mercoledì 29 dicembre 2004

On an island in the sun

In fin dei conti siamo soli, su una palla che ruota a grande velocità su un asse instabile. Come facciamo a non volerci bene?

Le operatrici turistiche della mia città sono continuamente al telefono in queste ore. Uno pensa: per i rimborsi. No.
Le operatrici turistiche sono continuamente al telefono in queste ore perché c'è gente che telefona chiedendo last-minute per le Maldive, ché di sicuro gliene avanzano.
"Ma guardi che è una tragedia, una strage".
"Ah, ma tanto io vado solo in spiaggia".

martedì 28 dicembre 2004

Si sentiva un po' snobbato

Je veux etre calife à la place du calife...
Nel suo messaggio natalizio, Bin Laden nomina finalmente il suo Numero Due in Iraq (se ne sentiva la mancanza). Ma finisce lo stesso in fondo alla pagina.

Il messaggio trasmesso dalla Tv del Qatar è durato solo pochi minuti. E la qualità non era eccelsa. Quanto è bastato ai servizi segreti statunitensi per accertare che quella voce è proprio di Osama bin Laden...

lunedì 27 dicembre 2004

Ma voi avete notato che da qualche tempo in qua, a Natale accadono catastrofi orribili?

("Salvo eventi straordinari", s'era detto. E perlappunto).

venerdì 24 dicembre 2004

A questo punto, vi direi Buon Natale! Buon Anno Nuovo! Sarà sicuramente migliore! Cose così.

Il bello è che quest'anno non vado nemmeno via, ho troppa roba da fare. Ma so che di solito in questi giorni nessuno si dà pena di leggere i blog. E io mi adeguo. (Non capisco, ma mi adeguo).

Ne approfitto per ragionare un po' in privato sul senso del mio scrivere su un blog, nel 2005, che dovrebbe essere diverso dal mio scrivere su un blog nel 2001. Perché ragazzi, non so se ci avete fatto conto, ma 2005-2001=4! In 4 anni un bambino impara a parlare. Un atleta si gioca due olimpiadi. Uno studente di lettere si laurea in lettere. Un laureato in lettere cambia 4 lavori, e alcune partners. E uno che scrive in un blog, cosa fa? Cosa deve fare? Cambiare layout? Capirai.

Ops, scusate, avevo detto che ci ragionavo in privato.

Invece, una piccola cosa utile (a me): qualcuno sa come si scrive in italiano il nome di una città russa sviluppatasi nel Cinquecento come insediamento di Vecchi credenti, che in inglese si scrive Sol'vychegodsk? Neanche google la sa, questa, (neanche gli atlanti deagostini e zanichelli) ma magari qualcuno passa di qui che per caso se ne intende. Ecco, io passo la vita a farmi questi problemi qui.

Salvo eventi straordinari, ci vediamo dopo le feste. Mangiate con prudenza.

lunedì 20 dicembre 2004

Arrivo lì, così…
Nessuno mi aspettava più…


Buongiorno, sono Leonardo.
E' probabile che voi pensiate a me come quello che tutti i giorni scrive questi pipponi. In effetti. Ma, a pensarsi bene, io sono anche quello che i pipponi se li legge da più tempo. Chi di voi mi legge dal gennaio 2001? Io mi leggo dal gennaio 2001. (Sempre meno, però).

Nessuno mi odia come mi odio io, gentlemen.

Questo per spiegarvi la mia reazione ogni volta che incontro qualcuno che mi dice "bello quel pezzo su..." (o "brutto quel pezzo su..."). E' come essere un fan degli U2 di Unforgettable fire, e incontrare qualcuno a cui è piaciuto Vertigo*: ragazzino, pussa via. In quanto lettore più anziano di questo blog, io sono l'antipatico lettore che risponde sempre: "sì, ma una volta era tutt'un'altra cosa".

Una volta era tutt'un'altra cosa.

Gente trascurata, sì…
fino a domani nell’oblio…
qualcuno che mi vuol parlare…
può darsi anch’io…


Ogni dicembre, io mi prendo un po' di tempo e cerco di capire cosa ho scritto di buono quest'anno. Faccio una cernita (in realtà ho cominciato solo l'anno scorso), poi ve la propongo. Evito di proposito i pezzi che secondo me conoscete già, cerco di farvi leggere quelli che avete snobbato. Di solito butto via la politica e tento di raccontare un anno della mia vita.

Quest'anno mi sono reso conto che non mi ricordavo intere pagine d'archivio. Non mi rileggo. Non mi correggo. Siccome il mio mestiere è rileggere e correggere, sul blog non lo faccio più. Preferisco gli errori degli altri (e le correzioni degli altri). I miei mi sono insopportabili.

Avendo smesso di rileggermi, quest'anno credo di avere commesso molti errori. Soprattutto, devo aver ripetuto alcuni concetti infinite volte. Non mi ero reso conto, fino a ieri, dell'ossessività con cui nel blog compare una parola: banale. E' un lapsus interessante. Credo che voglia dire che io cerco di sembrare banale, ma in realtà ho una paura folle di esserlo davvero.

Vabbè. Ora è tempo di chiedervi, come regalo di Natale, il vostro parere: qual è stato il pezzo migliore del 2004? Potete votare su questo nuovo forum all'uopo. Qui sotto ho messo una rosa di candidati di cui vi potete allegramente fregare. Avete tempo fino al 24/1/2025. Non si vince niente. Vinco solo io (poco). Seguirà naturalmente dibattito.

Titicaca Lake
"Del resto, di sicuro in tasca ho un mazzo di chiavi. Ecco. Mi sembrano le solite squallide chiavi. Ho trent’anni, vesto in nero, insegno a Bologna, e non mi posso ancora permettere una porta blindata. Ma non importa. La chiave della macchina è la stessa. Questo è importante.
Significa che non ho fatto incidenti gravi..."

8 film in cerca di Iñárritu
"I colori freddi e sgranati sottolineano il disagio di vivere in una società qualsiasi. Premio speciale della giuria a un altro film".

Sai che c'è? C'è che non va
"Sabato sera i Lomas hanno suonato al TPO di Bologna. Non lo sapevate e non vi siete persi un granché".

Maestri di vita 14: Gianna
Disse: “se penso che devo convivere con me stessa per tutta la vita…”

Lui e la guerra (e 2)
"sorga dalle moltitudini profonde del proletariato un grido solo, e sia ripetuto per le piazze e le strade d’Italia: “Abbasso la guerra!” È venuto il giorno per il proletariato italiano di tener fede alla vecchia parola d’ordine: “Non un uomo! Né un soldo!” A qualunque costo!"

L'Ikea è definitivamente Out
"Quello che trovai a Casalecchio era rispetto. Rispetto per la mia situazione di ventenne-e-qualcosa-single-andato-ad-abitare-in-un-cesso-di-un-metro-e-mezzo-per-tre. Gli altri avevano solo sorrisi di commiserazione e lettini della Barbie. L’Ikea aveva un letto a soppalco singolo, grigio, anonimo, alto il giusto per non sembrare infantile".

Le difficoltà del giovane Insomma
“Insomma, secondo te a Meno Ventisei soffre?”
“Un po’…”
“Mica tanto, eh? Allora togliamo altri sei gradi. Meno Ventisei… Meno Sei. A quanti gradi siamo, adesso?”

la legge di Mario e la legge di Beppe
"Uno bravo. Un po’ avanti con gli anni, ma sempre in fibrillo. Sempre sul ferro caldo. E diceva al mio collega (con l’aria da collega): “Primo: renditi indispensabile; secondo: detta le condizioni”. Questa è la legge di Mario".

Sprangate Mario
"Il brano deve inoltre riassumere l'evoluzione dei gusti e dei costumi degli italiani negli ultimi 15 anni, e terminare con un invito alla speranza.
Questo cappello introduttivo si autodistruggerà in 90 sec…"

L'ombelico è un problema complesso
"Calozza Clarissa, classe II C, tutta allegra sotto il burqa nero: il motivo di tanta eccitazione?"

...Poi quest'anno c'è un premio speciale per il miglior pezzo non scritto da me, che io assegnerei a Defarge (bella forza).

(*) gran pezzo, comunque, complimenti.
Ora, un attimo di attenzione:

Giovedì 23 dicembre, alle 21, su La7 apparirà (invece del solito Ferrara e 1/2) Passato prossimo, un programma scritto (almeno giovedì) da Davide Savelli e Alberto Nerazzini, e condotto da quest'ultimo (irriconoscibile nella foto qui a fianco).
Di cosa parlerà, esattamente, non lo so, e ho anche paura di dire scemenze: on line non trovo niente di preciso, e anche il sito della 7 non si sbottona.
Potrebbe essere un documentario a cui stavano lavorando, sui crimini nazisti in Italia, sull'armadio della vergogna, eccetera. Potrebbe, ma anche no. Insomma, non si può fare altro che aspettare il giovedì 23 alle ore 21.
Ancora 3 giorni, coraggio.

Aggiornamento: Ah, vedi, c'è chi ha notizie più fresche:
Lo speciale, dal titolo L'inverno più lungo, racconta l'inverno 1944-1945, l'ultimo, il più tragico e sanguinario inverno di guerra in Italia. Le truppe naziste sono arroccate in difesa sulla Linea Gotica, alle loro spalle ciò che rimane del regime fascista, la Repubblica Sociale di Salò. Davanti alle roccaforti tedesche l'esercito degli alleati che avanza, sulle montagne i partigiani, nelle vallate e nelle città i civili, sempre più affamati, infreddoliti e terrorizzati.
Il racconto comincia nell'estate del '44, con lo sfondamento della Linea Gustav e la Liberazione di Roma. Le truppe naziste di Kesselring retrocedono più a Nord dove si sta costruendo una nuova devastante linea di difesa fortificata.

venerdì 17 dicembre 2004

La diabolica invenzione

Il problema, dice il mio amico Arci, sono sempre i dettagli, e il fatto che non riusciamo a immaginarli.

Arci è il mio amico inventore, sempre una spanna davanti. Mentre voi studiavate greco, lui dormiva. Adesso voi sapete tutto dell'aoristo, e lui sa tutto dei sogni.
"Ti capita mai di sognare qualcosa di bello, e di dire: Dio, quant'è bello? Beh, in realtà non stai sognando una cosa bella. Stai solo sognando l'emozione di trovarti davanti a qualcosa di bello".
"Non lo so. A volte io sogno dei falsi d'autore. Per esempio, un quadro di Gauguin che in realtà non esiste".
"Come fai a sapere che non esiste?"
"L'ho cercato su Art Dossier".
"E com'era fatto questo falso d'autore?"
"Questo è interessante, non me lo ricordo".
"Una donna tahitiana? Un paesaggio bretone? Magari un mix, una tahitiana in Bretagna?"
"Se lo vedessi me lo ricorderei".
"E invece no! Perché tu non hai sognato un quadro vero, con tutti i dettagli, e i colori giusti al posto giusto. Tu hai sognato solo un'emozione: una specie di cartoncino con su scritto: Quadro bellissimo di Gauguin".
"No, non è vero. Io me lo ricordo".
"No, tu non te lo ricordi. Non è mai esistito. Il tuo cervello non può inventarsi un quadro in tutti i suoi dettagli. Anche perché tu non sei Gauguin, non sai nemmeno tenere un pennello in mano. Quello che può fare il tuo cervello è fingere l'emozione suggerita da un quadro di Gaugain. Il tuo cervello è stato in molti musei, ha sfogliato molti art dossier, e quel tipo di emozione la sa fingere molto bene. Ma appena provi a chiedergli un dettaglio, il tuo cervello rimane interdetto. Il problema sono i dettagli. Non riusciamo a immaginarli".
"Questo nei sogni".
"Ahimè, no, anche quando apriamo gli occhi. Sai cos'è che rovina i matrimoni e le rivoluzioni?"
"Non saranno mica i dettagli?"
"La nostra impossibilità di prevedere i dettagli. Quelle piccole miserie quotidiane che non riusciamo a immaginarci, finché non ci siamo dentro. Finché sogniamo, riusciamo solo a pensare a disgrazie enormi e improbabili: mi tradirà, diventerà cattivo, picchierà i bambini. E non riusciamo a immaginare una realtà appena appena più banale: russerà tutte le notti, ingrasserà, i bambini non lo rispetteranno. Quei piccoli dettagli che moltiplicati per tutti i giorni e le notti della nostra vita fanno il male di vivere".
"E le rivoluzioni?"
"Stessa cosa. Uno riesce a pensare solo tutto bene o tutto male. Tutto bene: da domani tutti uguali, pane e rose, felicità. Tutto male: Sodoma e Gomorra, la Babilonia immonda, la fine dei tempi, eccetera.
Prendi internet. Appena qualcuno inventa un protocollo per comunicare in tutto il mondo, subito immaginiamo che le frontiere crollino davanti ai nostri piedi, di colpo, Ghandi può predicare ai pellerossa, eccetera. Oppure l'inverso, il Grande fratello che ci spia, non saremo mai più liberi. Come nella fantascienza, non riusciamo a immaginarci un futuro che non sia trionfale o apocalittico. E intanto non prestiamo attenzione ai dettagli. E dire che i dettagli sono tutto. Lo Spam".
"Che c'entra lo spam?"
"Lo Spam è il presente di Internet. Né strumento di democrazia mondiale, né di controllo globale: Internet oggi è per lo più una rete che distribuisce messaggi inutili a persone che non vogliono riceverli e che perderanno tempo e denaro a cancellarli. E lo sai perché è successo?"
"Naturalmente no".
"È successo perché non potevamo immaginarcelo: perché quando sognavamo internet, pensavamo a una biblioteca universale, a una piazza universale, e non potevamo immaginarci il piccolo fastidio del seccatore che viene a disturbarci porta a porta. Una banalità. Moltiplicata per tutti gli utenti del mondo, per tutti i giorni dell'anno, per tutti gli anni da qui a venire, questa banalità diventa Il Male. Ed è a questo che sto lavorando".
"Già, mi stavo giusto domandando: cosa sono tutti questi fili e queste valvole, è forse la tua ultima diabolica inven…"
"Il Calcolatore di Fastidi, la trovata che mi riempirà di gloria e sovvenzioni governative. Basta indossare il casco".
"Questo qui?"
"…ed esprimere un desiderio: il Calcolatore trasformerà i tuoi impulsi cerebrali in una proiezione fantastica. Grazie a un algoritmo da me già depositato e in attesa di brevetto, il Calcolatore integrerà la proiezione con la simulazione dettagli banali e fastidiosi che daranno al risultato finale una particolare impressione di realtà".
Per cui non è escluso che tu non riesca a vedere davvero il tuo Gaugain, se il collaudo va bene".
"E se va male?"
"Ci si brucia il cervello".
"E chi lo fa, il collaudo?"
"Lo stai facendo tu, in questo momento. Esprimi un desiderio".
"Ma vaf…"
"No, meglio di no. Esprimine un altro".

(Continua?)

mercoledì 15 dicembre 2004

Titolo del tema: Il 2004 è stato l'anno in cui.

Il Quattro è stato l'anno in cui.
Il Quattro è stato l'anno in cui ci siamo resi conto che la Cina potrebbe farcela. Una cosa piuttosto destabilizzante.

Crescendo alla fine di un millennio, abbiamo sempre pensato di essere quelli chiamati a giudicare e liquidare i fenomeni. Dopo di noi, sottointeso, il diluvio. Metti il Comunismo: secondo noi era "finito", un "esperimento storico", che evidentemente "non funzionava". Mentre il liberalismo, la democrazia, qualunque cosa fossero, ci avevano dimostrato di funzionare. Con qualche crisi di crescita, talvolta, si capisce. Ma insomma, la "Storia" aveva emesso dei "giudizi".

Le virgolette, maestra, esprimono l'ironia.

Purtroppo ci era sfuggito un particolare molto banale, e cioè che le cose accadono continuamente. Le nostre analisi, invece, si bloccano nel 1989. La breve stagione del "crollo del Comunismo" comincia in giugno, con la repressione di piazza Tienammen.
Neanche 3 anni dopo Li Peng arriva in visita in Occidente, e più precisamente in Italia, accolto con tutti gli onori dal Presidente del Consiglio Andreotti, e con il mal di pancia di tutti: destra, sinistra, centro. In quell'occasione si sentì in giro per la prima volta la storiella che indubbiamente i comunisti cinesi erano totalitari, fucilavano gli oppositori, etc., però era possibile dialogare con loro, fare affari con loro (prima che li facessero gli altri, magari), e ottenere in questo modo risultati migliori che non con embarghi, corse agli armamenti, eccetera. Tanto il Comunismo era comunque finito. Portava ben stampata una data di scadenza: 1989. Questo lo avevano capito tutti, e con il tempo, lo avrebbe capito anche il dinosauro cinese. Certo, ci sarebbe voluto molto tempo, perché la Cina è molto grande.

Questo tipo di discorsi, signora maestra, li abbiamo sentiti per 15 anni: nel frattempo la Cina è diventata più grande, più moderna, più competitiva. Ma non ha smesso di essere un regime comunista totalitario. Nel frattempo, in compenso, noi siamo diventati meno grandi, meno moderni, meno competitivi, tanto che la nostra industria sembra essere tornata al livello del primo dopoguerra. E allora io volevo solo pormi una domanda, e porla a tutti quanti: siamo sicuri che nel 1989 il Comunismo ha perso e il Capitalismo o la Democrazia hanno vinto?
Dopotutto, chi ci ha mai raccontato che la partita aveva un round solo, e che si decideva tutto nel 1989? Ce lo siamo raccontati noi. Ma se il 1989 fosse stata solo una crisi di crescita di un Dinosauro che ha ancora molte primavere davanti?

E' un discorso amorale, ovviamente. Diamo per scontato che il Comunismo è cattivo, e che anche il Capitalismo occidentale non scherza, d'accordo. Quello che mi domando è quale dei due sistemi ha veramente più chances di sopravvivere nel nuovo millennio. Così, darwinisticamente. Noi occidentali, del resto, ci appelliamo molto spesso a Darwin: siamo superiori perché siamo sopravvissuti. Senza accorgerci della tautologia: un giorno saremo inferiori e non sopravviveremo. Ci addormenteremo pensando a una "crisi di crescita", e non ci sveglieremo più. Non cresceremo più.

Con questo, signora maestra, io non voglio dire che dobbiamo diventare comunisti: evidentemente non lo siamo. Siamo cittadini occidentali che hanno deciso, democraticamente, di difendere il nostro benessere e la nostra sicurezza con le unghie e le bombe a grappolo, se necessario. Essendo adulti, e un po' informati, sappiamo che il nostro benessere e la nostra sicurezza non sono modelli esportabili in tutto il mondo, anzi: il nostro benessere, per perpetuarsi, ha bisogno di materie prime sottocosto e manodopera sottocosto. In poche parole, il nostro benessere è una delle concause dell'indigenza e della schiavitù del resto del mondo. Questo ci fa sentire, a volte, un po' tristi.

Peraltro, non è che il Comunismo Totalitario possa rallegrarci. Abbiamo visto molto bene che in Europa dell'est non funzionava. Resta da capire se fosse colpa del Comunismo Totalitario o dell'Europa dell'est. Per come vanno le cose in Russia, oggi, o in Ucraina, il dubbio rimane.
Ci sarebbe Cuba, ma un'isola tropicale sotto embargo da decenni, proprietà privata di un tiranno logorroico, non sembra l'ideale per fare osservazioni scientifiche su un esperimento economico. Non parliamo di quell'incubo laggiù, la Corea del Nord.
E poi c'è la Cina, di cui in realtà sappiamo poco. Sappiamo che un mondo a sé, dove accadono cose paradossali: un tiranno vegliardo può lanciare una rivoluzione culturale tra gli studenti, un altro tiranno (anche lui vegliardo) può schiacciare gli studenti coi carri armati e intanto dire: "crescete e arricchitevi". Da 15 anni facciamo affari con lei, con l'idea che prima o poi diventerà una cosa simile a una socialdemocrazia. Ma quali argomenti abbiamo per sostenere questo? A parte, naturalmente, le nostre belle speranze?

L'occidentalizzazione della Cina, poi, comporta problemi che preferiremmo non dover affrontare. La democrazia è divisibile dal benessere? Chi può impedire a un miliardo di cinesi di ambire al benessere occidentale, se lo vogliono? D'altro canto: il benessere di un miliardo di cinesi è compatibile con l'equilibrio ambientale della terra? Un miliardo di tubi di scappamento sono compatibili con l'atmosfera? No. È un bel problema. Come si risolve? Lasciando libertà d'iniziativa a un miliardo di persone, o restando in un'economia di piano? La domanda è formulata in modo sempliciotto, e ci porta a una risposta altrettanto sempliciotta: meglio il piano. Per ora. In questa situazione di emergenza (di questo è fatta la Storia: di transizioni ed emergenze).

È che il mondo si è fatto piccolo (e i cinesi, chissà, forse c'entrano qualche cosa). In questo piccolo mondo servono soluzioni collettive, che i Paesi democratici e liberali, in sede di istituzioni internazionali, non riescono a prendere. Non riesce a prenderle l'Onu, non ci riesce il Wto. Ci sono troppe voci. Troppi interessi in conflitto. Il problema è che sono troppo competitivi, questi liberali. Sono convinti di avere ancora a disposizione ampi margini di crescita, ampie fette di mercato. È gente che vive in una perpetua Frontiera. Ma esiste davvero il Far West, oggi? Fuori dalla nostra immaginazione, intendo?
Forse no. Forse il liberalismo è finito, saturato, out. Sta ancora scalciando, ma in realtà si è trasformato in qualcosa d'altro. In un'oligarchia di guerra, fortemente ideologizzata, negli USA. In un'economia in liquidazione, in Italia. Con qualche speranza di rifarsi sul mercato cinese: per anni li abbiamo fatti lavorare, ora pretendiamo di rivendergli i manufatti. Indovinate cosa succede tra una generazione? Se posso arrivarci io, maestra, l'industriale brianzolo c'è già arrivato da un pezzo, mica è scemo.

Col senno del poi, sarà divertente pensare che nell'inverno del 2004 fioriva in Italia, su quotidiani e blog, il dibattito "è giusto commerciare coi cinesi?". Probabilmente anche i pellerossa più illuminati, intorno al fuoco, si ponevano il problema: è giusto indicare i sentieri ai cow-boys, in cambio di liquori e fucili? Non rischiamo di pervertirli, di destabilizzarli? Bella domanda. A lungo termine, sarei portato a dire: no, non è giusto, è anche un po' stupido. D'altro canto i fucili ci servono, e il liquore può tirarci un po' su. E a lungo termine, si sa, saremo comunque morti.


Buono il ritmo, ma la sostanza è poca, e l'argomentazione condotta senza veri rimandi alla materia (link sull'economia della Cina, dibattito sui diritti civili, crisi dell'economia italiana, etc.). Qualche battutina (e la scipitissima citazione finale) potevi anche risparmiartela. Come sempre. 7-.

La maestra non mi vuole più bene.

martedì 14 dicembre 2004

Dicevo che noi, qui da Voghera, ci siamo fatti una certa idea degli intelletttuali. Ce ne sono di due tipi, ovviamente: i pelati e i capelloni (gli apocalittici e gli integrati, sarebbero).

I pelati stanno sempre nei loro studioli a leggere libri noiosi e a scrivere trattati sui sostantivi astratti: La Bellezza, l'Estasi, la Sensualità, la Fedeltà). Nella vita hanno studiato molto e si sentono superiori. Secondo i pelati, noi di Voghera buttiamo via il nostro tempo in cose inutili, tipo guardare la tv, quando invece dovremmo anche noi leggere libri sulla Bellezza, la Fedeltà, l'Eros, eccetera.

Noi, ovviamente, abbiamo molto rispetto di questi pelati, ma li odiamo. Se le sorelle Lecciso ci fanno sentire superiori, i pelati ci fanno sentire inferiori, e noi abbiamo bisogno di entrambi. In realtà, il pacchetto del fenomeno mediatico include sempre almeno un intellettuale pelato pieno di boria che viene umiliato in diretta tv. Anche nel caso Lecciso: finché hai una bionda e una mora che non sanno ballare, non hai nulla. Ma quando hai una bionda e una mora, e un intellettuale pelato che dice: "mi dispiace, questo è trash", proprio davanti all'assemblea dei coinquilini di Voghera, eccoti pronto il fenomeno mediatico. Addosso al pelato antipatico! Crede di sapere tante cose, ma non sa guardare la tv! Viva le Lecciso! Eccetera.

Stefano Zecchi è fatto così. Forse in passato (quando Costanzo e Baudo si gloriavano di portare "gli scrittori in televisione") ha potuto passare per un geniale volgarizzatore, uno che stava in tv per spiegare a noi casalinghe l'abbicì della filosofia. Ma tutto cambia, si sa, non ci si bagna due volte nella stessa acqua e non si compare due volte nella stessa tv: anche la parola "volgarizzazione" oggi non vuol dire più "far conoscere qualcosa al popolo", ma "renderci tutti un po' volgari". Con le sue comparsate a domenica in, Zecchi oggi volgarizza il ruolo dell'intellettuale, che diviene l'uomo dal ditino puntato pronto a rilasciare patenti di decenza alle showgirls. Un provocatore, alla fin fine. Può darsi che non ne sia consapevole, ma forse lo sottovalutiamo. Un uomo che debutta con La fenomenologia dopo Husserl nella cultura contemporanea arrivando a pubblicare titoli come L'incantesimo (passando per Forza Italia), è da tempo al di là del bene e del male.

Fortunatamente, non tutte le teste d'uovo son pelate: ci sono anche i capelloni. Come quel simpaticone del direttore Freccero.
Lui sì che ci fa sentire persone intelligenti, al centro di un fenomeno importante, un fenomeno mediatico. Pensavate che il problema fossero due signorine inette malate di voglia di apparire? Tutto qui? Ma se fosse tutto qui, l'argomento sarebbe esauribile in mezz'ora. E invece no, c'è di più sotto [si carezza il ciuffo]...

Dice che siamo passati dai reality di prima generazione, fortemente costruiti e sceneggiati, Carràmba o Stranamore per capirci, ai reality di seconda generazione costituiti da microcosmi in cui si vorrebbe registrare spontaneamente una presunta realtà, tipo grandifratelli e isole. Ma la deriva è inarrestabile, e ora siamo già alla terza generazione dei reality ("ho provato a farlo capire da Ferrara, l'altra sera, ma non so se ci sono riuscito"), roba in cui tutta la tv diventa "una scenografia autoreferenziale di se stessa", un luogo infestato da Leccise e Costantini insomma. Ed è così - "attenzione al paradosso" - che la fiction riesce a essere più vera e più rappresentativa di noi di tutta la reality-tv messa assieme.


Freccero che sulle Lecciso si sta rifacendo una visibilità in tv, Freccero che si mette a parlare di Lecciso durante una sua conferenza universitaria su sex in the city...
Freccero che avverte le studentesse dei primi banchi: "mi raccomando, fate attenzione, perché un giorno potreste finire a lavorare in tv, e questo cose che vi sto dicendo io non ve le dice nessuno"... e poi se ne esce con le stesse banalità che dirà, la sera stessa, a Cronache Marziane su italiauno... Freccero che va a Cronache Marziane, e di fianco al logo di Italiauno compare la scritta "Carlo Freccero, semiologo"... Freccero che fa il semiologo delle masse, e alla fine tutto quel che ha da dire a noi masse from Voghera sono un paio di pettegolezzi da serva: "quella si fa delle microsiringhe da sola, pensate un po'", e a lui glielo ha detto in confidenza.
Freccero, per farla breve, è l'ultimo esemplare di intellettuale integrato.
Ma è un esemplare talmente cheap da farmi venir voglia di lasciare Voghera per sempre, trincerarmi nella prima biblioteca pubblica che trovo e mettermi a leggere lunghi trattati filosofici sulla Verità, la Bellezza, l'esistenza di Dio... e di spegnere la tv per sempre, che è solo una perdita di tempo, coi suoi fenomeni mediatici in trentaduesimo.

(Grazie a Ludik)

lunedì 13 dicembre 2004

Greetings from Voghera

Si parla di Lecciso, non vi biasimo se cambiate canale.


1. La mania era di Fleet Street

In realtà si parla d'altro. Di un libro che, molti anni fa, mi ha cambiato la vita: questo. Anzi, visto che tra un po' è Natale, e sembra inevitabile scambiarsi un po' di paccottiglia bitolsiana, ve lo consiglio (e vi sconsiglio gli altri libri in circolazione): soprattutto se avete 14 anni e volete cambiare la vs vita. È un romanzo di formazione, con alcune storie d'amore, di morte, di soldi, e centinaia di belle canzoni. Poi, è anche un bel saggio di storia del costume e di sociologia.

Così, giusto perché ultimamente non si fa che parlare di "fenomeni mediatici", e allora perché non tornare ai fondamentali? Shout parla della nascita e delle conseguenze di uno dei più significativi fenomeni mediatici del '900, la Beatlemania. La racconta senza pudori né agiografie, come un fenomeno un po' improvvisato e un po' studiato a tavolino, con le foto di "migliaia di fans" che in realtà sono soltanto decine (ma poi diventano davvero migliaia). E intanto la colloca in un contesto storico preciso, il momento in cui i baby boomers inglesi hanno la possibilità di entrare per la prima volta in un negozio di dischi. Ma poi, quando il "fenomeno mediatico" si fa parossistico e universale, non manca di avvertire:
Dire che l'Inghilterra, nel novembre del 1963, avesse la fissazione di un quartetto pop, si trattasse pure del complesso che aveva fatto sorridere i reali, sarebbe chiaramente assurdo. La mania era di Fleet Street, e quindi sembrava coprire come una coltre tutto il paese.

Fleet Street – uno mica è obbligato a saperlo – è la strada di Londra in cui si trovano le sedi dei quotidiani (io me l'immaginavo lunghissima).
Questa frase mi è rimasta in testa, e mi ha guidato come una bussola tutte le volte che ho sentito parlare di fenomeni mediatici. Di fenomeni, cioè, che nascono sui media, crescono sui media, e che provocano un corto circuito dei media. Così era, in grande, per la Beatlemania, e oggi, si parva licet, per le Lecciso. "Tutt'Italia ne parla", sì, dove "Tutt'Italia" sono sei salotti televisivi e una ventina di testate giornalistiche. Alla fine, volendo fare il calcolo, scopriremmo che "Tutt'Italia" arriva sì e no a una mezza dozzina di gruppi editoriali. Un bel quadro claustrofobico, dove a creare un fenomeno mediatico, in fondo, ci vuol poco. "Tutta l'Italia" è tutta qui. Tutta tutta?


2. Tutti a Voghera.

Questo non vuol dire che non esista la "gente", che guarda la tv, legge le pagine di gossip e si informa sulle Lecciso. Altroché se esiste. Non solo, ma molto spesso siamo noi: sarebbe ora di dirlo. Siamo noi le parrucchiere, siamo noi i portieri, siamo noi le casalinghe di Voghera. Il "fenomeno mediatico" Lecciso ci interessa e ci diverte, e volentieri ne parliamo. Ne parliamo, mi pare, in termini molto semplici e tranchant: quelle due son buone a nulla, raccomandate, che vergogna, farebbero meglio a stare a casa coi figli, quel matrimonio secondo me finisce male, etc (e altre considerazioni meno correct che ci teniamo per i nostri tinelli). Il tutto può prendere sì e no una mezz'ora. E poi?
E poi si parla d'altro. Del prezzo delle zucchine, indubbiamente: dei regali che vorremmo fare a Natale, se sia il caso di farli: in ogni caso meglio cose utili e non costose. Di dove andremo in vacanza: da nessuna parte, magari (avete notato che schifo di calendario? Natale e Capodanno di sabato). Del campionato. Dei leghisti che volevano mettere una taglia sugli assassini dei padani, e poi si è scoperto che erano padani vicini di casa; del processo Sme; di Dell'Utri, dell'Iraq, eccetera. Di tante cose si parla, nei tinelli di Voghera.
In tv, no.
In tv si parla solo di Lecciso, perché è un "fenomeno mediatico".
Questo ci dice qualcosa. Non su di noi, portieri e massaie, ma sulla tv. Sulla sua scarsa fantasia. Sugli spunti che non riesce più a trovare. I grandi reality d'autunno sono finiti, i comici mostrano un po' la corda, e intanto il livello si è fatto basso basso. Il "fenomeno Lecciso" è interessante in quanto involuto: un'idea talmente scema che non poteva venire a nessuno. Pare sia venuta a Mara Venier, il che (se è vero) dà un po' l'idea della professionalità dell'ambiente, con la conduttrice che s'improvvisa autrice. Poi va bene, per carità, se è quel che passa il convento. Ma ricordiamoci che è un convento. E che in altri Paesi, dove non esiste una concentrazione editoriale del genere, non scoppiano nemmeno "fenomeni mediatici" tanto tristi.


3. Parliam d'altro

In Shout, Philip Norman fa notare come la Beatlemania divampi improvvisamente in Gran Bretagna e in USA in seguito a due eventi che avevano sconvolto la pubblica opinione: rispettivamente, lo scandalo Profumo a Londra e l'assassinio di Kennedy a Dallas. In entrambi i casi, una nazione aveva sentito il bisogno di voltar pagina e parlare di qualcosa di fatuo e divertente. (Di bello c'è che i Beatles erano davvero divertenti, il meglio che l'artigianato musicale britannico avesse da offrire in quel momento).
Il "Fenomeno Lecciso" ci parla anche di questo: della gran volontà di parlar d'altro che c'è in tv al momento. Che di guerra e di sequestri, di processi, di inflazione e di tasse avremmo sentito parlare anche abbastanza. Peraltro, oggi siamo ancora in uno di quei periodi rarissimi in cui non c'è campagna elettorale, e faremmo bene a godercelo. E va bene.
Però ricordiamoci che il "Fenomeno Lecciso" occupa tempo televisivo, intere fasce di palinsesto che si potrebbero usare meglio. Lo dico perché mi capita di trovare anche blog progressisti che si battono per il diritto di vedere il Fenomeno in tv. Non avrei nulla in contrario, per una mezz'oretta al giorno. La famosa mezz'oretta. Ma… per interi pomeriggi? Non c'è proprio altro di cui parlare? Non riusciamo a trovare niente di altrettanto leggero? Significa che l'aria, qui intorno, si è fatta davvero pesante.

Un'altra cosa di cui ci parla il Fenomeno, sono gli intellettuali. Sapete, qui a Voghera ci siamo fatti due modelli di intellettuali (ve li descriviamo domani, comunque uno è Zecchi e l'altro Freccero, figuratevi).

venerdì 10 dicembre 2004

Variazioni sul tema

Post-massa:

'Sta polemica sui mercenari senza dubbio è avvilente, ma sempre meglio della polemica sulle sigle di due settimane fa. Cioè, dai, qualche progresso c'è.
Post-addentro:

È poi andata così: Massimo era molto scocciato, per via di quest'uscita di Romano sui mercenari. E io a dirgli dai, Massimo, è solo una cazzata da pre-campagna.
E sì, fa lui, lo so che è una cazzata di pre-campagna, e pure goffa, ma intanto per la prima volta ha avuto i titoli dei tg tutti per lui, e Bondi e Schifani che lo trattavano da leader della sinistra.
E vabbè, Massimo, e tu sai che fai? Ti metti davanti a un po' di telecamere e fai anche tu una dichiarazione goffa. Ma non mi viene in mente niente, dice lui. Niente di goffo? No, proprio niente di niente.
Beh, gli dico, allora fa così. Proponi una riforma elettorale. Una a caso.

Vedrai che poi per un paio di giorni non parlano d'altro...
Post-persona:

Non ho mai detto di essere filo Prodi, e adesso lo dico: io filo Prodi.
Invece una volta ho detto di essere cautamente favorevole alle primarie, e confermo, ma a due condizioni:

1) Che la lista delle primarie contenga tutti i nominativi delle personalità politiche di centrosinistra che negli ultimi mesi si sono improvvisati portavoce di tutto o di parte del centrosinistra. E quindi: Prodi Romano, D'Alema Massimo, Rutelli Francesco, Bertinotti Fausto, Mastella Clemente, eccetera. Compreso chuinque oserà fiatare da qui in poi: se parli per il centrosinistra, ti candidi. Punto.

2) Che di fianco alla colonna dei nominativi, vi siano tre pallini: una verde ("è il mio leader"), una gialla ("non è il mio leader, ma pazienza, voterò comunque per lui"), una rossa ("non è il mio leader, non lo sopporto, il mio voto non lo vedrete mai"). Per ogni candidato l'elettore dovrà fare una croce su uno dei tre pallini.
Poi si prendono le schede, si spogliano (davanti a una commissione ONU), e i candidati che hanno preso il 50%+1 di palline rosse si dimettono da ogni carica politica e istituzionale per sempre. Questa è la mia idea di primarie. Deve essere anche la vostra.

Io filo Prodi, che si era inventato la storia delle primarie giusto per tagliare le gambe a tutti questi telegenici caporali del centrosinistra dall'ego strabordante, dalla riforma facile, dal sondaggio sballato. Augh.

giovedì 9 dicembre 2004

(esempio di post-massa, #1):

"Vi benedico, mediocri..."

Se sei ricco, se sei nobile, ti tocca. E' un'imposta sul lusso, niente più. Vuoi davvero fare il ricco? Vuoi davvero fare il nobile? E allora conciati come un pinguino, o una sciantosa, e assumi qualche tipo di sostanza che ti permetta di restare sveglio, immobile, in penombra, per 3-4 ore, su una comoda poltrona, mentre dal palcoscenico salgono grida melodiose e incomprensibili.
Ti costerà qualcosa, un giusto obolo per l'Arte, la Cultura. E ti annoierai mortalmente, davanti a tutti, ma il mestiere del ricco è tutto lì.

E a me sta bene, tanto ricco non son
(non ci ho la vocazione).

Ma la diretta a San Vittore, signori, è pura crudeltà. E basta.
(esempio di post-bar, #1): Ricevo (sul forum) e volentieri copio e incollo:

Ma porca miseria, Leonardo.
Una volta leggere i tuoi post era davvero un imperdibile appuntamento giornaliero.
Adesso... mamma mia, ma davvero qualcuno si legge i pipponi che scrivi fino in fondo?
Secondo me fai apposta, come Muti cha alla prima della Scala mette un'opera semisconosciuta così quelli che vanno per farsi vedere si annoiano a morte.
Però io non ci casco: ultimamente i tuoi pipponi li salto a piè pari.
Con tutta la stima, Leo: che palle.
Poi scrivi quello che vuoi, che il blog è tuo.


Non ci avevo pensato, ma in effetti è così, io propugno l'annoiamento programmatico (ed essere paragonati al Sublime Maestro è sempre una gran soddisfazione).
(Esempio di post-massa, #2):

Pensavo che sarebbe stato facile - ci sono riusciti anche sul tiggì - e invece no. Accostare una foto del volto del candidato arancione alla presidenza ucraina Yushenko prima e dopo la campagna elettorale. Se non è avvelenamento, si fa molta fatica a capire cos'è.

Qui poi ci siamo messi in due a cercare di ricordare da quand'è che in Europa occidentale non si avvelenano più i leader politici rivali, e oltre i Borgia non siamo andati. Ma sul serio, vi vengono in mente casi più recenti?

lunedì 6 dicembre 2004

…I blog-persona

(Riassunto delle noiose puntate precedenti: ci sono i blog-massa che fanno politica, ma più spesso vanno al bar; poi ci sono i blog-evidenziatori che fanno rassegna stampa, i blog-proconsoli in missione nel mondo per conto nostro, e i blog-addentro che spiano nei corridoi importanti. E tante altre categorie di blog politici che potrei inventarmi da qui a Natale, se non fate i bravi. In effetti, ci sono molte più categorie che blog).

Finalmente, dite voi, una vera Persona. Già, ma sapete benissimo che in latino "persona" è anche il mascherone che usavano gli attori nel teatro greco. La persona comica aveva la bocca piegata all'insù, quella tragica all'ingiù (ma che, vi devo spiegare 'ste cose?). Oltre a schermare il volto dell'individuo (a trasformarlo in un personaggio, appunto), la persona era fatta in modo da amplificare la sua voce. Il Blog-persona ne ha bisogno, perché è solo, in mezzo a una folla che si aspetta molto da lui. Dialoghi brillanti, suspance, monologhi intensi, ma anche duelli all'ultimo sangue, e almeno un massacro prima del sipario.

La materia non manca mai: ogni giorno evidenziatori e proconsoli raccolgono spunti da buttare sull'arena. Morti, morti ammazzati; metodi di contare i morti ammazzati; dibattiti sull'opportunità di mostrare in tv i morti ammazzati; torture, dibattiti su cosa è tortura: idranti in faccia? Mangiare hamburger? musica a massimo volume nelle orecchie? Dipenderà anche dal menù, dalla playlist. Barre di uranio, opere d'arte distrutte che poi si rivelano soltanto inutili cocci di terracotta assirobabilonese. Dossier. Dossier su chi ha scritto il dossier. Attendibilità di chi ha redatto il dossier contro il dossier. Sondaggi: punta sul nero, punta sul rosso, ho vinto io, tu hai perso. Tutto questo è informazione, senza dubbio, ed è anche politica, ma soprattutto è teatro, e il Blog-persona ne è il protagonista. Così che alla fine, anche se parliamo di Guantanamo o Abu Ghraib, di Falluja o di Madrid, di Bush o Kerry, di tortura o non tortura, in realtà stiamo parlando soprattutto di un'altra cosa: del blog-persona, di quanto sia antipatico o simpatico, attendibile o no. Di un mascherone, alla fin fine.

Se poi vogliamo parlare di Camillo (che non è il solo blog-persona, attenti), va bene, parliamone, però premetto una cosa. Trovo abbastanza significativo, e triste, che dopo le ultime notizie da Guantanamo il primo istinto di parecchi sia stato andare a sfottere Camillo. Non che Camillo si meriti gli sfottò, per tanti motivi che possiamo anche enumerare. Ma perché in gioco c'era qualcosa di molto più grave del mascherone Camillo: stiamo parlando di torture. Altre volte abbiamo parlato di morti. Non del gioco a chi ha ragione o a chi azzecca la previsione.
Anche perché alla fine il problema è sempre più vasto. Sin dalle prime polemiche su Guantanamo, mentre Amnesty gridava alla tortura, la Croce Rossa aveva assunto una posizione più sfumata. Se solo adesso la Croce Rossa decide che Guantanamo è tortura, la colpa non è di Camillo: il problema è la Croce Rossa, che per molti mesi ha permesso a mascheroni come Camillo di minimizzare Guantanamo.

Lui, in fondo, non ha fatto che il suo mestiere. Che non è più tanto quello di divulgatore, quanto di personalizzatore. Non si va da Camillo per tenersi informati, ma per saggiare la sua reazione personale, valutare le reazioni: se incassa bene, se fa il finto tonto, se reagisce scomposto, se intona un ritornello nuovo. Non smette di essere istruttivo, perché (per esempio), se per spiegare una sentenza ci mette un paragrafo, tu capisci che è in difficoltà. Se si mette a incollare frasi intere in inglese, capisci che è in grosse difficoltà. E se per una settimana o un mese si mette a spergiurare che non c'è un'emergenza del cristianesimo integralista negli USA, tu finisci per convincerti del contrario. Non è più questione di contenuti, insomma, ma di mimica.

Lo stesso autore di Camillo lo sa bene, e cerca, per quanto può, di nascondersi dietro una maschera di antipatia, saccenza e petulanza, che è assolutamente deliberata. Perché - dando per scontato che siamo tutti maggiorenni e responsabili - esiste un momento in cui ognuno di noi può decidere se passare il Rubicone, alzare il livello dello scontro, giocarsi la faccia, indossare una maschera (non solo, ma si può anche tornare indietro). Tutte le volte che è stato accusato di dire piccole e grandi bugie, Camillo ha avuto la possibilità di spiegarsi meglio, cambiare versione, magari riconoscere qualche imprudenza sua. Di solito ha preferito far baccano, intorbare le acque, insultare, chiedere i cognomi, dando per scontato di avere di fronte dei mascheroni e di essere, lui stesso, mascherone. È il ruolo che si è scelto, e forse è la cosa che gli riesce meglio, ma perché?
Perché si diventa blog-persona? E possiamo ancora parlare di politica, quando tutto viene preso in modo così 'personale'?

Io credo che sia un problema di cattivi maestri. Persone non prive di intelligenza e di mestiere che, preso atto della crisi delle ideologie, si sono offerte di sorreggere l'impianto del dibattito politico con la pura forza della propria personalità. Berlusconi è il caso più cheap, ma prendiamo ad esempio Ferrara. Qualcuno è in grado di capire a cosa crede veramente Ferrara? È una domanda così peregrina?
Di sicuro non è mai stato un berlusconiano praticante. È improbabile che ora si stia convertendo a un qualche cristianesimo a mo' di baluardo d'occidente. È anche abbastanza improbabile che una persona con una certa cultura ed esperienza possa fare affidamento a tutto il baldacchino ideologico dello scontro di civiltà. E allora in cosa crede? In sé stesso, essenzialmente. La sua ideologia coincide con la sua storia personale e con le sue simpatie e antipatie personali. Come Berlusconi, Ferrara occupa l'arena politica da 'persona'. Come Berlusconi, Ferrara gioca molto sulla sua fisicità: Berlusconi ride a 48 denti, Ferrara gigioneggia proponendosi come il grande Zio a una generazione di intellettuali di centro-destra cui è mancato un vero papà. In un periodo in cui è tanto difficile capire cosa è "sinistra" e così "destra", ecco che lui ci propone una soluzione economica: essere pro o contro Giuliano Ferrara. Il suo organo di stampa è la verbalizzazione delle sue antipatie e simpatie personali, perduranti o momentanee. Come diceva una volta Pfaall, mi pare, il Foglio è una specie grande blog cartaceo. Un blog politico. Ma soprattutto, un blog personale.

Inutile poi biasimare chi finisce per ricostruire, all'ombra del Grande Zio, le stesse dinamiche, con qualche sfumatura puerile in più (se accetti di avere il Grande Zio, accetti anche di restare un grande nipotino). Il problema starebbe a monte, nella personalizzazione della politica.
Poi ti viene in mente: in fondo i blog non sono proprio questo, la micro-personalizzazione della politica? E ti viene il dubbio se ti va veramente, di continuare a micropersonalizzare i problemi del mondo in questo modo. Un anno fa, in un post natalizio, Satana tentava i bloggatori con una domanda semplice semplice: vuoi cambiare il mondo, o vuoi solo avere ragione in una discussione? Bella domanda, andrebbe scritta a margine del pulsante "publish".

(Non ne potete più, vero?)

giovedì 2 dicembre 2004

Continua da martedì:

... un Blog-addentro.

Finora abbiamo fatto passi avanti nell’evoluzione: il blog-massa sa quel che tutti sanno; il blog-evidenziatore sa quello che tutti potrebbero sapere, se fossero in grado di guardarsi in giro; il blog-proconsole sa quel che tutti potrebbero sapere, se avessero molto tempo a disposizione per guardarsi in giro.
Il Blog-addentro è il primo passo falso. È un blog che sa cose che gli altri non potrebbero sapere, mai, neanche se avessero tempo, curiosità e denaro. Perché per sapere certe cose non basta avere tempo e cervello: occorre essere ‘addentro’. Girare nei corridoi giusti, prendere il caffè alla macchinetta degli Dei. Un privilegio che il blog-addentro sa di aver pagato in moneta sonante, tradendo gli ideali della gioventù ribelle, eccetera. In controluce c’è sempre una storia di ingenui entusiasmi traditi. Più banalmente, a un certo punto il ribelle ha venduto sua madre per un mutuo, come capita a tutti, ma pensa di essere più furbo di tutti perché di nascosto ha aperto un blog-addentro, un piccolo gabinetto privato da cui pisciare sul Sistema.

Per questi motivi il Blog-addentro non può che avere un’identità segreta. Anche gli altri blog, spesso, hanno uno pseudonimo, ma solo per darsi un certo tono, tanto, chi li conosce? Ma quello del Blog-addentro non è un semplice nick, è una seconda personalità. E il motivo per cui la porta, è lo stesso di Peter Parker o Clark Kent: perché altrimenti ti aspettano sotto casa, ti rigano la macchina e ti rapiscono la partner.

Le analogie coi supereroi in calzamaglia, purtroppo, si fermano qui. Loro vegliano sulla giustizia della città, il Blog-addentro gironzola nei corridoi alla ricerca del minimo rumour da rivendere sul blog. Il contestatore ’70 si è (d)evoluto in un pettegolo ’50: “oh, lo sapete che il giornalista P.Q. si è messo con Y.Z.?” No, maddai.

Intendiamoci, certi Blog-addentro sono davvero interessanti, e offrono ai lettori cose che difficilmente si potrebbero trovare altrove e altrimenti. Quel che rende il blog-addentro un modello un po’ superato, è un certo tipo di filosofia dell’accesso, che andava alla grande nel mondo dei media tradizionali, e su Internet non funziona più.
Questa idea che tutto succeda in poche città: Roma, Milano, New York, e il resto è provincia, massa indistinta, fuorifuoco. Ecco, questa è la concezione del mondo meno bloggistica possibile. I blog sono una grossa occasione soprattutto per la provincia... Questo non toglie che in queste città non accadano davvero cose importanti. Ma a volte il Blog-addentro prende piccole lucciole per enormi, abbaglianti lanterne. La sua Roma, la sua Milano, la sua NY, alla fine si riducono a grandi corridoi dove passa più o meno la stessa gente. Lo si vede bene quando gli capita di incontrare un’autentica celebrità. Può essere Michael Moore al cinema, o Veltroni al supermarket: il Blog-addentro va in brodo di giuggiole come la prima parrucchiera (massimo rispetto).
In fondo, il Blog-addentro è il vero provinciale. Ed è un incarnazione tipicamente italiana del blog, perché solo in Italia che le capitali superano la provincia in provincialismo.

Finora avevamo incontrato blog più o meno simpatici. Il Blog-Addentro è la prima categoria di blog antipatico, e guai se non lo fosse. Il disprezzo nei confronti dei Blog-Massa che lo leggono, lo lincano e sono pazzi di lui, è il suo unico tratto distintivo. Come farebbe a dimostrare di essere Addentro, visto che in realtà quasi mai può fare nomi? La via più semplice è fanculare il lettore, sistematicamente.

Per finire: il Blog-Addentro, in quanto passo falso, è un vicolo cieco. Una volta “addentro”, è impossibile uscire; una volta fanculato il mondo, è inutile contare sulla sua solidarietà. Il Blog-Addentro non può evolvere in qualcos’altro. Non può immaginare nemmeno un mondo dove nessun corridoio è più importante di un altro. Non può sapere che la macchinetta degli Dei fa da tempo lo stesso caffè che si bevono in magazzino. Nel suo gabinetto privato resiste attaccato a piccole certezze, come l’essere un uomo addentro, temuto e invidiato, un esempio per i giovani.
I giovani infatti lo leggono un po’ e concludono: la vita è difuori, ciao. E, scartata l’opzione addentro, molto più spesso tendono a diventare... [ah, ah, ah]

mercoledì 1 dicembre 2004

Oggi è il primo dicembre, laviamoci un po' la coscienza.

A piu' di 20 anni dall'inizio dell'epidemia di Aids, che ha ucciso 20 milioni di persone nel mondo, resta senza terapie piu' del 95% dei malati.

Meno male che adesso i Paesi poveri possono prodursi i farmaci senza brevetto, forse, anzi, forse no:

"Dal 1 gennaio 2005, anche i Paesi in via di sviluppo che dispongono di industrie farmaceutiche dovranno applicare gli accordi dell'Organizzazione mondiale del commercio in materia di brevetti farmaceutici, il che 'ridurra' considerevolmente l'accesso alle versioni generiche di qualita' ed economiche degli antiretrovirali, soprattutto per quanto riguarda le nuove molecole".

E "l'accordo siglato dai membri del Wto il 30 agosto 2003 per aggirare questo problema e' inapplicabile a causa della sua complessità". (Medici Senza Frontiere, da Vita).


Beh, comunque continuiamo ad aiutare i malati di Aids nel mondo con i nostri contributi... forse... anzi, aspetta, no.

«Nel 2004 l'Italia non sarà in grado di versare la sua quota annuale al Global Found per la lotta all'Aids». Lo ha confermato Giuseppe Deodato, direttore generale per la Cooperazione allo sviluppo (Ministero degli Affari Esteri). [...] L'impossibilità è data dal taglio per il 2004 che la Finanziaria ha previsto nell'ambito della cooperazione, taglio che ammonta esattamente a 100 milioni di euro sui 600 stanziati per il Ministero degli Esteri. (Corriere via Macchianera).

Che in fondo è naturale, l'importante è calarci le tasse.
Come sostenere la Lila (anche con un sms).

martedì 30 novembre 2004

Evidenziatori e proconsoli (questo gareggia per "titolo più scemo dell'anno").

Se vuoi contare un po' più di un semplice blog-massa, devi passare meno tempo al blog-bar, tenerti informato, e diventare un blog-evidenziatore. Ma attento, qui la cosa comincia a farsi impegnativa. Non un mestiere, ma quasi. Un blog-evidenziatore deve come minimo sfogliare 3-4 giornali e una ventina di blog tra Italia e mondo. È per questo che ti dico: lascia perdere il bar, figliolo. Anche perché se ti vedono troppo seduto ai tavolini, cominceranno a pensare che non stai facendo bene il tuo mestiere. Certo, ogni tanto sarà bene fare una visita, e assicurarsi che tutti si ricordano di te e che ti leggano quotidianamente: ma il blog-evidenziatore si tiene un po' a distanza. L'idea è: fatti, non chiacchiere. L'evidenziatore scrive post brevi e pieni di link. I link sono una cosa seria.

Capite che qui c'è un salto di qualità. Il blog-massa si limita a dire: cacchio, non mi abbassano le tasse neanche stavolta. Al massimo può farci una battuta su, ma rimane in un ambito personale. Ma il blog-evidenziatore, se fa un post sulle tasse, ci mette almeno un paio di link. Il blog-massa si lamenta; il blog-evidenziatore sa.
Attenzione, perché le cose non stanno necessariamente così. La maggior parte dei link non vengono davvero cliccati dai lettori, ma funzionano lo stesso come indici di autorevolezza. È una cosa che l'occhio rileva ancora prima di mettersi a leggere un post: se il pezzo è breve e pieno di link, è un pezzo autorevole, "pieno di cose", di "uno che ha studiato il problema". I blog-massa adorano i blog-evidenziatori: è lì che trovano le migliori pezze d'appoggio per i loro sfoghi o le loro riflessioni. Di solito una comunità è costituita da un gruppetto di blog-massa che frequentano uno o due blog-bar e ruotano intorno una manciata di blog-evidenziatori.

Forse il blog-evidenziatore è il blog politico per eccellenza, in quanto la politica in fondo consiste in questo: definire le priorità. Tutti vorremmo un mondo migliore, in pace e più pulito: se ci scanniamo, è per definire le priorità. Per Bin Laden, ad esempio, la priorità è umiliare gli americani e creare un califfato. Per Bush la priorità è difendere la sicurezza e lo stile di vita degli americani. Per Berlusconi è vincere le regionali. Per il blog-evidenziatore, la priorità è quella notizia che in pochi hanno notato, e che secondo lui è più importante delle altre. Ogni giorno, nel mondo, accadono milioni di fatti di sangue: ma al blog-evidenziatore, questa mattina, interessa soprattutto l'assassinio di Theo Van Gogh. O di una bambina palestinese. O di Carlo Giuliani, eccetera. Il blog-evidenziatore è quello che mette l'accento, che "non si dimentica" di una cosa quando gli altri cominciano ad accostarla al dimenticatoio.

Il blog-evidenziatore è quello che decide di leggere una vicenda in un modo piuttosto che in un altro. Un esempio che ha fatto storia è il caso Kelly. La vicenda ha dimostrato che il governo inglese aveva racconitato bugie sulle Armi di Distruzioni di Massa irachene. Ehilà, questa sì che è una notizia. O no? No, per molti blog-evidenziatori questa non era affatto una notizia: macché. La vera notizia era che un giornalista avesse reso sexy un dossier. Scandalo! I giornalisti rendono sexy le notizie! Molti blog-bar tenero aperto fino all'alba per parlare dei giornalisti cattivi. Che un governo mentisse ai suoi cittadini per dichiarare una guerra, non era altrettanto importante.

Naturalmente, il blog-evidenziatore ha una serie di responsabilità nei confronti dei suoi lettori: dovrebbe garantire che i suoi link sono roba seria, così che i lettori possano fidarsi di lui: non dossier farlocchi, non editoriali della stessa rivista faziosa, non lunghi articoli della stampa estera che magari dicono il contrario di quello che vuole far credere il blog-evidenziatore. Anche se i blog-massa, spesso, non chiedono di meglio che fidarsi del loro evidenziatore preferito, e sono pronti a giocarsi la loro faccia per lui.

Se il blog-evidenziatore è ambizioso, ama viaggiare e conosce bene almeno una lingua straniera, può diventare qualcosa di più: un blog-proconsole.

Il blog-proconsole è un blog-evidenziatore con un'area specifica di interesse, che di solito è un Paese straniero. Quando succede qualcosa in quel Paese, i blog-massa vanno subito a consultare lui, che conosce bene la lingua e la cultura e che magari ci vive. Come un corrispondente di un giornale. E allora perché non l'ho chiamato blog-corrispondente? Così, per far casino.
Naturalmente sapete tutti cos'è il proconsole, avete fatto il classico. È l'ex console romano, che dopo essersi fatto un mazzo tanto durante tutto il cursus honorum, finalmente può andare a gestirsi una provincia dell'Impero con poteri praticamente illimitati. Il blog-proconsole vive il suo ruolo un po' così: questa è casa mia, qui ci comando io. Se sono il proconsole della blogosfera italiana in Bielorussia, e vi dico che in Bielorussia stamattina fa caldo (con tanto di link), voglio proprio vedere chi è in grado di contraddirmi.
Al massimo, se qualcuno comincia a borbottare, la blogosfera può inviare sul posto (o trovare in loco) un secondo blog-proconsole: a questo punto comincia la guerra tra proconsoli, a colpi di link, che è sempre una cosa molto istruttiva, ma soprattutto divertente.
Ma il proconsole ha un'altra qualità: la provincia gli sta stretta. Lui vuole qualcosa di più. Vuole passare il Rubicone e diventare un

(continua, ah ah, ah).

lunedì 29 novembre 2004

11. la sinistra perde perché non usa i blog
12. la sinistra perde tempo a leggere e scrivere blog
(anche la destra, però).


Negli ultimi tempi è cresciuto un dibattito intorno all'uso 'politico' dei blog in Italia, e nell'occasione mi è capitato di essere stato citato in un elenco di blog "vocatamente" politici, redatto da Giuseppe Granieri. La cosa mi fa naturalmente molto piacere, perché sono un egotico.
Allo stesso tempo, la cosa è molto imbarazzante. È imbarazzante per me – ed è imbarazzante per il mondo-blog italiano in generale – leggere per esempio quel che scrive il gentilissimo Webgol: "Non credo neanche che manchi un blog italiano sede di un commento politico articolato e affidabile (uno su tutti: Leonardo)"

Grazie, davvero, ma io la vedo così:
il mio è un blog personale, confidenziale, visibilmente artigianale, cui dedico approssimativamente il 10% del mio tempo e il 20% della mia intelligenza.
E il fatto che il blogghino qualunque di un trentunenne qualunque, di una provincia qualunque, con un paio di carriere avviate nel fiorente mondo del precariato cognitivo (un poveretto, insomma) sia considerato da osservatori di riguardo "sede di un commento politico articolato e affidabile"… secondo me la dice lunga sulla qualità media dei blog "vocatamente" politici in Italia. (A proposito, bello questo avverbio, "vocatamente". È nuovo? Che ne dite di strozzarlo nella culla?)

Vocatamente Vostro

Non voglio neanche peccare di falsa modestia, guai. Dico subito che, scorrendo la lista di Granieri, oltre ad una manciata di URL davvero articolate e affidabili, c'è robaccia al cui confronto io sono l'Encyclopaedia Britannica (soprattutto nella colonna di "Destra": ma questo non è un problema dei blog, è un problema generale della destra italiana). Mentre mancano siti che trovo molto più interessanti e affidabili del mio. E vabbè, qualcosa si può aggiungere, qualcosa togliere, ma sostanzialmente il panorama è quello lì. È un panorama interessante, ma non esaltante. A tratti avvilente. Vediamo.

Qui non si fanno nomi, per evitare polemiche (in realtà, quando si fa così, le polemiche aumentano esponenzialmente, perché chiunque crede che si stia parlando di lui).

– Nella lista ci sono alcuni blog-massa. Il blog-massa è una categoria che Antonio Negri inventerà tra 15 anni. In pratica si tratta del figlio di un operaio-massa che si è laureato, lavora davanti a un PC, e nel tempo libero gestisce un blog, dove parla molto spesso di politica perché è un tema che lo indigna e lo appassiona.
In effetti il blog-massa non fa altro che indignarsi e appassionarsi. Il contenuto dei suoi post può essere ridotto a questo: "Berlusconi mi taglia le tasse, W!", "Berlusconi continua a prendermi in giro con le tasse, Booo!". Siamo stati tutti, almeno una volta, blog-massa, e abbiamo scritto, almeno una volta, un post-massa. Nessun tipo di riflessione, nessun dato che non si possa trovare già su qualche organo di stampa. A prima vista il blog-massa sembrerebbe inutile e ridondante. Sbagliato!

Gran parte dei blog che mi va di leggere al mattino, sono proprio Blog-massa. E anche quando leggo un blog un po' più sofisticato, non vedo l'ora che perda un po' la calma e non se ne esca con un post-massa. Ma cosa c'è di così interessante in tutto ciò?
Per prima cosa, l'eterna ambizione di ogni sociologo dilettante: sapere cosa pensa "la gente". Che è il motivo per cui in tv ci spacciano per informazione un servizio in cui si passa un microfono "per strada", alla "gente". Se un signore dalla faccia simpatica e dal cappotto un po' stazzonato mi dice al microfono "Berlusconi non mi frega più", magari con una bella inflessione dialettale, questo per me vale cinquecento sondaggi di opinione condotti con tutti i crismi della statistica. Chi se ne frega della statistica, io voglio vedere una faccia, sentire un accento. Ed è la stessa cosa che cerco in un blog: una faccia, un accento. Se Berlusconi ne combina una delle sue, la sera penso: "chissà come la spiegherà il tal blog filo-Berlusconi". E il mattino vado a vedere.

Quello che più apprezzo, sono le variazioni sul tema: le battute, i giochi di parole, il modo in cui la stessa notizia può essere condita in mille modi. I blog di questo tipo, di solito, rivendicano sin dal titolo la loro qualità di blog-massa: per dire, se io sono un blog-massa filoamericano, cercherò di chiamarmi filoamericano-punto-it, così la gente mi trova subito nelle colonnine dei blog-massa affini al mio. Per facilitare il riconoscimento ci sono anche una serie di banner, coccarde, etc., così da non lasciare il benché minimo dubbio anche nel visitatore più frettoloso: io sono amico di Israele (o della Palestina), di Adriano Sofri (oppure lo voglio ai ceppi), eccetera.

– Sempre nella lista c'è almeno un blog-bar (da non confondere con la blogbar, che è un'altra cosa).
Molto spesso, discutendo di blog tra blog (che è una cosa che ci piace fare tantissimo), mi è tornata utile questa categoria del bar. Nello specifico, del bar sport. Sarà che sto in provincia (ma molta Italia sta in provincia). Per me il blog è un buon sostitutivo del bar. Nel bene, ma anche nel male. Si ha un blog-bar quando più blog-massa cominciano a incontrarsi sempre nello stesso posto. Cominciano a svilupparsi rituali, dinamiche compulsive, la biondona che si appoggia sulla coda del pianoforte, il pianista che suona sempre la stessa canzone… e qualche volta, lo Straniero che arriva, afferra una seggiola e spacca tutto. Avevo promesso di non fare nomi, ma la rissa scatenata da Filippo Facci su Rolli secondo me resterà un classico del genere.
I blog-bar, secondo me, sono più insani dei blog-massa, per via delle dinamiche di gruppo. No, dico, ma vi è mai capitato di fare una discussione veramente seria e costruttiva in un bar? Di solito è il posto dove le idee più inconfessabili vengono tranquillamente confessate e difese. Un piccolo mondo dove si può dire di tutto. Con la piccola differenza che il blog-bar è aperto a tutti.

Faccio un esempio. Esistono i Padani, esiste la Padania, ma non esiste il Padano. Se prendi un solo militante della Lega Nord, non riesci a dileggiarlo come se fosse davvero l'abitante di questo Paese immaginario che si chiama Padania. Anche se glielo chiedi, lui farà molta fatica a parlartene.
Ma se prendi due Padani, e li porti in un bar a chiacchierare davanti a un grappino, ecco che due timide convinzioni cominciano a farsi forza tra loro, e di colpo la Padania prende forma. È ancora una piccola Padania. Ma tu aggiungi qualche sedia, versa ancora, e pian piano la Padania cresce (funziona anche con la birra e il Partito Nazionalsocialista).
Nella mia città non ci sono molti padani, ma un giorno ci fu una specie di festa nazionale, venne anche Bossi, e Piazza Grande si riempì di bandiere celtiche e di camicie verdi. Io ci andai.
Non volevo veramente parlare con nessuno di loro, ma volevo visitare la Padania. Arrivai da un angolo della Piazza, e provai ad attraversarla tutta in senso diagonale. Arrivato a metà, mi sentivo male. Era una sensazione di forte disagio. Come un bar sport enorme. Nessuna di quelle persone in sé sembrava cattiva, ma messe insieme facevano un certo effetto. So che c'è una scena uguale in un film di Moretti, ma mica è colpa mia, io ci sono andato prima.

Visitare un blog-bar è come attraversare la piazza dove fanno una manifestazione in cui tu non credi. Sono tutti incazzati, pure sai che non possono farti male. Da quando esistono i blog-bar, io posso visitare tutti i bar in cui non avrei mai messo piede. E qualche visita, ogni tanto, è istruttiva e divertente. Ma col tempo rischi di affezionarti anche ai blog-bar: grosso rischio. Uno dei motivi dell'insana gestione del mio forum è che esso tende continuamente a trasformarsi in un blog-bar trasversale, e io non lo sopporto. Non sopporto che qualcuno cominci a fare il voyeur del mio bar, come io lo faccio in quegli altrui. Del resto, l'unica volta che ho collaborato alla gestione di un bar, esso chiuse in due mesi. Vorrà dire qualcosa.

(Continuo se mi viene voglia).

giovedì 25 novembre 2004

Anche tu, Martin Lutero

1. Io sono soltanto un povero blog – ogni tanto è bene ribadirlo, specie quando si vola un po' troppo in alto. Stasera c'è la Sacra Scrittura in cartellone. (Sembra incredibile, ma oggigiorno la Bibbia e il Corano tirano più del Dibbattito sulla Sinistra).

2. Per prima cosa, io sto dalla parte dei Libri. Tutti i libri, sacri e no. I Libri non uccidono nessuno. Nessun Libro può costringerti a fare del male a qualcuno. Al massimo può suggerirtelo, ma ehi, sei maggiorenne, non puoi più nasconderti dietro a un Libro. Se fai del male, la responsabilità resta tua (e cos'è il male? Bella domanda).
Prendiamo Theo Van Gogh. Non è stato ucciso dal Corano, ma da un uomo, da degli uomini. Il fondamentalismo islamico, le violenze sulle donne, la repressione nelle repubbliche islamiche e negli emirati, non sono conseguenze del Corano, ma delle azioni degli uomini. Il Corano è pieno (anche) di parole di tolleranza, e nella Bibbia c'è (anche) il materiale per dichiarare centinaia di Guerre Sante e reprimere milioni di donne. Quel che fa la differenza tra noi e loro, non è un Libro. È una lunga serie di parametri economici, di sconfitte sociali, di nodi che sono rimasti irrisolti in tutti i Paesi in Via Sviluppo. È normale che questa crisi prenda le forme di un ritorno di massa alla religione 'integrale': è stato così per millenni, anche da noi. Anzi, dovremmo evitare che ci accada di nuovo in tempi brevi.

3. Semmai, la differenza sta proprio in questo: che loro hanno ancora un Libro, e lo leggono. Noi no. Anche se è ancora su uno scaffale alto in tutte le case.
Ma non lo leggiamo più. Al massimo, quando proprio dobbiamo, lo "interpretiamo". Siccome molto spesso non ci riconosciamo in quel che è scritto, dobbiamo "interpretare" molto. Fortunatamente, il nostro Libro è suscettibile di "interpretazioni" anche molto libere, mentre il loro Libro no (questo, almeno, secondo il teologo e islamologo Vittorio Feltri).
Così, un versetto misogino che sul Corano crea allarme sociale, nella Bibbia suscita al massimo un coro di "sì, ma va interpretato…", "bisogna capire il contesto…", ecc. Altro che semplici cristiani, siamo tutti storici del cristianesimo, qui. Tutti esegeti biblici. Tutti Martin Lutero.

4. Quando penso a Martin Lutero, in realtà penso a due persone diverse.
La prima è un giovane monaco smilzo, che indossa un cilicio per scontare peccati immaginari, e ha paura di tutto: dei fulmini, della morte, del sesso, del diavolo.
Il secondo è un signore robusto, padre di famiglia, dalla pinguedine sospetta, che ha tutta l'aria di trovarsi a suo agio in questo mondo. Cosa è successo in mezzo? La scoperta della Grazia. Non conosco abbastanza la storia per sapere se fu un evento traumatico o graduale, ma il cambiamento è comunque spettacolare.
Prima avevamo un ragazzino alla presa con domande tormentose: Esiste un Dio? E mi vuole bene? E, io voglio bene a Lui? Cos'è il Peccato? Dopo, un simpatico signore che ha deciso che Dio c'è, ed è dalla sua parte.
E voi, da che parte state?

5. Quando andai in Scozia, mi capitò di andare a un paio di liturgie della locale chiesa protestante. Solo un paio di volte, per cui sarò costretto a generalizzare.
In quella situazione caso quel che mi ha stupito di più sono le parole degli Inni. In quella chiesa non facevano che cantare: Dio è grande, Dio è con me, ho trovato la via, wow. Una cosa entusiasmante, sul serio. E il sermone del pastore era sullo stesso tono.
Ora, non so se avete presente le canzoni che si cantano in una qualunque chiesa cattolica la domenica, ma vi garantisco che all'80% sono variazioni sul tema: Dio mio, che razza di povero piccolo peccatore che sono. Quando poi il prete attacca l'omelia, non fa che ribadire il concetto: ragazzi, quanti stupidi peccati avete fatto questa settimana? Perché non date più retta a quel che dice Gesù, eh, non avete sentito il Vangelo?
Una liturgia piuttosto demoralizzante, specie se ripetuta per tutte le domeniche di una vita. Ma i cattolici sono fatti così: hanno bisogno di sentirsi nel Peccato, è parte della loro quotidianità. Quello che li spinge a migliorarsi, e nei casi peggiori a tormentarsi, è l'idea di doversi liberare dal Peccato. E cos'è il Peccato? Bella domanda.
Come i cattolici vivono nel Peccato, i Protestanti vivono nella Grazia. Loro, se vanno in chiesa la domenica, è per sentirsi parlare della Grazia. Quanto al Peccato, non è più così difficile da individuare. È Peccato tutto quello a cui hanno rinunciato da quando vivono nella Grazia. Può essere il sesso, la droga, l'alcol, o qualsiasi altro impedimento che è stato superato, è stato vinto.

6. Queste, ripeto, sono solo stupide generalizzazioni. Io non ce l'ho coi protestanti o coi cattolici. Conosco molti cattolici che ragionano da protestanti, e immagino che molti protestanti ragionino da cattolici. Di più, credo che Peccato e Grazia siano idee presenti in ciascuno di noi.
Tutti noi, se abbiamo avuto una fede (una qualunque fede), siamo stati piccoli Martin Lutero. Siamo cresciuti in mezzo ad angosce, dubbi, turbamenti (e abbiamo letto Dostoevskij), finché a un certo punto qualcosa si è sbloccato, e Dio ha smesso di essere un problema (e Dostoevskij è finito in fondo a uno scaffale). Perché o abbiamo deciso che non esiste (e che non può più farci male); oppure abbiamo capito che è dalla nostra. E se Dio è dalla nostra, noi siamo ok. E anche Dio è ok. Tutto è ok. Si chiama maturità, e io la trovo molto sospetta. Non ce l'ho coi protestanti: ce l'ho con questi credenti maturi, che gradualmente finiscono per costruirsi un Dio a loro immagine e somiglianza, che (naturalmente) non può che dar ragione a loro. E se Dio dà ragione a loro, Dio è ok. Molti protestanti sono così. Bush ha proprio l'aria di ragionare così. Ma anche molti cattolici la pensano allo stesso modo (e anche molti musulmani).

7. Io, pur invecchiando come tutti, vorrei cercare di restare nella situazione del giovane Lutero, quello pauroso, tormentato e antipatico. Sì, quello che vive nel Peccato, o perlomeno del dubbio. Dubbio di non sapere cosa sia il bene e il male, se ci sia davvero Dio e cosa voglia da lui.
Da giovane Lutero, le Scritture mi affascinano e mi sgomentano, perché dicono cose che non capisco, oppure (peggio!) che capisco benissimo, e non mi piacciono per niente.
Eppure devo ammettere che se Dio esiste, può avere idee diverse dalle mie: idee che non capisco, o con cui non mi trovo in accordo. Se fossi già certo della grazia di Dio, avrei senza dubbio già pronta la mia bella "interpretazione" con cui salvare capra e cavoli, il mio senso comune travestito da Dio, che mi ispiri qualche saggia parola.
Ma io non ho tutta questa fiducia nel senso comune, che è quello che ci fa alzare la mattina e condurre una vita che di solito detestiamo; ed è lo stesso che ci porta a dichiarare e combattere guerre assurde. No, decisamente io non sono nella Grazia, per me la Scrittura resta un mistero e uno scandalo.

8. Siccome per me il Libro è un mistero, lo leggo ancora molto volentieri.
(E a volte riapro pure Dostoevskij).

I pezzi dei giorni scorsi hanno, come si dice, stimolato un dibattito, su Macchianera, e sull'orrido forum (vedi interventi di Monica e di .mau.).

martedì 23 novembre 2004

I versetti misogini

ehm,
temo di dovervi delle scuse per il piccolo errore dell'altra sera.
Sapete che ero andato a verificare sul mio Corano se erano vere le accuse di Vittorio Feltri, no? Bene. Beh, non so che dire, era un po' tardi, la stanza era buia, io magari un po' distratto, insomma, invece di afferrare il Corano dalla mensola in alto, ho preso il libro che c'era di fianco.
A mia discolpa (1), devo dire che era grosso uguale, e pesante uguale, sempre con quelle pagine sottili sottili e la scrittura fine. Uno di quei libri che impone una certo rispetto. Però non era il Corano.

Era la Bibbia

A mia discolpa (2), posso dire di aver fatto lo stesso errore di una celebre giornalista e maitre à penser occidentale, che tre anni fa scrisse, in un articolo rimasto famoso: Ma allora come la mettiamo con la storia dell'Occhio-per-Occhio-Dente-per-Dente?[…]Anche questo sta nel Corano.

Chissà, magari ci sta anche, nel Corano. Ma di sicuro sta in: Esodo 21,24. E in Levitico 24,20. E in Deuteronomio 19,21. Finché Gesù, per fortuna, non prende le distanze in Matteo 5,38: Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l`altra...

Quanto ai versetti misogini dell'altra sera, la "Sura della Genesi" era il libro della Genesi. La Sura del Siracide, il Libro del Siracide. Le sure dei Corinti, degli Efesini, di Timoteo, erano le lettere di San Paolo ai Corinti, agli Efesini, a Timoteo (come potete benissimo verificare qui).
Potenza delle parole, eh? Se dico "Sura", mi sembra di parlare di qualcosa di esotico e remoto; ma appena dico "Libro", o "Epistola", mi ritrovo a casa mia, una bella domenica di novembre, con fuori le campane che suonano e i compiti di catechismo da fare. E anche la misoginia di quei versetti mi sembra una cosa molto più familiare, alla mano, uno di quei panni sporchi stesi nel cortiletto di casa.
Che è un po' quel che sembra pensare Vittorio Feltri, che nella sua chiosa al Corano (pag.87), scriveva così:

Usa proprio questa formula il Libro Sacro: i maschi sono superiori. Non è una frase suscettibile di interpretazioni. Anche perché Maometto non è stato soltanto "ispirato" da Dio come gli autori biblici, i quali dunque risentivano del clima culturale dell'epoca e dei loro umori con le
rispettive suocere e mogli".


No, dice Feltri: il Corano è la parola di Dio dettata a Maometto; la Bibbia è "soltanto" ispirata ad "autori biblici", con tutto il diritto di scrivere la parola di Dio così, un po' a braccio, adottandola ai costumi dei tempi e ai gusti dei lettori (un po' come i giornalisti di Berlusconi con la parola di Berlusconi). E' una concezione singolare.

E' anche del tutto sballata, naturalmente. Checché ne dica il teologo Feltri, per i cristiani la Bibbia, tutta la Bibbia, è parola di Dio (rendiamo grazie a Dio), ispirata direttamente dallo Spirito Santo. E non ci sono "costumi dei tempi" che tengano.

Nemmeno posso scaricare la colpa sui cugini ebrei, perché se guardo bene mi accorgo che le pagine più misogine non sono nell'Antico Testamento, ma nel Nuovo. Non nel Vangelo, per carità - Gesù tratta sempre le donne con molto riguardo - ma nelle epistole di San Paolo. Il quale non solo non era sposato, ma pretendeva che nessuno si sposasse più. Proprio così:

Quanto poi alle cose di cui mi avete scritto, è cosa buona per l`uomo non toccare donna; tuttavia, per il pericolo dell`incontinenza, ciascuno abbia la propria moglie e ogni donna il proprio marito. (Sura prima dei Corinzi, 7,1).

E' cosa buona per l`uomo non toccare donna: adesso vi sfido a trovare qualcosa di altrettanto misogino in qualsiasi altro Libro Sacro di religione monoteista. Insomma, come la mettiamo? Se mandiamo via i musulmani che leggono il Corano, ci tocca mandare via anche quei cristiani che insistono a leggere la Bibbia.

Detto questo, vado a fare le valige.

lunedì 22 novembre 2004

Ogni giorno è buono per imparare qualcosa, e io temo di avere imparato qualcosa da Vittorio Feltri. Sì, proprio lui, l'esegeta del Corano.
L'avevo preso sottogamba, sapete. Credevo che valesse la pena di comprarlo per dedicargli uno sfottò, una di quelle cose che piace a noi frustrati di sinistra. Ebbene.
La tesi di Feltri è scontata: il Corano è inconciliabile con l'Occidente. Si tratta di un pregiudizio? Magari. No, Feltri si è documentato, ha studiato il Corano, ed è giunto a conclusioni che sono inoppugnabili. Cioè, io ho anche provato, a oppugnarle. Ma quando uno ha ragione ha ragione, e stavolta devo dare ragione a Vittorio Feltri. Il Corano è inconciliabile coi principi della nostra Costituzione. Chi crede in quel libro non dovrebbe rimanere a lungo sul suolo italiano. Mi dispiace, ma è così. Giudicate voi:

Le donne? Per Maometto sono inferiori
di Vittorio Feltri

Il Corano che cosa pensa delle donne? C'è un versetto molto chiaro. Sura II [detto della "vacca"], 228: «Ma gli uomini sono un gradino più in alto». Usa proprio questa formula il Libro Sacro: i maschi sono superiori. Non è una frase suscettibile di interpretazioni.
[. . .]
Questa inferiorità è strutturale, ed essa è la chiave di volta su cui è costruita la società. Insomma, la donna non è vittima di qualche incidente di percorso, per cui basta un ritocco qua e là delle leggi o della mentalità. No, è minorata per volontà divina, ed anzi la vita comune si regge su questo principio. Il resto discende come conseguenza: nessun ruolo direttivo, nessuna possibilità di organizzare per sé un minimo di vita individuale. La schiavitù è sancita e benedetta. Non sono teorie religiose, ma sono diventate immediatamente leggi politiche dove l'Islam è al potere, e pratiche familiari dove sono (per ora) in minoranza. Non illudiamoci: gli ayatollah imporranno a tutti questa visione del mondo appena potranno, perché per essi non c'è distinzione tra sfera spirituale e politica, tra morale cranica e legge dello Stato. Si pone un'altra questione seria. Le comunità musulmane presenti in tra noi possono trattare così le donne in barba alle nostre norme e consuetudini?


La risposta sarebbe scontata (no), ma lo sapete, io sono il solito malfidato, mica potevo fidarmi del primo versetto che mi citavano.
Così sono andato a prendermi la mia copia del Corano, ché sapevo bene di averne una da qualche parte su una mensola alta (il Libro va sempre posato in alto). E ho iniziato a sfogliare. Ero convinto che avrei trovato subito qualche versetto che ribaltava la faccenda. Beh.
Mi sono dovuto ricredere. Più andavo avanti, più era peggio. Ragazzi, c'è poco da essere politically correct. Quel libro è veramente misogino. Tutte le volte che compare la parola "donna", da qualche parte lì intorno c'è anche la parola "sottomessa". Non ci credete?

Si parte dalla Sura "della Genesi" (3,16): è Allah che dice alla prima donna:
"Verso tuo marito sarà il tuo istinto,
ma egli ti dominerà".


Tanto per mettere subito le cose in chiaro. Ma cos'ha fatto, la donna, di male? Lo spiega a chiare parole la Sura "del Siracide" (25,24):

Dalla donna ha avuto inizio il peccato,
per causa sua tutti moriamo.


Per cui il minimo che possa fare è restare sottomessa. E infatti: Se non cammina al cenno della tua mano, toglila dalla tua presenza (Siracide 25,26)

E poi ci lamentiamo se le loro donne rimangono segregate in casa? Finché continueranno a credere in un Libro che ragiona così…

Motivo di sdegno, di rimprovero e di grande disprezzo
è una donna che mantiene il proprio uomo
(Siracide 25,21)

…non c'è da aspettarsi che escano a cercarsi un lavoro. Né che partecipino a qualsiasi tipo di attività sociale. Perfino nella preghiera sono emarginate:

Come in tutte le comunità dei fedeli, le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso parlare; stiano invece sottomesse, come dice anche la legge. Se vogliono imparare qualche cosa, interroghino a casa i loro mariti, perché è sconveniente per una donna parlare in assemblea. (Sura "dei Corinti I", 14,34-35)

Nella stessa Sura si motiva anche l'uso femminile del velo (e del burqa, eventualmente):

L’uomo non deve coprirsi il capo, poiché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell’uomo. E infatti non l’uomo deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo; né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo. Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza a motivo degli angeli. [… ] Giudicate voi stessi: è conveniente che una donna faccia preghiera a Dio col capo scoperto? Non è forse la natura stessa a insegnarci che è indecoroso per l’uomo lasciarsi crescere i capelli, mentre è una gloria per la donna lasciarseli crescere? La chioma le è stata data a guisa di velo. Se poi qualcuno ha il gusto della contestazione, noi non abbiamo questa consuetudine […] (Sura "dei Corinti I", 3,7-16)

Notate la grazia della chiusa finale: se qualcuno vuole contestare… noi non abbiamo questa consuetudine. Tante grazie. Noi sì, però. Come la mettiamo?
E ancora:

Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; il marito infatti è capo della moglie […] (Sura "degli Efesini" 5,22-23;

Ugualmente voi, mogli, state sottomesse ai vostri mariti perché, anche se alcuni si rifiutano di credere alla parola, vengano dalla condotta delle mogli, senza bisogno di parole, conquistati considerando la vostra condotta casta e rispettosa. (Sura "di Pietro I", 3,1)

Per finire con questa botta:

La donna impari in silenzio, con tutta sottomissione. Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all’uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo. Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione. Essa potrà essere salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santificazione, con modestia. (Sura "di Timoteo I", 2,11-15)

Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all’uomo… e poi pretendiamo che abbiano rispetto per le nostre insegnanti? No, mi dispiace, io credo di essere una persona di aperte vedute e tollerante, ma ci sono dei limiti.

E che nessuno venga a dirmi che questi versetti vanno interpretati, inseriti nel loro contesto, mediati… interpretare cosa? Mediare cosa? È tutto chiaro qui, tutto nero su bianco: dalla donna ha avuto inizio il peccato, la donna stia sottomessa all'uomo, punto. E questo credo che non dovremmo tollerarlo. Mi dispiace, ma su questo sono più feltriano di Feltri: chi crede in questo Libro non ha il diritto di rimanere nel nostro Paese, dove vige una Costituzione che prevede per uomo e donna pari diritti.
Perciò, cari amici musulmani, aria.

[Continua domani]

venerdì 19 novembre 2004

(7900 battute, fatto. Ora, se fossimo nel secolo scorso, dovrei stamparne cinque copie, e poi sarei curioso di vedere i punti interrogativi di Jonathan, quelli esclamativi di Enzo, le sforbiciate di Ric o Glauco... se fossimo nel secolo scorso).

Davanti a me c’è un post-it: "Scrivere un pezzo per Energie Nuove: 7455 battute entro giovedì".
Sono un po' confuso, è una cosa che non succedeva da cinque anni. Come tornare nella vecchia classe delle medie, avete presente? Di solito i banchi sono più piccoli.

Memorie di un correttore.

Nel 1996 la pubblicazione ufficiale dell'AVPA languiva, e qualcuno pensò: visto che siamo un'associazione di volontariato, perché non affidarla a dei volontari? In un qualche modo, Riccardo riuscì a coinvolgere nel progetto alcuni suoi amici, tra cui me. Nessuno, a parte lui, aveva esperienza di servizio in Associazione. Per noi, fino a quel momento, la Croce Blu era poco più di un marchio sulle ambulanze. E l'ultima cosa che volevamo fare, era un giornalino con in copertina un'ambulanza, una di quelle cose che, quando ti arriva nella cassetta delle poste, ti dà i brividi. Un house organ, insomma – in seguito abbiamo imparato che quel tipo di cose si chiama house organ. A quel tempo ne sapevamo ancora poco, ma eravamo ottimisti. Girando per le tipografie ci rendemmo conto che risparmiando un po' sulla carta, il giornale poteva diventare una specie di rivista, a 24 pagine, con articoli divertenti accanto alle rubriche ufficiali; inchieste, racconti, e persino un fumetto. Non un house organ, decisamente: in quel momento l'importante era incuriosire i lettori. E i volontari, naturalmente. Che una volta aperto, lo avrebbero amato, e sarebbero venuti a trovarci in redazione (due sere a settimana). Qualcosa di mai fatto prima, di fresco. Di nuovo. Energie Nuove. Sottointeso: le nostre (qui la faccio facile, ma la scelta della testata ci costò almeno un mese di riunioni).

Il primo numero, detto "il Bianco", fu un disastro, sotto molti aspetti. Dentro si parlava di tutto quello che interessava a noi in quel momento: internet, naturalmente, postmoderno, naturalmente, architettura, librerie, musica. Anche di Croce Blu, cercando bene. Più che farsi amare, la rivista sembrava concepita per spaventare i lettori, sin dai ghirigori della copertina. Era successo che avevamo incontrato un bravissimo grafico, Matteo, e ci eravamo appassionati a quello che faceva: e ogni volta che ci portava proposte per la copertina o per l'impaginato, noi sistematicamente sceglievamo le cose più innovative e stravaganti. Per di più non avevamo ancora molta esperienza coi computer; potevamo discutere una sera alla settimana su una foto o su un concetto, ma conoscevamo solo vagamente quella pratica che si chiama "correzione di bozze".

Col secondo numero, "il Blu", le cose andavano già molto meglio: stavamo imparando, oltre a correggerci le bozze, a provare curiosità per quello che succedeva in città. C'è un bell'intervento sulla prostituzione, firmato da due operatori di strada. Una memorabile inchiesta sugli ipermercati, che nel 1996 a Modena sapevano ancora di novità. Il resoconto di un congresso straordinario ANPAS, ma anche un bell'inserto fotografico e un lungo servizio sul circuito cinema (perché la rivista continuava ad assorbire le passioni di chi la faceva): e ancora un racconto, un fumetto. Insomma, la rivista cominciava a prender forma, e ad attirare l'attenzione. Le riunioni di redazione cominciavano ad allargarsi. Venivano a trovarci amici e compagni dell'Università di Bologna, perché, strano ma vero, una rivista così curiosa e pazzoide (e a suo modo ‘impegnata’), in tutto quel panorama universitario non c'era. Cominciava ad arrivare – grazie al cielo – anche qualche volontario dell’Associazione. Il terzo numero (“l’Arancione”) parlava del Polo Umanistico che stava per aprire a Modena, della Globalizzazione (la parola più usata del 1997). C’era anche il contributo di un collaboratore d’eccezione: Guglielmo Zucconi, che un pomeriggio era venuto a trovarci e a spiegarci qualcosa di quello che stavamo facendo per gioco già da un anno: il giornalismo.

Al di là di queste piccole soddisfazioni, era tutto ben lontano dall’essere perfetto. La rivista sembrava piacere più al pubblico esterno che ai volontari della Croce Blu. Coinvolgere persone all’esterno dell’Associazione era sempre stato un nostro obiettivo: ma non volevamo sembrare i “marziani” dell’Associazione, isolati nella nube di fumo che veniva a crearsi il giovedì sera in sala riunioni. Il rischio di voler giocare all’Intellettuale era sempre in agguato (tenete conto che nessuno di noi aveva ancora passato i trent’anni), eppure se ci trovavamo all’AVPA era proprio perché avevamo voglia di misurarci con una realtà più grande e più complessa di tutte le nostre frequentazioni: l’Associazione, e in generale il Volontariato, il Terzo Settore, la vita di una vera città. Era un qualcosa di meno – e di più di un lavoro. Tra noi, lo chiamavamo “Volontariato culturale”. Energie Nuove cominciò a fregiarsi del sottotitolo “Rivista di volontariato culturale”.

Non cambiò soltanto il sottotitolo. Il formato a ‘libretto’ non ci piaceva più, volevamo qualcosa di simile a un giornale, tre fogli piegati in quattro, dodici pagine. Energie Nuove cercava di mettere più a suo agio il lettore, senza rinunciare a qualche stravaganza (alcuni, la prima volta, lo aprivano a rovescio). Anche le riunioni erano molto cambiate. Ora eravamo più di una dozzina e non tolleravamo più lunghe discussioni su qualsiasi scelta di grafica o contenuto. Arrivammo al punto di cronometrare gli interventi: chi aveva un articolo da proporre, lo doveva (1) presentare in cinque minuti; (2) consegnare in tre copie ai revisori; (3) leggere le tre revisioni e consegnarlo rifatto per la riunione successiva; (4) ripetere le prime tre operazioni. (Sembra incredibile, ma riuscivamo ugualmente a sbagliare gli accenti). Per evitare di fossilizzarci, a ogni numero cambiavamo i ruoli: gli ultimi 4 numeri di Energie Nuove sono stati coordinati da quattro persone diverse. Energie Nuove è stato anche questo: un’esperienza concreta di democrazia e di autogestione. Essere redattori significava lavorare agli articoli, all’impaginazione, portare il numero in tipografia, distribuirlo in giro per la città. Un’esperienza a tutto tondo.

Continuavano a succedere cose imbarazzanti: una volta la tipografia sbagliò completamente i colori della copertina, ma le nostre copertine abituali erano talmente ‘strane’ che nessun lettore se ne accorse... peccato, perché, quel numero conteneva un’intervista al regista Ken Loach, che scendendo in Italia si era fermato praticamente solo a Modena e si era fatto intervistare soltanto da noi. Nel numero successivo (il “Rosso”) c’era un’intervista a Kusturica, un’altra a Tahar Ben Jalloun, un’inchiesta sul campo nomadi... L’ultimo numero, datato marzo 2000, non ha nulla di eccezionale: io però lo trovo bellissimo. Ora avevamo due grafici (a Matteo si era affiancato Gianluca), e riuscivamo a fare pagine belle da vedere e da leggere.

E poi... ci siamo fermati. Perché? Da qualche tempo in qua lavoravamo talmente bene che avevamo smesso di aggregare persone nuove. Imperdonabile. La rivista era sempre stata organizzata in un viavai generale: gente che arrivava, altri che si prendevano una pausa per laurearsi, per fare un erasmus, per cercare un lavoro, per fare un bambino... a un certo punto è successo che tutti eravamo in pausa. Il secondo ciclo di Energie Nuove è finito così.

E’ stato quattro anni fa: oggi non so se molti volontari si ricordano di Energie Nuove. Io tuttora mi chiedo se abbiamo reso un buon servizio all’Associazione. Credo di sì: abbiamo fatto tanti errori, ma ce l’abbiamo messa tutta. Però, se devo essere onesto, EN è qualcosa che è servita più a noi che ci lavoravamo. E’ stata un luogo dove incontrarci, confrontarci su migliaia di cose, scoprire un po’ del mondo intorno a noi. Scoprire anche una professione. Molte ex redattori di EN oggi continuano a lavorare in redazioni di cose un po’ più importanti: è un onore aver cominciato a un tavolo con loro. E io? Io mi sono laureato e adesso lavoro. Faccio il correttore di bozze. Alla prossima.

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