge pasticciata, probabilmente incostituzionale, che lo avrebbe danneggiato, e che però doveva assolutamente passare perché... ci aveva messo la faccia. La contiguità strettissima tra l'italicum e la faccia-di-Renzi era tale che chiunque osasse parlar male della legge veniva accusato di farlo per puro odio antirenziano: uno stimato editorialista a un certo punto propose l'esperimento mentale di immaginare la stessa legge inventata da Bersani. Ci provai: mi faceva schifo lo stesso. Perché è proprio brutta, capite. E non è vero che la trovo orrenda perché l'ha inventata Renzi. Piuttosto il contrario: come posso non trovare orrendo Renzi, che ha avuto la possibilità di scrivere una legge elettorale decente e invece ha partorito questa merda? L'Italicum resse anche la fine del patto del Nazareno. Dopo la botta di ottimismo delle europee, la soglia per il ballottaggio fu spostata al 40%, un numero che si potrebbe anche considerare ragionevole, se esistesse un'altra democrazia seria al mondo dove i ballottaggi scattano sotto al 50%, quella quantità che è tradizionalmente considerata la metà di 100.

Sono passati altri due anni, e adesso l'Italicum non lo vuole più nessuno, neanche al Pd. Lo stesso presidente emerito Napolitano ci ha fatto capire che sì, andrebbe proprio cambiato. Non passa fine settimana senza che qualche esponente del Pd non ci comunichi la sua proposta che, bisogna ammetterlo, quasi sempre è peggiorativa: e ci vuole impegno a peggiorare la schifezza che è l'Italicum. Però di questo parliamo magari un'altra volta. Questo non è un pezzo serio, non è un pezzo in cui si fanno proposte operative. Quando ho iniziato a scriverlo, questo pezzo voleva descrivere un senso di vertigine. Mi chiamo Leonardo e non m'intendo di niente in particolare. Una cosa che seguo proprio male è la politica, non guardo neanche i talkshow, non leggo più gli editoriali e i retroscena, insomma, non ne capisco niente. Com'è possibile che sull'Italicum abbia avuto ragione sin dal primo momento, quando tutti si spellavano le mani e salutavano in Renzi il principe della Governabilità?

Cosa vi è successo per due anni, dove avevate messo gli occhi per vedere, e soprattutto le nari per annusare l'enorme cagata che quel ragazzo - in buona fede, per carità - stava facendo? Stavate nel Pd e dicevate sì, beh, si può migliorare ma sembra una buona base di partenza, 'sta cagata immonda: perché non andate a nascondervi? Scrivevate sul giornale che la governabilità, eh sì, la governabilità, e ci avete messo due anni per accorgervi che ops!, l'Italicum rischia di regalare il parlamento alle forze meno predisposte per governare: con che faccia riuscite a mettere ancora la vostra firma in calce alle vostre colonne di pensierini ponderati? Non ci avete capito niente, nessuno ci sta capendo niente. Io meno degli altri, ero solo un tizio che tre anni fa vedeva Renzi nudo in mezzo alla strada, con in mano un'enorme stronzo a forma di legge elettorale. Ma sapete una cosa? Anche questo ruolo mi ha stancato, comincio ad avere un'età per questa cose.

Mi piacerebbe vivere in un Paese dove gli esperti, i professionisti, non corrono dietro alla prima bandiera che accenna a sventolare. Renzi alle europee prese 11 milioni di voti - tre milioni in meno di Veltroni, che sembrava sconfittissimo nel 2008: uno in più di Bersani, che sembrava bollito nel 2013. Quel milione in più vi è salito al cervello, per due anni non avete più capito niente. Pensavate che fosse irresistibile e per carità, è una proiezione come tante, per qualche settimana forse l'ho pensato anch'io. Ma anche ammettendo un Renzi invincibile, anche immaginando un'improvviso boom economico che poi, disdetta, non c'è stato, l'Italicum continua a essere una brutta legge che con la scusa patetica della Governabilità crea un presidenzialismo di fatto: persino chi crede Renzi il migliore dei leader nel migliore dei mondi possibili, avrebbe potuto riflettere sul fatto che non è eterno, che prima o poi dovrà cedere il suo scettro, che il rischio di regalare il Paese a un futuro Uomo della Provvidenza con quella legge è altissimo, e che questo tipo di Uomini di solito la Provvidenza ce li fornisce pessimi. Tre anni in cui i renziani sembravano piovuti dalla Corea del Nord, Renzi Leader Eterno, Renzi Sole dell'Avvenire. Adesso dice che non si ricandiderà dopo il secondo mandato, si crede Obama, nessuno che gli faccia presente che un mandato presidenziale e un incarico espresso da una maggioranza parlamentare sono due cose proprio sostanzialmente diverse. È da tre anni che pasticcia con l'ordinamento costituzionale, uno spettacolo imbarazzante, e ancora più imbarazzanti sono gli osservatori laureati e addottorati che fan finta di trovare la cosa degna d'interesse. È come se la mia generazione fosse ancora all'asilo, facciamo un brogliaccio col pennarello giallo e le maestre ci applaudono, c'è senz'altro un po' di Van Gogh, in questo ragazzo, riconosciamoglielo sennò si rimette a piangere, pesta i piedi, poi si lamenta coi genitori, per carità, per carità, è un genio.

mercoledì 20 luglio 2016

Il convegno del Coisp è una grossa chiazza di merda sull'immagine della polizia italiana

Non credo di avere tra i miei lettori molti poliziotti, e visto l'andazzo non sono nemmeno sicuro di volerli avere: pensavo di scrivere un appello, ma non avrebbe molto senso. Secondo me ci devono arrivare da soli, e non dico i tesserati del Coisp che non so nemmeno che penetrazione abbia: ci devono arrivare tutti, a capire che un manifesto del genere, un titolo del genere, un convegno del genere, è un enorme chiazza di merda sull'immagine delle forze dell'ordine.

E non importa quanti l'abbiano concepito e stampato - fossero pure quattro goliardi che hanno il numero di telefono dell'ex ministro e di quel povero ragazzo che una parte migliore dello Stato ha evidentemente lasciato solo: potrebbe anche averlo scritto e concepito un solo poveretto, ebbene quel poveretto sta cagando a spruzzo sull'immagine della polizia italiana. Credo sia un problema per la polizia italiana.

Poi sì, certo, è un problema anche per me; non tanto perché a Genova c'ero e leggendo questa cosa mi dovrei incazzare (a proposito no, non mi fa incazzare, mi fa solo tristezza. Alle provocazioni non reagivamo neanche 15 anni fa, figurati adesso che abbiamo la pancia, le occhiate, il mutuo, e in questura ci andiamo con le nostre gambe, anzi sulle nostre macchine non più di seconda mano). Non è più Genova il problema, non è Giuliani e non è Placanica, poveri ragazzi ridotti a bandierine.

Il problema è un padre di famiglia come posso essere io, che quando parla con uno di voi, in uno dei vostri uffici, mentre sbircia il calendario ufficiale e le bandierine delle missioni umanitarie pensa: speriamo che non sia del Coisp, speriamo che non sia uno di quelli che fa le battute con gli estintori e chiama pure Placanica a riderci su. Cioè non voglio dire che passo il tempo della stesura di un verbale a sperare di non aver davanti un poveretto rancoroso: ma il dubbio, anche solo il dubbio, io alla mia età non ce lo dovrei avere. Io dovrei fidarmi di voi, della vostra professionalità e della vostra dedizione. Se non succede, è un problema per voi, è un problema per me, è un problema per tutti.

Allora forse è un po' questo il punto: da una parte c'è gente che bene o male è cresciuta, diciamo pure invecchiata, chi meglio chi peggio; gente che il G8 ormai lo vive come una ricorrenza, quella settimana afosa in cui ti ritorna tutto in mente, gli elicotteri le salsicce l'anabasi in piazza Kennedy. Dall'altra chi c'è? Quelli che si caricavano ballando la techno dietro i container, quelli che si raccontavano le storie coi gavettoni di sangue infetto, come sono venuti su? Oltre alla pancia avranno messo un po' di senno? Voglio sperare di sì, non ce la farei ad alzarmi al mattino in Italia se non riuscissi a sperare di sì. Poi guardo il manifesto del convegno Coisp e penso vabbe', se nutri una personcina di titolacci di Libero e sfottò di Feltri, cosa vuoi che diventi da grande? Uno che chiama Placanica a ridacchiare su piazza Alimonda. Non dico il rispetto per i morti, che pure è una cosa nobile e antica: ma il rispetto per i vivi, per chi quel giorno aveva vent'anni e si è distrutto l'esistenza in un istante. Se non capisci una cosa del genere, come posso fidarmi di te? E magari giri pure armato.

lunedì 18 luglio 2016

Zootopia è un mondo impossibile, il nostro



Zootropolis (Zootopia, Byron Howard e Rich Moore, 2016).

"E il lupo e l'agnello giaceranno insieme, ma l'agnello dormirà ben poco".

Secondo i più recenti studi di ciascuno di noi, vivere insieme è impossibile: d'altro canto è necessario. Siamo troppo diversi? Sì. Siamo programmati per diffidare del diverso e cercare di allontanarlo? Altroché. Il nostro cervello è naturalmente portato a processare gli impulsi e a ridurli in stereotipi, e agire rapidamente in base a pregiudizi? Senz'altro. Forse un giorno potremo superare queste ataviche diffidenze e vivere tutti insieme in pace? Chi lo sa. Abbiamo alternative?

No.

Qualche anno fa Luke Epplin, dell'Atlantic, notò come tutti i grandi cartoni animati in circolazione nei cinema in quel momento raccontassero la stessa storia profonda: un outsider (può essere una lumaca, un aeroplano spargiletame, un mostriciattolo divertente) lotta contro il proprio destino per vincere un gran premio, o un giro del mondo, o il titolo di mostro più spaventoso della facoltà. È il culto dell'autostima, scriveva Epplin: questi film stanno raccontando ai nostri bambini che hanno il diritto di diventare qualsiasi cosa vogliono diventare. Basta credere ai propri sogni. Peccato che non sia così.

Molti anni prima, quando l'autostima era ancora un lusso per pochi, Walt Disney portava nelle sale la sua silly simphony più controversa, The Flying Mouse. È la storia di un topolino che non riesce a darsi pace perché non ha le ali: finché non trova una fatina che gliele regala, solo per scoprire di essere diventato un enorme pipistrello, orribile a tutti e anche a sé stesso. È un cartone stranamente crudele, che lasciava perplessi anche i disegnatori a cui Disney chiedeva di infierire sul povero topo con alcune gag piuttosto sadiche. Sui forum dei vecchi appassionati c'è ancora qualcuno che si confessa segnato per la vita da quel cartone animato, o dal suo sinistro ritornello, "You're nothing but a nothing". ("Dite quel che volete su quel che dovrebbe significare, ma l'effetto che ha avuto su di me è che mi ha terrorizzato con l'idea di essere diverso dagli altri").

Ottantadue anni dopo, Judy Hopps soffre ancora dello stesso complesso del topo volante. Stavolta è una coniglietta che non vuole sentirsi chiamare "carina" (solo i conigli hanno il diritto di chiamarsi così, se lo fa qualcun altro è razzismo). Judy viene della Tana dei Conigli con un sogno: farà la poliziotta. Dopotutto, perché non dovrebbe riuscirci a Zootropolis (nell'originale Zootopia), il luogo dove predatori e prede vivono in armonia? Ma il punto è tutto qui: Zootopia non è l'utopia di un filosofo o di un profeta. È il mondo brulicante e complesso studiato dagli animatori della Disney, così caotico e stratificato che per un'ora e mezza di film ti sembra vero. Si capisce che in cattedra c'è ancora Lasseter, e sulla lavagna la lezione che ha portato dalla Pixar: non basta una storia, bisogna inventarci un mondo attorno. A Zootropolis i bei discorsi si infrangono subito nella prassi: prede e predatori convivono, ma diffidano, con conseguenze inattese anche se prevedibili: se i predatori sono la minoranza, è così sorprendente che qualcuno cerchi di speculare sulla paura che ispirano? (Continua su +eventi!)

domenica 17 luglio 2016

Caro fratello musulmano di Gramellini

Caro musulmano non integralista che in privato hai confidato a Gramellini il tuo sgomento per l'eresia wahabita, e la tua rabbia verso la corte saudita che si atteggia a nostra alleata e invece finanzia quell’eresia dai tempi di Bin Laden, esci fuori.

Lo so che esisti, Gramellini ti ha tradito. Dai, esci, su.

Il piano degli aspiranti califfi è piuttosto chiaro: utilizzano ragazzotti viziati come gli stragisti del Bataclan, ma anche relitti umani come il camionista che ha seminato la morte sulla promenade di Nizza per alimentare la paura e l’odio verso l’Islam, così da portare i razzisti al potere in Occidente e creare le condizioni per innescare una guerra di civiltà, insomma la qualunque, va bene tutto, qualsiasi commando improvvisato noi lo attribuiamo ai Sauditi Malvagi, se non direttamente a Sauron o al Veglio della Montagna, perlomeno il tuo amico Gramellini ormai ragiona così, un Vittorio Feltri dal volto umano, e tu ancora ci parli, chissà dove poi, magari uscite a cena, e al dessert tu gli fai: sono sgomento per l'eresia wahabita.

"La che?"
"L'eresia wahabita, è la confessione della corte saudita".
"Sono i cattivi?"
"Beh, senz'altro hanno finanziato diversi terroristi".
"Ah, il terrorismo, conosco, gli anni Settanta, sapessi, le Brigate Rosse, i compagni che sbagliano..."
"Ecco, non c'entra niente".
"Ma è terrorismo, lo hai detto tu".
"Il terrorismo è un fenomeno complesso, sarebbe sbagliato leggere gli avvenimenti degli ultimi vent'anni con le lenti degli anni di piombo, che tra l'altro ormai ve li ricordate solo voi giornalisti italiani e..."
"Ma non scaldarti, su, beviti un bicchiere".
"No, grazie".
"Ah già sei musulmano".
"No è che a quest'ora non lo reggo, e forse anche tu dovresti..."
"Però sei stronzo che mi fai bere da solo. Vabbe', ho capito, i sauditi vogliono fare la rivoluzione e i musulmani di tutto il mondo li considerano compagni che sbagliano, è così?"
"Sigh".
"Negli Anni Settanta del secolo scorso il terrorismo di sinistra insanguinò le nostre strade con altri metodi (bersagli simbolici e non indiscriminati) ma identici obiettivi: scatenare la rivoluzione".
"In che senso identici obiettivi? La rivoluzione non è mica una guerra di civiltà".
"Vabbe', dettagli. Comunque tu in questa storia saresti il sindacalista Guido Rossa, che pagò con la vita la rottura dell’omertà in fabbrica!"
"Cioè devo farmi ammazzare".
"Ma no, si fa per dire, anzi ti auguro lunga vita".
"Ma mi tocco i coglioni, guarda".
"Ah, lo fate anche voi?"
"No, è che mi sto integrando".
"Bravo".
"Ma insomma cos'è che dovrei fare?"
"Da te che ci aspettiamo il gesto che può cambiare la trama di questa storia. I farabutti che sgozzano in nome dell’Islam non vengono dal deserto: sono cresciuti in Occidente e quasi sempre ci sono anche nati".
"Embè?"
"Frequentano i tuoi negozi".
"Io faccio la spesa alla coop".
"E la carne halal?"
"Ce l'hanno anche alla coop".
"Ah".
"Tu non la fai mai la spesa, vero?"
"Però frequentano anche le tue moschee".
"Cioè secondo te i jihadisti discutono di bombe davanti a tutti nel parcheggio della moschea? Che molti manco ci vanno in moschea. Si fanno le madrase in casa".
"Ecco, perché non li denunci?"
"Li denuncio per cosa?"
"Hai appena detto che si fanno della roba in casa".
"Le madrase, le scuole islamiche, si trovano in garage o nel seminterrato e pregano e insegnano l'arabo ai figli".
"E tu non li denunci?"
"Ma per cosa? Per il reato di pregare insieme a casa propria e insegnare l'arabo ai figli?"
"Lo vedi che non sei collaborativo? Eppure parlano la tua lingua!"
"Ma mica tanto".
"Come, non siete tutti arabi?"
"Guarda, io son tunisino, e i marocchini già faccio fatica a capirli. Poi ci sono i pakistani che non sono proprio arabi, proprio per niente. L'arabo giusto per le preghiere".
"Ma te pensa. Comunque hanno figli che vanno a scuola con i tuoi".
"Perché con i tuoi no?"
"Ehm, boh, non saprei. Senti, per troppo tempo hai guardato ai terroristi come a dei fratelli che sbagliavano ma che non andavano traditi".
"Eh?"
"Non condividevi i loro comportamenti, ma non te la sentivi di denunciarli".
"Ma che cazzo dici?"
"In qualche caso per paura, ma più spesso per una forma perversa di solidarietà religiosa e razziale".
"Cioè mi stai accusando di favoreggiamento ai jihadisti? Così? Mi inviti a cena e mi dici una cosa del genere?"
"No, veramente la scrivo sulla prima pagina del giornale".
"Perché sono tuo fratello".
"Certamente, di me ti puoi fidare".
"E meno male che non ero solo tuo cugino, ma vaffanculo, va'".
"Lo dite anche voi?"
"Mi sto integrando".
"Bravo. Adesso però il gioco si è fatto troppo duro e non puoi più restare sull’uscio a osservarlo".
"Ma osservare cosa, ma lo sai che c'è gente che dopo ogni attentato mi insulta per strada?"
"Adesso anche tu, come l’operaio comunista di quarant’anni fa, hai qualcosa da perdere".
"Cioè dici che prima no, che prima ero un pezzente senza niente da... senti, ma sei venuto in macchina?"
"Certo, perché".
"Forse è meglio che andiamo, mi sembra che tu abbia già bevuto un po' troppo".
"Aspetta, aspetta. Bene o male l’Occidente ti ha accolto, offrendoti la possibilità di una vita più dignitosa di quella che ti era consentita nella terra da cui sei scappato".
"Cameriere, ci porta il conto per favore?"
"No, stavo pensando a un amaro. Mi fai compagnia?"
"Io non sto bevendo, Gramellini".
"Ah già, dimenticavo. Senti. Cosa stavo dicendo?"
"Niente di particolarmente intelligente".
"Non puoi continuare a negare l’evidenza o a girarti dall’altra parte".
"Ma chi si gira, ma cosa stai..."
"Hai oltrepassato quel confine sottile che separa il menefreghismo dalla complicità".
"Cameriere, sul serio, noi adesso andiamo, pago tutto io con la carta".
"Facciamo un patto".
"Che la prossima volta offri tu? sarebbe anche ora".
"Noi cercheremo di tenere i nostri razzisti lontani dal governo e di migliorare il livello della sicurezza, anche se è impossibile proteggere ermeticamente ogni assembramento umano".
"Dammi il braccio, non lo vedi che barcolli".
"Tu però devi passare all’azione".
"Sì capo".
"Devi prendere le distanze dagli invasati che si sentono invasori e dagli imam che li fomentano".
"Dammi le chiavi della macchina, che è meglio".
"Denunciarli, sbugiardarli, controbattere punto su punto le loro idee distorte".
"Sissì, guarda, parto da domani".
"Denuncerai?"
"Denuncerò".
"Sbugiarderai?"
"Sbugiarderò".
"Controbatterai punto su punto le loro idee distorte?"
"Controbatterò... scusa, una curiosità, tu negli anni Settanta passavi il tuo tempo così?"
"Eh?"
"Passavi il tempo a controbattere punto su punto le idee distorte dei brigatisti?"
"Ma che c'entra, io mica ero un operaio".
"Ah già".
"Sei tu l'operaio, ricordatelo!"
"Sì capo".
"Bravo".
"C'è altro capo?"
"Ah, e poi nelle moschee si dovrebbe parlare in italiano".
"Eh?"
"Cioè, a seconda dei Paesi in cui uno è: sei in Francia? Francese! Sei in Italia? Italiano".
"Ma le preghiere sono in arabo".
"E non si possono tradurre?"
"No".
"E perché no? Chi lo dice che no?"
"Ma direi il Profeta".
"E chicazz'è sto profeta e profeta, tu sei in Italia adesso, hai capito? In Italia si parla italiano. Noi la Messa l'abbiamo pure tradotta".
"Dopo 1960 anni".
"Vabbe' ma che c'entra, è casa nostra, facciamo quello che ci pare".
"È anche casa mia".
"Eh?"
"Sono italiano, lavoro, pago le tasse, è anche casa mia. La mia religione è uguale alla tua davanti alla Costituzione".
"E dove sta scritto".
"Nella Costituzione".
"E quindi insomma continuerai a pregare in arabo".
"Credo proprio di sì".
"Come i tuoi fratelli wahabiti".
"Non mi stanno molto simpatici".
"Ma non li denuncerai".
"Per cosa?"
"Perché fomentano l'odio razziale".
"Ma è una considerazione generale, non conosco nessuno che in pratica... oddio, uno forse sì".
"Ecco, vedi che uno lo conosci".
"Cioè è un brav'uomo, ma certe volte fa dei discorsi che ti fomentano, ti fomentano proprio".
"Denuncialo".
"Ma è un mio amico".
"Lo stai difendendo?"
"Non credo che istigherà mai nessun terrorista, anche se".
"Anche se?"
"In effetti i suoi discorsi hanno un certo effetto, circonolano tra migliaia di persone, cioè come si può escludere a priori che tra i suoi seguaci non ci sia qualcuno disposto a..."
"Ecco, lo vedi? La connivenza! La zona grigia!"
"Però è un mio amico".
"Un amico che sbaglia".
"Già".
"Ma che amico sei per lui, se lo lasci libero di spargere odio?"
"Non so, devo pensarci".
"Pensaci, pensaci bene. Dove ho messo le chiavi?"
"Le ho io, ti porto a casa".

Caro fratello musulmano di Gramellini - lo sappiamo che esisti - esci allo scoperto. La tolleranza è una gran cosa, ma è chiaro che tu hai tollerato troppo.

(Le parti in corsivo Gram le ha scritte davvero).

venerdì 15 luglio 2016

La bomba, o al limite un camion

Ma hai sentito quei bastardi cos'hanno fatto.
È una vergogna.
E noi glielo lasciamo fare.
Quanta altra gente dovrà morire.
Le donne, i bambini.
È una vergogna.
E noi ancora qui a discutere, cosa c'è da discutere.
La bomba atomica, altroché.
Averne una.
Dove la tireresti.
E che ne so.
Tanto i potenti hanno sempre i rifugi, non li becchi mai.
La tiri nel mucchio.
Come avvertimento.
Voi ci ammazzate? Noi bomba atomica.
Ma non l'abbiamo.
Allora una bomba normale.
E dove la compri?
Ci sono quelle bombe che si fanno in casa.
Tu la sapresti fare?
E allora che si fa?
Restiamo qui a dirci "bastardi è una vergogna" finché non toccherà anche a noi?
Basta chiacchiere.
Facciamo qualcosa stavolta.
Una bomba non l'abbiamo.
Fucili?
Qualche cosa si trova, poca roba.
Poi ti ammazzano subito.
Ci ammazzino, che mi frega.
Avessimo un blindato.
Basta coi sogni, su.
Blindati non se ne trovano.
Non è un film.
Un camion?
Un camion si trova.

martedì 12 luglio 2016

La cena delle notifiche

Perfetti sconosciuti (Paolo Genovese, 2016)

Il dramma della Comunicabilità, la tragedia di una generazione che può permettersi l'Iphone ma non ha imparato a silenziare le notifiche. Li senti poi sui treni che chiacchierano con la suocera, pur di farci vedere che hanno relazioni umane: li vedi sui balconi mentre guardano nel vuoto e parlano con l'ex, o con la next; mentre attraversano gli incroci una volta, due volte, con l'auricolare; mentre sextano in coda al bagno pubblico e poi entrano per scaricare la fotina. Vogliono essere scoperti, questa è la verità. Come i serial killer. Vogliono essere osservati - che gusto c'è ad avere segreti se nessuno se ne accorge?

"Tante volte può essere il T9".
Nell'anno in cui il cinema italiano sembrava aver riscoperto il Genere, l'anno in cui il Racconto dei Racconti e Jeeg Robot si litigavano la maggior parte dei David di Donatello, alla fine il premio al miglior film l'ha portato a casa Perfetti sconosciuti, una specie di rivincita del Tinello, del cinema intimista coi borghesi che chiacchierano. E però a suo modo è un genere anche questo: le cene-che-degenerano tra l'altro stanno avendo un revival internazionale. C'è stato Carnage, c'è stato Le prénom che ha avuto anche una sua versione italiana. Ma mentre Il nome del figlio dell'Archibugi è la classica variante d'autore, in cui lo sforzo delle maestranze era rivolto soprattutto a calare il canovaccio in una situazione italiana (anzi romana), Perfetti sconosciuti è quel tipo di piccola idea geniale ed esportabile, che è ambientata a Roma per comodità, ma potrebbe svolgersi ovunque (continua su +eventi!).

lunedì 11 luglio 2016

Come l'Invalsi (non) ti cambia la didattica

Riassunto della puntata precedente - Grazie alle sue rilevazioni l'Invalsi ha dimostrato ciò che era abbastanza prevedibile, ovvero che i risultati mediamente peggiori provengono dalle regioni meno ricche; nelle stesse regioni sembrano essere più frequenti gli episodi di "teacher cheating", insomma di docenti che imbrogliano. Secondo la presidente dell'Invalsi è un problema di didattica: gli insegnanti delle regioni più povere non hanno adeguato la loro didattica all'Invalsi. Ma di che didattica stiamo parlando?

Been cat stealing, once, when I was 5. 
Dovete sapere che in questi anni, in cui da una parte ci divevano che ci avrebbero valutati, e magari licenziati, oppure rinchiusi negli istituti a luglio, insomma ce ne dicevano un po' di tutti i colori... in questi stessi anni ci davano da correggere la prova Invalsi e ci spiegavano che era sbagliato allenare i ragazzi a superare la prova Invalsi. Giuro. Ci chiedevano di non fare teaching to the test. Guai a farlo.

Io non so se tutta questa commedia dell'assurdo si sia verificata anche in società non cattoliche, ma giudicate voi. Ci dicono che non siamo bravi. Ci danno una Prova. Ma ci dicono che non la useranno per valutarci. Solo per valutare i ragazzi nel loro insieme. Anche se a dire il vero, all'esame di licenza la Prova fa media. Però non dobbiamo preparare i ragazzi a superarla. Quindi cosa succede?

Caro insegnante, io sotto sotto credo che tu sia un incompetente, un mangiapane a tradimento. Lo si vedrà meglio dai risultati complessivi di questa Prova, che però non serve a valutarti, e che tu correggerai - mi raccomando, non barare. A proposito: la prova fa media. E magari non è facilissima. Ma non devi allenare i ragazzi a superarla. Ecco.

Vediamo i risultati... ops! Cosa succede qui? Sembra proprio che tu abbia barato. Lo vedi che lo sapevo? Sei un incompetente. Avresti dovuto cambiare didattica.

Quindi l'Invalsi serve a imporre un certo tipo di didattica? E perché non ce l'avete detto prima?
Forse dovevamo arrivarci da soli.

Per fare un piccolo esempio: a volte mi chiedo che senso ha studiare tutti i complementi, alle medie. Il complemento oggetto, per esempio, è molto importante. Il complemento di vantaggio non lo è altrettanto. Vale la pena dedicargli una lezione? Visto che dappertutto mi spiegano che la didattica va rinnovata, e insomma le competenze linguistiche si possono costruire in tanti modi, non per forza imparando a memoria tutti i nomi dei complementi. Così a volte il dubbio mi viene.

A questo dubbio, le prove Invalsi rispondono. Certi quesiti grammaticali compaiono quasi ossessivamente (il troncamento di "uno"), altri più saltuariamente. Ma insomma, quest'anno è uscita una domanda sul complemento predicativo del soggetto e dell'oggetto. Non pretendevo che molti alunni l'azzeccassero. Allo stesso modo, mi sarebbe dispiaciuto che arrivassero alla prova senza aver mai sentito parlare del complemento predicativo. Magari l'Invalsi non mi valuta, ma non vorrei che mi facesse fare una brutta figura. Continuerò a insegnare il complemento predicativo, e alla didattica innovativa ci penserò quando mi avanzerà del tempo (non mi avanza mai).

Insomma se la domanda è: cos'è un insegnamento di qualità? mi sembra che l'Invalsi mi risponda così: un insegnamento di qualità prevede, tra l'altro, che gli studenti conoscano i complementi, anche i meno noti (e a mio parere meno utili per costruire una reale competenza linguistica), come i complementi predicativi. E allora io mi adeguo. Ai miei studenti dell'anno prossimo, che sbufferanno durante le ore di grammatica, ricorderò che anche il complemento meno interessante all'Invalsi può uscire. "Pensate che l'anno scorso è uscito il predicativo del soggetto. Storia vera".

Naturalmente nessuno mi ha mai detto che l'Invalsi vuole imporre agli insegnanti una didattica, o dei contenuti. Tranne la settimana scorsa, quando la presidente Ajello ha suggerito che i prof delle regioni meno ricche truccassero i risultati delle prove perché... ancora non si sono adeguati alla didattica dell'Invalsi. Dunque c'è una didattica dell'Invalsi? E ci dobbiamo adeguare?

Perché a volte basta dirsele, le cose.

Vado a riaprire i fascicoli di italiano degli anni scorsi. Tre quarti della prova consistono in comprensioni del testo (poi c'è la parte grammaticale, cui ho accennato sopra). Se era un messaggio, è arrivato forte e chiaro: quel che più importa all'Invalsi è che gli studenti siano in grado di comprendere un testo scritto. A me sta bene, credo anch'io sia la competenza più importante. Ma non solo a me. Direi che sta bene un po' a tutti. Date un'occhiata a qualsiasi antologia della scuola media: per tre quarti è composta da testi e da domande sui testi. Era così anche quando eravate giovani. È così ancora oggi. Dunque qual è l'aspetto innovativo della prova Invalsi d'italiano? Qualcuno pensa che siano le crocette. Sono diventate un po' un simbolo dell'Invalsi, le crocette. E tuttavia:

1) Anche in qualsiasi antologia ci sono esercizi a crocette (e a freccette, a vero o falso, ecc. ecc.). E non sono particolarmente innovativi: li facevamo anche noi da bambini.
2) Non tutti gli esercizi del fascicolo sono a crocette (il che rende la correzione più brigosa, ma anche più cittabile truccabile).
3) Le crocette sono uno strumento, non un fine: non vogliamo studenti solo in grado di mettere le crocette, ma se dobbiamo processare i dati di tutte le scuole italiane, non c'è un'alternativa ai test a crocette.

Insomma, l'Invalsi d'italiano è fatto così: comprensione del testo e quesiti grammaticali. L'innovazione quale sarebbe? Di tutte le idee strane fiorite intorno alla prova Invalsi, quella che la considera la portabandiera dell'innovazione didattica mi sembra la più curiosa. Tutte le volte che incontro qualche collega col pallino dell'innovazione, mi accorgo che (a) non ne può più dell'antologia delle medie "con tutte quelle domande noiose"; (b) non ne può più della grammatica prescrittiva, del complemento di svantaggio e della proposizione esclusiva. Bene, l'Invalsi vuole entrambe le cose. Le classi del prof innovativo rischiano di andare male all'Invalsi più di quelle di un qualsiasi prof che non cambia didattica dal 1970.

Per contro, un insegnante che volesse innovare un po', quando apre il fascicolo e scopre che si parla di complementi predicativi del soggetto, potrebbe anche essere tentato di barare. Provate di nuovo a mettervi in lui. Ha passato tre anni a far cose innovative, e adesso i suoi ragazzi si trovano davanti a una domanda noiosa, inutile, che inciderà sul loro esame. È colpa loro se hanno avuto in sorte un prof innovativo che non insegnava i complementi predicativi? Dannazione no, siete voi che avete voluto sperimentare cose che all'Invalsi non interessano. Perché dovrebbero pagare i vostri studenti per la vostra frenesia di cambiare didattica? Magari hanno lasciato le caselle vuote. Prendete la penna e inserite le crocette. Nessuno vi controlla.

Magari tra qualche settimana, applicando correttamente un algoritmo, un dipendente a tempo determinato dell'Invalsi scoprirà che avete fatto cheating. Ma nel frattempo i verbali dell'esame saranno già stati ratificati e imbustati, e i vostri ragazzi avranno già visto il loro voto sul tabellone. Saranno contenti. Anche i genitori. E il complemento predicativo del soggetto si fa sempre in tempo a imparare.

Se proprio l'Invalsi ci tiene.

(Magari continua).

domenica 10 luglio 2016

Perché i prof cittano barano all'Invalsi

In questi giorni sono uscite le rilevazioni delle prove Invalsi, che come al solito dicono cose interessanti ma non molto sorprendenti: così abbiamo scoperto, anche quest'anno, che gli studenti delle regioni più ricche hanno risultati mediamente migliori degli studenti delle regioni più povere, e che man mano che i ragazzi crescono la forbice si allarga. Insomma le rilevazioni che dovrebbero servire per valutare la qualità dell'insegnamento continuano a suggerire allo spettatore disincantato che la qualità dell'insegnamento sia una variabile meno influente del contesto sociale e del reddito delle famiglie degli studenti: un buon insegnante in una regione povera non otterrà risultati migliori, o se li otterrà non saranno necessariamente avvertiti dalle rilevazioni Invalsi. Storia vecchia. E poi c'è la questione del cheating.

Sono nel tuo piano didattico,
ti rubo il companattico.
"Cheating" significa naturalmente barare, ma l'Invalsi condivide coi miei studenti la passione per l'anglismo: i miei "cittano" quando giocano alla play, l'Invalsi comunica di aver affinato le procedure che le consentono di individuare e correggere i fenomeni di cheating. Queste procedure (spiegate alle pagine 7 e 8 del rapporto) sono molto complesse; io le prendo per buone, anche se a volte mi domando se l'effetto di un insegnante ideale sui suoi studenti non produrrebbe la stessa anomalia nei dati che viene di solito considerata un sintomo di cheating: se dove tutti si aspettano che ci sia un Quattro c'è un Sei, o addirittura un Otto, probabilmente qualcuno sta truccando i dati: ma truccare deve per forza essere mettere la crocetta giusta e cancellare quella sbagliata? non è una forma di cheating anche prendere qualcuno che per ceto ed estrazione geografica dovrebbe prendere Quattro, e renderlo in grado di prendere, con le sue capacità, un Sei o un Otto?

È solo una suggestione: tutto sommato credo che all'Invalsi sappiano il fatto loro (anche se la presidente si lamenta che parecchi siano assunti ancora a tempo determinato) e che possano distinguere il cheating vero e proprio da quella forma estesa di cheating che è l'insegnamento: però mi diverte molto pensare che il mio mestiere sia creare anomalie, truccare le carte distribuite dalla società. In ogni caso il cheating sembra concentrato nella regione coi risultati peggiori, e in questa intervista la presidente dell'Invalsi si domanda perché. È un momento abbastanza buffo: diciamo che è come chiedersi perché i furti di lardo avvengano soprattutto nei quartieri in cui si soffre più la fame. No. È anche più buffo di così. Facciamo un passo indietro.

Le prove Invalsi esistono ormai da parecchi anni, durante i quali sono stati oggetto di una serie di discorsi abbastanza ambigui. I governi che le sostenevano erano gli stessi che avevano come slogan "valutiamo gli insegnanti", quando non "licenziamo gli insegnanti incapaci": e benché le prove Invalsi non servissero propriamente a compiere questo tipo di valutazione, sono sempre state vendute così. Non era senz'altro il modo migliore per motivare gli insegnanti che avrebbero dovuto correggerle, e che sin dall'inizio sono stati molto diffidenti (all'inizio poi le prove erano anche abbastanza brutte: col tempo sono migliorate). Però, insomma, mettetevi negli insegnanti. Da una parte vi dicono: "adesso vi valuteremo (e cacceremo gli incapaci)": dall'altra vi mettono i fascicoli dei vostri studenti in mano e vi chiedono di correggerli: sì, anche se l'insegnante non è presente all'atto della somministrazione, è prassi diffusa che corregga i fascicoli dei propri studenti. Mi chiedo se la presidente Ajello lo sappia, nel momento in cui si domanda perché i prof cittano, pardon, barano. Voi mettereste il gatto di guardia al lardo? In particolare, il gatto più magro? In particolare, il gatto che avete minacciato di buttar di casa se non ingrassa un po'? Poi torni a casa, manca il lardo e ti domandi il perché. E ti rispondi:

La risposta che mi sto dando è che questo comportamento sia dovuto al mancato adeguamento della didattica da parte di questi docenti all’obiettivo di fornire agli studenti che le prove Invalsi vogliono verificare. 

La didattica. Gli insegnanti di una delle regioni meno ricche d'Italia, la regione che molto spesso ha i risultati peggiori, nel momento in cui si trovano a correggere e inserire i dati dei fascicoli invalsi, qualche volta barano: soprattutto nella prova nazionale di terza media, quella che fa parte dell'esame. Perché mai lo faranno? Perché hanno paura che i risultati possano essere usati contro di loro in sede di valutazione? Perché si sentono direttamente responsabili degli scarsi risultati dei loro alunni, che soprattutto in terza media si traducono in brutti voti all'esame? Prendere un Quattro alla prova nazionale non è uno scherzo, se la media delle prove si abbassa sotto il 5,5 sei bocciato. Bocciare qualcuno all'esame, dopo averlo ammesso, significa crearsi problemi con le famiglie e con lo stesso dirigente. Questo tipo di problemi un insegnante li vive peggio nelle situazioni in cui è meno protetto, ovvero nei contesti sociali più difficili, ovvero - torniamo sempre lì - nelle zone meno ricche d'Italia. Quindi, dove i gatti sono più malnutriti, i furti di lardo sono più frequenti. Mi sembra una spiegazione molto semplice, ma forse ho un debole per le spiegazioni semplici.

Secondo la presidente invece c'entra la didattica. Non è adeguata. A cosa? Alla prova Invalsi.
Che cosa?

(Continua)

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