lunedì 31 ottobre 2011
Triste terra senza morti che camminano
E così stasera è Halloween, la festa che in Italia non si potrebbe festeggiare perché noi avremmo delle radici, noi, per esempio noi il due di novembre festeggiamo gli, ehm, morti, e in certe regioni intagliavamo le, ehm, zucche. Se ne parla sul Post, si commenta là, portate i dolcetti.
domenica 30 ottobre 2011
Ma i dinosauri, poi, chi è stato?
Non pensare all'asinello
A questo punto cara Repubblica, caro Ezio Mauro, io da lettore ed elettore del PD credo di meritare qualcosa di più. Perché noi abbiamo in Italia un partito, direi il solo, in cui esiste oggi una dialettica, un confronto tra diverse “non-si-possono-chiamare-correnti”. Guarda caso è l'unico partito che ogni tanto cambia leader: gli altri senza il loro capo naturale sono quasi inimmaginabili (SEL senza Vendola? UDC senza Casini?), quasi tutti sono semplicemente comitati elettorali intorno a un personaggio televisivo di riferimento. Il PD invece è un partito. Possiede una dialettica interna, appassionata, a tratti violenta. Evviva. E voi scegliete di raccontarla, in prima pagina, come fosse un episodio della Pimpa. Bersani a Renzi: basta calci / lui replica: non sono un asino. È una notizia? Che Renzi non sia un asino, dico. Capirei Libero o il Giornale. Ma il lettore di Repubblica non si merita di più? Un sunto delle idee di Renzi, le divergenze col gruppo dirigente che contesta, qualcosa di sinistra, qualcosa anche di destra, qualcosa? Ed è colpa di Bersani e di Renzi che per sentirsi più vicini al territorio continuano a colorare i loro discorsi con scipite metafore contadine, asini e bastoni, sembra che stiano già pensando allo sketch di Crozza; o è colpa di chi nei titoli (ma anche negli articoli) riprende i colori e non si preoccupa dei contorni? Vale veramente la pena di comprare un quotidiano per trovare un riassunto scadente di quello a cui posso assistere gratis on line? Ieri la Leopolda prendeva due pagine in cui, a parte il dibattito asino vs bastone, la retorica su rottamatori e dinosauri che, tra parentesi, nessuno sa ancora bene perché si siano estinti, non c'era una sola riga che aiutasse a capire che tipo di Italia e che tipo di PD vorrebbero Renzi & co: che ne pensano dei licenziamenti facili? Della pensione a 67?
Forse è un'esigenza mia: io, di fronte a Renzi, vorrei concentrarmi sui contenuti. La cosa mi risulta faticosa perché tutt'intorno a Renzi continua a vorticare una coreografia che magari è irrilevante, eppure sembra studiata apposta per dar fastidio a me: cioè è proprio come se dietro la Leopolda ci fosse un team di strateghi della comunicazione che, per nessun motivo al mondo, si fossero detti: mettiamoci dentro tutto quello che può risultare molesto a Leonardo, avete presente? Quel blog che fa sì e no mille accessi. Per cui: Jovanotti. L'autocoscienza di Baricco, uno che si presenta ciao non voglio fare il presidente. E meno male, sennò al Teatro Valle Occupato dovresti mandarci i carri armati. Il frigorifero Smeg che fa pendant col Mac.(Donde il dubbio: ma la Smeg ha capito tutto perché fa i frigoriferi a forma di Mac o è Steve Jobs che...) Potrei andare avanti a lungo, però non vorrei farne una questione estetica. Anche Veltroni aveva intorno a sé un'estetica che mi urticava, ma non era quello il suo problema. Il problema non era il suo ridurre il Novecento a figurine: in fondo era una cosa anche simpatica, funzionale a un certo tipo di divulgazione eccetera. Il problema è che sotto la figurina non c'era niente: che quando Veltroni si ritrovò a dirigere il PD, per sei mesi non fece niente. Io vorrei capire cosa farebbe Renzi e non m'interessa se Jovanotti gli piace o no.
E così, a occhio, mi pare che Renzi sia quel tipo di personaggio in grado di fare quello che tutto il mondo chiede al PD (meno forse gli elettori del PD), ovvero sfrattare Berlusconi da Palazzo Chigi. Il che è un valore in sé, per i mercati, la credibilità delle istituzioni eccetera. Dopodiché non è che resterebbe molto da fare, visto che la Repubblica continuerebbe a essere commissariata da Bruxelles e Francoforte. Così, con la sua umoralità che divide più che conquistare, Renzi sembra fatto apposta per battere Berlusconi di striscio alle elezioni e farsi odiare dai suoi stessi elettori a partire dalla settimana successiva. A quel punto improvvisamente tanti aspetti che abbiamo digerito fingendo di trovarli simpatici improvvisamente li riconosceremmo indigesti, e a quel punto vedrete che glielo faremmo pagare il frigorifero Smeg, e la biblioteca proiettata, e Jovanotti, e la toscanità piaciona e pacciana, tutte cose che appena sanguinerà un po' attireranno i blogger come squali. Questo, a occhio, il destino di Renzi. Non è che sia colpa sua: i margini probabilmente sono questi, a questo punto dalle sorti del PD dipende semplicemente se coleremo a picco con Berlusconi o un po' più tardi senza di lui. Io ovviamente preferisco senza, ma è un po' come il diritto di scegliere che tipo di orchestrina vuoi a bordo del tuo titanic.
A questo punto cara Repubblica, caro Ezio Mauro, io da lettore ed elettore del PD credo di meritare qualcosa di più. Perché noi abbiamo in Italia un partito, direi il solo, in cui esiste oggi una dialettica, un confronto tra diverse “non-si-possono-chiamare-correnti”. Guarda caso è l'unico partito che ogni tanto cambia leader: gli altri senza il loro capo naturale sono quasi inimmaginabili (SEL senza Vendola? UDC senza Casini?), quasi tutti sono semplicemente comitati elettorali intorno a un personaggio televisivo di riferimento. Il PD invece è un partito. Possiede una dialettica interna, appassionata, a tratti violenta. Evviva. E voi scegliete di raccontarla, in prima pagina, come fosse un episodio della Pimpa. Bersani a Renzi: basta calci / lui replica: non sono un asino. È una notizia? Che Renzi non sia un asino, dico. Capirei Libero o il Giornale. Ma il lettore di Repubblica non si merita di più? Un sunto delle idee di Renzi, le divergenze col gruppo dirigente che contesta, qualcosa di sinistra, qualcosa anche di destra, qualcosa? Ed è colpa di Bersani e di Renzi che per sentirsi più vicini al territorio continuano a colorare i loro discorsi con scipite metafore contadine, asini e bastoni, sembra che stiano già pensando allo sketch di Crozza; o è colpa di chi nei titoli (ma anche negli articoli) riprende i colori e non si preoccupa dei contorni? Vale veramente la pena di comprare un quotidiano per trovare un riassunto scadente di quello a cui posso assistere gratis on line? Ieri la Leopolda prendeva due pagine in cui, a parte il dibattito asino vs bastone, la retorica su rottamatori e dinosauri che, tra parentesi, nessuno sa ancora bene perché si siano estinti, non c'era una sola riga che aiutasse a capire che tipo di Italia e che tipo di PD vorrebbero Renzi & co: che ne pensano dei licenziamenti facili? Della pensione a 67?
Forse è un'esigenza mia: io, di fronte a Renzi, vorrei concentrarmi sui contenuti. La cosa mi risulta faticosa perché tutt'intorno a Renzi continua a vorticare una coreografia che magari è irrilevante, eppure sembra studiata apposta per dar fastidio a me: cioè è proprio come se dietro la Leopolda ci fosse un team di strateghi della comunicazione che, per nessun motivo al mondo, si fossero detti: mettiamoci dentro tutto quello che può risultare molesto a Leonardo, avete presente? Quel blog che fa sì e no mille accessi. Per cui: Jovanotti. L'autocoscienza di Baricco, uno che si presenta ciao non voglio fare il presidente. E meno male, sennò al Teatro Valle Occupato dovresti mandarci i carri armati. Il frigorifero Smeg che fa pendant col Mac.(Donde il dubbio: ma la Smeg ha capito tutto perché fa i frigoriferi a forma di Mac o è Steve Jobs che...) Potrei andare avanti a lungo, però non vorrei farne una questione estetica. Anche Veltroni aveva intorno a sé un'estetica che mi urticava, ma non era quello il suo problema. Il problema non era il suo ridurre il Novecento a figurine: in fondo era una cosa anche simpatica, funzionale a un certo tipo di divulgazione eccetera. Il problema è che sotto la figurina non c'era niente: che quando Veltroni si ritrovò a dirigere il PD, per sei mesi non fece niente. Io vorrei capire cosa farebbe Renzi e non m'interessa se Jovanotti gli piace o no.
E così, a occhio, mi pare che Renzi sia quel tipo di personaggio in grado di fare quello che tutto il mondo chiede al PD (meno forse gli elettori del PD), ovvero sfrattare Berlusconi da Palazzo Chigi. Il che è un valore in sé, per i mercati, la credibilità delle istituzioni eccetera. Dopodiché non è che resterebbe molto da fare, visto che la Repubblica continuerebbe a essere commissariata da Bruxelles e Francoforte. Così, con la sua umoralità che divide più che conquistare, Renzi sembra fatto apposta per battere Berlusconi di striscio alle elezioni e farsi odiare dai suoi stessi elettori a partire dalla settimana successiva. A quel punto improvvisamente tanti aspetti che abbiamo digerito fingendo di trovarli simpatici improvvisamente li riconosceremmo indigesti, e a quel punto vedrete che glielo faremmo pagare il frigorifero Smeg, e la biblioteca proiettata, e Jovanotti, e la toscanità piaciona e pacciana, tutte cose che appena sanguinerà un po' attireranno i blogger come squali. Questo, a occhio, il destino di Renzi. Non è che sia colpa sua: i margini probabilmente sono questi, a questo punto dalle sorti del PD dipende semplicemente se coleremo a picco con Berlusconi o un po' più tardi senza di lui. Io ovviamente preferisco senza, ma è un po' come il diritto di scegliere che tipo di orchestrina vuoi a bordo del tuo titanic.
Ehi! Qualcuno è cretino sull'internet!
Io posso morire per tante cause, ma per Nonciclopedia, mmm, ecco, facciamo che muoio di morte lenta, lentissima. Detto questo:
Vabbe', Fiorello, e una volta che l'hai visto in faccia? Lo fai menare? Perché è un infame? Vuoi eliminare l'infamità dalla terra una faccia alla volta? Ma lo capisci che internet non è che un bar come gli altri, dove si dicono cretinate come in tutti gli altri? Se sei entrato in un bar lo sai, no?
Ma aspetta. Tu sei Fiorello. Forse non sei entrato in tutti questi bar, dopotutto. Cioè, se entri in un bar tutti si voltano e ti dicono: "Fiorello!" e l'esperienza va a farsi indeterminare. Ma la sensazione di entrare in un bar e ascoltare sconosciuti che dicono fesserie, forse davvero non te la potevi permettere... finché non hai scoperto anche tu Twitter. E adesso forse ho capito perché ti piace così tanto cinguettare (continua sull'unita.it, H1t#97, e si commenta laggiù).
Vabbe', Fiorello, e una volta che l'hai visto in faccia? Lo fai menare? Perché è un infame? Vuoi eliminare l'infamità dalla terra una faccia alla volta? Ma lo capisci che internet non è che un bar come gli altri, dove si dicono cretinate come in tutti gli altri? Se sei entrato in un bar lo sai, no?
Ma aspetta. Tu sei Fiorello. Forse non sei entrato in tutti questi bar, dopotutto. Cioè, se entri in un bar tutti si voltano e ti dicono: "Fiorello!" e l'esperienza va a farsi indeterminare. Ma la sensazione di entrare in un bar e ascoltare sconosciuti che dicono fesserie, forse davvero non te la potevi permettere... finché non hai scoperto anche tu Twitter. E adesso forse ho capito perché ti piace così tanto cinguettare (continua sull'unita.it, H1t#97, e si commenta laggiù).
venerdì 28 ottobre 2011
La passione apocrifa di SJ (seconda parte)
[Questa è la continuazione di una lunga chiacchierata cominciata sul Post con Riccardo Bagnato, l'autore di iJobs, la prima biografia italiana non autorizzata di Steve Jobs che sarebbe uscita in questi giorni anche se non fosse morto Steve Jobs, a differenza di quella autorizzata e americana, che sarebbe uscita tra sei mesi, se non fosse appunto morto Jobs]
Certo, da noi in Italia pensare ai computer, neanche necessariamente Apple, è già una cosa progressista; poi però a un certo punto i progressisti si ricordano che in Cina i computer che ci liberano dall'ignoranza del regime televisivo li assemblano gli operai sfruttati e ci resta un dissidio interiore. Ma secondo me questo dissidio Steve Jobs non l'aveva, era fuori dalla sua prospettiva di vita. Per quel poco che lo conosco non credo che si sia mai posto il problema se la sua ricchezza, la sua capacità straordinaria di fare soldi su soldi si basasse o no sullo sfruttamento di qualcun altro. Non è che si rispondesse di no, secondo me è proprio che non si poneva il problema, non faceva parte del suo universo morale...
Certo, da noi in Italia pensare ai computer, neanche necessariamente Apple, è già una cosa progressista; poi però a un certo punto i progressisti si ricordano che in Cina i computer che ci liberano dall'ignoranza del regime televisivo li assemblano gli operai sfruttati e ci resta un dissidio interiore. Ma secondo me questo dissidio Steve Jobs non l'aveva, era fuori dalla sua prospettiva di vita. Per quel poco che lo conosco non credo che si sia mai posto il problema se la sua ricchezza, la sua capacità straordinaria di fare soldi su soldi si basasse o no sullo sfruttamento di qualcun altro. Non è che si rispondesse di no, secondo me è proprio che non si poneva il problema, non faceva parte del suo universo morale...
Ora, se io dovessi per un attimo calarmi
nella testa di Steve Jobs per come l'ho conosciuto, quindi
indirettamente, attraverso la sua vita come l'ho ricostruita
attraverso fonti secondarie, mi verrebbe da dire che quando si è
parlato di Foxconn lui almeno ci ha messo la faccia, in diverse
occasioni. Diciamo che anche mettendoci la faccia non ha dimostrato
di considerarla una questione di primaria importanza rispetto a
quella che era la sua missione, da sempre perseguita, cioè costruire
il miglior computer del mondo. Alla delocalizzazione di Apple ha
contribuito enormemente il nuovo CEO di Apple, Tim Cook, che ne è il
responsabile sotto diversi aspetti. Nell'ultimo capitolo del libro,
che è quello in cui cerco di affrontare Jobs non più dal punto di
vista biografico, c'è una parte intitolata “Designed in
California, made in China”, in cui mi domando fino a che punto Tim
Cook potrà portare avanti questo tipo di azioni e operazioni senza
lo schermo protettivo di quella figura iconica che è Steve Jobs. Non
a caso, forse, che nel frattempo si sta insistentemente parlando di
un'espansione di Foxconn in Brasile.
Quindi probabilmente quando sarà
finito il contraccolpo emotivo della morte di
Steve-Jobs-Santo-Subito, la Apple potrebbe avere più problemi di
immagine a gestire la manodopera sfruttata nel terzo mondo.
Mettiamola così: nella misura in cui
hanno già problemi di questo tipo altre aziende. Jobs era, lo dico
provocatoriamente, un eccellente straordinario meraviglioso schermo
deformante in cui e attraverso il quale abbiamo tutti, consumatori e
giornalisti in primis, guardato i prodotti Apple con uno sguardo
particolare. Lui e loro ci hanno convinti perché ben progettati, ci
hanno affascinato la precisione e l'affidabilità (un po' meno il
prezzo), ma ci hanno anche parlato. Mi spiega meglio, ci hanno
suggerito chi potevamo essere per il semplice fatto di possedere un
iPhone o un iPad. Una sorte di ipnosi commerciale, che per ora si
fondava sul magico curatore delle nostre ambizioni: Jobs. Tim Cook
non mi pare abbia le stesse qualità.
Ricordo come il grande uomo a cui
tutti si ispiravano nel decennio precedente, Bill Gates, questo
genere di problemi di immagine lo ha risolto facendo tanta
beneficenza, un'altra cosa molto anglosassone che noi non capiamo del
tutto: il fatto che le falle del sistema vadano turate con la
beneficenza dei ricchi. Mentre Jobs di beneficenza se non sbaglio ne
ha fatta poca, addirittura a volte l'ha sospesa per motivi di
budget... Insomma non ci teneva molto all'immagine del Buono, mi
pare.
Jobs è sempre stato molto concentrato
sul lavoro. Tutto ciò che lo distraeva dal suo lavoro e (nella
seconda parte della sua vita) dalla sua famiglia non lo interessava
granché. Jobs era molto disponibile a curare, anche a coccolare i
propri dipendenti, ma nell'ottica dell'azienda: qualsiasi operazione
filantropica che in qualche modo lo distraesse dall'azienda e dai
prodotti non l'ha mai concepita. Una delle operazioni di lobbying non
profit di Steve Jobs è quella che ha promosso nelle scuole, The Kids
Can't Wait, un programma per mettere un computer in ogni scuola –
che poi alla fine rimane circoscritto alla California: lodevole
iniziativa, ma si tratta comunque di installare un prodotto che lui
produceva. Una filantropia che qualcuno potrebbe considerare un po'
pelosa. Poi c'è l'impegno sul registro della donazione degli organi,
che ha cominciato a sostenere in seguito al trapianto del pancreas
che lui stesso ha avuto, avendo avuto esperienza di qual è la
fatica, la difficoltà, il dolore di questo percorso.
Un altro esempio: nel 1986 – siamo
nel periodo in cui sta lavorando a NeXT – crea anche la Steve Paul
Jobs Foundation, che nasce quindi ben prima della Bill and Melinda
Gates Foundation: però decide di chiuderla dopo appena quindici
mesi. Ti cito cosa dice Mark Vermilion, che era allora il
responsabile della fondazione: “Non aveva il tempo per seguire
questa attività. Steve si è impegnato in due cose nella sua vita:
Apple e la sua famiglia. Tutto il resto era per lui una distrazione”.
Perfino quando torna ad Apple blocca i
progetti filantropici. In questo senso la coerenza con cui si è
mosso Jobs è in sé la sua vera forza di marketing, se si vuole.
Sai come molti Santi abbiano corso
un rischio altissimo di finire come eretici. Ecco, nel caso di Jobs
mi pare che per una lunga fase lui sia stato davvero l'eretico,
l'uomo del think different.
Poi a un certo punto Apple si conquista una specie di egemonia almeno
a livello di immagine, e a quel punto è Jobs a mostrare una certa
intolleranza contro chi pretende di produrre oggetti simili ai suoi.
Mi riferisco per esempio al modello del giardino recintato su iPhone
o iPad, o la vertenza con Samsung a cui Apple vorrebbe proibire di
commercializzare un tablet simile all'iPad. E l'arrabbiatura quando
capisce che a Google stavano lavorando a un sistema operativo per
smartphone, Android, che sarebbe ovviamente diventato il concorrente
naturale dell'iPhone...
Beh... non mi spingerei a considerare
eretici Google o Samsung. Su Samsung è semplice questione di
concorrenza: una corsa all'ultimo brevetto e all'ultima copiatura.
Per quanto riguarda Android la questione è un po' più complessa,
perché nel momento in cui Jobs stava lavorando sull'iPhone, Eric
Schmidt, numero uno di Google, era all'interno del CDA di Apple. Così
quando Jobs venne a sapere che Google stava lavorando ad Android è
noto che se la sia presa con Schmidt, sospettando che ci potesse
essere stato – noi non lo sappiamo – un passaggio di informazioni
non autorizzate. Li visse come un tradimento.
Un altro aspetto importante dei
Santi e degli Eroi è che ci permettono di dare un volto a periodi e
sommovimenti storici che altrimenti forse non riusciremmo ad
affrontare. Almeno, io ho la sensazione che dietro ai monumenti di
parole che i giornalisti dedicavano a Bill Gates qualche anno fa e
oggi a Jobs, ci sia anche una specie di paura del vuoto. L'idea che
il progresso tecnico sia qualcosa di troppo spaventosamente complesso
e spersonalizzato, l'opera collettiva di milioni di ingegneri anonimi
che non sapremmo da che parte cominciare a raccontare: e allora ci
raccontiamo aneddoti su Gates, leggende su Jobs...
Spesso e volentieri noi abbiamo di
fronte delle aziende molto veloci che crescono o muoiono o che si
trasformano o vengono comprate o cambiano facilmente CEO o
amministratore delegato o proprietà. Da questo punto di vista Apple
era un'azienda con un personaggio catalizzante il che semplificava
enormemente la comunicazione. Delle tante aziende della Silicon
Valley è una delle pochissime in cui fino a poco fa il CEO era il
fondatore, uno che in trenta e passa anni, quasi quaranta ha
depositato una storia, un significato. E questo lo ha fatto anche
internamente a livello aziendale. La vera passione di Steve Jobs non
era tanto l'elaborazione dei prodotti, ma la costruzione di
un'azienda. Tutti, in azienda, sapeva in qualche modo cosa sarebbe
piaciuto a Jobs, cosa avrebbe voluto, e tutti si sforzavano di
crearlo. Per rispondere alla tua domanda: sì. Apple è un sistema
molto complesso, che produce oggetti e idee complesse, ma (almeno
fino a poco tempo fa) in maniera estremamente semplice e diretta. I
miti e le leggende sono in questo senso uno dei registri più facili
da adottare per trasmettere concetti complicati, emozioni complesse,
in maniera estremamente semplice al maggior numero possibile di
persone. Come in una narrazione. Salvo che, il 5 ottobre scorso, è
morto il protagonista (e l'autore) del racconto. L'eroe nel mito.
!!!
tgs:
Americana,
interfacce,
internet,
miti
giovedì 27 ottobre 2011
Il Papa può dimettersi
Non nel senso che "deve", eh. Solo nel senso che quando vuole può. Di solito non vuole.
Se ne parla ovviamente sul Post - perché a scrivere i pezzi sui Santi famosi sono buoni tutti, ma un pezzo su Sant'Evaristo Papa non lo leggerete da nessun'altra parte, nessuno ha mai veramente scritto più di quattro righe sul povero Sant'Evaristo Papa.
Se ne parla ovviamente sul Post - perché a scrivere i pezzi sui Santi famosi sono buoni tutti, ma un pezzo su Sant'Evaristo Papa non lo leggerete da nessun'altra parte, nessuno ha mai veramente scritto più di quattro righe sul povero Sant'Evaristo Papa.
domenica 23 ottobre 2011
Ed invece venne il cervo
C'è una strana storia che racconta Mattia Feltri, di Putin e Berlusconi che scannano un cervo (o meglio: Vlad lo scanna e Silvio sviene). Ma cosa significa?
Ho una teoria (#96). Sull'Unità. E si commenta là. Buona mitopoiesi.
Ho una teoria (#96). Sull'Unità. E si commenta là. Buona mitopoiesi.
!!!
tgs:
animali,
Berlusconi,
ho una teoria,
miti
giovedì 20 ottobre 2011
Tre pezzi facili (+1)
#1. Sono un ribelle mamma. In questi giorni non so più dove ho letto che il motivo per cui in tutto il resto del mondo si presidia una piazza giorno e notte, mentre in Italia si fa il grande corteo al sabato pomeriggio, è che parecchi rivoluzionari insurrezionisti tra i venti e i trent'anni probabilmente sono ancora domiciliati presso i genitori. Non saprei. Comunque temo che la vera specificità italiana non siano i cappucci neri, o i grandi cortei. La triste, autentica specificità del movimento italiano sono i genitori fuori dalla questura che aspettano i figli sotto interrogatorio. E i figli sono tutti ventenni e più. Grandi abbastanza da fare la rivoluzione, ma non per tornare a casa coi mezzi.
#2. Hai mai pensato a un tatuaggetto? Il Pelliccia, che lancia un estintore nel decennale di Carlo Giuliani ma nessuno reputa necessario ammazzarlo, e il giorno è già reprobo in questura, è davvero la Storia che si ripete in farsa. A dire il vero, coi suoi tatuaggetti il Pelliccia celebra inconsapevolmente anche un altro anniversario, quello dell'arresto del geniale Bogdanovic, ultrà serbo idolo di una notte di mezzo ottobre dell'anno scorso. Anche quello era l'autunno più caldo del secolo e anche in quel caso Bogdanovic, che pure era stato così previdente da coprirsi il volto con un passamontagna si ritrovò a mezze maniche coi tatuaggi scoperti. Soltanto che era a cavalcioni di una transenna in eurovisione, insomma, un genio. Possiamo dire tante cose dei tatuaggi dei ribelli. #2a: sono il dettaglio rivelatore del narcisismo dei ribelli sotto i cappucci che tutto dovrebbero coprire e uniformare; lo zampetto del lupo sotto la farina. #2b: Bisogna insegnare ai ragazzini che un tatuaggio è una mutilazione; che ogni segno permanente che tracciamo sul nostro corpo è un'ipoteca su un futuro che non possiamo ancora immaginare: non è detto che quella farfallina, che quella rosellina, che quella frasetta carina ti piaceranno per sempre (o che tu debba passare il resto della vita ad autoconvincertene), ma soprattutto ti potrebbe capitare dopodomani di dover fare la rivoluzione, e non puoi perché hai un ideogramma proprio sul dorso della mano che dovresti usare per impugnare la spranga, ti tocca stare a casa e poi cosa racconti ai nipotini? Che l'ideogramma vuol dire “Mai domo”? Non lo hai capito che ogni ideogramma, una volta tatuato su un'epidermide italiana, ha un solo significato, ed è “forever pirla”?
#2c: bisogna spiegare ai ragazzini che anche internet è una seconda pelle, la bacheca di facebook in particolare: qualsiasi cazzata che hai scritto negli ultimi cinque anni potrà essere usata contro di te dai giornalisti che devono riempire due colonne mentre sei in questura: e adesso tutta l'Italia sa che il Pelliccia cercava relazioni passionali, s'ispirava a Siffredi e gli piaceva Paura e Delirio alla Svegas, ecco, io non so se vorrei essere adolescente in un'epoca in cui qualsiasi cazzata scrivi sull'equivalente digitale della tua smemoranda ti resta tatuato addosso così.
#2d (teoria del complotto alert): mentre noi cerchiamo di spiegare ai ragazzini che tatuarsi è stupido, da qualche parte probabilmente qualcuno sta pensando, ehi, ma quando saranno tutti tatuati, tutti originali, identificarli sarà un gioco da carabin... intendevo, un gioco da ragazzi.
#3. Madonnina dei dolori. Sì, va bene, è andata in frantumi una madonna di lourdes di un valore stimabile intorno ai cento euro. Capisco che qualche prete possa restarci male nello scoprire che qualcuno li considera nemici di classe e parte della casta: magari potrebbero considerare di pagare un po' l'ICI, chissà, forse gli passa. A me però è venuta in mente un'altra cosa. Che fine ha fatto il decreto Maroni... non quello che ha annunciato dopo le devastazioni, no, quello del 2009 che doveva impedire le manifestazioni davanti ai luoghi di culto, siccome che un gruppo di musulmani si era permesso di pregare in Piazza Maggiore? Perché in teoria doveva servire proprio a evitare queste incresciose profanazioni, no? No. Ho paura di no. Probabilmente doveva servire esclusivamente a impedire ai musulmani di fare manifestazioni in centro. E mi pare sia riuscita: vedete musulmani che protestano? La protesta è roba da italiani. I cappuccetti neri, per quanto discoli, hanno comunque le radici cristiane ok, loro possono anche passare davanti a una chiesa ed eventualmente vandalizzarla un po', so' ragazzi. Sarei curioso di sapere cosa sarebbe successo se una videocamera avesse sorpreso davanti alla stessa chiesa due o tre musulmani nel sacrilego e facinoroso atto di inginocchiarsi... Vabbe', fermo ed espulsione immediata.
#4. Io che ho sempre detto che era un gioco. M.fisk, hai ragione, scrivo pipponi inutili, ma finché mi diverto... il problema è meno mio di chi perde tempo a leggerli, quando basterebbe un rapido alt+f4. Ripeto anche a te che non ho mai preteso di sostituire i giornalisti, di essere una fonte primaria, tranne forse l'unica volta in cui mi è capitato di essere davvero in mezzo alla notizia. Hai ragione: sono uno come tanti che legge le stesse notizie che leggono gli altri, ma ogni volta che mi metto a scrivere ho in mente qualche ragionamento che non ho letto da nessuna parte; magari se avessi letto di più lo avrei trovato, ma forse a questo punto mi diverto più a scrivere che a leggere. Del resto giudica tu: i tre pensierini qua sopra non sono niente di speciale; ma li hai letti da qualche altra parte?
#2. Hai mai pensato a un tatuaggetto? Il Pelliccia, che lancia un estintore nel decennale di Carlo Giuliani ma nessuno reputa necessario ammazzarlo, e il giorno è già reprobo in questura, è davvero la Storia che si ripete in farsa. A dire il vero, coi suoi tatuaggetti il Pelliccia celebra inconsapevolmente anche un altro anniversario, quello dell'arresto del geniale Bogdanovic, ultrà serbo idolo di una notte di mezzo ottobre dell'anno scorso. Anche quello era l'autunno più caldo del secolo e anche in quel caso Bogdanovic, che pure era stato così previdente da coprirsi il volto con un passamontagna si ritrovò a mezze maniche coi tatuaggi scoperti. Soltanto che era a cavalcioni di una transenna in eurovisione, insomma, un genio. Possiamo dire tante cose dei tatuaggi dei ribelli. #2a: sono il dettaglio rivelatore del narcisismo dei ribelli sotto i cappucci che tutto dovrebbero coprire e uniformare; lo zampetto del lupo sotto la farina. #2b: Bisogna insegnare ai ragazzini che un tatuaggio è una mutilazione; che ogni segno permanente che tracciamo sul nostro corpo è un'ipoteca su un futuro che non possiamo ancora immaginare: non è detto che quella farfallina, che quella rosellina, che quella frasetta carina ti piaceranno per sempre (o che tu debba passare il resto della vita ad autoconvincertene), ma soprattutto ti potrebbe capitare dopodomani di dover fare la rivoluzione, e non puoi perché hai un ideogramma proprio sul dorso della mano che dovresti usare per impugnare la spranga, ti tocca stare a casa e poi cosa racconti ai nipotini? Che l'ideogramma vuol dire “Mai domo”? Non lo hai capito che ogni ideogramma, una volta tatuato su un'epidermide italiana, ha un solo significato, ed è “forever pirla”?
#2c: bisogna spiegare ai ragazzini che anche internet è una seconda pelle, la bacheca di facebook in particolare: qualsiasi cazzata che hai scritto negli ultimi cinque anni potrà essere usata contro di te dai giornalisti che devono riempire due colonne mentre sei in questura: e adesso tutta l'Italia sa che il Pelliccia cercava relazioni passionali, s'ispirava a Siffredi e gli piaceva Paura e Delirio alla Svegas, ecco, io non so se vorrei essere adolescente in un'epoca in cui qualsiasi cazzata scrivi sull'equivalente digitale della tua smemoranda ti resta tatuato addosso così.
#2d (teoria del complotto alert): mentre noi cerchiamo di spiegare ai ragazzini che tatuarsi è stupido, da qualche parte probabilmente qualcuno sta pensando, ehi, ma quando saranno tutti tatuati, tutti originali, identificarli sarà un gioco da carabin... intendevo, un gioco da ragazzi.
#3. Madonnina dei dolori. Sì, va bene, è andata in frantumi una madonna di lourdes di un valore stimabile intorno ai cento euro. Capisco che qualche prete possa restarci male nello scoprire che qualcuno li considera nemici di classe e parte della casta: magari potrebbero considerare di pagare un po' l'ICI, chissà, forse gli passa. A me però è venuta in mente un'altra cosa. Che fine ha fatto il decreto Maroni... non quello che ha annunciato dopo le devastazioni, no, quello del 2009 che doveva impedire le manifestazioni davanti ai luoghi di culto, siccome che un gruppo di musulmani si era permesso di pregare in Piazza Maggiore? Perché in teoria doveva servire proprio a evitare queste incresciose profanazioni, no? No. Ho paura di no. Probabilmente doveva servire esclusivamente a impedire ai musulmani di fare manifestazioni in centro. E mi pare sia riuscita: vedete musulmani che protestano? La protesta è roba da italiani. I cappuccetti neri, per quanto discoli, hanno comunque le radici cristiane ok, loro possono anche passare davanti a una chiesa ed eventualmente vandalizzarla un po', so' ragazzi. Sarei curioso di sapere cosa sarebbe successo se una videocamera avesse sorpreso davanti alla stessa chiesa due o tre musulmani nel sacrilego e facinoroso atto di inginocchiarsi... Vabbe', fermo ed espulsione immediata.
#4. Io che ho sempre detto che era un gioco. M.fisk, hai ragione, scrivo pipponi inutili, ma finché mi diverto... il problema è meno mio di chi perde tempo a leggerli, quando basterebbe un rapido alt+f4. Ripeto anche a te che non ho mai preteso di sostituire i giornalisti, di essere una fonte primaria, tranne forse l'unica volta in cui mi è capitato di essere davvero in mezzo alla notizia. Hai ragione: sono uno come tanti che legge le stesse notizie che leggono gli altri, ma ogni volta che mi metto a scrivere ho in mente qualche ragionamento che non ho letto da nessuna parte; magari se avessi letto di più lo avrei trovato, ma forse a questo punto mi diverto più a scrivere che a leggere. Del resto giudica tu: i tre pensierini qua sopra non sono niente di speciale; ma li hai letti da qualche altra parte?
mercoledì 19 ottobre 2011
Perché non fanno le BR?
Alla guerra globale con le fionde
L'insurrezionalismo dei cappuccetti neri non è un fenomeno così nuovo e originale come Maroni & co. vorrebbero. È comunque qualcosa che cronisti e commentatori, non necessariamente superficiali, stanno ancora cercando di mettere a fuoco. Si procede per aggiustamenti: abbiamo accettato che non sono tutti infiltrati (ma sono infiltrabili), non sono tutti fascisti (ma fascisti ce n'è) e che i black bloc internazionali, quelli che sconfinavano ai tempi dei grandi vertici, ormai hanno meglio da fare. Ogni tanto però partono ancora riferimenti storici alla c* di cane, ad esempio c'è chi parla di BR. È un passato che riemerge più per mancanza di fantasia che per altro: non penso che nemmeno i leghisti ci credano, a questa cosa delle nuove BR. È una specie di termine per assurdo, come quando si dice “uscire dall'euro” o “secessione”: se scenari del genere si concretizzassero, sarebbero i primi a sbalordirsi. In cuor loro sanno, come lo sappiamo un po' tutti, che i cappucci neri non rifonderanno le BR, che non ne sarebbero capaci e comunque manco ci tengono: tanto è stridente il contrasto tra il loro movimento e i brigatisti di 40 anni prima (quaranta!) Ne siamo tutti così sicuri che forse vale la pena ridiscuterla, questa sicurezza: capire su quali fondamenti si posa.
Perché i cappuccetti non rifaranno le BR? In fondo brigatisti e cappucci condividono una premessa simile: l'insurrezionalismo. Le azioni di guerriglia urbana, siano sequestri o rapine o vandalismi, sono sempre concepiti come la premessa di una rivoluzione che è possibile: basta solo mostrare alla massa che si può, che la cosa è fattibile.
La differenza sta nel metodo. I cappucci sono vandali, devastatori, e lo rivendicano con orgoglio. Ogni manifestazione è una dimostrazione che la rivoluzione si può fare, anche se probabilmente l'unica idea di rivoluzione rimasta è una piazza ancora più grossa che brucia, con più camionette, più spranghe, più poliziotti da menare di più, in pratica il livello successivo del videogioco.
I brigatisti i videogiochi non li avevano. Erano sicari. I loro metodi consistevano per esempio nell'intimidazione a mezzo ciclostile, nel sequestro, nella gambizzazione, nell'omicidio politico. In ogni caso, si tratta sempre di fissare il mirino su un individuo, un solo esemplare del nemico: non la casta dei padroni, ma quel padrone, quel caposquadra o giornalista servo del padrone, quel sindacalista venduto, quell'uno da colpire per educarne cento. Col tempo l'orizzonte si estende, le Brigate Rosse alzano i mirini dalle officine al parlamento allo Stato maggiore NATO; teorizzano persino lo Stato Imperialista delle Multinazionali... però continuano a darsi obiettivi incarnati in individui: quel politico, quel segretario di partito, quel generale. Basterebbe questo a farci capire che siamo in un secolo diverso. Gli insurrezionalisti del duemila non sequestrano nessuno, non minacciano nessun Nome e Cognome, al massimo si danno come obiettivo la sede di un'istituzione nazionale o internazionale; ma se non riescono ad arrivarci va bene anche una Qualsiasi Banca. L'omicidio politico o il sequestro sono opzioni mai prese nemmeno lontanamente in considerazione, neppure dal più boccalone dei commentatori di indymedia. Varrebbe la pena di chiedersi il perché.
Un'ipotesi (un po' subdola): fare i brigatisti è troppo sbattimento. La vita del sicario, spesso ridotto in clandestinità, richiede una disciplina, una professionalità, una capacità organizzativa che il cappuccetto nero non è in grado di reggere. D'altro canto i brigatisti venivano dalle fabbriche, erano abituati alla sveglia alle sei del mattino e a proiettare la fatica quotidiana in un orizzonte progettuale. I cappuccetti neri sono disoccupati o precari cronici, la sveglia probabilmente la vivono come una costrizione borghese. Sto senz'altro stereotipando, in realtà non credo che i cappuccetti neri siano (tutti) degli allegri cialtroni: di sicuro hanno capito come si sta in piazza e hanno buone competenze tattiche, maturate nei fantomatici campi d'addestramento greci o più probabilmente in Val di Susa. Però alla fine sono vandali organizzati, tutto qui: non è che debbano gestire sequestri o reti di covi e arsenali in tutta la penisola. Gestire sequestri, soprattutto, richiede un'organizzazione infinitamente più complessa e professionale: e poi servono fondi. È noto il modo in cui i brigatisti si autofinanziavano: rapine.
Ecco, chiediamoci questa cosa: perché i cappuccetti neri non fanno rapine? Una certa contiguità con la criminalità comune dovrebbero averla, almeno quelli che vengono dalla curve. In ogni caso ormai sanno tutto su come violare la vetrina blindata di una banca: non gli è mai venuta la curiosità di dare un occhiata non dico al caveau, ma ai cassetti degli sportelli? Non è che debbano trasformare l'insurrezione in una forma estrema di shopping, come è successo durante gli ultimi riots di Londra: però il saccheggio è pur sempre parte integrante di una rivoluzione, che non è, mi par di ricordare, un pranzo di gala. Vandalizzare una banca senza rapinarla mi sembra come fumare senza aspirare, un voler peccare per forza senza riuscirne a godere. Oltre al fatto che anche i cappuccetti avranno le loro spese: fionde, bulloni, spranghe, corsi di aggiornamento in Grecia in tariffa economica, d'accordo, ma è pur sempre un traghetto andata e ritorno. Cari cronisti, magari la prossima volta che trovate un ragazzo così chiacchierino, fategli la domanda: ma chi finanzia? Perché all'esercito di pancabbestia figli di papà io non ci credo; ce ne saranno senz'altro, ma non possono essere la maggioranza. E quindi? I centri sociali producono davvero tutto questo plusvalore?
Insomma paragonare BR e insurrezionalisti contemporanei è quasi un esercizio di stile. Un discorso diverso meritano le analogie con Autonomia Operaia, sempre dagli anni di piombo, ma quelli dopo il '77. Perché lo spartiacque è quello: chi tira fuori le BR si classifica immediatamente come un barbogio che parla a casaccio e probabilmente tiene ancora in casa 33 giri di prog italiano, la Premiata Forneria Marconi eccetera. Chi parla di Autonomia Operaia ha in mente il punk, e di punk ai cortei insurrezionalisti se ne ascolta ancora. Come dire che gli anni Settanta hanno due lati, il primo è suonato da musicisti professionali e molto tecnici e nessuno osa più passarlo per radio; dall'altra c'è già lo stesso rumore sguaiato che ascoltiamo tutti i giorni. In ogni caso no anche qui è opportuno rimarcare le differenze, non teoriche ma tecniche: nel '77 negli spezzoni di AutOp si vedevano le P38. Gli insurrezionalisti prevedono una rivoluzione globale non molto pacifica, ma per ora l'idea di sporcarsi le mani con armi non anticonvenzionali non li sfiora. Eppure noi non viviamo in un mondo meno armato di quello del '77. La criminalità organizzata controlla interi distretti della penisola: un gruppo insurrezionalista determinato non dovrebbe avere difficoltà ad equipaggiare gruppi di fuoco, in luogo delle falangi con le fionde che saranno anche efficaci a intrappolare le camionette, ma fanno comunque Ragazzi della via Pal. Se non stanno alzando il livello dello scontro alla fase sparatoria, se per lo meno non danno impressione di volerlo fare, neanche a livello di minaccia deterrente, vale anche qui la pena di chiedersi il perché. Va bene essere l'avanguardia della rivoluzione: ma pensate di farla tutta a spranghe e a estintori? In un certo senso sì, perché alle capacità devastatrici (modeste) di spranga ed estintore si aggiunge la potenza della vera arma del cappuccetto nero: il video. La rivolta è più un happening, una liturgia che un effettiva battaglia; tenere una piazza italiana per mezza giornata può considerarsi una vittoria solo se nel frattempo filmi tutto e lo condividi con gli amici. Le pistole in tutto questo non avrebbero senso: molto più fotogenico è l'estintore strappato al nemico, la fionda con tutto il sottointeso biblico (hai un bel da frantumare madonne, alla fine la Bibbia ti prende alle spalle). Sono armi che ti lasciano innocenti: quando si impugneranno i calci delle pistole l'innocenza sarà finita per sempre, ma chissà se succederà mai.
Chissà se ci credono davvero, è la domanda che mi resta in mente. Già qualche dubbio doveva serpeggiare sotto i passamontagna dell'Autonomia, che negli anni Ottanta approdarono ai centri sociali delle grandi città come a un rifugio sicuro. Lì dentro, per vent'anni, l'utopia rivoluzionaria ha ceduto il passo a una proiezione molto più ristretta, quella delle Zone Temporaneamente Autonome, la riserva indiana dell'utopia. Verso la fine degli anni Novanta i centri sociali che non erano diventati semplici discoteche o circoli ricreativi erano incartati in discorsi talmente autoreferenziali da riuscire incomprensibili anche a chi veniva dentro a ballare o a cercare sostanze (solidarietà ai compagni imprigionati durante manifestazioni di solidarietà ad altri compagni imprigionati durante gli sgomberi di centri sociali occupati in seguito agli sgomberi di altri centri sociali). Il movimento antiglobalista internazionale fu una boccata d'aria salutare, di cui alcuni seppero profittare, altri no. Dopo il forum di Firenze la spirale autoreferenziale ha ripreso il sopravvento. Forse l'episodio che ha scompaginato le carte stavolta è stato molto più locale: la guerriglia in Val di Susa. Lì i militanti dei centri sociali non hanno soltanto trovato nuove tattiche. Può darsi che abbiano trovato quello che più di tutto serve a un combattente: un motivo concreto per combattere. Non l'insurrezione globale, ma la difesa di quella valle, quel ruscello, quella gente (che non ha fatto mancare la solidarietà). Forse questo ha reso i cappucci molto più determinati. A Roma hanno portato un'organizzazione più efficace del solito. Ma a Roma c'è anche chi ha tutto l'interesse a usarli da utili idioti, e questo forse se l'erano dimenticato. Su in montagna probabilmente era tutto più chiaro: una linea da tenere, un nemico da punzecchiare, tanti amici pronti a nasconderti... Ehi, un attimo. Anch'io ho poca fantasia: sto ricascando negli anni Quaranta. Meglio finirla qui.
L'insurrezionalismo dei cappuccetti neri non è un fenomeno così nuovo e originale come Maroni & co. vorrebbero. È comunque qualcosa che cronisti e commentatori, non necessariamente superficiali, stanno ancora cercando di mettere a fuoco. Si procede per aggiustamenti: abbiamo accettato che non sono tutti infiltrati (ma sono infiltrabili), non sono tutti fascisti (ma fascisti ce n'è) e che i black bloc internazionali, quelli che sconfinavano ai tempi dei grandi vertici, ormai hanno meglio da fare. Ogni tanto però partono ancora riferimenti storici alla c* di cane, ad esempio c'è chi parla di BR. È un passato che riemerge più per mancanza di fantasia che per altro: non penso che nemmeno i leghisti ci credano, a questa cosa delle nuove BR. È una specie di termine per assurdo, come quando si dice “uscire dall'euro” o “secessione”: se scenari del genere si concretizzassero, sarebbero i primi a sbalordirsi. In cuor loro sanno, come lo sappiamo un po' tutti, che i cappucci neri non rifonderanno le BR, che non ne sarebbero capaci e comunque manco ci tengono: tanto è stridente il contrasto tra il loro movimento e i brigatisti di 40 anni prima (quaranta!) Ne siamo tutti così sicuri che forse vale la pena ridiscuterla, questa sicurezza: capire su quali fondamenti si posa.
Perché i cappuccetti non rifaranno le BR? In fondo brigatisti e cappucci condividono una premessa simile: l'insurrezionalismo. Le azioni di guerriglia urbana, siano sequestri o rapine o vandalismi, sono sempre concepiti come la premessa di una rivoluzione che è possibile: basta solo mostrare alla massa che si può, che la cosa è fattibile.
La differenza sta nel metodo. I cappucci sono vandali, devastatori, e lo rivendicano con orgoglio. Ogni manifestazione è una dimostrazione che la rivoluzione si può fare, anche se probabilmente l'unica idea di rivoluzione rimasta è una piazza ancora più grossa che brucia, con più camionette, più spranghe, più poliziotti da menare di più, in pratica il livello successivo del videogioco.
I brigatisti i videogiochi non li avevano. Erano sicari. I loro metodi consistevano per esempio nell'intimidazione a mezzo ciclostile, nel sequestro, nella gambizzazione, nell'omicidio politico. In ogni caso, si tratta sempre di fissare il mirino su un individuo, un solo esemplare del nemico: non la casta dei padroni, ma quel padrone, quel caposquadra o giornalista servo del padrone, quel sindacalista venduto, quell'uno da colpire per educarne cento. Col tempo l'orizzonte si estende, le Brigate Rosse alzano i mirini dalle officine al parlamento allo Stato maggiore NATO; teorizzano persino lo Stato Imperialista delle Multinazionali... però continuano a darsi obiettivi incarnati in individui: quel politico, quel segretario di partito, quel generale. Basterebbe questo a farci capire che siamo in un secolo diverso. Gli insurrezionalisti del duemila non sequestrano nessuno, non minacciano nessun Nome e Cognome, al massimo si danno come obiettivo la sede di un'istituzione nazionale o internazionale; ma se non riescono ad arrivarci va bene anche una Qualsiasi Banca. L'omicidio politico o il sequestro sono opzioni mai prese nemmeno lontanamente in considerazione, neppure dal più boccalone dei commentatori di indymedia. Varrebbe la pena di chiedersi il perché.
Un'ipotesi (un po' subdola): fare i brigatisti è troppo sbattimento. La vita del sicario, spesso ridotto in clandestinità, richiede una disciplina, una professionalità, una capacità organizzativa che il cappuccetto nero non è in grado di reggere. D'altro canto i brigatisti venivano dalle fabbriche, erano abituati alla sveglia alle sei del mattino e a proiettare la fatica quotidiana in un orizzonte progettuale. I cappuccetti neri sono disoccupati o precari cronici, la sveglia probabilmente la vivono come una costrizione borghese. Sto senz'altro stereotipando, in realtà non credo che i cappuccetti neri siano (tutti) degli allegri cialtroni: di sicuro hanno capito come si sta in piazza e hanno buone competenze tattiche, maturate nei fantomatici campi d'addestramento greci o più probabilmente in Val di Susa. Però alla fine sono vandali organizzati, tutto qui: non è che debbano gestire sequestri o reti di covi e arsenali in tutta la penisola. Gestire sequestri, soprattutto, richiede un'organizzazione infinitamente più complessa e professionale: e poi servono fondi. È noto il modo in cui i brigatisti si autofinanziavano: rapine.
Ecco, chiediamoci questa cosa: perché i cappuccetti neri non fanno rapine? Una certa contiguità con la criminalità comune dovrebbero averla, almeno quelli che vengono dalla curve. In ogni caso ormai sanno tutto su come violare la vetrina blindata di una banca: non gli è mai venuta la curiosità di dare un occhiata non dico al caveau, ma ai cassetti degli sportelli? Non è che debbano trasformare l'insurrezione in una forma estrema di shopping, come è successo durante gli ultimi riots di Londra: però il saccheggio è pur sempre parte integrante di una rivoluzione, che non è, mi par di ricordare, un pranzo di gala. Vandalizzare una banca senza rapinarla mi sembra come fumare senza aspirare, un voler peccare per forza senza riuscirne a godere. Oltre al fatto che anche i cappuccetti avranno le loro spese: fionde, bulloni, spranghe, corsi di aggiornamento in Grecia in tariffa economica, d'accordo, ma è pur sempre un traghetto andata e ritorno. Cari cronisti, magari la prossima volta che trovate un ragazzo così chiacchierino, fategli la domanda: ma chi finanzia? Perché all'esercito di pancabbestia figli di papà io non ci credo; ce ne saranno senz'altro, ma non possono essere la maggioranza. E quindi? I centri sociali producono davvero tutto questo plusvalore?
Insomma paragonare BR e insurrezionalisti contemporanei è quasi un esercizio di stile. Un discorso diverso meritano le analogie con Autonomia Operaia, sempre dagli anni di piombo, ma quelli dopo il '77. Perché lo spartiacque è quello: chi tira fuori le BR si classifica immediatamente come un barbogio che parla a casaccio e probabilmente tiene ancora in casa 33 giri di prog italiano, la Premiata Forneria Marconi eccetera. Chi parla di Autonomia Operaia ha in mente il punk, e di punk ai cortei insurrezionalisti se ne ascolta ancora. Come dire che gli anni Settanta hanno due lati, il primo è suonato da musicisti professionali e molto tecnici e nessuno osa più passarlo per radio; dall'altra c'è già lo stesso rumore sguaiato che ascoltiamo tutti i giorni. In ogni caso no anche qui è opportuno rimarcare le differenze, non teoriche ma tecniche: nel '77 negli spezzoni di AutOp si vedevano le P38. Gli insurrezionalisti prevedono una rivoluzione globale non molto pacifica, ma per ora l'idea di sporcarsi le mani con armi non anticonvenzionali non li sfiora. Eppure noi non viviamo in un mondo meno armato di quello del '77. La criminalità organizzata controlla interi distretti della penisola: un gruppo insurrezionalista determinato non dovrebbe avere difficoltà ad equipaggiare gruppi di fuoco, in luogo delle falangi con le fionde che saranno anche efficaci a intrappolare le camionette, ma fanno comunque Ragazzi della via Pal. Se non stanno alzando il livello dello scontro alla fase sparatoria, se per lo meno non danno impressione di volerlo fare, neanche a livello di minaccia deterrente, vale anche qui la pena di chiedersi il perché. Va bene essere l'avanguardia della rivoluzione: ma pensate di farla tutta a spranghe e a estintori? In un certo senso sì, perché alle capacità devastatrici (modeste) di spranga ed estintore si aggiunge la potenza della vera arma del cappuccetto nero: il video. La rivolta è più un happening, una liturgia che un effettiva battaglia; tenere una piazza italiana per mezza giornata può considerarsi una vittoria solo se nel frattempo filmi tutto e lo condividi con gli amici. Le pistole in tutto questo non avrebbero senso: molto più fotogenico è l'estintore strappato al nemico, la fionda con tutto il sottointeso biblico (hai un bel da frantumare madonne, alla fine la Bibbia ti prende alle spalle). Sono armi che ti lasciano innocenti: quando si impugneranno i calci delle pistole l'innocenza sarà finita per sempre, ma chissà se succederà mai.
Chissà se ci credono davvero, è la domanda che mi resta in mente. Già qualche dubbio doveva serpeggiare sotto i passamontagna dell'Autonomia, che negli anni Ottanta approdarono ai centri sociali delle grandi città come a un rifugio sicuro. Lì dentro, per vent'anni, l'utopia rivoluzionaria ha ceduto il passo a una proiezione molto più ristretta, quella delle Zone Temporaneamente Autonome, la riserva indiana dell'utopia. Verso la fine degli anni Novanta i centri sociali che non erano diventati semplici discoteche o circoli ricreativi erano incartati in discorsi talmente autoreferenziali da riuscire incomprensibili anche a chi veniva dentro a ballare o a cercare sostanze (solidarietà ai compagni imprigionati durante manifestazioni di solidarietà ad altri compagni imprigionati durante gli sgomberi di centri sociali occupati in seguito agli sgomberi di altri centri sociali). Il movimento antiglobalista internazionale fu una boccata d'aria salutare, di cui alcuni seppero profittare, altri no. Dopo il forum di Firenze la spirale autoreferenziale ha ripreso il sopravvento. Forse l'episodio che ha scompaginato le carte stavolta è stato molto più locale: la guerriglia in Val di Susa. Lì i militanti dei centri sociali non hanno soltanto trovato nuove tattiche. Può darsi che abbiano trovato quello che più di tutto serve a un combattente: un motivo concreto per combattere. Non l'insurrezione globale, ma la difesa di quella valle, quel ruscello, quella gente (che non ha fatto mancare la solidarietà). Forse questo ha reso i cappucci molto più determinati. A Roma hanno portato un'organizzazione più efficace del solito. Ma a Roma c'è anche chi ha tutto l'interesse a usarli da utili idioti, e questo forse se l'erano dimenticato. Su in montagna probabilmente era tutto più chiaro: una linea da tenere, un nemico da punzecchiare, tanti amici pronti a nasconderti... Ehi, un attimo. Anch'io ho poca fantasia: sto ricascando negli anni Quaranta. Meglio finirla qui.
martedì 18 ottobre 2011
L'evangelista bue
(Fermi così, siete perfetti)
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lunedì 17 ottobre 2011
La guerriglia prevedibile
(Fermo così, sei perfetto).
D'altro canto chi poteva aspettarsi che una manifestazione al di sopra delle parti e dei partiti rigorosamente spontanea senza leader e senza servizio d'ordine potesse andare a finire con della gente vestita di nero e organizzata non si capisce da chi e da cosa che brucia le macchine e scrive sui muri e la polizia invece di fermarli carica la povera gente che non se lo poteva aspettare? Chi se lo poteva aspettare?
Mah, per esempio, tutti. La non imprevedibile vittoria dei Caschi Neri (H1t#95) è sull'Unità, e si commenta là. Venite senza casco.
D'altro canto chi poteva aspettarsi che una manifestazione al di sopra delle parti e dei partiti rigorosamente spontanea senza leader e senza servizio d'ordine potesse andare a finire con della gente vestita di nero e organizzata non si capisce da chi e da cosa che brucia le macchine e scrive sui muri e la polizia invece di fermarli carica la povera gente che non se lo poteva aspettare? Chi se lo poteva aspettare?
Mah, per esempio, tutti. La non imprevedibile vittoria dei Caschi Neri (H1t#95) è sull'Unità, e si commenta là. Venite senza casco.
sabato 15 ottobre 2011
Questo non è un orgasmo
E basta, non è che devo fare altro per vendervi il pezzo. Ho già scritto nel campo titolo "orgasmo", sarà comunque il più cliccato dell'anno.
Eh, lo so, con tutti i problemi che ci sono al mondo.
Comunque oggi era la festa di Santa Teresa d'Avila, santa un po' meno orgasmatica di quanto si creda in giro, o no? No? Boh, sul Post se ne parla.
!!!
tgs:
essere donna oggi,
santi,
sesso
venerdì 14 ottobre 2011
Sradicateli
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| La foto via Malvino |
E' successo che tre anni fa mi fu proposto di votare un partito di centrosinistra che doveva farla finita coi cespugli e con gli inciuci; e in effetti quel partito sbatté fuori dal parlamento verdi e comunisti. Però nel frattempo aveva imbarcato questi qui, che di voti probabilmente non ne portavano più di un 2%, ma ottennero nove seggi sicuri tra Camera e Parlamento (e una cospicua percentuale del rimborso spese elettorali; sarei curioso di sapere com'è andata a finire, se insomma oltre alla valanga di denaro che sborso per Radio Radicale ho pagato pure i loro manifesti).
Già allora la cosa lasciava perplessi, però io quel favoloso PD egemone e duro e puro lo votai lo stesso, respirando forte. Poi è successo quel che ognuno poteva immaginare: in capo a qualche mese si è scoperto che lorsignori votano un po' come gli va; e che gli ordini, piuttosto che dai capigruppo PD di Camera e Senato, li prendono da tal Giacinto Pannella detto Marco, il loro guru. Insomma, è successo. Una setta di poche migliaia di persone si è fatta regalare nove seggi nel Parlamento, oltre a tutto lo spazio mediatico che possono ottenere giocando al Mi Si Nota Di Più Se Entro All'Ultimo Momento.
Va bene. Va tutto bene. Ora credo che la piccineria di questi signori sia evidente anche ai sordi e ai ciechi, e a quelli che, avendo studiato la Storia dell'Italia contemporanea sugli album Panini, si erano convinti che senza radicali non avremmo avuto divorzioabortomoratoriallapenadimorte (e Fioravanti starebbe ancora scontando uno qualsiasi dei suoi ergastoli). E posso dare per scontato che nessun dirigente del PD stia ancora pensando di imbarcarli nel prossimo grande partito egemone a vocazione bipolare eccetera.
Posso?
Perché - vorrei che fosse chiaro - se ne imbarcate anche uno solo, voi il mio voto ve lo scordate. E non soltanto il mio, direi.
Rimpianto per un golpe mancato
Just a little Putsch
Senz'altro fanno più colore gli sbadigli di Bossi, però di tutto l'inutile discorso di Berlusconi a mezza Camera io trovo molto più significativo e beffardo quel complimento all'“impeccabile” Napolitano. In effetti, quando mercoledì il governo è andato sotto sul bilancio, Napolitano ha avuto la più bella occasione di dichiarare decaduto il governo, e non lo ha fatto.
Certo, sarebbe stato un atto senza precedenti (ma tutti gli atti hanno avuto un precedente senza precedenti). Un'interpretazione del dettato costituzionale tutt'altro che "impeccabile". E da destra qualcuno avrebbe gridato al golpe. Con qualche ragione. D'altro canto la destra è proprietà di Berlusconi, che tiene insieme la sua maggioranza acquistando volta per volta i voti che gli servono. È una pratica che può definirsi costituzionale? Lo stesso Berlusconi, lasciando stare le decine di processi che lo riguardano, è sempre stato ineleggibile, secondo quella famosa legge del 1957. Ciononostante gli è stato consentito di candidarsi; di avvantaggiarsi di tre emittenti televisive nazionali, una delle quali trasmetteva illegalmente e ha continuato a farlo finché Berlusconi, vinte le elezioni, non è riuscito a cambiare la legge. Cosa c'è di esattamente costituzionale, in tutto questo? Del resto, se cominciamo a elencare le offese arrecate da B. alla Costituzione non ne usciamo più. Ricordiamo soltanto che B. considera la Repubblica parlamentare, così com'è stata disegnata nella carta del 1948, superata dai fatti nel momento in cui è riuscito a scrivere sullo stemma del suo partito “Berlusconi presidente”. Lo ha ribadito ieri: per lui l'unico governo legittimo possibile in questa legislatura è il suo, perché la maggioranza dei cittadini non ha eletto dei parlamentari senza vincolo di mandato, o meglio lo ha fatto senza pensarci, in realtà voleva solo fare la crocetta su “Berlusconi presidente”.
In soldoni: Berlusconi non ha rispettato mai la Costituzione e, se lo lasciamo al suo posto, farà tutto il possibile per svuotarla di senso o stravolgerla. B. non ha mai giocato pulito. Questa è una constatazione perfino banale. E allora perché insistiamo a voler giocare pulito con lui? Perché insistiamo ad appellarci a un dettato costituzionale che lui invece può violare quando e come vuole? Perché continuiamo a credere di poterlo battere ad armi dispari, su un campo in salita?
È una domanda che mi faccio da anni. La riposta che mi do è che la Costituzione del 1948, per quanto sbrindellata dalle riforme che l'hanno tirata di qua e di là, è tutto quello che abbiamo. Prima c'era il fascismo, dopo non è concepibile nessuna prospettiva. Persino ora siamo convinti che si tratti si salvare la nobile Carta dalle offese di Berlusconi e Bossi, quando si tratta invece di salvare noi stessi, con o senza Carta; la quale non è un fine, ma il mezzo che in teoria avrebbe dovuto servire a proteggerci da situazioni come queste. È evidente che non ha funzionato; ciononostante non riusciamo a separarci da lei. È la nostra coperta di Linus. Se fossimo francesi, a quest'ora ne avremmo già riscritte tre: ma loro sono venuti su così, ai tempi della ghigliottina ne mandavano fuori una all'anno. Persino a De Gaulle, il salvatore della Francia, lasciarono fare un putsch o forse due. Sono cose che capitano: se la Quarta repubblica non va, si preallertano i generali e si prepara la quinta, che male c'è. Invece noi, con tutto che sono vent'anni che non facciamo che parlare di “seconda repubblica”, tuttora non siamo pronti all'idea che una repubblica possa sul serio voltare pagina con qualche violenza: inorridiamo all'idea che qualcuno possa fare anche solo un minimo atto di forza, mandare due camionette davanti all'ingresso di Palazzo Chigi – neanche per arrestare lorsignori, no, soltanto per impedire l'ingresso ai figuranti, per notificare che dopo il Bagaglino anche il cosiddetto Consiglio dei ministri ha chiuso.
Dopodiché, certo, qualcuno brontolerebbe. In tv più che in piazza, direi. E a quel punto bisognerebbe forse bombardare Cologno, ma magari questa è solo una fissazione mia.
Senz'altro fanno più colore gli sbadigli di Bossi, però di tutto l'inutile discorso di Berlusconi a mezza Camera io trovo molto più significativo e beffardo quel complimento all'“impeccabile” Napolitano. In effetti, quando mercoledì il governo è andato sotto sul bilancio, Napolitano ha avuto la più bella occasione di dichiarare decaduto il governo, e non lo ha fatto.
Certo, sarebbe stato un atto senza precedenti (ma tutti gli atti hanno avuto un precedente senza precedenti). Un'interpretazione del dettato costituzionale tutt'altro che "impeccabile". E da destra qualcuno avrebbe gridato al golpe. Con qualche ragione. D'altro canto la destra è proprietà di Berlusconi, che tiene insieme la sua maggioranza acquistando volta per volta i voti che gli servono. È una pratica che può definirsi costituzionale? Lo stesso Berlusconi, lasciando stare le decine di processi che lo riguardano, è sempre stato ineleggibile, secondo quella famosa legge del 1957. Ciononostante gli è stato consentito di candidarsi; di avvantaggiarsi di tre emittenti televisive nazionali, una delle quali trasmetteva illegalmente e ha continuato a farlo finché Berlusconi, vinte le elezioni, non è riuscito a cambiare la legge. Cosa c'è di esattamente costituzionale, in tutto questo? Del resto, se cominciamo a elencare le offese arrecate da B. alla Costituzione non ne usciamo più. Ricordiamo soltanto che B. considera la Repubblica parlamentare, così com'è stata disegnata nella carta del 1948, superata dai fatti nel momento in cui è riuscito a scrivere sullo stemma del suo partito “Berlusconi presidente”. Lo ha ribadito ieri: per lui l'unico governo legittimo possibile in questa legislatura è il suo, perché la maggioranza dei cittadini non ha eletto dei parlamentari senza vincolo di mandato, o meglio lo ha fatto senza pensarci, in realtà voleva solo fare la crocetta su “Berlusconi presidente”.
In soldoni: Berlusconi non ha rispettato mai la Costituzione e, se lo lasciamo al suo posto, farà tutto il possibile per svuotarla di senso o stravolgerla. B. non ha mai giocato pulito. Questa è una constatazione perfino banale. E allora perché insistiamo a voler giocare pulito con lui? Perché insistiamo ad appellarci a un dettato costituzionale che lui invece può violare quando e come vuole? Perché continuiamo a credere di poterlo battere ad armi dispari, su un campo in salita?
È una domanda che mi faccio da anni. La riposta che mi do è che la Costituzione del 1948, per quanto sbrindellata dalle riforme che l'hanno tirata di qua e di là, è tutto quello che abbiamo. Prima c'era il fascismo, dopo non è concepibile nessuna prospettiva. Persino ora siamo convinti che si tratti si salvare la nobile Carta dalle offese di Berlusconi e Bossi, quando si tratta invece di salvare noi stessi, con o senza Carta; la quale non è un fine, ma il mezzo che in teoria avrebbe dovuto servire a proteggerci da situazioni come queste. È evidente che non ha funzionato; ciononostante non riusciamo a separarci da lei. È la nostra coperta di Linus. Se fossimo francesi, a quest'ora ne avremmo già riscritte tre: ma loro sono venuti su così, ai tempi della ghigliottina ne mandavano fuori una all'anno. Persino a De Gaulle, il salvatore della Francia, lasciarono fare un putsch o forse due. Sono cose che capitano: se la Quarta repubblica non va, si preallertano i generali e si prepara la quinta, che male c'è. Invece noi, con tutto che sono vent'anni che non facciamo che parlare di “seconda repubblica”, tuttora non siamo pronti all'idea che una repubblica possa sul serio voltare pagina con qualche violenza: inorridiamo all'idea che qualcuno possa fare anche solo un minimo atto di forza, mandare due camionette davanti all'ingresso di Palazzo Chigi – neanche per arrestare lorsignori, no, soltanto per impedire l'ingresso ai figuranti, per notificare che dopo il Bagaglino anche il cosiddetto Consiglio dei ministri ha chiuso.
Dopodiché, certo, qualcuno brontolerebbe. In tv più che in piazza, direi. E a quel punto bisognerebbe forse bombardare Cologno, ma magari questa è solo una fissazione mia.
giovedì 13 ottobre 2011
Forse non ha mai riso nessuno
La terra delle risate registrate.
Io ve lo dico, arrivano tempi cattivi . Vedremo la madre tradire il padre, il fratello affittare la sorella, e tutto questo passato ci sembrerà un'età dell'oro, Berlusconi uno di quegli imperatori matti ma tutto sommato simpatici. E lo rimpiangeremo. Tutto rimpiangeremo, perfino La Russa, sì: rimpiangeremo i bei giorni in cui bastava caricare un video di La Russa per ridergli in faccia e tirarsi un po' su il morale. Anche se la vecchia guardia storceva il naso, insomma, così è troppo facile. Cosa vuoi dire su La Russa che non ha detto ancora nessuno? Niente.
Voglio dire che l'ho apprezzato, fino a un certo punto, La Russa. Come si apprezza un cattivo da melodramma, si capisce. Però in quel melodramma lo trovavo abbastanza professionale. C'è chi lo prendeva per un pippatore privo di autocontrollo. Per me non era privo di autocontrollo. Sempre invariabilmente sopra le righe, è vero: com'è vero che più di una volta si mostrò di una cafonaggine impareggiabile, ma stiamo parlando appunto di un melodramma, mica di un dramma scandinavo. È vero che arrivava sempre quel momento, a Ballarò o a Porta Porta, o dovunque, in cui La Russa dava l'impressione di scoppiare e rafficava insulti, o tirava calci, o forava la quarta parete.
Però io non ci ho mai creduto veramente in quelle scenette, sapete. La Russa non impazziva mai davvero, La Russa era un professionista che sapeva impazzire a comando, e ci vuole tecnica, disciplina, autocontrollo. La Russa un giorno andò a un funerale di soldati e fu fischiato dai genitori delle vittime per tutto il tempo, e non fece una piega, perché la situazione non richiedeva melodrammi. Per contro, La Russa riusciva sempre a saltare in aria proprio quando la discussione prendeva una direzione che non piaceva a lui. Un maestro, nella sua arte. La quale arte, ricordiamo, è il melodramma. Vogliamo dire che in fondo il problema della Seconda Repubblica è tutto qui?
Perché in fin dei conti gli italiani a Berlusconi avrebbero perdonato tutto, tutto: corruzioni, concussioni, orge, patti col demonio e con Riina – se solo fosse riuscito a combinare una cosa, una delle centinaia che ha promesso; se solo fosse riuscito a selezionare una classe dirigente capace, i famosi uomini del fare. E invece alla fine di tutte le scremature gli sono rimasti guitti, ballerine, fenomeni da baraccone, il Bagaglino permanente che ha chiuso in salone Margherita e si è traserito a Palazzo Chigi. Mi sono sempre chiesto se esistesse un La Russa parallelo, un abile politico e organizzatore – perché tutto sommato non si arriva dal MSI dei torbidi anni Settanta al Consiglio dei ministri senza qualche talento oltre a quelli teatrali. Può darsi. In realtà quel suo volto grifagno (aggettivo destinato a sopravvivere nei vocabolari soltanto finché La Russa è ancora in circolazione) ha sempre attirato i teleobbiettivi, sin da quando fece la prima comparsa in quel filmato di repertorio montato all'inizio di Sbatti il mostro in prima pagina.
Con gli anni la telegenia ha avuto la meglio su qualsiasi velleità da statista: se è mai esistito un La Russa politico, l'avanspettacolo al potere lo ha risucchiato da tempo. La Russa, con tutti i trascorsi fascisti che può vantare, è riuscito a farsi compatire da un'associazione di ufficiali perché non ha più nemmeno la buona creanza di indossare una giacca alle parate – col risultato che ci sono foto che lo ritraggono con abiti più larghi di due taglie, roba che gli hanno prestato in aereo, quando lo vedi pensi subito “Albania”, poi ti ricordi che siamo nel 2011 e anche i ministri schipetari possono permettersi la sartoria su misura. La Russa, se la stampa inglese gli chiede una dichiarazione, ne approfitta per realizzare una simpatica papera per Striscia la Notizia. La Russa alla fine si è ridotto a essere la cattiva imitazione di Fiorello che imita La Russa, di sicuro non sono il primo che dice questa cosa.
Io poi non dubito che La Russa possa parlare l'inglese meglio di così. Ma qui apro una parentesi: secondo me i nostri politici non dovrebbero parlare in inglese mai. A meno che non sfoggino un accento oxoniense o harvardiano, e non credo sia ancora il caso di nessuno (Scalfarotto?) Ma nel frattempo vorrei che si uscisse da quell'ottica postliceale per cui ci tieni a far vedere che i soldi del corso privato non li hai buttati via. Vorrei che si riflettesse anche solo cinque minuti sull'effetto che ci farebbe un politico straniero qualsiasi se parlasse un italiano stereotipato con un accento straniero abbastanza marcato. Anche se ci trattenessimo dal sorridere, finiremmo per concentrarci sulle sue intonazioni sbagliate e troveremmo le sue idee ingenue, perché espresse in modo ingenuo. Per contro, uno straniero che parla straniero con brio e convinzione ci sembrerà sempre forbito e impeccabile – di sicuro se dice papere o scemenze non ce ne accorgiamo, e poi ci sarà sempre un buon traduttore simultaneo o un buon sottotitolatore a metterci una pezza. E in lingua originale coi sottotitoli, ci avete fatto caso? Sembrano tutti un po' più intelligenti. Persino La Russa. Ma il problema è tutto qui, in fondo, La Russa non vuole più nemmeno sembrare. A questo punto forse è una semplice strategia di sopravvivenza, magari sperano che se ci faranno ridere ancora un po' ci dimenticheremo di avere davanti dei veri criminali, e li lasceremo andare. Pensa quando scopriranno che non sono mai stati divertenti, mai; che le risate di Striscia erano finte. Sono sempre state finte. E che non ride più nessuno, qui, da vent'anni o quasi.
Io ve lo dico, arrivano tempi cattivi . Vedremo la madre tradire il padre, il fratello affittare la sorella, e tutto questo passato ci sembrerà un'età dell'oro, Berlusconi uno di quegli imperatori matti ma tutto sommato simpatici. E lo rimpiangeremo. Tutto rimpiangeremo, perfino La Russa, sì: rimpiangeremo i bei giorni in cui bastava caricare un video di La Russa per ridergli in faccia e tirarsi un po' su il morale. Anche se la vecchia guardia storceva il naso, insomma, così è troppo facile. Cosa vuoi dire su La Russa che non ha detto ancora nessuno? Niente.
Voglio dire che l'ho apprezzato, fino a un certo punto, La Russa. Come si apprezza un cattivo da melodramma, si capisce. Però in quel melodramma lo trovavo abbastanza professionale. C'è chi lo prendeva per un pippatore privo di autocontrollo. Per me non era privo di autocontrollo. Sempre invariabilmente sopra le righe, è vero: com'è vero che più di una volta si mostrò di una cafonaggine impareggiabile, ma stiamo parlando appunto di un melodramma, mica di un dramma scandinavo. È vero che arrivava sempre quel momento, a Ballarò o a Porta Porta, o dovunque, in cui La Russa dava l'impressione di scoppiare e rafficava insulti, o tirava calci, o forava la quarta parete.
Però io non ci ho mai creduto veramente in quelle scenette, sapete. La Russa non impazziva mai davvero, La Russa era un professionista che sapeva impazzire a comando, e ci vuole tecnica, disciplina, autocontrollo. La Russa un giorno andò a un funerale di soldati e fu fischiato dai genitori delle vittime per tutto il tempo, e non fece una piega, perché la situazione non richiedeva melodrammi. Per contro, La Russa riusciva sempre a saltare in aria proprio quando la discussione prendeva una direzione che non piaceva a lui. Un maestro, nella sua arte. La quale arte, ricordiamo, è il melodramma. Vogliamo dire che in fondo il problema della Seconda Repubblica è tutto qui?
Perché in fin dei conti gli italiani a Berlusconi avrebbero perdonato tutto, tutto: corruzioni, concussioni, orge, patti col demonio e con Riina – se solo fosse riuscito a combinare una cosa, una delle centinaia che ha promesso; se solo fosse riuscito a selezionare una classe dirigente capace, i famosi uomini del fare. E invece alla fine di tutte le scremature gli sono rimasti guitti, ballerine, fenomeni da baraccone, il Bagaglino permanente che ha chiuso in salone Margherita e si è traserito a Palazzo Chigi. Mi sono sempre chiesto se esistesse un La Russa parallelo, un abile politico e organizzatore – perché tutto sommato non si arriva dal MSI dei torbidi anni Settanta al Consiglio dei ministri senza qualche talento oltre a quelli teatrali. Può darsi. In realtà quel suo volto grifagno (aggettivo destinato a sopravvivere nei vocabolari soltanto finché La Russa è ancora in circolazione) ha sempre attirato i teleobbiettivi, sin da quando fece la prima comparsa in quel filmato di repertorio montato all'inizio di Sbatti il mostro in prima pagina.
Con gli anni la telegenia ha avuto la meglio su qualsiasi velleità da statista: se è mai esistito un La Russa politico, l'avanspettacolo al potere lo ha risucchiato da tempo. La Russa, con tutti i trascorsi fascisti che può vantare, è riuscito a farsi compatire da un'associazione di ufficiali perché non ha più nemmeno la buona creanza di indossare una giacca alle parate – col risultato che ci sono foto che lo ritraggono con abiti più larghi di due taglie, roba che gli hanno prestato in aereo, quando lo vedi pensi subito “Albania”, poi ti ricordi che siamo nel 2011 e anche i ministri schipetari possono permettersi la sartoria su misura. La Russa, se la stampa inglese gli chiede una dichiarazione, ne approfitta per realizzare una simpatica papera per Striscia la Notizia. La Russa alla fine si è ridotto a essere la cattiva imitazione di Fiorello che imita La Russa, di sicuro non sono il primo che dice questa cosa.
Io poi non dubito che La Russa possa parlare l'inglese meglio di così. Ma qui apro una parentesi: secondo me i nostri politici non dovrebbero parlare in inglese mai. A meno che non sfoggino un accento oxoniense o harvardiano, e non credo sia ancora il caso di nessuno (Scalfarotto?) Ma nel frattempo vorrei che si uscisse da quell'ottica postliceale per cui ci tieni a far vedere che i soldi del corso privato non li hai buttati via. Vorrei che si riflettesse anche solo cinque minuti sull'effetto che ci farebbe un politico straniero qualsiasi se parlasse un italiano stereotipato con un accento straniero abbastanza marcato. Anche se ci trattenessimo dal sorridere, finiremmo per concentrarci sulle sue intonazioni sbagliate e troveremmo le sue idee ingenue, perché espresse in modo ingenuo. Per contro, uno straniero che parla straniero con brio e convinzione ci sembrerà sempre forbito e impeccabile – di sicuro se dice papere o scemenze non ce ne accorgiamo, e poi ci sarà sempre un buon traduttore simultaneo o un buon sottotitolatore a metterci una pezza. E in lingua originale coi sottotitoli, ci avete fatto caso? Sembrano tutti un po' più intelligenti. Persino La Russa. Ma il problema è tutto qui, in fondo, La Russa non vuole più nemmeno sembrare. A questo punto forse è una semplice strategia di sopravvivenza, magari sperano che se ci faranno ridere ancora un po' ci dimenticheremo di avere davanti dei veri criminali, e li lasceremo andare. Pensa quando scopriranno che non sono mai stati divertenti, mai; che le risate di Striscia erano finte. Sono sempre state finte. E che non ride più nessuno, qui, da vent'anni o quasi.
lunedì 10 ottobre 2011
Ardaendutaét, Bambo!
Siccome secondo me siamo ciò che leggiamo, è giusto che sappiate che da bambino ho letto di tutto: ingredienti di confezioni di biscotti a non finire, e topolini e giornalini e geppi e tiramolla, e quando proprio finivo tutto, quando non c'era proprio più una cosa non letta in casa, capitava che mi buttassi anche su questo.
E adesso scrivo il Santo del giorno per il Post. E oggi è proprio San Daniele Comboni, il bresciano volante. A ri-idis, gnari.
E adesso scrivo il Santo del giorno per il Post. E oggi è proprio San Daniele Comboni, il bresciano volante. A ri-idis, gnari.
sabato 8 ottobre 2011
Leonardo e altri fallimenti
Non bastano cerniere lampo!
Non credo che abbiate davvero bisogno di un altro coccodrillo su Steve Jobs. Però da qualche parte vorrei lasciarlo scritto: sono stupito, davvero, come non mi aveva mai stupito nessun keynote. E non sono certo stupito che tante persone che da anni usano quotidianamente i suoi prodotti esprimano affetto e rimpianto. Lo trovo giusto, un indizio di cuore. Mi stupisce piuttosto Repubblica.it che manda in rotazione i messaggini dei lettori sotto la testata, non lo fece nemmeno per il Papa o per Alberto Sordi; mi stupisce Unita.it che continua ad averlo in homepage dopo due giorni – quando per contro un covo di macchisti come il Post alle dieci di giovedì già era tornato alla politica estera. Mi stupisce l'entusiasmo dei neofiti, forse perché avevo preso le misure a quello dei vecchi fanboy. E proprio mentre rifletto sulla mia refrattarietà all'entusiasmo, che è poi uno dei motivi per cui Jobs e i suoi prodotti non sono mai riusciti a conquistarmi, e mi dico che forse stavolta è meglio che sto zitto, sento qualcuno che tira fuori Leonardo Da Vinci.
Questo non è affatto sorprendente, succede ogni volta che si parla di un cosiddetto inventore. Quindici anni fa succedeva con Bill Gates, a quel tempo l'uomo che aveva cambiato la nostra vita era lui. Gates addirittura si aggiudicò un codice leonardiano e lo fece esporre a Venezia, perlomeno io lo vidi là. Già a quei tempi non facevo che maledire il modo in cui aveva riempito la mia vita di errori di sistema e dischetti smagnetizzati. Leonardo Da Vinci insomma è l'unico termine di paragone che sappiamo offrire ai lettori quando cerchiamo di spiegare quanto è importante un innovatore oggi. E c'è una maledetta ironia in questo.
Perché Leonardo Da Vinci alla fine ha innovato poco o niente. Cioè, non è che non ci abbia provato. Anzi per tutta la vita non ha smesso di provarci. Ma se misuriamo l'innovazione in termini di progresso, dobbiamo ammettere che ha fallito in tanti campi, in modo anche clamoroso. Non è, come si legge spesso, l'inventore dell'aeroplano, o del carro armato, o della bicicletta (disegno probabilmente apocrifo) o del paracadute. È uno che ha disegnato un carro armato che nessuno ha stimato saggio realizzare; un paracadute che non avrebbe funzionato; un veicolo a molla senza nessuna utilità pratica. L'immaginifico progetto per deviare l'Arno; l'enorme monumento equestre al quale lavorò per anni, finché ovviamente non scoppiò una guerra e non mancò il bronzo per fonderlo. E così via. Tanti suoi dipinti ci sono arrivati in pessime condizioni perché invece di affidarsi alle tecniche e ai pigmenti tradizionali ne sperimentava di nuovi, e si sa come vanno a finire gli esperimenti. Molte sue cosiddette scoperte in realtà rimasero lettera morta: dovette riscoprirle qualcun altro secoli dopo. Insomma Steve Jobs avrebbe potuto perfino offendersi, nel sentirsi paragonato a un inventore isolato, senza committenti davvero consapevoli delle sue potenzialità, né collaboratori all'altezza, quasi incapace di passare dalla fase progettuale a quella operativa. Eppure.
Gianni Rodari, il poeta più brechtiano che l'Italia abbia avuto, scrisse una volta una poesia che non riesco più a trovare. Ma in sostanza riprendeva diceva questo: Caro libro di storia, possibile che tra tante battaglie e rivoluzioni non trovo mai scritto chi è l'inventore dei bottoni? La poesia, se ricordo bene, finiva così: “per salvare il mondo non bastano le cerniere lampo”. Ecco. L'inventore dei bottoni, chiunque sia stato, ha reso al mondo più servizi di Leonardo Da Vinci. È vero che non ci ha dato la Monna Lisa, ma vi sta ancora reggendo i pantaloni in questo preciso momento. Eppure non si sa chi sia. Anche perché probabilmente non c'è stato un inventore solo, ma tanti. Leonardo Da Vinci, invece, lo ricordiamo perché è rimasto solo, e tutti i suoi progetti e prototipi nessuno li ha perfezionati: dopo secoli sono ancora sulla carta.
Questa cosa dei bottoni mi torna in mente ogni volta che in classe mi fanno una di quelle domande a bruciapelo che ti stroncano la reputazione, ad esempio: “chi ha inventato l'automobile?” “Chi ha inventato il televisore?” Già, in effetti, chi? Le prime dieci volte che te lo chiedono, insisti sul fatto che non è così importante associare l'oggetto a un nome, perché furono in tanti a studiare la tecnologia necessaria, a volte collaborando, a volte in competizione. L'undicesima volta ti poni finalmente la domanda: ma perché non lo so? Perché nessuno lo sa? Saranno anche stati in tanti, ma ce ne saranno stati almeno un paio più importanti degli altri, come Meucci e Bell per i telefoni, no? E pensare che se ci sono due tecnologie che ci hanno cambiato la vita, sono proprio televisore e automobile – non quanto i bottoni, si capisce, ma molto più di qualsiasi iPad o iPhone. Così ti documenti e dalla dodicesima volta in poi, tagli corto: rispondi “Benz” o “Theremin”. Lo so che non è vero. Più o meno come non è vero scrivere sul giornale che Jobs ha inventato l'home computer, o il lettore mp3, o il tablet. Sono miti.
No, in realtà Benz e Theremin non sono davvero diventati dei miti. Se lo meriterebbero, e hanno un sacco di aneddoti interessanti dalla loro parte, oltre al fatto che la maggior parte di noi passa la vita a spostarsi in automobile da una postazione video all'altra. Ma nessuno paragona Jobs a Benz o a Theramin. Lo paragonano a Leonardo, che forse ha disegnato una specie di calcolatrice, ma gli mancava un fabbro di precisione per realizzare gli ingranaggi. È come se ci affezionassimo agli inventori solo quando in realtà falliscono. Ma Steve Jobs non è mica fallito, no?
Adesso che ci siamo scaldati – e molti hanno smesso di leggere – lo posso scrivere. Steve Jobs, nell'ultimo decennio perlomeno, non mi è sembrato un innovatore, ma piuttosto un conservatore. Non tanto per la sua ritrosia a farci guardare i porno sul suo tablet – un indizio interessante, comunque. Forse era già diventato un conservatore quando capì che la fase eroica dei garage di Silicon Valley era finita, e che i personal computer stavano diventando anonimi scatoloni di latta. Quando smise di vendere hardware o software e cominciò a vendere filosofia: pensala diversamente, comprati un oggetto un po' diverso che fa fatica a dialogare con gli altri (all'inizio faceva davvero fatica) ma funziona un po' meglio, eccetera. Già da allora in fondo stava difendendo l'idea – ormai tramontata – della computer house anni '80 che progetta il suo computer da cima a fondo e ci scrive il suo sistema operativo dedicato. E probabilmente per alcuni anni i computer progettati così funzionarono davvero un po' meglio degli altri. Poi fu sempre più una questione di design, e per carità, non c'è niente di male nel voler produrre oggetti belli invece che brutti. Anzi forse è il motivo per cui nei libri di Storia c'è Leonardo Da Vinci coi suoi progetti avveniristici, mentre chi ha progettato e realizzato i brutti canali che ci salvano dalle inondazioni non compare nemmeno in una noticina. Per non parlare di chi ha inventato i bottoni: probabilmente i primi furono oggetti bruttissimi, sassi od ossicini di pollo, bleah.
Quando dico che Jobs è stato un grande conservatore, non intendo biasimarlo: noi nati col mangiadischi e arrivati a trent'anni con gli mp3 probabilmente avevamo bisogno di tipi come lui, che ci facessero un po' respirare tra un balzo in avanti e un altro. Guarda iTunes. In fondo Jobs cos'ha fatto? Si è ritrovato in mezzo alla rivoluzione del p2p, ha capito rapidamente quello che le major discografiche per altri dieci anni non hanno voluto sentirsi dire (è finita la festa, non c'è nessun motivo per cui adulti normodotati debbano continuare a strapagare gli orribili cd), e ha cercato di ripristinare un minimo di ordine fissando un tetto minimo: le canzoni scaricabili a uno o due dollari. La potete considerare una rivoluzione soltanto se in quel momento stavate ancora catalogando la vostra ricca e scelta collezione di cd. Io per esempio ero in piena scimmia di Napster – poteva chiudere da un momento all'altro e scaricavo tutto quello che trovavo, come gli sciacalli nelle case che bruciano – e ricordo che la cosa mi sembrò lievemente reazionaria. Per carità, equa: probabilmente Steve Jobs aveva capito come salvare il mercato musicale. Ma forse era troppo tardi, e iTunes un po' troppo brutto. È uno di quei casi che mi fanno pensare che Jobs potrebbe essere davvero il Leonardo del nostro tempo: uno che le ha provate tutte per salvare prìncipi e princìpi, ma non ce l'ha fatta.
Un altro caso è l'iPad, che non fu lanciato come un semplice tablet (sarebbe bastato e avanzato), ma come la via di salvezza per l'editoria: un bel giardino recintato in cui magari sarebbero entrati soltanto contenuti a pagamento. E per qualche settimana editori e redattori ci hanno creduto davvero. Ancora una volta, quello che ci mise Jobs non fu tanto l'innovazione: un tablet simile qualcun altro avrebbe potuto realizzarlo, di lì a un anno. Ma il modo in cui l'innovazione veniva adoperata per salvare qualcosa di antico come l'editoria. In fondo Jobs ha continuato a lottare contro un certo tipo di progresso condiviso e spersonalizzante, che a fine Ottanta trasformava i computer in scatoloni tutti uguali, a fine Novanta le canzoni in file compressi scaricabili gratuitamente, negli anni Dieci tutti i quotidiani in blog gonfi di pubblicità. Immerso fino alla cinta in questa fiumana, questo grigio diluvio democratico che lui stesso aveva contribuito a far sgorgare, Jobs per tutto questo tempo ha continuato a insistere sul fatto che i computer possono essere oggetti ben programmati e ben disegnati; che c'è ancora lo spazio per un mercato musicale onesto; che c'è speranza anche per i giornali di qualità. E che insomma, dietro ai nostri congegni luccicanti non c'è una marea di operai e ingegneri senza volto, ma ci sono ancora gli inventori di una volta, quelli geniali, i personaggi che quando muoiono passano alla Storia, come Leonardo Da Vinci, o Steve Jobs. Noi infatti ci ricorderemo di Da Vinci, e di lui. Anche se iTunes lo disinstalliamo appena possibile, e le canzoni ormai le ascoltiamo da youtube direttamente, e le notizie continuiamo a leggerle gratis su un browser.
Jobs forse ha perso. Se avesse vinto sarebbe uno tra tanti, non avrebbe dovuto difendere i suoi prodotti con la sua faccia, e qualcun altro sarebbe già al suo posto a perfezionare le sue idee. Come quello che ha inventato i bottoni. Jobs invece è uno di quei geniali artigiani che inventa una cerniera lampo molto elegante ed elaborata che forse hanno già messo in un museo. Se vuoi ti ci porto. Abbottonati però che comincia a far freddo.
Non credo che abbiate davvero bisogno di un altro coccodrillo su Steve Jobs. Però da qualche parte vorrei lasciarlo scritto: sono stupito, davvero, come non mi aveva mai stupito nessun keynote. E non sono certo stupito che tante persone che da anni usano quotidianamente i suoi prodotti esprimano affetto e rimpianto. Lo trovo giusto, un indizio di cuore. Mi stupisce piuttosto Repubblica.it che manda in rotazione i messaggini dei lettori sotto la testata, non lo fece nemmeno per il Papa o per Alberto Sordi; mi stupisce Unita.it che continua ad averlo in homepage dopo due giorni – quando per contro un covo di macchisti come il Post alle dieci di giovedì già era tornato alla politica estera. Mi stupisce l'entusiasmo dei neofiti, forse perché avevo preso le misure a quello dei vecchi fanboy. E proprio mentre rifletto sulla mia refrattarietà all'entusiasmo, che è poi uno dei motivi per cui Jobs e i suoi prodotti non sono mai riusciti a conquistarmi, e mi dico che forse stavolta è meglio che sto zitto, sento qualcuno che tira fuori Leonardo Da Vinci.
Questo non è affatto sorprendente, succede ogni volta che si parla di un cosiddetto inventore. Quindici anni fa succedeva con Bill Gates, a quel tempo l'uomo che aveva cambiato la nostra vita era lui. Gates addirittura si aggiudicò un codice leonardiano e lo fece esporre a Venezia, perlomeno io lo vidi là. Già a quei tempi non facevo che maledire il modo in cui aveva riempito la mia vita di errori di sistema e dischetti smagnetizzati. Leonardo Da Vinci insomma è l'unico termine di paragone che sappiamo offrire ai lettori quando cerchiamo di spiegare quanto è importante un innovatore oggi. E c'è una maledetta ironia in questo.
Perché Leonardo Da Vinci alla fine ha innovato poco o niente. Cioè, non è che non ci abbia provato. Anzi per tutta la vita non ha smesso di provarci. Ma se misuriamo l'innovazione in termini di progresso, dobbiamo ammettere che ha fallito in tanti campi, in modo anche clamoroso. Non è, come si legge spesso, l'inventore dell'aeroplano, o del carro armato, o della bicicletta (disegno probabilmente apocrifo) o del paracadute. È uno che ha disegnato un carro armato che nessuno ha stimato saggio realizzare; un paracadute che non avrebbe funzionato; un veicolo a molla senza nessuna utilità pratica. L'immaginifico progetto per deviare l'Arno; l'enorme monumento equestre al quale lavorò per anni, finché ovviamente non scoppiò una guerra e non mancò il bronzo per fonderlo. E così via. Tanti suoi dipinti ci sono arrivati in pessime condizioni perché invece di affidarsi alle tecniche e ai pigmenti tradizionali ne sperimentava di nuovi, e si sa come vanno a finire gli esperimenti. Molte sue cosiddette scoperte in realtà rimasero lettera morta: dovette riscoprirle qualcun altro secoli dopo. Insomma Steve Jobs avrebbe potuto perfino offendersi, nel sentirsi paragonato a un inventore isolato, senza committenti davvero consapevoli delle sue potenzialità, né collaboratori all'altezza, quasi incapace di passare dalla fase progettuale a quella operativa. Eppure.
Gianni Rodari, il poeta più brechtiano che l'Italia abbia avuto, scrisse una volta una poesia che non riesco più a trovare. Ma in sostanza riprendeva diceva questo: Caro libro di storia, possibile che tra tante battaglie e rivoluzioni non trovo mai scritto chi è l'inventore dei bottoni? La poesia, se ricordo bene, finiva così: “per salvare il mondo non bastano le cerniere lampo”. Ecco. L'inventore dei bottoni, chiunque sia stato, ha reso al mondo più servizi di Leonardo Da Vinci. È vero che non ci ha dato la Monna Lisa, ma vi sta ancora reggendo i pantaloni in questo preciso momento. Eppure non si sa chi sia. Anche perché probabilmente non c'è stato un inventore solo, ma tanti. Leonardo Da Vinci, invece, lo ricordiamo perché è rimasto solo, e tutti i suoi progetti e prototipi nessuno li ha perfezionati: dopo secoli sono ancora sulla carta.
Questa cosa dei bottoni mi torna in mente ogni volta che in classe mi fanno una di quelle domande a bruciapelo che ti stroncano la reputazione, ad esempio: “chi ha inventato l'automobile?” “Chi ha inventato il televisore?” Già, in effetti, chi? Le prime dieci volte che te lo chiedono, insisti sul fatto che non è così importante associare l'oggetto a un nome, perché furono in tanti a studiare la tecnologia necessaria, a volte collaborando, a volte in competizione. L'undicesima volta ti poni finalmente la domanda: ma perché non lo so? Perché nessuno lo sa? Saranno anche stati in tanti, ma ce ne saranno stati almeno un paio più importanti degli altri, come Meucci e Bell per i telefoni, no? E pensare che se ci sono due tecnologie che ci hanno cambiato la vita, sono proprio televisore e automobile – non quanto i bottoni, si capisce, ma molto più di qualsiasi iPad o iPhone. Così ti documenti e dalla dodicesima volta in poi, tagli corto: rispondi “Benz” o “Theremin”. Lo so che non è vero. Più o meno come non è vero scrivere sul giornale che Jobs ha inventato l'home computer, o il lettore mp3, o il tablet. Sono miti.
No, in realtà Benz e Theremin non sono davvero diventati dei miti. Se lo meriterebbero, e hanno un sacco di aneddoti interessanti dalla loro parte, oltre al fatto che la maggior parte di noi passa la vita a spostarsi in automobile da una postazione video all'altra. Ma nessuno paragona Jobs a Benz o a Theramin. Lo paragonano a Leonardo, che forse ha disegnato una specie di calcolatrice, ma gli mancava un fabbro di precisione per realizzare gli ingranaggi. È come se ci affezionassimo agli inventori solo quando in realtà falliscono. Ma Steve Jobs non è mica fallito, no?
Adesso che ci siamo scaldati – e molti hanno smesso di leggere – lo posso scrivere. Steve Jobs, nell'ultimo decennio perlomeno, non mi è sembrato un innovatore, ma piuttosto un conservatore. Non tanto per la sua ritrosia a farci guardare i porno sul suo tablet – un indizio interessante, comunque. Forse era già diventato un conservatore quando capì che la fase eroica dei garage di Silicon Valley era finita, e che i personal computer stavano diventando anonimi scatoloni di latta. Quando smise di vendere hardware o software e cominciò a vendere filosofia: pensala diversamente, comprati un oggetto un po' diverso che fa fatica a dialogare con gli altri (all'inizio faceva davvero fatica) ma funziona un po' meglio, eccetera. Già da allora in fondo stava difendendo l'idea – ormai tramontata – della computer house anni '80 che progetta il suo computer da cima a fondo e ci scrive il suo sistema operativo dedicato. E probabilmente per alcuni anni i computer progettati così funzionarono davvero un po' meglio degli altri. Poi fu sempre più una questione di design, e per carità, non c'è niente di male nel voler produrre oggetti belli invece che brutti. Anzi forse è il motivo per cui nei libri di Storia c'è Leonardo Da Vinci coi suoi progetti avveniristici, mentre chi ha progettato e realizzato i brutti canali che ci salvano dalle inondazioni non compare nemmeno in una noticina. Per non parlare di chi ha inventato i bottoni: probabilmente i primi furono oggetti bruttissimi, sassi od ossicini di pollo, bleah.
Quando dico che Jobs è stato un grande conservatore, non intendo biasimarlo: noi nati col mangiadischi e arrivati a trent'anni con gli mp3 probabilmente avevamo bisogno di tipi come lui, che ci facessero un po' respirare tra un balzo in avanti e un altro. Guarda iTunes. In fondo Jobs cos'ha fatto? Si è ritrovato in mezzo alla rivoluzione del p2p, ha capito rapidamente quello che le major discografiche per altri dieci anni non hanno voluto sentirsi dire (è finita la festa, non c'è nessun motivo per cui adulti normodotati debbano continuare a strapagare gli orribili cd), e ha cercato di ripristinare un minimo di ordine fissando un tetto minimo: le canzoni scaricabili a uno o due dollari. La potete considerare una rivoluzione soltanto se in quel momento stavate ancora catalogando la vostra ricca e scelta collezione di cd. Io per esempio ero in piena scimmia di Napster – poteva chiudere da un momento all'altro e scaricavo tutto quello che trovavo, come gli sciacalli nelle case che bruciano – e ricordo che la cosa mi sembrò lievemente reazionaria. Per carità, equa: probabilmente Steve Jobs aveva capito come salvare il mercato musicale. Ma forse era troppo tardi, e iTunes un po' troppo brutto. È uno di quei casi che mi fanno pensare che Jobs potrebbe essere davvero il Leonardo del nostro tempo: uno che le ha provate tutte per salvare prìncipi e princìpi, ma non ce l'ha fatta.
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| Esce il 20 ottobre. E' davvero bellissimo. |
Jobs forse ha perso. Se avesse vinto sarebbe uno tra tanti, non avrebbe dovuto difendere i suoi prodotti con la sua faccia, e qualcun altro sarebbe già al suo posto a perfezionare le sue idee. Come quello che ha inventato i bottoni. Jobs invece è uno di quei geniali artigiani che inventa una cerniera lampo molto elegante ed elaborata che forse hanno già messo in un museo. Se vuoi ti ci porto. Abbottonati però che comincia a far freddo.
venerdì 7 ottobre 2011
L'Eurovergine
Ma lo sapete che incredibile giorno è oggi? Ma sì che lo sapete. Oggi sono 440 anni che abbiamo stracciato i Turchi a Lepanto, vi rendete conto? Se avessero vinto loro oggi fumeremmo tantissimo e scriveremmo con l'alfabeto, ehm, latino, e invece della polenta mangeremmo, ehm, kebab. Comunque sia: vi siete mai chiesti come abbiamo fatto a vincere? Chi ha guidato le nostre flotte usualmente così riottose e abituate a prenderle? Chi era il nostro valoroso ammiraglio? Chi ci ha guidati alla vittoria?
Sì, è stata la Madonna, mi spiace, è andata così. E sapete cosa si è presa in cambio? Un aiutino: contate il cerchio di stelle intorno alla testa. Quante sono? Di che colore è lo sfondo? Non vi ricorda niente?
Vabbe', la soluzione è sul Post e si commenta laggiù (c'è già una certa maretta). Attenzione a chi si abbona al feed: mi sono reso conto che taglia gli articoli senza avvisare, per cui sul feed ne leggete soltanto metà. Troveremo senz'altro soluzioni.
Sì, è stata la Madonna, mi spiace, è andata così. E sapete cosa si è presa in cambio? Un aiutino: contate il cerchio di stelle intorno alla testa. Quante sono? Di che colore è lo sfondo? Non vi ricorda niente?
Vabbe', la soluzione è sul Post e si commenta laggiù (c'è già una certa maretta). Attenzione a chi si abbona al feed: mi sono reso conto che taglia gli articoli senza avvisare, per cui sul feed ne leggete soltanto metà. Troveremo senz'altro soluzioni.
!!!
tgs:
Euro,
santi,
scontro di civiltà
giovedì 6 ottobre 2011
L'Itaglia senza wikipedia
Coraggio, è andata, Wikipedia è tornata on line. Possiamo ricominciare a fingere di sapere cose.
Certo che è stata dura, eh. Anche se in fondo non è l'unica enciclopedia on line, no? Per esempio c'è la Treccani, potevamo usare la Treccani, no?
No, non potevamo. E dire che non è affatto male. Ma Wikipedia funziona meglio (H1t#94). Lo dice l'Unita.it, io mi fiderei (si commenta laggiù).
Certo che è stata dura, eh. Anche se in fondo non è l'unica enciclopedia on line, no? Per esempio c'è la Treccani, potevamo usare la Treccani, no?
No, non potevamo. E dire che non è affatto male. Ma Wikipedia funziona meglio (H1t#94). Lo dice l'Unita.it, io mi fiderei (si commenta laggiù).
Ma tu non sei Eugeeeeeeeeeeeeew
Più fatti, meno Ferrara
Una cosa non privata che vorrei salvare della Blogfest 2011 (a proposito, grazie!, pensavo proprio peggio) è il vicedirettore del Fatto Quotidiano, Gomez, che gela il pubblico dicendo, testuale: “abbiamo quattrocento blogger che lavorano per noi assolutamente gratis [...] speriamo che questi quattrocento diventino presto quattromila, e forse ci arriveremo a prendere anche quegli altri” [intendeva Repubblica Corriere e Stampa, gli unici siti giornalistici che vanno più forte del FQ].
In realtà l'infortunio sta tutto in un verbo, “lavorare”. Bastava che Gomez dicesse “collaborare”, e tutto sarebbe filato abbastanza liscio. Perché no, nessuno si aspetta che il Fatto paghi quattrocento o quattromila blogger per commentare i fatti del giorno. È comunque curioso che la strategia d'attacco del FQ sia aumentare i blog, questi vecchi arnesi che evidentemente però fanno rete, fanno traffico, fanno scalare posizioni in classifiche a cui gli inserzionisti danno peso, e insomma a qualche punto della filiera il blog produce soldi, anche se il volenteroso blogger del Fatto Quodiano probabilmente quei soldi non li vedrà mai, nemmeno in percentuale. Lui comunque è contento di sopperire con la libera espressione del suo ingegno ai fondi per l'editoria che il FQ non percepisce, e un po' lo capisco.
Una cosa privata che vorrei salvare della Blogfest è la sensazione di disgusto fisico provata l'indomani mattina mentre sfogliavo la Repubblica, e a un certo punto mi trovo alla pagina dei commenti, con l'animo bendisposto a leggermi il mezzo lenzuolo di Scalfari, quello in alto a destra, esatto. E tuttavia, mentre proseguivo con la lettura, mi sembrava che qualcosa non tornasse: don Eugenio mi sembrava meno serio del solito, non citava nessun dato macroeconomico, addirittura si metteva a chiacchierare con Giuliano Ferrara, gli dava del tu, cosa esecrabile, addirittura lo chiamava "mio amico Giuliano", lodava "la sua audace e bella penna", ma quando mai, aspetta... ma non stavo leggendo il fondo di Eugenio Scalfari. L'avevo pur notato, in prima pagina, che non c'era nessun fondo di Eugenio Scalfari. Stavo leggendo... mio dio! Francesco Merlo.
Capite, non è tanto Merlo in sé. Merlo si può leggere, a volte è discutibile ma non è che sia disgustoso. Ma leggere Merlo credendo di leggere don Eugenio, come posso descrivere la sensazione perturbante, heimlich/unheimlich... è come scoprire che la biondina che state spiando nella cabina dello stabilimento balneare è vostra sorella ciccia coi brufoli, ecco. E qualcosa dentro di te in quel momento si ribella, nel mio caso il cappuccino.
Il rigurgito interiore che ne consegue apre la strada a due considerazioni. (1) Eugenio Scalfari, vorrei dirlo prima che sia un po' tardi, è come l'acqua corrente: ci accorgeremo di quanto era prezioso solo quando ce lo toglieranno. Fino a quel momento continueremo a snobbarlo, ma chi vuoi che lo legga ancora fino in fondo, ecc. E invece sapete una cosa? Io. Io continuo a leggerlo fino in fondo, va bene? Per me vale ancora la pena. No, non è molto brioso, no. Certo, sa scrivere meglio di molti fighetti che ho in mente io. Di sicuro non occupa metà pagina di quotidiano per conversare con un suo "amico" lasciando il lettore quasi al buco della serratura. In realtà l'editoriale di Scalfari c'entra poco con il genere-editoriale per come si è ridotto negli ultimi vent'anni, con le opinioni precotte di adesso. Scalfari ha questa mania per i dati, vuole sempre partire da dei dati o infilarli comunque da qualche parte, poi per forza non ci sta nelle cinquemila battute che sono più che larghe per quel che deve dire un Panebianco o un Ostellino o un Mieli o un Merlo (o un blogger). Scalfari alla sua età ci tiene ancora a far vedere che le sue osservazioni sono interessanti perché osservano cose concrete, non perché le fa lui che si chiama Eugenio Scalfari. Poi i suoi calcoli li avrà sbagliati cento, mille volte, ma appunto, sono calcoli: si possono sbagliare. Gli altri non sbaglieranno mai, al massimo un anno fa mettevano Neutrino Gelmini nella lista dei ministri migliori del governo – eh, ma sono opinioni, ognuno ha le sue, per esempio sapete alle mosche cosa piace. Volete invece sapere cosa manca ai quotidiani di adesso? Non certo i blogger, anzi, sono tutti lì che ronzano attorno e non vedono l'ora. Anche gratis. Secondo me mancano coraggiosi produttori di lenzuoli alla Scalfari, che prendano dei dati interessanti, non visibili a tutti, e li usino per costruire dei ragionamenti, anche sbagliati. Però ragionamenti, ipotesi, proposte. Non opinioni. Per le opinioni, davvero, i blog bastano, avanzano, sovrabbondano.
(2) Un'altra cosa di cui secondo me i quotidiani non hanno più bisogno è di quel genere letterario in cui un giornalista cerca di convincere Giuliano Ferrara a non essere così Giuliano Ferrara: a essere un po' meno Giuliano Ferrara, a essere Ferrara in un modo un po' più ragionevole. Perché davvero, son vent'anni ormai, è un po' come il genere della pastorella per gli stilnovisti: loro volevano convincere una fanciulla a rotolarsi nel fieno, voi volete convincere una baldracca delle gioie della castità, ma la volete piantare? Ma ci spiegate una buona volta in cosa consiste l'importanza, la centralità di Giuliano Ferrara nella storia contemporanea? Ma sul serio vi piace il suo stile ampolloso a cui andava torto il collo in terza liceo? Ma sul serio Ferrara può rappresentare una categoria, per cui se riuscissi a convincere lui avrei convinto, boh, cinquecento persone in tutt'Italia? Quanti ci sono che lo leggono ancora sul Foglio senza che li costringano, e perché? E cos'è questa singolare proprietà traslucida di Giuliano Ferrara, per cui se ammetto che è intelligente, improvvisamente sembro più intelligente anch'io? Ma quindi è davvero colpa mia se il più delle volte mi sembra un buffone?
Vorrei essere più chiaro di così. Cari amici di Repubblica: ogni volta che un vostro editorialista, invece di occupare le sue colonne spiegando cose interessanti, si mette a spiegare all'amico Ferrara che non dev'essere troppo Ferrara, altri cento lettori paganti si spostano al Fatto Quotidiano. E magari aprono anche un bel blog gratis, che comunque fa traffico eccetera. Fate un po' i vostri conti.
Una cosa non privata che vorrei salvare della Blogfest 2011 (a proposito, grazie!, pensavo proprio peggio) è il vicedirettore del Fatto Quotidiano, Gomez, che gela il pubblico dicendo, testuale: “abbiamo quattrocento blogger che lavorano per noi assolutamente gratis [...] speriamo che questi quattrocento diventino presto quattromila, e forse ci arriveremo a prendere anche quegli altri” [intendeva Repubblica Corriere e Stampa, gli unici siti giornalistici che vanno più forte del FQ].
In realtà l'infortunio sta tutto in un verbo, “lavorare”. Bastava che Gomez dicesse “collaborare”, e tutto sarebbe filato abbastanza liscio. Perché no, nessuno si aspetta che il Fatto paghi quattrocento o quattromila blogger per commentare i fatti del giorno. È comunque curioso che la strategia d'attacco del FQ sia aumentare i blog, questi vecchi arnesi che evidentemente però fanno rete, fanno traffico, fanno scalare posizioni in classifiche a cui gli inserzionisti danno peso, e insomma a qualche punto della filiera il blog produce soldi, anche se il volenteroso blogger del Fatto Quodiano probabilmente quei soldi non li vedrà mai, nemmeno in percentuale. Lui comunque è contento di sopperire con la libera espressione del suo ingegno ai fondi per l'editoria che il FQ non percepisce, e un po' lo capisco.
Una cosa privata che vorrei salvare della Blogfest è la sensazione di disgusto fisico provata l'indomani mattina mentre sfogliavo la Repubblica, e a un certo punto mi trovo alla pagina dei commenti, con l'animo bendisposto a leggermi il mezzo lenzuolo di Scalfari, quello in alto a destra, esatto. E tuttavia, mentre proseguivo con la lettura, mi sembrava che qualcosa non tornasse: don Eugenio mi sembrava meno serio del solito, non citava nessun dato macroeconomico, addirittura si metteva a chiacchierare con Giuliano Ferrara, gli dava del tu, cosa esecrabile, addirittura lo chiamava "mio amico Giuliano", lodava "la sua audace e bella penna", ma quando mai, aspetta... ma non stavo leggendo il fondo di Eugenio Scalfari. L'avevo pur notato, in prima pagina, che non c'era nessun fondo di Eugenio Scalfari. Stavo leggendo... mio dio! Francesco Merlo.
Capite, non è tanto Merlo in sé. Merlo si può leggere, a volte è discutibile ma non è che sia disgustoso. Ma leggere Merlo credendo di leggere don Eugenio, come posso descrivere la sensazione perturbante, heimlich/unheimlich... è come scoprire che la biondina che state spiando nella cabina dello stabilimento balneare è vostra sorella ciccia coi brufoli, ecco. E qualcosa dentro di te in quel momento si ribella, nel mio caso il cappuccino.
Il rigurgito interiore che ne consegue apre la strada a due considerazioni. (1) Eugenio Scalfari, vorrei dirlo prima che sia un po' tardi, è come l'acqua corrente: ci accorgeremo di quanto era prezioso solo quando ce lo toglieranno. Fino a quel momento continueremo a snobbarlo, ma chi vuoi che lo legga ancora fino in fondo, ecc. E invece sapete una cosa? Io. Io continuo a leggerlo fino in fondo, va bene? Per me vale ancora la pena. No, non è molto brioso, no. Certo, sa scrivere meglio di molti fighetti che ho in mente io. Di sicuro non occupa metà pagina di quotidiano per conversare con un suo "amico" lasciando il lettore quasi al buco della serratura. In realtà l'editoriale di Scalfari c'entra poco con il genere-editoriale per come si è ridotto negli ultimi vent'anni, con le opinioni precotte di adesso. Scalfari ha questa mania per i dati, vuole sempre partire da dei dati o infilarli comunque da qualche parte, poi per forza non ci sta nelle cinquemila battute che sono più che larghe per quel che deve dire un Panebianco o un Ostellino o un Mieli o un Merlo (o un blogger). Scalfari alla sua età ci tiene ancora a far vedere che le sue osservazioni sono interessanti perché osservano cose concrete, non perché le fa lui che si chiama Eugenio Scalfari. Poi i suoi calcoli li avrà sbagliati cento, mille volte, ma appunto, sono calcoli: si possono sbagliare. Gli altri non sbaglieranno mai, al massimo un anno fa mettevano Neutrino Gelmini nella lista dei ministri migliori del governo – eh, ma sono opinioni, ognuno ha le sue, per esempio sapete alle mosche cosa piace. Volete invece sapere cosa manca ai quotidiani di adesso? Non certo i blogger, anzi, sono tutti lì che ronzano attorno e non vedono l'ora. Anche gratis. Secondo me mancano coraggiosi produttori di lenzuoli alla Scalfari, che prendano dei dati interessanti, non visibili a tutti, e li usino per costruire dei ragionamenti, anche sbagliati. Però ragionamenti, ipotesi, proposte. Non opinioni. Per le opinioni, davvero, i blog bastano, avanzano, sovrabbondano.
(2) Un'altra cosa di cui secondo me i quotidiani non hanno più bisogno è di quel genere letterario in cui un giornalista cerca di convincere Giuliano Ferrara a non essere così Giuliano Ferrara: a essere un po' meno Giuliano Ferrara, a essere Ferrara in un modo un po' più ragionevole. Perché davvero, son vent'anni ormai, è un po' come il genere della pastorella per gli stilnovisti: loro volevano convincere una fanciulla a rotolarsi nel fieno, voi volete convincere una baldracca delle gioie della castità, ma la volete piantare? Ma ci spiegate una buona volta in cosa consiste l'importanza, la centralità di Giuliano Ferrara nella storia contemporanea? Ma sul serio vi piace il suo stile ampolloso a cui andava torto il collo in terza liceo? Ma sul serio Ferrara può rappresentare una categoria, per cui se riuscissi a convincere lui avrei convinto, boh, cinquecento persone in tutt'Italia? Quanti ci sono che lo leggono ancora sul Foglio senza che li costringano, e perché? E cos'è questa singolare proprietà traslucida di Giuliano Ferrara, per cui se ammetto che è intelligente, improvvisamente sembro più intelligente anch'io? Ma quindi è davvero colpa mia se il più delle volte mi sembra un buffone?
Vorrei essere più chiaro di così. Cari amici di Repubblica: ogni volta che un vostro editorialista, invece di occupare le sue colonne spiegando cose interessanti, si mette a spiegare all'amico Ferrara che non dev'essere troppo Ferrara, altri cento lettori paganti si spostano al Fatto Quotidiano. E magari aprono anche un bel blog gratis, che comunque fa traffico eccetera. Fate un po' i vostri conti.
martedì 4 ottobre 2011
Francesco, la rockstar
Che dire di San Francesco, patrono degli italiani e (coincidenza inquietante) degli animali?

che un po' ci somiglia. Il Santo del giorno è sul Post, con un pezzo che contiene musical parrocchiali, Baglioni che canta Donovan, Mickey Rourke che scopa la neve e tutto ciò che il buonsenso sconsiglia in un quotidiano on line formato famiglia (andatelo a commentare di là, che non vi flagella nessuno).

che un po' ci somiglia. Il Santo del giorno è sul Post, con un pezzo che contiene musical parrocchiali, Baglioni che canta Donovan, Mickey Rourke che scopa la neve e tutto ciò che il buonsenso sconsiglia in un quotidiano on line formato famiglia (andatelo a commentare di là, che non vi flagella nessuno).
sabato 1 ottobre 2011
La pallina di Dio
E insomma, la novità è che sono sul Post, con una non-rubrica sul Santo del giorno (che non esce tutti giorni), per esempio oggi si festeggia Santa Teresa del Bambin Gesù, Teresina per gli amici.
Non è adorabile?
Il vuoto incolmabile
Come forse qualcuno avrà notato, da alcuni giorni a questa parte il Partito Democratico, il suo vertice, i suoi militanti, stanno in qualche modo cercando di sopravvivere alla notizia della defezione di Mario Adinolfi.
Lui nel frattempo gioca a carte. Sull'Unità.it comunque c'è un tentativo di prendere Adinolfi un po' sul serio (H1t#93), giusto per non lasciare nulla d'intentato. Si commenta laggiù.
(Ci si vede forse a Riva stasera).
Lui nel frattempo gioca a carte. Sull'Unità.it comunque c'è un tentativo di prendere Adinolfi un po' sul serio (H1t#93), giusto per non lasciare nulla d'intentato. Si commenta laggiù.
(Ci si vede forse a Riva stasera).
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