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lunedì 31 maggio 2010

Ho una teoria #25

Guardate che se volessimo fare sul serio, se proprio pensassimo che val la pena di cominciare la scuola in ottobre, un sistema ci sarebbe.
Aboliamo la Pasqua. Dico sul serio (sull'Unita.it) (Si commenta qui).

domenica 30 maggio 2010

Non è la fine del mondo, ma insomma

Il giorno che aprì il Mattatoio, 22 giugno 2007, io misi persino un annuncio qui (troppo tardi per attirare qualcuno). Quel giorno ricordo che faceva un caldo da fine del mondo, e un mal di denti come mai più ne ho provati in vita mia. Entrando mi salutò un tipo tutto tatuato che poi scoprii Pernazza degli Ex Otago, ma lui invece per chi mi aveva preso? O salutava semplicemente tutti quelli che entravano? Il concerto era all'interno, ma non si riusciva a entrare dal caldo: i mattatoi di una volta li coibentavano per bene. In ogni caso il cocktail di aperitivi e antidolorifici mi stese alle nove di sera. Ogni tanto scanalando la notte tardi lo ritrovo, Pernazza, da Chiambretti, e ogni volta mi chiedo: ma per chi mi avevi preso? O ci salutavi proprio tutti?

Il Mattatoio è un dono di Dio che quando mi vide incidere un po' stanco nel mezzo del cammin di nostra vita decise che no, io avrei continuato a vedere concerti interessanti, a costo di apparire in sogno a dei pazzi e convincerli ad aprire un circolo arci indiepop che potessi raggiungere a piedi. In cinque minuti. Anche in bicicletta è comodissimo, ma l'unico posto dove mi hanno fregato una bicicletta è la rastrelliera di fianco al Mattatoio. Ci ho visto i Fanfarlo e alla fine sono andato a chiedere se avessero un cd, mi dissero che ormai non si facevano più cd, bisognava andare sul loro myspace o una cosa del genere. Due anni dopo hanno suonato da Letterman. Ci ho visto Il Genio la sera della domenica in cui avevano suonato Pop Porno a Quelli che il calcio, passando da perfetti sconosciuti a potenziale tormentone del 2009: li ho visti proprio quella sera lì (forse l'unica sera in cui valesse la pena vedere Il Genio). A volte abbiamo visto un po' e poi ce ne siamo andati, tanto non si pagava: come quando Le Luci Della Centrale Elettrica fecero il pieno e già le ragazze in prima fila sapevano i testi a memoria, o quella notte in cui resistemmo per poche canzone alla visione dei Krisma, appena appena scongelati, giusto il tempo di prenderci l'influenza a capodanno.
Invece Pelle Carlberg meritava. Gli abbiamo chiesto un bis, e lui ha cantato Grace Kelly di Mika. Ho visto gente che non mi ricordo più come si chiama, svedesi intonatissimi con organetti ukulele e poco altro. Ho rivisto Soda Fountain Rag che non aveva capito cosa avessi scritto su di lei (e non credo di averglielo spiegato). Ho persino comprato un cd dei Pip Carter Lighter Maker, non so come sia stato possibile, ma quella sera avevano reso San Francisco un concetto plausibile a Carpi.
Ho visto i Lomas, e cantato che Carpi è Un Posto Come Tutti Gli Altri: E Sei Tu Che Hai Problemi, Non Loro. Ho visto i Leggins, gli Heike Has The Giggles (mi allungarono un cd grezzo, senza nemmeno i nomi dei pezzi) e i Trabant, bravissimi questi ultimi, ma prima del concerto una ragazzina al bancone mi aveva spalancato la porta della crisi di mezza età chiedendomi:

Era la tastierista dei Trabant. Decisi che tanto valeva prendere la vecchiaia di petto, quindi non avrei mai più ballato in pubblico in vita mia, mai più, fine, solo di nascosto il piedino, no, neanche quello, finché una sera non vennero gli Still Flyin' e quella sera veramente il piedino non riusciva a tenerlo nessuno, e guardate che non è mai stato un posto facile per ballare il Mattatoio, e invece quella sera andammo avanti fino all'alba con Max che ci fece la storia del ballabile da Phil Spector ai MGMT.
Ma i più bravi di tutti, posso dirlo? Restano Le Man Avec Les Lunettes. Sarà che ormai ci si sentivano a casa, ma un gruppo dal tocco così delicato, dal vivo, non l'ho sentito mai. La gente arriva senza averne mai sentito parlare e dopo tre canzoni tira fuori paragoni coi Beatles, senza pudore, perché questo ti fanno i LMALL.  Ti vien voglia di rompere il violoncello in testa a qualsiasi altra violoncellista di gruppo pop, sciocca, perché non suoni bene come i Le Man Avec Les Lunettes?
Al Mattatoio ho trovato un solo ex alunno, per ora. In generale ci andavamo a comprare cd di artisti sconosciuti, come ci piace pensare di essere anche noi del resto. Ancora di recente i Record's e i Gloria Cycles: dovevano venirci davvero in casa perché ci accorgessimo di loro. Al Mattatoio stavo quasi per leggere un racconto sulla Resistenza la sera di Schegge di Liberazione, poi Many giustamente mi sostituì con quelli che si erano fatti centinaia di chilometri per leggere il loro racconto sulla Resistenza. Io ero venuto a piedi, nei soliti cinque minuti.

E adesso le centinaia di chilometri toccheranno a me. Il Mattatoio chiude. Mi dispiace. Immagino che avrei potuto fare qualcosa di più, bere più birre, invitare più gente, non lo so. Arrivo sempre troppo tardi, anche con questo pezzo. Quanti bei concerti mi son visto, quanta musica necessaria mi son portato a casa. Quanta fortuna non mi stavo meritando.

sabato 29 maggio 2010

Che cavolo stai dicendo

Diff'rent Strokes

Mi perdonerà il povero Coleman, e chi giustamente rimpiange lui e le risate che ci strappava, ma quant'era razzista quel telefilm. Quel negretto tanto simpatico, nato ad Harlem ma adottato dal Buon Padrone bianco di Manhattan, occhieggiava dai nostri enormi tv-color come un criceto nella gabbietta. Quant'era carino, quant'era buffo, e non cresceva mai. Andate in soffitta, tirate fuori i vostri stinti arretrati di Sorrisi e Canzoni o del RadiocorriereTV, e confermatemi che nel 1980 Arnold si poteva chiamare ancora “negretto”, senza paura di offendere né lui né... chi? Non c'era nessuno da offendere, e noi italiani non eravamo razzisti, assolutamente, anzi ci stavano tanto simpatici i negretti dei telefilm. Gli orfanelli e le domestiche. Beati anni Ottanta. Io comunque non li rimpiango.

Ho fatto due conti e stabilito che preferisco stare dove sto. Nell'Italia anni Dieci dove il razzismo è tutto da questa parte del vetro, e di neri ne incontri per strada quanti ne vuoi, ma non ce n'è uno che ti ricambi un sorriso. Hanno sempre quell'aria incazzata e i brufoli, i brufoli dei neri, chi se li sarebbe immaginati. Ma sul serio, meglio stare qui. Nell'Italia che urla a Balotelli “non esistono neri italiani” - Balotelli che manco sa chi è il Mio Amico Arnold, è nato quattro anni dopo la chiusura. La stessa antipatia di Balotelli, il suo scarso o nullo autocontrollo, mi intristiscono e spaventano, ma li preferisco ai sorrisi di quando i mulini erano bianchi, i tv color erano grossi, la lira era leggera, e i negretti erano buffe creaturine, parenti dei puffi, che ridevano a trentadue denti tra uno spot e l'altro. Quest'Italia analfabeta di ritorno, quest'Italia che a furia di grattarsi ha tirato fuori il fascismo sottopelle, quest'Italia che intona faccetta nera e non finge più di non sapere che il ritornello incita allo stupro etnico, quest'Italia potrà anche e giustamente farvi schifo, ma è tutto quello che abbiamo, e le favole che ci raccontavamo da bambini erano balle, si è capito? Balle. Credete a chi lo sa: abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità. I mulini non sono mai stati bianchi; i negretti bisogna stare attenti ad adottarli perché crescono; e s'incazzano; e hanno brufoli brutti a vedersi.

venerdì 28 maggio 2010

I provinciali

Macelleria di naufraghi

Ma se un parlamentare un giorno propone di aprire le scuole in ottobre per favorire il turismo; se il Ministro dell'Istruzione, invece di liquidarla come una barzelletta estiva afferma di essere “molto aperta”, perché effettivamente c'è bisogno di favorire il turismo... dobbiamo pensare che tutto questo sia una cosa seria? Non lo è. Magari è grave, ma seria no.

Se alla presentazione della finanziaria salta fuori un articolo che abolirebbe le province sotto i 220mila abitanti; ma non quelle delle regioni a Statuto speciale; neanche quelle che confinano con Stati esteri; e forse neanche le altre, perché l'articolo è scomparso; ma qualcuno ne parla ancora... anche qui: son cose serie? Dobbiamo discuterne seriamente?

Dietro proposte del genere non c'è nessuna strategia a lungo o medio termine. Abolire la provincia di Isernia non renderà il Molise più efficiente; tagliare quindici giorni di scuola a tutti non ci renderà più intelligenti, ma non ci farà nemmeno risparmiare così tanto. Dietro proposte del genere non c'è nemmeno una strategia a breve termine. Sbaglierò, lo spero tanto, ma dietro proposte del genere c'è il panico e basta. Hanno finito i soldi. Quelli magari da un po'. Adesso si è esaurito anche l'autocontrollo, tutta l'energia che serviva per stare in posa col sorriso tirato e dire Ce La Faremo. Non ce la stiamo facendo. Abbiamo finito i soldi e nessuno, evidentemente, ce ne presta più. Una volta a questo punto si poteva stamparli, ma poi siamo entrati nell'euro, è una lunga storia, insomma... non si può. E allora che si fa? Si aprono i libri mastri a caso e si comincia a macellare la prima cosa che viene a tiro, senza pudore. E se tagliassimo una settimana di scuola a settembre? Troppo, dici? E allora fa' così, chiama i giornalisti e digli che ne tagliamo due: a quel punto scoppia un casino, se ne parla per venti giorni, e quando tra un mese diciamo che tagliamo una settimana sola, sembreremo ragionevoli. Sì, il personale di ruolo ci tocca pagarlo lo stesso, ma forse faranno meno casino quando sapranno che gli blocchiamo la paga per... cominciamo a dire tre anni. E poi? Che altro si può fare? Aboliamo le province, dai, non piacciono a nessuno. Non si può? Va bene, aboliamone solo dieci. Dammi le meno popolate. Ah, c'è anche Sondrio? No, Sondrio non si tocca. Vabbè, troveremo un cavillo.

Per capire meglio la demenzialità di quest'ultima soluzione, basti pensare che salterebbero Matera e Isernia. A quel punto la Basilicata coinciderebbe con la provincia di Potenza, e il Molise con quella di Campobasso. Di solito si tagliano gli enti inutili, invece stavolta avremo due enti sovrapposti (e inutili) dopo il taglio. E dire che basterebbe imparare dagli Statuti Speciali: nella Val D'Aosta la provincia non c'è, perché la regione ha una dimensione provinciale. Viceversa nel Trentino Alto Adige non c'è la regione, come la intendiamo noi: esistono due province autonome che mandano i rispettivi consigli a un tavolo regionale. Il federalismo sarebbe questo: adattarsi all'ambiente, trovare la soluzione giusta per ogni territorio. Ma bisognerebbe prima conoscerlo, il territorio.

Io sull'abolizione delle province ho una teoria. Di solito chi ne parla come una cosa seria, fattibile, sensata... abita a Roma. Al massimo a Milano. Già i napoletani, immagino, si rendono benissimo conto che una cosa è il comune (900.000 abitanti) una cosa la provincia (tre milioni stretti stretti). Ma i milanesi, e i romani soprattutto, le province non riescono a capirle perché non le vedono. Non fanno parte della loro esperienza. E in fondo hanno ragione, perché la provincia di Roma non dovrebbe chiamarsi così, ma Area Metropolitana – anche quella è una lunga storia. In ogni caso: chi vive nel resto d'Italia sa benissimo che tra comune e regione esiste un livello intermedio, che può mettere insieme il bacino di un piccolo fiume, o il contado di una città di medie dimensioni. E che certe decisioni ha più senso prenderle a Massa o Ascoli che non a Firenze o ad Ancona. Per fare un esempio tra centomila: il primo giorno di scuola – sì, perché in Italia esistono micropaesaggi e microclimi, e a Piacenza il quindici settembre non fa lo stesso tempo che a Rimini. E poi ci sono gli ospedali; i tribunali; le prefetture; perfino le diocesi; chiunque si è posto il problema di amministrare un servizio nel territorio ha sempre preferito dividere l'Italia in pezzettini da 2000 chilometri quadrati, invece che venti enormi blocchi da trentamila.La dimostrazione di quanto sia finto il federalismo dei leghisti è tutta in decisioni del genere: blaterano di dialetti e intanto tagliano province. Riprendo un pezzo dell'estate scorsa:

Potremmo leggere questa fase di dissoluzione localistica come una fase di guerra tra la nozione di provincia e di regione: mentre le regioni trionfano (la Lega è un partito che ragiona per regioni), la nozione stessa di provincia viene messa in discussione: pare che sia una burocrazia inutile... perché debba essere inutile proprio la provincia e non la regione, non si sa. Un vero decentramento dei servizi dovrebbe avrebbe un respiro provinciale. Ma la tendenza non è questa: la tendenza è quella di trasformare venti città d'Italia in venti capitali di staterelli autonomi, e chiamarlo federalismo. Se potessimo aprire la testa di un federalista milanese e dare un'occhiata al suo "federalismo"... sospetto che ci troveremmo davanti uno Stato assoluto e accentrato su Milano, peggio che ai tempi di Lodovico il Moro; nel frattempo pero' i comuni di confine fanno i referendum per passare al Trentino (si pagano meno tasse), e in generale 'sti sudditi "lombardi" non c'è verso di farli passare per l'Hub Granducale di Malpensa: i bresciani hanno Montichiari, i bergamaschi Orio al Serio, e cosi' via.

A questo punto butto li' anch'io la mia idea per l'estate: perché non aboliamo le regioni? Hanno fatto più danni che utili. Eh? Come? Ma no, non dicevo sul serio. Era una "provocazione".
No, non le abolirei. Magari le elezioni regionali, quelle sì: si potrebbe fare eleggere presidente e giunta regionale ai consiglieri provinciali, e si risparmierebbe un po'. Non credo che ci perderemmo in democrazia: di elezioni "presidenziali" per incoronare Formigoni o Errani non credo che sentiremmo mancanza.

mercoledì 26 maggio 2010

Le 10 intercettazioni che meritavano (5-3)

Il decreto anti-intercettazioni sarà la morte del giornalismo italiano come lo conosciamo? Boh, chissà. Invece di ragionarci su, la redazione di Leonardo ha raccolto le 10 Intercettazioni Che Ci Hanno Fatto Sognare. Occhio che si entra in zona podio...

5. Quel pezzo di merda di quella vecchia troia.
È anche colpa dei vip, diciamolo. Perché straparlano al cellulare? Non possono essere più criptici? Non possono prendere esempio da... Vittorio Emanuele di Savoia? Lui nel marzo del 2006 sa benissimo di avere il telefonino “più ascoltato d'Italia”. È per questo che coi suoi soci in affari parla esclusivamente in un codice cifrato. È per questo che, malgrado gli ultimi rinvii a giudizio, a distanza di anni non abbiamo capito esattamente di cosa fosse colpevole. Chissà cosa intendeva veramente, quando diceva che al Casinò di Campione “ci sono quattro sacchi di soldi”. Chissà cosa stava chiedendo realmente Sua Maesta, quando chiede “una pucchiacca” o “una suora” per lunedì, perché deve fare “un salto in Vaticano”. E i sardi che “fanno schifo” e “puzzano”? Ci avete creduto davvero? Ma sul serio, è possibile pensare che a una raccolta fondi per le vittime di abusi sessuali quei due fantastichino di trovare “delle belle bambine, così le...” E quella “comunista di merda” “che ha fatto morire il nostro capo dei servizi segreti”, quella che “bisognerebbe portarla in una caserma di alpini e poi darla agli alpini che se la sollazzino”? Tutti subito a pensare alla Sgrena. E invece chissà di cosa si trattava. E le flebo del principe per il Terzo Mondo?

Avvocato: "E' roba per il terzo mondo, per cui non dico roba tarocca ma di basso costo, in barba a qualsiasi brevetto".
Narducci: "Ecco per esempio abbiamo un'azienda legata al principe che fa anche le flebo".
Avvocato: "Tieni conto che deve essere roba di bassissimo costo perché è per il terzo mondo".
Narducci: "Bassissimo costo, è acqua e zucchero". 

Chissà di cosa parlavano davvero. Ma il messaggio più enigmatico di tutti, a distanza di anni, resta questo:

Veltroni è un comunista, però è molto intelligente, eh?

Mai quanto il nostro erede al trono preferito. Incarcerato all'Aquila, nella prima notte cade dal letto a castello; poi rapidamente si ambienta e... ricomincia a straparlare. Senza che nessuno gli chieda niente di niente, riesce a farsi intercettare in cella mentre confessa un omicidio per cui era stato scagionato vent'anni prima. E uno si chiede: ma sul serio noi italiani avevamo un genio del genere, una risorsa così... e lo abbiamo tenuto in esilio per cinquant'anni?

Anche se avevo torto... devo dire che li ho fregati. È davvero eccezionale: venti testimoni, e si sono affacciate tante di quelle personalità importanti. Ero sicuro di vincere. Io ho sparato un colpo così e un colpo in giù, ma il colpo è andato in questa direzione, è andato qui e ha preso la gamba sua, che era steso, passando attraverso la carlinga.

4. Come uno che manda una raccomandata... e lui mi ha messo una bomba, ah ah! Perché non sa scrivere!



Questa in realtà meritava il podio. È un nastro antichissimo (1986), tornato in auge negli ultimi mesi. Parte del suo fascino deriva proprio da quella patina d'antico, come i colori sballati delle vecchie polaroid. Rimpianti per un passato che si meritava un presente migliore. Per esempio, si sente Berlusconi, ma ha una cadenza più svelta e milanese, e un quarto di secolo in meno. Assomiglia al nostro SB, e allo stesso tempo è del tutto diverso. Non gli stanno tirando statuette in faccia, no: le bombe, gli tirano. E lui che fa, si lamenta? Macché, ci ride su. Gli basta dare un'occhiata al chilo di polvere nera,”una cosa rozzissima, ma fatta con molto rispetto, quasi con affetto”, per capire chi è stato (Mangano) e cosa vuole (un posto da stalliere?) E che vuoi che sia una minaccia mafiosa per uno squalo come lui: roba da farci due risate con Marcello e con Fidel. È da un'intercettazione così che capisci che carisma doveva sprizzare SB nei suoi anni ruggenti. Le bombe gli esplodono intorno e non gli tolgono il malumore, anzi: gli tengono compagnia. “La povera Veronica è qui esterrefatta”. Aveva trent'anni, Confalonieri si stupisce che possa essere gelosa di un uomo che ne ha già... cinquanta.

3. Non è che c'è un terremoto al giorno!
Eh, magari. È l'intercettazione più recente, quella che è valsa la gogna mediatica per i due cacciatori di appalti Piscicelli e Gagliardi. Rei non tanto di aver lucrato sulla “ricostruzione” dell'Aquila, ma soprattutto di averne riso, nel loro letto, alle tre del mattino, mentre studenti e pensionati morivano intrappolati nel cemento male armato. E questo noi italiani non lo possiamo assolutamente consentire – non il terremoto, neanche la speculazione: ma che si possa ridere nel proprio letto mentre la gente muore. Speculate pure sulle vittime di un terremoto, ma almeno vestitevi a lutto, piangete a voce alta, pagate qualche prefica, perché gli italiani amano sentir chiagnere mentre li si fotte. Detto questo, ridere dei morti è un reato? Negli ultimi giorni su LeftWing si è riaperto il dibattito:

Senza le intercettazioni, ha detto Gramellini, non avremmo saputo nulla di quegli imprenditori che ridevano del terremoto. Ecco, è vero: non l’avremmo saputo. Non essendo però ancora previsti nel nostro codice i reati di cattiveria, cinismo e avidità, per quale ragione, domandiamo, la famosa “opinione pubblica” avrebbe avuto il diritto di conoscere il contenuto di quella telefonata?

Già, per quale diritto? Per nessun diritto. Le intercettazioni non sono un diritto. Non abbiamo nessun diritto di conoscere il cinismo e l'avidità del prossimo nostro... però ci piace. Le intercettazioni sono un lusso. Forse un vizio. Forse stanno al buon giornalismo come la pornografia sta all'amore. Per quale motivo la famosa opinione pubblica dovrebbe guardarsi un porno ogni tanto? Perché ne ha voglia, perché esiste, perché è divertente. È un suo diritto? Non credo. Non lo so. Però so che quando gliele toglierete sarà triste, l'opinione pubblica.


Ricapitolando:
10) Abbiamo una banca
9) I furbetti del quartierino
8) Imballati o sfusi, frega niente
7) Un personaggio importantissimo della politica ..a transessuali...
6) E che cazzo! finalmente uno che sbaglia!
5) Quel pezzo di merda di quella vecchia troia.
4) Come uno che manda una raccomandata... e lui mi ha messo una bomba!
3) Non è che c'è un terremoto al giorno!

martedì 25 maggio 2010

Le 10 intercettazioni che meritavano (7-6)

La legge sulle intercettazioni sarà la fine del giornalismo italiano come lo conosciamo? Nel dubbio, la redazione di Leonardo vi presenta le 10 Intercettazioni Che Ci Hanno Fatto Sognare

10) Abbiamo una banca
9) I furbetti del quartierino
8) Imballati o sfusi, frega niente

7) Un personaggio importantissimo della politica ..a transessuali...
Il fotografo Max Scarfone ha scoperto i turpi passatempi di Silvio Sircana, braccio destro del presidente Romano Prodi. Lo ascoltiamo mentre ne rende conto al suo agente, Fabrizio Corona. Il risultato è un'intercettazione al quadrato: in un colpo solo scopriamo il sordido mestiere del fotoricattatore e le inconfessabili pulsioni del portavoce.
Certe intercettazioni sono, per lessico e sintassi, di una banalità sconcertante. Sembra che qualcuno le abbia ridoppiate in post-produzione perché aveva paura che il pubblico del pomeriggio non capisse. Scarfone e Corona parlano esattamente come parlerebbero due paparazzi in una fiction. In poche righe si delineano i personaggi: il fotografo senza scrupoli che sta tallonando Silvio Sircana con l'ossessione di fare il colpo e svoltare, di “gettà le basi per un gran futuro”: vaga fantasia di lusso sfrenato in cui compare, banalissima, l'immagine della "bottiglia da champagne da novecento euro". Corona, dal canto suo, non dice quasi niente, ma è quello che “ragiona” (“è il mio pane questo”): un genio del male. E pensare che magari manco sapeva chi fosse Sircana (infatti Scarfone si guarda bene dal dirglielo: cerca di venderlo come “un personaggio importantissimo della politica”, e a Corona viene in mente solo quello che comincia con la P).
In realtà Sircana, sconosciuto ai più, diventa famoso proprio dopo questa intercettazione. Ma era davvero “importantissimo”: qualche giorno prima era diventato portavoce unico del Governo Prodi. La solidarietà sbandierata da tutta la classe politica non basterà a restituirgli la faccia. Sarà lui stesso a chiedere la pubblicazione delle foto di Scarfone. Ne esce il ritratto malinconico di un uomo solo, il cui maximum di trasgressione è un puttantour in Volkswagen senza concludere. Non sarà più il portavoce di niente. Corona invece è diventato l'agente di sé stesso.

6) Io con simpatia a dire: “E che cazzo! finalmente uno che sbaglia!”
Vale la pena di ricordare che questa è la classifica delle dieci intercettazioni che ci hanno fatto sognare, non delle più utili ai magistrati. Le intercettazioni filtrate in tv, o sui giornali, o al cinema. Quelle di mafia meriterebbero una classifica a parte, anzi un libro a parte, anzi probabilmente qualcuno lo ha già scritto. Dovendo scegliere un personaggio su tutti, mi è sembrato giusto Totò Cuffaro: è anche grazie alle intercettazioni che oggi non fa più il presidente della Sicilia. In questa ambientale del 2001 (da La mafia è bianca) due mafiosi parlano di lui, e finalmente non sono due boss da fiction: non stanno complottando, piuttosto han l'aria di cazzeggiare amabilmente, e intanto ci offrono la chiave per capire il successo del personaggio nell'ambiente. In Totò, i mafiosi apprezzano l'umanità che resiste alla politica: perché lui non è come i soliti “cacarini”, è “una persona normale” con cui ci si può mettere d'accordo. Ma soprattutto è un “cristiano emotivo”, uno che ci mette il cuore, e a volte magari sbaglia, però... è così tenero quando sbaglia. Il vero realismo è nel dettaglio dissonante. Questi rudi uomini di affari e sangue, cresciuti alla morale del Silenzio, quando vedono il giovane Totò sbroccare in tv davanti a Giovanni Falcone vanno in sollucchero. Lui può fare quello che loro, ligi alle regole, non faranno mai: partecipare alla rissa mediatica, guardare Santoro e Costanzo a testa alta, e accusarli in diretta di “giornalismo mafioso”. Dieci anni dopo, il ricordo di quella memorabile figura a reti unificate è ancora limpido: a Samarcanda quella sera i mafiosi avevano trovato la loro mascotte.

lunedì 24 maggio 2010

A Sherwood con Santoro

Circolate, non c'è più niente da vedere

Che poi riflettendoci bene, con la crisi che c'è nel settore, le redazioni che tagliano, le testate che chiudono... come si saranno sentiti i giornalisti italiani alla notizia che c'è un loro collega che, da solo, vale dieci milioni? Non si saranno sentiti un po' contenti, di riflesso, un po' comunque orgogliosi?
No, secondo me no.
Ho una teoria #24 è sull'Unità.it, e si commenta qua).

(Colgo l'occasione per salutare i compagni di Metilparaben, nuovi arrivati nel sito del quotidiano fondato da Antonio Gramsci e sopravvissuto a Walter Veltroni).

venerdì 21 maggio 2010

Le 10 intercettazioni che meritavano (10-8)

Ci hanno fatto indignare, ci hanno fatto ridere, ci hanno fatto sognare: poche cose ci hanno tenuto compagnia in questi anni come le intercettazioni. D'estate soprattutto – cosa sarebbe stata l'estate scorsa senza la D'Addario? l'agosto 2005 senza i furbetti del quartierino? Ambientali o telefoniche, le intercettazioni ci hanno fatto sentire un po' detective, un po' voyeur, un po' cittadini responsabili che s'informano sui difetti dei loro potenti, un po' sceneggiatori italiani che prendono appunti per una fiction ma poi gettono la spugna: tanto alla fine la realtà ci batte sempre.
È stato bello, bisogna dirlo. Berlusconi non era così terribile, finché potevamo dargli un'occhiata sotto i pantaloni. Ma ormai è tutto finito. Mentre aderiamo a tutte le proteste e le raccolte di firme del caso, noi della redazione di Leonardo abbiamo pensato di fare una classifica delle dieci intercettazioni che hanno lasciato il segno. Un modo per rileggerle o riascoltarle e magari scoprire che poche cose, giornalisticamente parlando, invecchiano bene come una buona intercettazione. Gli editoriali sbiadiscono, la cronaca stinge, ma quel che disse Berlusconi a Saccà è ancora lì, come scolpito nel marmo.

10. Abbiamo una banca!
Se la ricordano tutti così. In realtà secondo il Giornale, che pubblicò l'intercettazione nel gennaio 2006, Fassino disse a Consorte (Unipol): “E allora siamo padroni di una banca?”, per poi correggersi immediatamente: «Siete voi i padroni della banca, io non c’entro niente».
Ecco, dovessi spiegare il fascino delle intercettazioni, farei questo esempio: rubano l'anima. Per esempio, in questo lasciarsi andare (“siamo padroni!”) e rettificarsi subito (no, anzi, "siete voi i padroni", io no) c'è tutto Pietro Fassino, in tutto il suo contorcimento interiore. Lui magari voleva soltanto festeggiare con un po' di familiarità, ma poi il suo superego gesuita si ricorda che festeggiare è da sfacciati, e cerca di rimediare con una genuflessione non richiesta ("siete voi i padroni"); e intanto lascia ai paranoici (noi) l'impressione di saperne un po' di più: intuiva che lo stessero spiando? Violante si azzardò a dire che Fassino aveva usato il noi in senso dialettale, pare che i piemontesi lo facciano (noi al posto del tu? Violante? Ci prendiamo per fessi?)
È una delle intercettazioni meno sexy in assoluto; in compenso è una delle poche che forse ha davvero fatto Storia. Era la campagna elettorale del 2006; sembrava che il governo Berlusconi fosse agli sgoccioli, invece all'ultimo momento la Casa delle Libertà pareggiò con Prodi. Si parlò molto in quei mesi della sinistra uguale alla destra, che trescava con finanziarie e cooperative e addirittura pretendeva di possedere banche. Un temino sull'argomento lo scrissero tutti gli opinionisti di sinistra, penso di averlo fatto persino io. Qualche mese fa un manager milanese, Favata, ha confessato di aver consegnato personalmente l'intercettazione a Berlusconi, alla vigilia del Natale '05, ricavandone in cambio una promessa di “eterna gratitudine”, peraltro non onorata. A distanza di cinque anni Berlusconi continua a vincere le elezioni, Favata è sul lastrico, Fassino è stato completamente scagionato (Consorte no), e Bossi dichiara candidamente ai giornali che la Lega deve avere una banca. Qual è il trucco? Che in Italia puoi dichiarare ufficialmente qualsiasi cazzata. Diventa uno scandalo solo se la dici in un'intercettazione.

9. I furbetti del quartierino
L'espressione idiomatica più usata nel 2005/06, al punto da meritarsi una pagina di wikipedia. Dove si scopre la curiosa inversione semantica: il “furbetto del quartierino” per eccellenza è l'immobiliarista Stefano Ricucci, ma l'espressione (perfetta e ridondante il giusto per descrivere il provincialismo gretto dei nostri imprenditori) la coniò lui, al telefono, parlando delle manovre ostili di certe banche estere. L'espressione gli si è poi ritorta contro.
Io, lo confesso, ho un ricordo assai vago di tutta la faccenda. Era estate e ci stavamo perdendo da qualche parte in Normandia, ogni tanto riuscivamo a metter le mani su qualche vecchia copia della Repubblica, di quelle stampate in bianco e nero in un inchiostro che ci restava tra le mani. Ci stendevamo sulla spiaggia e leggevamo i dialoghi stentati dei potenti, e non li invidiavamo. Le uniche cose che ricordo un po' sono le affettuosità di Ricucci ad Anna Falchi, e di Gnutti alla sua Ferrari nuova. (A quei tempi anche l'intrusione nell'intimità di un palazzinaro ci sembrava qualcosa di rivoluzionario: a riascoltarle oggi, dopo aver sentito i consigli di Berlusconi a una entraineuse, le storielle dei furbetti ci farebbero tenerezza).

8. Imballati o sfusi, frega niente
Ma chi l'ha detto poi che servono i vip per appassionarsi a un'intercettazione. Quelle di Biutiful cauntri sono anonime e iperrealiste (forse a loro devono qualcosa gli sceneggiatori di Gomorra). L'audio è ottimo, la caratterizzazione dei personaggi impeccabile, l'accento perfetto, forse i dialoghi sono un po' telefonati, ma è il paradosso delle intercettazioni: se dovessimo scriverlo noi, un dialogo tra due imprenditori del nord che buttano tonnellate di veleno in una discarica illegale, non ce ne usciremmo con frasi stereotipate ed eloquenti del tipo “è stato fatto un accordo per non spaventare la popolazione, bisogna andare con i piedi di piombo”. Ma questi signori non stanno fingendo: stanno veramente avvelenando l'Italia, e quando parlano si permettono tutti gli stereotipi e che vogliono. “Però quello te lo tieni per te dopo il 16... se no vanno tutti i comunisti con bandiera rossa davanti”.

giovedì 20 maggio 2010

Alla maniera del vecchio ES

questo è il decreto intercettazioni, questa è la tregua di Madrid
fra Moratti e Mourinho, è la Red Bull di Webber, è il pesco
fiorito, è 'o puorpo gigante: ma se volti il foglio, Leonardo
ci vedi il denaro:
                          questi sono i pianeti extrasolari, questa è la New Town
dell'Aquila
, è la lavagna interattiva, è il primo volume dei Poetae
Novissimi, sono le scarpe, sono le bugie, è il CdR del Sole24Ore, è Noemi,
è una mail che mi è arrivata oggi dalla Thailandia, è il botox,
è la gravidanza assistita: ma se volti il foglio, Leonardo, ci vedi
il denaro:
               questa invece è la buonuscita di Santoro, è il Presidente
che prende google per un cappotto, è il petrolio nel Golfo del Messico,
è il federalismo, l'otto per mille, il cinque in condotta,
i boia delle Diaz: ma se volti il foglio, Leonardo, ci vedi
il denaro:
               e questo è il denaro,

e questi sono i generali con le loro mitragliatrici, e sono i cimiteri
con le loro tombe, e sono le casse di risparmio con le loro cassette
di sicurezza, e sono i libri di storia con le loro storie:

ma se volti il foglio, Leonardo, non ci vedi niente:

(L'originale , assai diversa, era Purgatorio de L'Inferno 10)


Postilla: qualche giorno fa a Filippo Facci e Antonio Socci è scappato di scrivere che "Regalare alla sinistra Roberto Saviano sarebbe una delle sciocchezze più tragicomiche che il centrodestra potrebbe fare", e che "Saviano, oltretutto, ha una formazione culturale fin troppo di destra". Anche se mi scappa da ridere, non ho nessuna intenzione di disputare Saviano a cotanti avversari, manco fosse il pupazzetto appeso a un canto del calcinculo: se a destra c'è gente che prova ad acchiapparlo, tanto meglio per loro (e forse anche per lui, coi tempi che corrono). Vorrei solo spiegare perché, malgrado l'autorevole opinione di Facci e Socci, continuo a considerare Roberto Saviano dalla mia parte.

Si tratta di una cosa banalissima: per me Saviano è di sinistra perché dietro a ogni pagina si ostina a vedere il denaro. Le sue indagini non sono sempre rigorose, il quadro è spesso incerto, e in agguato c'è sempre la tentazione di buttarla in epica: però Saviano è uno dei pochi in questi anni che volta il foglio, o almeno ci prova. Romanzo, non romanzo, è un dibattito che non m'ha mai appassionato. Io sto con Saviano perché dove gli altri vedevano sangue e piombo, lui vede economia. L'Istituto Bruno Leoni non approva, è un buon segno. Io credo che Saviano abbia trovato la chiave giusta, così come credo a cose un po' scipite e fuori del tempo come la lotta di classe (e mentre lo dico immagino Facci che mi dà del matto e Socci che si tappa le orecchie e invoca la Madonna). Se pensate che sia roba vecchia, anacronistica, che la sinistra debba trovare altre posizioni, non c'è problema. Andate, fate, e prendetevi pure la parola "sinistra", non ci sono affezionato. Non ci tengo particolarmente a passare per uno "di sinistra". Come te (come tanti, spero) io spero di essere "lo stupido antifascista", non altro: un insegnante, uno scribacchino, un vetero-:

martedì 18 maggio 2010

Postkarten 49

(Il blogger è morto):

per preparare un post, si prende "un piccolo fatto vero" (possibilmente
fresco di giornata): c'è una ricetta simile in Stendhal, lo so, ma infine
ha un suo sapore assai diverso: (e dovrei perderci un'ora almeno, adesso,
qui, a cercare le opportune citazioni: e francamente non ne ho voglia); conviene curare
spazio e tempo: una data precisa, un luogo scrupolosamente definito, sono gli ingredienti
più desiderabili, nel caso: (item per i personaggi, da designarsi rispettando l'anagrafe:
da identificarsi mediante tratti obiettivamente riconoscibili): ho fatto il nome
di Stendhal: ma, per lo stile, niente codice civile, oggi (e niente Napoleone, dunque,
naturalmente): (si può pensare, piuttosto, al Gramsci dei Quaderni, delle Lettere, ma
condito in una salsa un po' piccante: di quelle che si trovano, volendo, là in cucina,
presso il giovane Marx): e avremo una pietanza gustosamente commestibile, una specialità
verificabile: (verificabile, dico, nel senso che la parola può avere in Brecht, mi pare,
in certi appunti dell'Arbeitsjournal): (e quanto all'effetto V, che ci vuole, lo si ottiene
con mezzi modestissimi): (come qui, appunto, con un pizzico di Artusi e Carnacina): e
concludo che il blog consiste, insomma, in questa specie di lavoro: mettere parole come
in corsivo, e tra virgolette: e sforzarsi di farle memorabili, come tante battute argute
e brevi: (che si stampano in testa, cosi, con un qualche contorno di adeguati segnali
socializzati): (come sono gli a capo, le allitterazioni, e, poniamo, le solite metafore):
(che vengono a significare, poi, nell'insieme: attento, o tu che leggi, e manda a mente):

lunedì 17 maggio 2010

Per un'ora di Amore

Maria Stella, dici che il Consiglio di Stato ti ha dato ragione.
Ma hai letto bene?

giovedì 13 maggio 2010

La danza delle ore

3 burattini stanchi

Riassunto delle puntate precedenti: nel 1929 Mussolini e Pio XI si mettono d'accordo per qualche centinaio di metri quadri affacciati sul Tevere e un'ora di religione nelle scuole di ogni ordine e grado. Mezzo secolo più tardi l'ora diventa facoltativa. L'estate scorsa il Tar di Roma stabilisce che il voto, anzi, il “giudizio” del docente di religione, non debba entrare nel Credito scolastico. A questo punto il Ministro fa ricorso al Consiglio di Stato. L'altro giorno pubblica un comunicato in cui sostiene che il Consiglio gli ha dato ragione. A venti giorni dagli scrutini, mentre studenti e docenti brancolano nel caos totale (nel primo quadrimestre religione non faceva media e adesso sì; fino a una settimana fa sembrava che il docente non dovesse venire agli scrutini e adesso sì), la scena è allietata da alcuni personaggi, mi piace figurarmeli come tre burattini, che festeggiano o inveiscono secondo copione.

BURATTINO MINISTERIALE
Il consiglio di Stato ci ha dato ragione! La religione è importante e noi l'abbiamo sempre saputo.

BURATTINO LAICO
È una bieca discriminazione! Chi decide di non fare religione dovrebbe avere gli stessi diritti degli altri!

BURATTINO PRETE
Non passerete! Giù le mani da ora di religione e crocefissi.

E se le battute del copione vi sembrano poco ispirate, avete ragione. C'è un po' di stanchezza in giro, recitare è faticoso, han tutti bisogno di vacanze. Ma secondo voi cosa c'è sotto i burattini?

Ministero, quattro giorni fa
“Hai letto la sentenza del Consiglio di Stato?”
“Sì, e non ci ho capito niente. Spiegami soltanto: religione farà media o no?”
“Non può fare media, il giudizio di religione non è un voto numerico”.
“Vabbè, insomma, allo scrutinio l'insegnante di religione ci va o no? Ha vinto il tar o abbiamo vinto noi?”
“L'appello è stato accolto, quindi il tar ha perso...”
“Evvai!”
“Ma la sentenza dice anche che dobbiamo garantire l'ora di alternativa in tutte le scuole, altrimenti stiamo violando la Costituzione”.
“Vabbè, dettagli”.
“Leggi qui: La mancata attivazione dell'insegnamento alternativo può incidere sulla libertà religiosa dello studente o delle famiglie: la scelta di seguire l'ora di religione potrebbe essere pesantemente condizionata dall'assenza di alternative formative, perché tale assenza va, sia pure indirettamente, ad incidere su un altro valore costituzionale, che è il diritto all'istruzione sancito dall'art. 34 Cost.”
“Bla bla bla, l'importante è che possiamo dire di aver vinto”.
Di questo aspetto il Ministero appellante dovrà necessariamente farsi carico, perché altrimenti...
“Altrimenti?”
...si alimenterebbe una situazione non coerente con quanto le stesse ordinanze impugnate sembrano invece presupporre”.
“E quindi cosa rischiamo, una multa?”
“Non lo dice”.
“Vabbè, insomma, cosa si aspettano? I soldi per garantire a tutti un'ora di non-religione noi non ce li abbiamo. Stiamo già tagliando cattedre vere... guarda, fosse per me io la toglierei”.
“L'ora di religione?”
“Massì, è uno spreco folle, in teorie dovremmo pagare almeno due insegnanti per un'ora sola, e prima o poi qualche rappresentanza di un'altra religione pretenderà di avere anche lui i suoi insegnanti... Fini ci sta già pensando... se invece la togliessimo, sai che risparmio?”
“Ma non si può”.
“Bisognerebbe revisionare il concordato, figurati. Sai quanto ci tengono i monsignori. Senti, piuttosto, tira fuori il burattino e fagli imparare la lezione. Deve dire che la religione è mooolto importante, che il Ministero ha combattuto per difenderla, e che ha vinto”.
“A un mese dagli scrutini? Ma sarà un caos...”
“La scuola è sempre un caos. Queste cose non la peggiorano e non la migliorano. Non c'entrano niente con la scuola, in fondo. È solo un teatrino”.


Riunione dei Laici Illuminati, quattro giorni fa.
“Cari confratelli, il nostro esperto legale ha potuto finalmente leggere la sentenza del Consiglio di Stato sull'ora di religione”.
“Un abominio oscurantista!”
“Maledetti!”
“Calma, calma, confratelli, purtroppo vi devo dire che la sentenza è abbastanza ragionevole. In un certo senso ci dà persino ragione, laddove fa presente che l'assenza dell'insegnamento alternativo in molte scuole è di fatto anticostituzionale...”
“Ma chissenefrega di alternativa, scusate, noi volevamo una cosa sola: che il prof di religione non potesse alzare la mano in sede di scrutini. Perché questo è il problema. Un tizio approvato dal vescovo che lavora pagato dallo Stato e giudica i miei figli in seno a un'istituzione statale”.
“Sì, però se tu chiedi che lui non ci sia, lui esce... tuo figlio si fa un'ora in meno... è oggettivamente difficile sostenere che ci sia una discriminazione”.
“Ma certo che c'è! L'ora di religione, se mio figlio la facesse, influirebbe sul suo credito...”
“Ma non per forza in modo positivo. Comunque leggi qui: Chi segue religione (o l'insegnamento alternativo) non è avvantaggiato né discriminato: è semplicemente valutato per come si comporta, per l'interesse che mostra e il profitto che consegue anche nell'ora di religione (o del corso alternativo). Chi non segue religione né il corso alternativo, ugualmente, non è discriminato né favorito: semplicemente non viene valutato nei suoi confronti un momento della via scolastica a cui non ha partecipato. “Non valutare” non significa “valutare negativamente”.
“Questo in teoria. In pratica è discriminazione”.
“Lascia che ti illustri meglio il concetto di discriminazione. Se nasci nero in un Paese dove i neri non possono entrare all'università, sei discriminato. Ma se sei tu a scegliere di non andare all'università, stai esercitando una tua libera scelta. Sei tu che scegli che i tuoi figli non facciano religione. Ma chi sceglie di studiare religione vuole che sia una materia seria, con una valutazione finale. Altrimenti diventa una farsa”.
“Ma è una farsa. Deve restare una farsa! Dobbiamo puntare all'abolizione dell'insegnamento di religione!”
“Sì, e alla pace nel mondo. Bisognerebbe rivedere il concordato, i monsignori non lo vorranno mai...”
“Scusate, eh, ma qui stiamo spaccando il capello in quattro. In un consiglio di classe ci sono nove o dieci insegnanti. È chiaro che nessuno pensa seriamente che l'assenza o la presenza di un prof di religione dagli scrutini abbia qualche riscontro sul piano pratico”.
“L'unica conseguenza pratica è che lavoreranno di più”.
“Fatti loro”.
“Li paghiamo noi”.
“Li pagavamo lo stesso, almeno così se li suderanno un po'. Quel che volevo dire è che questa battaglia non si faceva per migliorare di un decimo di punto il Credito degli studenti non cattolici. Si faceva su un simbolo: l'Ora di religione. È una battaglia simbolica, la scuola non è poi che c'entri così tanto”.
“Tanto la scuola è un caos”.
“Appunto”.
“E quindi che si fa?”
“Si tira fuori il burattino e si recita la parte: Bieca discriminazione, ministri cattivi, preti impiccioni, eccetera eccetera”.

Un ufficio qualsiasi della Curia, quattro giorni fa.
“Monsignore, buone notizie! Il consiglio di Stato...”
“Che Stato?”
“L'Italia?”
“Uff”.
“Il Consiglio di Stato, dicevo, ha riammesso il voto di religione nel Credito scolastico”.
“Il giudizio. I docenti di religione non danno voti”.
“Sì, monsignore, ma con permesso, è un dettaglio”.
“È tutto un dettaglio. Quindi riassumendo: abbiamo un'ora in tutte le scuole d'Italia, che gli studenti possono decidere se frequentare o no, con un insegnante che noi abbiamo approvato ma poi ha fatto un concorso di Stato che non dà i voti ma comunque partecipa agli scrutini. Ma perché non sono nato in Melanesia”.
“Monsignore, non ho capito?”
“Hai capito benissimo. Che rapporti abbiamo con lo Stato della Melanesia? C'è una conferenza episcopale laggiù? Abbiamo firmato un concordato?”
“Monsignore, dovrei informarmi...”
“Sono pronto a scommettere che i nostri rapporti con la Melanesia sono più chiari di quelli che abbiamo con l'altra sponda del Tevere. Vabbè, è una scommessa facile. Quest'ora di religione, per esempio, è un pantano dal quale non usciremo mai. Cosa ce ne facciamo?”
“Monsignore, è prevista dal Concordato”.
“Il Concordato. Io vorrei capire dove avevano la testa, i nostri predecessori. Se volevano una scuola cattolica, perché non se la sono fatta? In altri Paesi è andata così. I cattolici hanno investito denaro e risorse in scuole di qualità. La gente è portata a scegliere una scuola cattolica, perché riconosce al nostro prodotto una specie di garanzia di qualità”.
“Monsignore, con permesso, non è che altrove sia sempre andato tutto bene... nei collegi, per esempio”.
“E va bene, ci sono stati grossi danni... collaterali, diciamo. Ma in Italia abbiamo lasciato che lo Stato si prendesse tutta l'educazione. Tutta. A patto che in ogni classe venisse un tale, una volta alla settimana, a farsi fischiare dai ragazzini. L'ora di religione. Ma come si fa a pensare che potesse diventare una cosa seria, l'ora di religione? È sempre stata solo una farsa. Io la abolirei”.
“Monsignore!”
“Ti dico che la abolirei, è una cosa che ci ridicolizza. Ogni ora insegnata male, a una classe distratta e incompleta, è una picconata all'edificio della Chiesa di Cristo. Moltiplica per il numero delle classi e delle scuole e forse capirai perché abbiamo le chiese vuote e importiamo i preti polacchi. Perché i bambini italiani non vogliono fare i preti?”
“Forse per via del sesso in tv...”
“E forse perché il primo prete o il primo religioso che imparano a conoscere è un insegnante demotivato che arriva, fa un'ora di lezione e poi per una settimana non si vede più. È avvilente. Umiliante. Se solo potessimo finirla... una bella revisione al concordato: dateci qualche soldo in più, anzi, dateli ai genitori che vogliono mandare i figli alle nostre private... e noi leviamo le tende dalla vostra scuola di massa. Ma non si può”.
“Non si può”.
“Bisogna revisionare il concordato, hai voglia. Ne abbiamo firmati già due: uno con un dittatore, l'altro con un ladro. Ci manca giusto il puttaniere”.
“Magari tra qualche anno...”
“Sì, e i professori di religione poi dove li mettono? Finché erano precari... ma la Moratti li ha fatti assumere, adesso se li devono tenere”.
“Monsignore, però io non riesco a capire una cosa. Se l'ora di religione è tanto inutile...”
“Dannosa”.
“Se è tanto dannosa, perché i laici se ne lamentano così?”
“Perché sono sciocchi. Dovrebbero solo ringraziarci, di tutte le ore di pubblicità negativa che regaliamo. Quelli che volevano mettere i cartelli sugli autobus, mi fanno ridere. Noi facciamo propaganda atea in tutte le scuole della repubblica, un'ora alla settimana, altro che un cartello sull'autobus”.
“E quindi, monsignore, che si fa?”
“Niente. Anzi, trovami un burattino da mandare in tv, che dica le solite cose, giù le mani dai crocefissi, eccetera”.
“Ma il crocefisso è un altro discorso”.
“Ma sì, ma che c'entra, mica stiamo facendo un discorso serio sulla scuola. È solo il solito teatrino. Vai”.

martedì 11 maggio 2010

Potrebbe anche piovere

L'ora d'aria

“Ehi, di qua, tutto bene?”
“Sì, sto finendo il balcone”.
“Pulisci il balcone? Ma tra un po' piove”.
“E vabbè, tanto le stanze le ho finite”.
“Tutte? Anche il soppalco?”
“Soprattutto il soppalco. Tu stai scrivendo?”
“No, ho finito il pezzo ieri sera, stavo mettendo a posto i documenti, sai, per il modello 730, domani ho l'appuntamento”.
“Ti sei ricordato”.
“Già. Vuoi che ti aiuti?”
“Guarda, piuttosto il garage”.
“Già fatto stamattina”.
“Quindi hai finito? Perché io qui ho sto finendo”.
“Del resto è ora di pranzo ormai. Pasta?”
“Ho fatto il pesce, è già in forno. Cinque minuti”.
“Il pesce!”
“Con le patate”.
“Vado a prendere il dolce?”
“Ho fatto anche il dolce. Però se vai a prendere il giornale...”
“Già andato stamattina, dopo il garage”.
“Certo che siamo produttivi stamattina”.
“Altroché”.
“E oggi pomeriggio?”
“Potremmo andare al cinema a Bologna”.
“Al festival della fotografia a Reggio”.
“Shopping a Parma”.
“Tiriamo fuori le biciclette e andiamo a Mantova”.
“Potremmo andare al lago”.
“Anche, perché no. C'è un sacco di cose che potremmo fare”.
“Già, è incredibile. La primavera”.
“No, non è soltanto la primavera, è che... mi sembrano anni che non mi sentivo così... lucido”.
“Già. Ma hai trovato poi quelli dell'assistenza?”
“Sì”.
“Cosa hanno detto? Lo riparano lunedì?”
“È una piastra difettosa, non so cosa significhi, ma hanno detto che ci ripristinano l'adsl in un paio d'ore”.
“Bene”.
“Quindi che si fa?”
“Non so, ci sono così tante cose che potremmo fare... ma potrebbe anche piovere”
“Magari aspettiamo che torni l'adsl e poi controlliamo il tempo”.
“Eh, sì, forse è meglio”.
“Anzi, guarda, fa' un tentativo, prova a sollevare il telefono”.
“Suona libero”.
“Vuol dire che è tornata la linea, vado ad accendere il...”
“Magari prima chiama tua madre, se ha provato a chiamarti e non trovava la linea...”
“Chi?”
“Tua madre. Hai una madre, sai”.
“Non ti sento, sono in soggiorno... ci siamo! Abbiamo internet! Adesso mi connetto, così mando il pezzo, e poi...”
“Il pesce è pronto”.
“Un attimo, guardo il meteo...”
“Tanto abbiamo tutto il giorno”.


(Io domani alle 17.00 sono alla Casa di Khoula a Bologna in via Corticella 104 per un laboratorio di scrittura migrante).

giovedì 6 maggio 2010

Figùrati se D'Alema

Schemi lungamente riprovati
Martedì 4 maggio. In un superattico a Roma o Cologno Monzese, una task force di persuasori occulti sta lavorando a una missione impossibile: difendere l'ex ex Ministro Scajola dagli ignobili attacchi degli avvoltoi all'opposizione...

“Quindi, sintetizzando la situazione...”
“Siamo fottuti”.
“No, ecco, così è un po' troppo sintetica”.
“Ieri il ministro si è dimesso, tra sei ore comincia il tolksciò, e non abbiamo nessun argomento per difenderlo, nessuno”.
“Più o meno sì, la situazione è questa”.
“Quindi siamo fottuti”.
“Sì, però quante volte ci siamo trovati davanti a uno specchio e ci siamo arrampicati? Ce la possiamo fare anche stavolta”.
“No. È indifendibile, quello. Si è sganciato pure il Giornale”.
“Vabbè, scusa, mica potevano bersi la storia dei tremila euro a metro quadro... voglio dire, le case le comprano anche i lettori del Giornale, saranno mica tutti idioti”.
“Va bene, però adesso la consegna è di difenderlo, e noi non abbiamo uno straccio di argomento. Non abbiamo niente. Lui manco sa quel che dice, dice che vuol rendere l'appartamento, capirai, a momenti non sa nemmeno a chi l'ha comprato. E tra sei ore si va in onda. Stavolta ci fanno il contropelo”.
“Chi, i democratici? Ma no, vedrai. Non sono capaci”.
“Ti dico che ci fanno il contropelo”.
“Ma no, guarda, è proprio in questi casi, quando potrebbero affondare la lama nella piaga, che si ritirano sempre... gli manca il killer instinct”.
“Cazzate. Non sono più quelli di una volta. Adesso ci sono questi giovani, 'sti pivellini, hanno voglia di mostrare i denti”.
“Vabbè, ma son cucciolotti ancora”.
“Son più pericolosi. Se ci fosse ancora la vecchia guardia... per dire, cinque, dieci anni fa, sai chi avrebbero mandato?”
“D'Alema”.
“Proprio lui. Ecco, D'Alema ce lo saremmo giocato”.
“Era tosto anche D'Alema”.
“Sì, però... guarda, gli si mandava un fesso qualunque, il più irritante in circolazione, e si cominciava a pungolarlo su Affittopoli, te la ricordi Affittopoli?”
“Vagamente. Una vecchia roba di Feltri?”
“Scoprirono che a Roma D'Alema pagava una miseria di equo canone”.
“Vabbè, non è esattamente la stessa cosa”.
“Ma è proprio questo il punto. D'Alema è precisino, stizzosetto, tu gli mandi un cialtrone irritante che ti butta lì un parallelismo idiota con un vecchio scandalo, e lui esplode! A quel punto bum, caciara, e il giorno dopo nessuno parla più di Scajola, tutti a parlare di D'Alema e della caciara. Cinque anni fa avremmo fatto così. Dieci anni fa avremmo fatto così”.
“In effetti facevate sempre le stesse cose”.
“Per forza, ci mandavano sempre gli stessi... ormai li conosciamo a memoria”.
“Schemi lungamente provati e riprovati”.
“Vabbè, che ci vuoi fare, il tempo passa...”
“Però, chi lo sa, stasera potrebbe comunque venire D'Alema”.
“Ma valà, figurati. Adesso lui sta nelle retrovie, gioca a fare il kingmaker, di sicuro non si sporca le mani a battibeccare in un tolksciò”.
“Ogni tanto ci va ancora”.
“Sì ma non stavolta, scusa, figurati se per parlare della casa di Scajola mandano l'unico esponente del loro partito che è stato coinvolto in uno scandaletto immobiliare. Cioè, dovrebbero essere degli autolesionisti puri”.
“Ma loro sono autolesionisti puri. Scusa, eh, ma Tafazzi...”
“Ma no, Tafazzi è un'idea che abbiamo messo in giro noi. Se vuoi fare questo mestiere bisogna che ti alleni a non credere troppo alle storie che metti in giro, eh”.
“Quindi secondo te non sono autolesionisti?”
“Non così tanto da mandare D'Alema stasera, no. Te l'ho detto, manderanno i giovani, stanno funzionando. Al limite Bersani, pare che sia piaciuto da Santoro la scorsa settimana”.
“Io comunque una telefonata la farei, giusto per chiedere se sanno già chi viene del Pd... hai visto mai”.
“Fai pure, ma è tempo perso. Quello stasera se ne sta a casa a guardare i suoi uomini al lavoro".
"Non si sa mai".
"Si sa, si sa. Mica è scemo".

martedì 4 maggio 2010

Un uomo chiamato Dimettiti

(La domanda della settimana ovviamente è: ma può veramente un Ministro, seppure tra i più dimissionati della Storia della Repubblica, pensare che quell'appartamento lì costasse seicentomila euro? La domanda sarebbe retorica, se il Ministro non fosse Scajola.

Quando si parla di Scajola, e quindi di dimissioni-di-Scajola, la redazione di questo decrepito blog prova sempre un fremito di nostalgia per i vecchi tempi barricaderi, in cui a chiedere le dimissioni senza se e senza ma erano solo i brigatisti-noglobbal. Per questo motivo abbiamo pensato di festeggiare le ennesime dimissioni con un pezzo d'epoca: luglio 2002! Sì, esistevano già blog in Italia, e scrivevano pezzi sulle dimissioni di Scajola. Sembra impossibile, eppure).





Drin!
"Pronto"
"Presidente, sono Claudio".
"Claudio quale, il custode della villa?"
"No, il Ministro degli Interni".
"Ah, sì… Claudio! Che piacere, come va?"
"Insomma. Io chiamavo per via di quelle dimissioni".
"Ah, già, le dimissioni. Beh, Claudio, non se ne parla nemmeno".
"Ecco, appunto. Credo sia superfluo dirle quanta stima e quanta ammirazione io nutri per lei…"
"Non è mai superfluo, Claudio".
"…il giorno in cui io seppi che mi nominava Ministro degli Interni, non lo nascondo, ero francamente sorpreso…"
"Stupirvi è il mio mestiere, Claudio!"
"…perché fino a quel momento io di Interni non ne sapevo nulla".
"Via, Claudio, adesso sei ingiusto con te stesso".
"…però mi sono detto: il Presidente sa quello che fa, e se mi nomina Ministro, vuol dire che io ne sono capace".
"Bravo Claudio, questa è la giusta attitudine".
"…Ma i risultati, Presidente, sono stati disastrosi!".
"Ma no, che cosa dici".
"Presidente! In quest'anno di ministero io ho abusato della sua fiducia in tutti i modi! L'ho esposta al ridicolo nazionale e internazionale!"
"Ecco, Claudio, qualche errorino l'hai fatto, non lo nego… per esempio, a Genova, gli arazzi alle pareti non erano un granché…"
"A Genova ho lasciato che Fini prendesse il controllo della piazza! I poliziotti usavano armi proibite dalle convenzioni internazionali e nascondevano molotov nei dormitori, e io stavo a Roma a giocare a solitario col computer!"
"E i tappetini della passerella, soprattutto… si vedeva subito che non erano nuovi".
"E poi mi sono intrappolato da solo, con le mie dichiarazioni da deficiente! Siccome i carabinieri sparavano, io mi sono inventato di avergli dato l'ordine di sparare, e perfino i Comandanti mi hanno sputtanato! Che fosse chiaro che i carabinieri sparano quando gli pare e non glielo può ordinare nessuno!"
"Sì, quei tappetini mi hanno fatto sudar freddo. Ma da quale congresso li avevi riciclati? Ti sembrava il caso di lesinare, con Bush Putin e Chirac in giro?".
"Certo, tutto questo è successo un anno fa… ero nuovo del giro… si poteva dar la colpa al governo precedente…"
"Ed è quello che ho fatto, Claudio. Del resto non ho mai dubitato delle tue capacità".
"Lei è troppo buono con me, Presidente! Troppo! Ma è ormai evidente come io sia il più indegno dei suoi Ministri, e sì che è una bella gara!"
"Beh, se proprio insisti, Claudio, qualche rilievo da farti ce l'ho".

"Basti il modo in cui ho gestito il caso Biagi, dico, perfino il suo stalliere si sarebbe comportato in maniera più elegante di me!"
"Lasciamo stare gli stallieri, Claudio…"
"Certo, in fondo ho fatto quello che avrebbe fatto chiunque! Quel signore viene, sostiene di essere un consulente importante, capirai! E pretende che gli lasci la scorta. Ma se l'ho tagliata a tutti! Me l'aveva chiesto Tremonti…"
"Sì, Tremonti, d'accordo, ma bisogna stare attenti a non esagerare".
"Ho cercato di spiegarglielo, ma lui insisteva… diceva che Cofferati lo minacciava. Ora, è facile adesso prendersela con me, ma sfido chiunque al mio posto a comportarsi diversamente: arriva un professor nessuno, dice: salve, sono un consulente importante, e Cofferati minaccia di uccidermi! Come si fa a dargli retta? Era come se avesse scritto 'Mitomane' sulla fronte".
"Per esempio, tu sai quanto io apprezzi la cura degli dettagli…"
"I dettagli, già, Presidente… Avrei dovuto pensarci. Ricordarmi di D'Antona. Fare due più due. E invece niente. I brigatisti avrebbero potuto ucciderlo in qualsiasi momento, ma hanno aspettato che la questura di Bologna gli togliesse la scorta. Avrei dovuto pensarci".
"Ma ci sono accostamenti che proprio non riesco a mandar giù"
"Neanch'io, Presidente. Non riuscivo ad ammettere che qualcuno potesse tramare alle mie spalle. Io mi fidavo, e loro mi prendevano in giro. Mi hanno fatto dichiarare che era la stessa pistola di D'Antona, e non era vero. Un'altra figura di merda".

"Per esempio, al Viminale mi è capitato di vedere una cassapanca rococò di fianco a una scrivania Luigi XIII. Beh, non mi sembra proprio il caso".
"Poi, naturalmente, Biagi è stato fatto santo. Improvvisamente si è scoperto che il Libro Bianco l'aveva scritto tutto lui. Che era il martire delle riforme. E tutti a cospargersi il capo di cenere. Un'ipocrisia rivoltante".
"Quante volte te l'avrò detto, Claudio? Al Viminale il rococò non si addice. È roba da Farnesina. Un giorno o l'altro ti mando un camioncino per la consegna. Però a queste cose dovresti pensarci tu…".
"Nessuno che si sentisse di dire la sacrosanta verità: che Biagi non aveva più bisogno di scorta perché gli stavamo dando il benservito, che Maroni non gli avrebbe rinnovato il contratto! Certo, col senno del poi era un eroe delle riforme, ma da vivo Biagi mi era sembrato nient'altro che un precario, con le classiche paranoie del caso".
"E ti dirò, anche il mobilio di palazzo Chigi lascia un po' a desiderare":
"Io ho resistito, Presidente, non sa quante volte ho rischiato di scoppiare, ma ho sempre resistito. Poi, l'altro giorno, a Cipro… non so che mi è preso".
"Tutti questi cassettoni stile Impero, te l'ho già detto di buttarle via, ma quand'è che vieni a fare un sopralluogo? Certe volte mi chiedo cosa fai tutto il santo giorno. Per esempio, a Cipro che c'eri andato a fare?"
"Lei forse può capirmi, Presidente… all'estero si crede sempre che i giornalisti non capiscano quello che diciamo. Ho il sospetto che si travestano da giornalisti stranieri. E poi il caldo, lo stress, Maroni che fa il furbo… mi è scappata. Un errore imperdonabile. Imperdonabile".
"Claudio, ma insomma, mi ascolti quando parlo?"
"Certo, Presidente".
"Direi di no. Non fai che lagnarti per delle inezie che non c'entrano niente col tuo mestiere. Io ti ho nominato Ministro degli Interni".
"Sì, Presidente".
"E tu non fai che parlare di quel poveretto di Biagi, di scorte, di carabinieri, del G8… tutto questo cosa ha a che fare con gli Interni?"
"Mah, Presidente, veramente…"

"Claudio, io è da anni che ti tengo d'occhio, da quand'eri un pesce piccolo democristiano un po' inquisito, come tanti. Ma sin d'allora ho capito che in te c'era un grande talento. Io per queste cose ho un occhio. Per esempio, un giorno ho detto: bravo questo Mike Bongiorno, sarà un grande presentatore. Ed è andata così. E un'altra volta ho visto Ruud Gullit e ho detto: però questo negro, mi sa tanto che diventerà un gran calciatore. Nessuno ci credeva, eppure è andata così. O no?"
"Certo Presidente, ma io…"
"Lasciami finire. Sin dal primo momento in cui sono stato tuo ospite a Imperia ho capito che tu avevi un vero talento per gli Interni. Per l'arredamento, le tendine alle finestre, gli stucchi, gli arazzi. Come politico, sai, sei sempre stato una mezzasega. Ma come arredatore sei un genio ancora largamente inespresso. Un mago degli Interni. È per questo che ti ho fatto ministro".
"Ah… beh…"
"E dopo un anno che sei lì, non sei ancora venuto a cambiare i cassettoni di palazzo Chigi, e non fai che rilasciare dichiarazioni su fatti che non ti riguardano! Si può sapere cosa ti ha preso?"
"Ehm… Presidente, forse c'è stato un equivoco".
"Un equivoco?"
"Sì, direi un tragico qui pro quo".
"Ma che qui e quo qua vai parlando, il fatto è che ti sei montato la testa. Non sei l'unico Ministro a cui è successo. Ma non credere che io ti mollerò così facilmente. Un talento come il tuo vale tanto oro quanto pesa. Vuoi che ti ritocchi lo stipendio?"
"No, Presidente, meglio di no…"
"Come vuoi. Allora magari ti raddoppio la scorta, eh? Quattro macchine blu davanti e dietro. Così lo sapranno tutti quanto ti stimo e la pianteranno di attaccarti".
"Beh, Presidente, se insiste…"
"Ok, da domattina scorta raddoppiata. Però domani mattina alle nove precise voglio vederti a Palazzo Chigi per quei cassettoni. È chiaro?"
"Sì, mio Presidente".
"Molto bene. Sogni d'oro, Claudio. A domani".
"A domani Presidente".

-click-
"Ouf".
"Ma si può sapere chi era? Sono le tre del mattino..."
"Ma niente, era Claudio".
"Claudio chi, il custode?"
"No, il mio arredatore, un pirla di Forza Italia. Bravo, eh. Però un pirla".
"Certo che te li sai scegliere".
"Oh, Veronica, credi che alla mia età sarei ancora in circolazione se mi scegliessi collaboratori intelligenti? Devono essere perlomeno più pirla di me".
"Bella gara…"
"Cos'era, una battuta?"
"No, niente. Buona notte, Presidente".
"Buona notte".

lunedì 3 maggio 2010

Per resistere, resiste

"Ma hai sentito che vogliono cancellare la Resistenza?"
"Eh? Cosa?"
"La Resistenza, vogliono cancellarla dalle scuole".
"Ma chi?"
"Come chi, la Gelmini!"
"Ma è uno scandalo".
"Ma veramente".
"Come se... ma tu, scusa, l'hai fatta tu a scuola la Resistenza?"
"Ah, no, io sono arrivato a Caporetto".
"Io a Sarajevo".
"Comunque è uno scandalo".
"Comunque sì".

Ho una teoria (#21): cancellare la Resistenza dalle scuole non è poi quel dramma... (sull'Unità.it; si commenta qui).