venerdì 3 marzo 2006

- la guerra tiepida

Piccoli petulanti pizzaioli

1. Un vecchio e un bambino si presero per mano, e andarono in un prato pieno di croci...
Belle queste croci bianche, disse il figlio.
Sono soldati che attraversarono l'oceano per difendere la nostra libertà, rispose il padre.
Come te, rispose il figlio?
No, figliolo, è diverso. Io ho attraversato i monti e mi sono imboscato in Isvizzera.
Ma papà, perché non sei rimasto anche tu a difendere la nostra libertà?, incalzò il figlio.
Per chi mi hai preso, per un comunista?, replicò sdegnato il padre.
Il figlio non chiese più niente.

2. È probabile che sui cimiteri del distretto elettorale di Ceppaloni sia imbattibile. Ma per il resto Mastella è una frana, non dovrebbero farlo parlare. Di cimiteri militari del Commonwealth è punteggiata la penisola. Ce n'è uno a Udine, uno a Bologna (bastava leggere 2025...), uno a Milano, dove non è troppo inverosimile che un giorno Luigi Berlusconi accompagnasse il figlioletto. E non importa che molti dei caduti a Bologna, ad esempio, fossero in realtà indiani o pachistani (abilissimi a strisciare nelle macchie dell'Appennino e accoltellare il tedesco in silenzio): sono pur sempre "soldati che attraversarono l'oceano per difendere la nostra libertà". Berlusconi è un bugiardo professionista, lo sappiamo. Sbugiardarlo richiede come minimo altrettanta professionalità.

3. I politici italiani che hanno avuto l'onore di parlare al Congresso americano sono stati: De Gasperi, Andreotti, Craxi e Berlusconi. Come dire che dopo il povero Alcide buonanima, gli americani non hanno più azzeccato un solo politico italiano di riferimento. Abbiamo avuto, nell'ordine: un colluso con la mafia; un corrotto morto latitante; un parolaio inconsistente. A questo punto tanto vale mandargli Panariello, tanto che importanza ha: era mattina e non l'ha visto nessuno (quando Aznar o Blair sono saliti in Campidoglio, c'era la diretta anche negli USA).

4. Sulla pronunciation, cerchiamo di essere equi. Pur senza quel magnifico "But no, but no" sfoggiato mi pare con Rasmussen, B. è comunque stato imbarazzante. Una lingua la sai parlare o non la sai parlare: se non la sai ti fai tradurre, come immagino faccia Chirac, e non credo che nessuno lo prenda per un provinciale. Sentire il mio rappresentante che parla di Europa e libertà nell'Assemblea più potente del mondo con l'accento di un pizzaiolo di Toronto m'intristisce, oggettivamente; m'intristirebbe anche se fosse Prodi (ma è B).
Detto questo, devo riconoscere che per essere un sixty-something, Berlusconi non se la cava neanche male. Insomma, non conosco nessun sessantenne italiano con una pronuncia migliore della sua. Allora forse il problema non è della pronuncia, ma dell'età. Già. Dovremmo eleggere rappresentanti più giovani (peccato che siano più fessi, in media).

5. Il discorso in sé era talmente vago che quasi quasi lo sottoscrivo in toto (a parte l'aperture a Putin, ovvio). Il fatto è che per quanto guitto, B. è sempre un po' ragionevole degli opinion-leader al suo seguito: al Congresso ha fatto presente che in breve ci saranno al mondo 6 miliardi di poveri e 2 miliardi di privilegiati. Naturalmente la ricetta proposta (il libero mercato) è una patacca: però almeno mette a fuoco la questione, negando esplicitamente il conflitto di civiltà. (A volte mi chiedo se questo spaventoso conflitto di civiltà contro il quale io polemizzo continuamente – e non solo io – non sia alla fine un mostro marginale, confinato su qualche blog e giornalino di opinione più o meno presentabile. Una comoda sponda per argomenti che comunque rimbalzano subito da un'altra parte).

6. L'atlantismo di Berlusconi è un grosso bluff, che nessuno gli vede per pietà. Quando si è trattato di mettere nero su bianco il proprio sostegno agli Usa, B. ha nicchiato per mesi. Al vertice delle Azzorre non c'eravamo: c'era il Portogallo (ospite), la Spagna, il Regno Unito; c'erano ovviamente gli USA; ma B. no.
Come dice Ciampi, il contingente italiano è arrivato in Iraq solo "a guerra finita" e "su invito dell'Onu", ecc. ecc.. Un malizioso potrebbe dire: siamo arrivati a guerra vinta (vecchia consuetudine italiana) e a pozzi aperti. In ogni caso, la presenza italiana è minuscola, e non ci fa onore: come m'imbarazza il pizzaiolo di Toronto al Congresso, così mi sento disturbato dall'idea che con soli tremila uomini noi ci riteniamo in diritto di mantenere un'opzione dell'Eni sui pozzi petroliferi di Nassiryia. È possibile non vedere la sproporzione enorme tra quello che abbiamo fatto noi e quello che hanno fatto gli angloamericani? Loro hanno, insomma, invaso tutto il Paese, esportato la democrazia in massa. Noi abbiamo addestrato un po' di poliziotti…

7. Eppure anche la nostra omeopatica presenza in Iraq, col tempo è diventata strategica. Dopo il ritiro spagnolo ci bastano tremila uomini per essere forse il terzo contingente in Iraq (di sicuro il secondo europeo). Perciò, anche se siamo in pochi (e abbiamo pretese forse esagerate), gli angloamericani hanno effettivamente bisogno di noi per evitare che l'Iraq sembri una nazione occupata militarmente da una sola potenza nemica. L'altra faccia della medaglia, è che ci bastano tremila uomini per esporre tutta l'Italia a ritorsioni terroristiche. Ora, pur essendo pavido di carattere, e lesto al panico, credo che al Terrore occorra reagire con fermezza. Ma non capisco che senso abbia esporsi al Terrore solo col piedino. Tanto il Terrore è Terrore, per definizione fanatico e integralista: se ha deciso di colpirci, ci colpirà. Ma allora tanto valeva spendersi di più, fare la guerra sul serio. Oppure non fare nulla, e non esporsi neppure. Quello che non sopporto è la guerra tiepida, tutta questa ipocrisia governativa "sì, siamo con gli americani, però non abbiamo partecipato alla guerra, però siamo loro alleati, però non combattiamo ma educhiamo la polizia, ecc.". Come se Al Zarqawi e compagnia s'interessassero dei dettagli. Se davvero avevamo paura di Al Zarqawi, ce ne stavamo a casa. E se non abbiamo paura di lui, dovremmo combatterlo a fronte alta.

8. In questi giorni sono molto impegnato e l'idea anche solo di scaricare e sfogliare l'enciclopedia programmatica dell'Unione mi butta giù. Da qualche parte nelle 200 pagine ci sarà anche l'exit strategy dall'Iraq. Immagino che abbia tempi più brevi di quella prevista da Berlusconi. Se fosse così mi sembrerebbe giusto: l'elettorato di riferimento dell'Unione non ha mai voluto la guerra. In realtà nessun elettorato la voleva, tranne forse quello di Capezzone. A proposito di Capezzone, anche il suo film sulla "Comunità delle democrazie" dovrebbe essere sospeso dalle sale diciamo fino al 9 aprile: non perché non sia immaginifico e ben girato, ma perché rischia di farci perdere voti, e i voti sono molto importanti, vero?
Quando parliamo di ritirarci dall'Iraq, diamo per scontato che l'Italia sia in Iraq. Non è proprio così. 2-3000 militari italiani da un Paese di 25 milioni di abitanti occupato da 140.000 militari USA non sono davvero una gran cosa. Ognuno può avere la sua opinione sulla Guerra in Iraq, ma non c'è dubbio che il nostro aiuto agli americani sia già oggi piuttosto esiguo. E interessato, per di più.
Capisco le ragioni di chi dice che non si può abbandonare l'Iraq nel caos. Nei fatti l'Iraq è nel caos: sciiti e sunniti continueranno a scontrarsi per anni. 3000 italiani, però, non cambiano di molto la situazione.
3000 italiani sono importanti come moneta di scambio tra Berlusconi e Bush (io mantengo formalmente la presenza italiana nella coalizione dei volonterosi, e tu mi fai una marchetta elettorale). 3000 italiani sono importanti perché ci espongono agli attacchi terroristici. 3000 italiani, secondo me, possono andarsene anche domani, e l'Iraq resterà il problema che era prima. Certo, gli USA avranno perso un altro piccolo petulante alleato.
Secondo me se ne faranno una ragione.

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