lunedì 30 settembre 2013

La natura di B. (e la nostra)

Ma sul serio glielo lasciamo fare?

Tutto quello che è successo, un istante dopo che è successo, ci è parso inevitabile; e adesso con chi dovremmo prendercela? Con Berlusconi? Ma Berlusconi non poteva che comportarsi così, è la sua natura: come lo scorpione che non può non pizzicare la rana, B. doveva prima o poi affossare questo governo. Potremmo prendercela con Enrico Letta. Ma anche la rana in fondo non poteva che comportarsi così: la sua unica chance era imbarcare lo scorpione e convincersi che sarebbe andato tutto bene. Era il suo ruolo e, per quanto ridicolo, lo ha portato avanti con un certo stile. Letta avrebbe potuto fare più o meno di quello che ha fatto, e tutto questo sarebbe successo ugualmente: lo sapevamo. Magari ignoravamo la goccia che avrebbe sbilanciato i piattini in equilibrio così precario (la sentenza della Cassazione) - ma in coscienza come potevamo sperare che il governo durasse molto di più?

Era nato per cambiare legge elettorale e prendere tempo, in attesa che Berlusconi decadesse o Grillo si sgonfiasse. Grillo si è rigonfiato, Berlusconi sta per decadere, ma ha preso la legge elettorale in ostaggio - e anche questo tutto sommato era abbastanza prevedibile. Nel frattempo il PD avrebbe dovuto prepararsi alla campagna elettorale più difficile, e non è andata così. Lo dico da osservatore parziale, che ha sempre evitato di infilarsi nel coro di chi critica il PD sempre-e-comunque: stavolta possiamo prendercela soltanto con noi stessi. Sapevamo che Berlusconi poteva staccare la spina in qualsiasi momento, e abbiamo perso tempo in una battaglia precongressuale estenuante, alimentando sui quotidiani polemiche inutili, fino alla catastrofe dell'ultima caotica, incomprensibile assemblea del PD. Non potendoci aspettarci lealtà da Berlusconi, o ragionevolezza da Grillo, l'unica cosa che chiedevamo è che il PD reagisse alla batosta rispondendo almeno a un basico istinto di sopravvivenza: tanto più che il candidato ormai c'è, può essere più o meno simpatico ma c'è, e le stesse primarie sarebbero pleonastiche (il che non significa che non possa convenire celebrarle, anche soltanto come cerimonia: però nessun plebiscito ci ha mai fatto poi vincere le elezioni). Niente da fare, a quanto pare: bisognava litigare sulle primarie, sulle convenzioni che nessuno sa cosa siano, sul ruolo del segretario rispetto al ruolo del candidato... intanto domani comincia la campagna elettorale, e il congresso è convocato per dicembre. Berlusconi non ha più niente da perdere e potrebbe persino vincere.

E a questo punto ritorna la vecchia domanda: ma sul serio? Stiamo davvero lasciando che un evasore fiscale milionario si metta a sparare a zero sugli avversari politici attraverso canali televisivi che ha accumulato in plateale violazione delle leggi - finché non le ha lui stesso cambiate? Gli stiamo davvero lasciando la possibilità di raccontare altre bugie a quel quinto di italiani che lo ascolta ancora e che gli è sufficiente per dettare condizioni in parlamento? Che altro deve fare, ancora, Silvio Berlusconi, per convincerci della sua natura di nemico pubblico? Cosa trattiene le istituzioni dal trarre le estreme conseguenze di fatti altrettanto estremi? In Grecia il leader di un partito neonazista è in carcere con l'accusa gravissima di essere il mandante di un assassinio. Berlusconi non è un nazista e non è un violento; in compenso quelle contro di lui non sono semplici accuse: Berlusconi ha corrotto, Berlusconi ha rubato, a Berlusconi non si dovrebbe consentire la libertà di far cadere un governo o addirittura causare la fine di una legislatura. Se questo diritto glielo riconosce in qualche perverso modo la Costituzione, violiamola pure: lo facciamo tutti i giorni quando si tratta di torturare i detenuti comuni o non riconoscere il diritto d'asilo. Inutile prendersela con B., fin tanto che lo lasciamo libero di offenderci: ma perché lo lasciamo libero? Di cosa abbiamo paura? O anche questa disponibilità a lasciarci fottere così, anche questa rientra nella nostra "natura"? Trenta mesi fa, un professore osò scrivere su un quotidiano di sinistra che un'emergenza del genere andava risolta coi carabinieri.

Ciò cui io penso è invece una prova di forza che, con l'autorevolezza e le ragioni inconfutabili che promanano dalla difesa dei capisaldi irrinunciabili del sistema repubblicano, scenda dall'alto, instaura quello che io definirei un normale «stato d'emergenza», si avvale, più che di manifestanti generosi, dei Carabinieri e della Polizia di Stato congela le Camere, sospende tutte le immunità parlamentari, restituisce alla magistratura le sue possibilità e capacità di azione, stabilisce d'autorità nuove regole elettorali, rimuove, risolvendo per sempre il conflitto d'interessi, le cause di affermazione e di sopravvivenza della lobby affaristico-delinquenziale, e avvalendosi anche del prevedibile, anzi prevedibilissimo appoggio europeo, restituisce l'Italia alla sua più profonda vocazione democratica, facendo approdare il paese ad una grande, seria, onesta e, soprattutto, alla pari consultazione elettorale.
Insomma: la democrazia si salva, anche forzandone le regole. Le ultime occasioni per evitare che la storia si ripeta stanno rapidamente sfumando. 

Lo presero per matto - carabinieri e forze di polizia non godono di molto credito presso quel bacino di lettori. E tuttavia Asor Rosa aveva molto semplicemente ragione: contro i ladri non si mandano i generosi manifestanti; contro i ladri e i nemici della salute pubblica uno Stato, se vuole sopravvivere, si difende con la forza. Ma era già tardi, nell'aprile del 2011.

domenica 29 settembre 2013

Gli angeli non sono simpatici

Non l'ho letto (scusate)
29 settembre - SS. Michele, Gabriele e Raffaele, angeli o arcangeli che dir si voglia.

Neanche troppo tempo fa, il 29 settembre si festeggiava soltanto Michele Arcangelo, il primo vero supereroe, con le sue ali bianche e la sua lancia sempre conficcata in qualche drago: è l'anniversario della dedicazione del suo più famoso santuario, nel 493 (anche se più probabilmente è di epoca longobarda), a Monte Sant'Angelo in provincia di Foggia. I due colleghi, Gabriele e Raffaele, che nessun passo della Bibbia qualifica come "arcangeli", avevano entrambi il loro giorno dedicato, rispettivamente 24 marzo e 24 ottobre. A riunire i festeggiamenti in un giorno solo ha provveduto il Concilio Vaticano II. Cordova, città particolarmente devota a Raffaele (dopo essere stata la capitale europea dell'Islam), continua a festeggiarlo in ottobre. Un accorpamento del genere, in mancanza di altre ragioni pratiche o economiche, tradisce un certo fastidio dei teologi. Chi sono questi angeli? Da dove vengono? Cosa pretendono? Le scritture ne parlano pochissimo. Meglio diffidare. Non è un atteggiamento particolarmente moderno: l'insofferenza dei cristiani per l'angelologia è antica quanto il cristianesimo, visto che già il suo fondatore, Paolo di Tarso, metteva in guardia i colossesi dal "compiacersi in pratiche di poco conto e nella venerazione di angeli".

Michele visto da Raffaello, poco convinto (Satana fa quasi pietà). Le generazioni seguenti dovettero probabilmente scegliere tra due categorie di personaggi venerabili: i martiri o gli angeli. Scegliere gli angeli significava immancabilmente offrirsi alle derive gnostiche che circolavano liberamente in quei secolo, un tripudio sincretico e new age di personaggi alati associati ovviamente al giorno della settimana, al segno zodiacale, al punto cardinale, al tuo umore, e domani incontrerai qualcuno e dovrai fare una scelta importante. Venerare i martiri significava la guerra a tutti i paganesimi: c'è un solo Dio e vale la pena di morire per testimoniarlo. Vinsero evidentemente i più estremisti, ma gli angeli non scomparirono del tutto. Ogni tanto ritornano, sembra che i fedeli non ne possano fare a meno. Certo, nei quadri le ali fanno la differenza. I santi non ce le hanno, anche quando volano sembrano semplicemente sospesi in aria: vuoi mettere con un Michele che svolazza?

Ma chi è poi questo Michele? Il suo nome in ebraico suona più o meno "Chi come Dio?" La sua prima apparizione è in un testo biblico abbastanza tardo (II sec. aC), il Libro di Daniele, che gli ebrei non hanno nemmeno incluso nel canone della loro Bibbia - i cattolici sì, ma son di bocca buona. Qui è presentato come il luogotenente del Dio degli eserciti, il suo condottiero più fidato. Nello stesso testo esordisce anche Gabriele, "Dio è potente". A lui la voce del Signore ordina di spiegare una visione al profeta. Sembra il classico intermediario tra la divinità e l'uomo, e la redazione in greco usa per definirlo il termine classico, ánghelos. Con la stessa funzione lo ritroviamo nel vangelo di Luca, nell'apparizione angelica più celebre: è lui a informare Maria della sua gravidanza. Michele torna invece in un passo dell'Apocalisse (un testo che ha molti debiti col libro di Daniele), sempre con funzioni di alto ufficiale dell'esercito divino: i quadri che lo raffigurano nell'atto di sconfiggere un drago-serpente traggono spunto da lì. E Raffaele? Di lui parla soltanto il libro di Tobia, un altro testo dell'Antico Testamento rigettato dal canone ebraico e recuperato in quello cristiano. Nel libro Raffaele ("Dio Guarisce") fa da mezzano tra il giovane Tobia e la tenera Sara, una brava ebrea deportata con un piccolo problema: è posseduta da un demone, Asmodeo, che ammazza tutti i suoi mariti la prima notte di nozze. Raffaele sconfigge Asmodeo e cura la cecità del padre di Tobia, un novello Giobbe, tanto pio quanto sventurato. Di storie a lieto fine nella Bibbia non è che ce ne siano tantissime, d'amore poi; sicché la favoletta di Tobia e Raffaele diventa piuttosto popolare nel medioevo: ai giovani sposi viene proposto di praticare l'astinenza per le prime tre notti di nozze, dette le "notti di Tobia". Raffaele viene invocato come guaritore, anche se in questo campo la concorrenza è presto agguerritissima. Questo è più o meno tutto quello che la Bibbia ci dice su Michele, Gabriele e Raffaele.

E la guerra con gli angeli ribelli? Lo scontro con Lucifero? (continua sul Post...)

giovedì 26 settembre 2013

I love shopping da Paris Hilton, tipo

Il Bling Ring, quello finto
The Bling Ring (Sofia Coppola, 2013)

Cioè mamma, dai, non stressare.

Me l'ha prestato un amico il vestito. Mi vuole fare tipo un book, o un servizio fotografico, o boh, dai insomma, mi vuole fare delle foto e mi ha detto che mi sta bene e di prenderlo pure e cioè, è perfetto, no? Cioè è assolutamente mio, adesso. Non ti preoccupare. E fatti un account su facebook invece di venire sempre sul mio con la scusa di sapere cosa combina tipo papà. E di spiarmi. Non l'ho rubato il vestito. Assolutamente.

Ma facciamo anche l'ipotesi che io questo vestito l'abbia preso da un posto, tipo, assolutamente pieno di vestiti che non si mette mai nessuno - e che questo posto, tipo, sia una proprietà, cioè, privata, però spalancata, capisci? antifurto disinserito, chiave sotto lo zerbino - mamma, ma che cazzo vuoi da me, si può sapere? Sono tua figlia, tipo. Cioè, lo sono assolutamente.

Il Bling Ring, quello vero.
Cioè, credi davvero che non li abbia visti su youtube i video di quando sei andata con la tua amica Kirsten nella villa di quel re a Versailles e vi siete provati, tipo, tutti i vestiti e avete mangiato assolutamente tutti i pasticcini? e allora che cazzo vuoi da me, sei la cleptofreak in capo mamma. Cioè prova a dirmi che qua dentro è tipo tutta roba tua, tutta tua... Cioè non hai mai rubato niente a una festa?

Neanche quel leone d'oro sul camino?

Guarda mamma che lo sanno tipo tutti che fu un blitz tuo e di quel tuo ex, Quentin, chissà cosa aveva da farsi tipo perdonare. E questo invece cos'è. Un Oscar, alla migliore Sceneggiatura, cioè, mamma, dai, a chi la vuoi raccontare? Che poi, cioè, il punto è proprio quello. Tu le storie non le sai raccontare, assolutamente, tu sei fatta come noi. Sei una di quelle che al cinema dopo due ore di film non sanno dirti cos'è successo, chi amava chi, chi ha ucciso chi. In compenso ti ricordi benissimo tutti i colori delle scarpe e le fantasie dei vestiti, mamma, sei fatta così. Siamo fatti così. Forse è genetica, forse è cultura. Tipo che siamo troppo attente ai dettagli per interessarci dell'insieme. O forse ci nascondiamo nei dettagli perché non siamo mai riusciti a capire l'insieme. Comunque è così e vaffanculo, ok? Sei superficiale, non è una scelta artistica, sei proprio fatta così. La tua idea di profondità è riprendere i personaggi da lontano. La tua idea di introspezione è inquadrarne i brufoli da una webcam. Però ci piaci così, mamma, non prendertela. Sei sempre così triste.

C'è sempre tanto silenzio nei tuoi film, ci hai fatto caso? (continua su +eventi!)

mercoledì 25 settembre 2013

Ritorno al Futurismo

Anche quest'anno la casa editrice inesistente Barabba ricorda Carlo Fruttero con un'antologia di racconti di fantascienza che vale la pena giudicare dalla copertina, splendida, di Isola Virtuale. Su questo blog potrete leggerli, uno al giorno, per parecchi giorni. Oppure potete scaricare il tutto in vari formati, qui. Ecco il mio contributo, breve come al solito:


Il Chiaro di Luna colpisce ancora


Vi saranno inoltre areoplani-fantasmi carichi di bombe e senza piloti, guidati a distanza da un areoplano pastore. Areoplani fantasmi senza piloti che scoppieranno con le loro bombe, diretti anche da terra con una tastiera elettrica. Avremo dei siluranti aerei. Avremo un giorno la guerra elettrica.” L'alcova di acciaio, 1921.

“Professor Modena, voi ritenete che i viaggi nel tempo siano impossibili, per un motivo autoevidente, mi sbaglio?”

Angelo Modena riprese fiato e tornò a fissare il suo interlocutore nella penombra del salotto. Le mani dell'uomo aderivano ai braccioli della poltrona come se ne fossero un'estensione naturale. Sembrava aver preso forma in quella stessa posizione, pochi minuti prima, mentre il cucina il professore preparava un caffè.

Una pioggia opaca sbatteva granuli di piombo sulla parete-finestra, affacciata sulla laguna. La tangenziale di Venezia era da qualche parte oltre lo smog. Più in fondo lampeggiava il faro per i dirigibili in cima all'orribile grattacielo Sant'Elia, appena inaugurato e già annerito da un catrame che sembrava secolare.

“Non sono un'allucinazione, professor Modena. Sono perfettamente reale e potrà toccarmi, se lo desidera. Ma la prego, risponda alla mia domanda. Qual è la miglior prova del fatto che i viaggi nel tempo non siano possibili?”
“Stamattina ho scritto un appunto”.
“Sul vostro diario, certamente, eccolo qui”. L'interlocutore estrasse da una tasca esterna un taccuino ingiallito, oscenamente logoro. “Tre febbraio 1929. Ho ritrovato una vecchia edizione di un grande amore della mia gioventù, La Macchina del Tempo di H.G. Wells. Oggi come ieri mi sbalordisce l'intuizione del tempo come quarta dimensione. L'idea del viaggio nel tempo è una delle più originali mai concepite, anche se purtroppo impraticabile al di fuori della finzione narrativa. D'altro canto è molto semplice dimostrare che l'umanità non potrà mai viaggiare nel tempo...
“Chi vi ha dato il permesso di frugare tra i miei appunti?”
“Il vostro diario è come sempre nel cassetto dello scrittoio. E non ricordo dove voi teniate la chiave. Stavo dicendo: è molto semplice dimostrare che l'umanità non potrà mai viaggiare nel tempo...
“...non abbiamo mai avuto visite dal futuro”.
“Molto brillante, professor Modena. È vero. Se il viaggio nel tempo fosse praticabile, noi riceveremmo senz'altro visite degli uomini dal futuro. Ma questa – se posso farle un'obiezione – non è una vera prova contro il viaggio nel tempo. Al limite è un indizio. E forse non ha valutato altre ipotesi”.
“Quali ipotesi?”
“Viaggiare nel tempo potrebbe essere molto complesso. E pericoloso. I viaggiatori nel tempo potrebbero essere costretti a nascondersi per evitare alterazioni nei rapporti di causalità, mi segue? Essi proverrebbero da un futuro che consegue dal nostro presente, ma palesandosi per viaggiatori nel tempo altererebbero questo stesso presente, generando nuove catene di cause ed effetti che potrebbero mettere a rischio la loro stessa esistenza, non so se riesco a spiegarmi”.
“Potrebbero uccidere un loro antenato”.
“Per esempio”.
“O sé stessi”.
“Non deve veramente preoccuparsi di questo”.
“Si verrebbe a creare una specie di...”
“Noi lo chiamiamo paradosso”.
“Voi del futuro, mi è lecito immaginare”.
“Proprio così, professor Angelo Modena. Il viaggio nel tempo è possibile, voi stesso lo dimostrerete tra sette anni. Ne serviranno altri tre per le verifiche sperimentali, dopodiché...”
“Questo spiega le rughe e la calvizie, professor Angelo Modena. Deve aver lavorato molto nei prossimi dieci anni”.
L'interlocutore sospirò. “Mi dispiace. Mi rendo conto di essere un'immagine perturbante per lei. Ne ho discusso a lungo coi miei collaboratori. Abbiamo vagliato diversi scenari, ma alla fine abbiamo convenuto che nulla sarebbe stato più convincente di vedere una copia invecchiata di sé stesso...
“Sulla mia poltrona, come il cattivo demone di Stavroghin. Potevo avere un infarto! E voi sareste morto con me”.
“Questo non sarebbe stato possibile. E infatti non è successo, come vede. Abbiamo un cuore di ferro, io e voi. E possiamo concederci un dito di cognac, la bottiglia che nascondete dietro all'attestato della Corporazione Futurista Israelita”.

Vi ho fregati anche quest'anno, per sapere come va a finire dovete scaricare il libro. Buona lettura!

martedì 24 settembre 2013

In diretta su Fahrenheit alle 15.

Ciao, anche stavolta non dovrebbe essere uno scherzo: tra due ore, alle 15.00, dovrei partecipare a una specie di dibattito su Fahrenheit (Radio 3) a proposito delle dichiarazioni della ministra Carrozza sull'insegnamento della Storia contemporanea nelle scuole.

...e adesso vado a leggere cosa ha dichiarato la ministra Carrozza sull'insegnamento della Storia contemporanea nelle scuole.

(Quando sarà disponibile il podcast lo lincherò qui sotto, non temete).

Update: ecco la puntata (ci vuole Real Player)

lunedì 23 settembre 2013

Non togliete gli spot a Rai YoYo

Cara Commissione parlamentare per l'indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, forse a tutt'oggi non hai ancora finito di esaminare la bozza del contratto di servizio tra ministero dello Sviluppo Economico e tv pubblica per il triennio 2013-2015. Tra le varie proposte, molto interessanti, c'è quella di eliminare le interruzioni pubblicitarie durante le trasmissioni per bambini di età prescolare. Il che significa che uno dei canali rai digitale di maggior successo, Rai YoYo, tra qualche mese potrebbe andare in onda senza più pubblicità.

Cara Commissione parlamentare, benché il tuo parere non sia vincolante, ti chiedo di pensarci seriamente, e te lo chiedo da genitore di prole in età pre-scolare: sulla carta trasformare Rai YoYo nell'unico canale senza pubblicità di tutto l'etere può sembrare una cosa buona e giusta - e pazienza per quei dieci milioni d'euro all'anno che la Rai perderebbe, bruscolini. La pubblicità è fastidiosa, sobilla appetiti e capricci; e poi i bambini a quell'età sono autentiche spugne, memorizzano gli slogan e li sputano fuori al parco mentre litigano per questioni di priorità intorno all'altalena. E tuttavia sento di interpretare un sentimento diffuso quando ti imploro di non togliere la pubblicità a Rai YoYo. Non è molto evasiva; ci offre un diversivo, un'occasione per accompagnare la creatura al vasino (e magari per cambiare canale in modo non troppo violento). Ma soprattutto è praticamente l'unica cosa che rende Rai YoYo diversa da un dvd di Peppa Pig in rotazione da due anni. Almeno nella pubblicità i prodotti ogni tanto cambiano.

Le puntate di Peppa invece no, sono le stesse tutti i giorni. Da anni. A dire il vero l'estate era iniziata con un grande annuncio: sta arrivando l'ultima serie di Peppa! Sì, quella che su internet chiunque è in grado di scaricare in inglese, a settembre sarà in italiano su Rai YoYo! L'attesa era grande, soprattutto tra i genitori che al sessantesimo passaggio delle stesse puntate si esprimono ormai per citazioni di Peppa Pig. Basta frequentare un po' il parco per rendersene conto... (continua sull'Unita.it, H1t#198).

Basta frequentare un po’ il parco per rendersene conto: non saltate nelle pozzanghere di fango. Non è affatto divertente. Gr, gr, dinosauro. E via dicendo. Ma è la stessa cosa nella sala d’aspetto del pediatra, nel parcheggio dell’asilo, e in tanti altri spazi che i dialoghi di Peppa Pig stanno infestando come spettri. Un enorme esperimento sociale, questo sta diventando Peppa Pig in Italia. Al di là dei pregi del cartone, che è simpatico e ricco di humour, il fatto che Rai YoYo decida scientemente di non mandare in onda altro per ore intere avrà forse ripercussioni su un’intera generazione. Ah, due settimane fa la serie nuova è uscita davvero. Purtroppo siamo anche stati contestualmente avvisati che da lì in poi Peppa avrebbe occupato la fascia serale con una striscia di UN’ORA E TRENTACINQUE MINUTI. Considerate che gli episodi di Peppa ne durano cinque. Che una serie consta di cinquanta episodi. E insomma, due giorni dopo anche la terza serie era già alle repliche, e stiamo già cominciando a impararla a memoria. Per fortuna che ogni tanto c’è un spot di merendine.
Ma questa non è l’unica grande novità di Rai YoYo per la stagione 2013/14. L’altra è… Peppa Pig in inglese, a metà mattina, subito dopo le puntate di Peppa Pig in italiano. Non male come idea, e a questo punto mi sento di avanzare altre proposte per allungare il brodo in modo educativo. Perché non Peppa Pig in inglese ma coi sottotitoli in italiano? Seguita dalla versione italiana ma coi sottotitoli in inglese? Peppa Pig muta coi sottotitoli in italiano e poi in inglese? I sottotitoli senza Peppa, per stimolare la memoria visiva del bambino? E poi Peppa in francese, ça va sans dire, e in tedesco, ma ricordiamoci delle minoranze: Peppa in arabo, cinese, urdu, con e senza i sottotitoli, se ne potrebbero imparare di cose con Peppa Pig. Tanto più che se la Rai toglierà gli spot, avanzerà un sacco di spazio per introdurre sempre nuove versioni degli stessi episodi di Peppa Pig.
Oppure, cara commissione di Vigilanza, si potrebbe continuare ad accettare inserzioni dei gormiti e dei parchi acquatici e destinare quei dieci milioni di euro all’acquisto di qualche nuova serie per bambini. Qualcosa che prima o poi possa prendere il posto della maialina, perché il giorno in cui i cinquenni si stancheranno della milionesima replica non è forse lontano, e a quel punto l’esodo su Boing o Cartoonito o qualche altro succedaneo sarà inevitabile: e quel giorno farà ben poca differenza il fatto che quei canali siano farciti di pubblicità e YoYo no.
Un’altra volta magari sarebbe interessante discutere più a lungo del fenomeno Peppa Pig in Italia; uno dei rari casi in cui la Rai ha azzeccato l’acquisto di un prodotto, e invece di valorizzarlo ha deciso di buttarlo via programmandolo in questo modo massiccio, eventualmente chiudendo anche la porta agli inserzionisti. Ma si è fatto tardi, e qualcuno sta gridando che vuole il telecomando. Cara commissione, da un genitore un’ultima, semplice parola: pietà http://leonardo.blogspot.com

L'amore non basta (a scuola)

Settembre, andiamo, è ora di scrivere vibranti corsivi a proposito della scuola italiana, argomento di cui siamo tutti esperti - dopo aver scaldato panche per 13 anni è il minimo - del resto se guardi bene in piccolo sotto il diploma di maturità c'è scritto SI AUTORIZZA IL LATORE A SCRIVERE VIBRANTI CORSIVI A PROPOSITO DELLA SCUOLA ITALIANA, DENUNCIANDO L'AGGRAVARSI DI X E COMPIANGENDO IL TRAMONTO DI Y.

Del resto finché c'è gente che questa roba la legge, e la segnala, la condivide, la mette sulla bacheca, certe volte la ritaglia pure e la appiccica sulla bacheca non digitale della sala insegnanti non virtuale... Sì, l'ho fatto anch'io. Ma come si fa a riconoscere quale vibrante editoriale vale la pena e quale è del tutto dimenticabile e ti espone allo scherno di chi magari a scuola ci lavora sul serio? Credo di poter aiutare il lettore indeciso con una Guida a riconoscere la fuffa nei vibranti editoriali di denuncia della situazione scolastica italiana. 

1. Entusiasmo a strafottere.
Dare un'occhiata a quante volte compaiono parole chiave come "passione" o "entusiasmo" o similari. Se superano la media di una ogni mille battute, siamo in presenza di fuffa.

Un esempio: "Auguro loro di saper ritrovare passione nello spiegare una poesia di Ungaretti, le leggi della termodinamica, la deriva dei continenti, una lingua nuova, la bellezza formale di una operazione di matematica o di un teorema di geometria. Auguro che la loro parola riesca a tenere vivi gli oggetti del sapere generando quel trasporto amoroso ed erotico verso la cultura che costituisce il vero antidoto per non smarrirsi nella vita".

Capite, non è mica solo amoroso il trasporto, è proprio erotico. Strano, perché sono sinonimi. Comunque questo trasporto dovrebbe essere un antidoto. A cosa? Non lo dice. Allo smarrirsi nella vita. Ti senti smarrito? Prova il trasporto erotico! No, non è una linea di autobus con le lapdancer a bordo, è quella cosa che ti viene quando spieghi Ungaretti o le leggi della termodinamica. Non ti senti trasportato? È colpa della scuola italiana che fa schifo. Per colpa di chi?

2. In che anno siamo? Di solito l'opinionista ha in mente un colpevole, per quanto vago. Controlla le sue citazioni: a volte sono vecchie, sfocate come le fotocopie delle fotocopie delle fotocopie: tana fuffa.

Un esempio: "Sempre più si sta imponendo una scuola che il "sogno" di un recente ministro della pubblica istruzione codificava con le tre "i" (impresa, inglese, informatica), cioè una scuola fondata sul principio di prestazione". 

Quel ministro "recente" è Letizia Moratti, le tre "i" vennero lanciate mi pare nel 2001 come slogan di una riforma (la Moratti, appunto) che in pratica non entrò mai in vigore, e fu sconfessata persino dal successivo ministro di centrodestra, Maria Stella Gelmini. Sono passati 12 anni, e "Informatica" non vuol più dire niente - almeno nelle scuole dell'obbligo dovrebbe ormai esser chiaro che non si fa "informatica", al massimo si usano un po' i supporti informatici (tablet, pc, lavagne interattive, registri digitali, internet), ma certo non per programmarli. L'Inglese non è aumentato, l'Impresa ha ben altri problemi, insomma le "tre i" esistono soltanto nel repertorio degli slogan, ed è lì che vanno a pescarli ogni tanto gli opinionisti. Che cosa nel frattempo stia effettivamente succedendo nelle scuole italiane non è che c'entri molto.

3. Maledetti pedagoghi d'oggigiorno.  Di solito l'opinionista se la prende con 'le teorie pedagogiche in voga', senza però dare l'impressione di avere un'idea precisa di cosa queste teorie dicano.

Un esempio: "Il nostro tempo non concepisce più l'allievo come una vite storta, ma come un computer vuoto. L'apprendimento è il riempimento del cervello di file seguendo l'ideale di un travasamento potenzialmente illimitato di informazioni nella sua memoria". 

Ma dove, ma quando, ma chi avrebbe concepito l'allievo come un "computer vuoto", quando tutta la didattica sviluppata, discussa, e a volte anche imposta nelle scuole italiane negli ultimi 15 anni non fa che insistere sul concetto di "competenze", spesso (non sempre) contrapposto a quello di "nozioni"? Al massimo gli insegnanti - per continuare la metafora del computer - dovrebbero preoccuparsi di installare e manutenere un buon sistema operativo: il metodo di studio, ecc.

4. Ned Ludd vive! Molto spesso l'opinionista ha paura della tecnologia. Cioè: non di tutta la tecnologia. Soltanto di quella che non c'era ai tempi in cui scaldava la panca: quei giorni beati che (lo vedremo) sono quasi sempre l'età dell'oro della scuola italiana. Se ha fatto in tempo a vedere in fondo al corridoio una fotocopiatrice, per lui questa tecnologia sarà ok - in caso contrario starà già tuonando da vent'anni contro la scuola delle fotocopiatrici, che ha trasformato gli studenti italiani in polverosi fotocopiatori senz'anima, pallidi e indifferenti ai contenuti che memorizzano, e puzzolenti di toner. Ma più spesso se la prende coi computer.

Un esempio: "All'illusione botanica si è sostituita quella tecnologico-cognitivista: morte dei libri, informatizzazione degli strumenti didattici, esaltazione delle metodologie dell'apprendimento, accanimento valutativo,"...

Anche quell'"accanimento valutativo" è notevole: l'odiosa novità di dover mettere i voti in pagella. Però la "morte dei libri" mi sembra più interessante. Dal prossimo anno, se il governo tiene, non sarà più obbligatorio farli acquistare. Gli insegnanti che pensano di poter tirare avanti a libri usati o fotocopie o internet saranno autorizzati a provarci. È senz'altro un duro colpo per l'editoria scolastica - che comunque ha avuto a disposizione di molti anni di vacche grasse per cauzionarsi. In ogni caso parlare di "morte del libro" può sembrare prematuro, anche considerando che quest'anno una famiglia in media ha speso 300€ per alunno per comprare questi poveri libri moribondi. Alcuni comunque si possono già fruire attraverso supporti informatici, e questo all'opinionista risulta insopportabile. Cioè se un bel giorno invece di entrare in classe e dire: aprite a pagina 15 che c'è A Zacinto di Ugo Foscolo, osassi accendere una lavagna digitale e proiettare A Zacinto di Foscolo, e poi dessi il link ai ragazzi chiedendo di parafrasare e memorizzare A Zacinto, il tutto senza passare per un libro, ecco, questo equivarrebbe alla morte delle Poesie di Foscolo.

5. Oltre il principio di non contraddizione. A volte in effetti l'opinionista si contraddice.
Vedi sopra. Prima se la prendeva con la concezione degli studenti come "computer vuoti", l'insegnamento come "riempimento del cervello di file seguendo l'ideale di un travasamento potenzialmente illimitato di informazioni nella sua memoria". Poi l'"esaltazione delle metodologie dell'apprendimento", che agli occhi di molti umili operatori del settore risulta l'esatto opposto: non si tratta di ficcare megabyte di nozioni in un cervello vuoto, ma di installare un metodo che gli consenta di selezionare più tardi con comodo le nozioni da solo. Ma per l'opinionista non va bene neanche questo: non va bene nulla che non coincida col suo ideale pedagogico che, molto spesso, si incarna in una persona: un suo insegnante.

6. Per amore di Giulia. Spesso l'opinionista è ancora innamorato di una sua vecchia prof.
...ma come molte forme di amore, pardon, di trasporto erotico, esso non è che una proiezione di un sentimento che proviamo per noi stessi: siamo individui perfetti. Ne consegue che non possiamo che aver ricevuto la migliore educazione del mondo, in istituti che tutto il mondo ci invidierebbe, da insegnanti che avevano capito tutto di pedagogia. Quindi la nostra apparentemente limitata esperienza scolastica è l'unica vera prova che possiamo portare a suffragio della nostra tesi: io so che tipo di scuola è la migliore: è una scuola fatta di entusiasmo e di passione, cioè quella che ho fatto io provando tanto entusiasmo e passione, grazie a una prof (o a un prof) che mi ha fatto tantissimo entusiasmare e appassionare. Va bene. Valla a trovare. Mandale i fiori. Anche una telefonata. Le farai senz'altro piacere. Ma perché devi usare le pagine di un quotidiano, e far finta che dietro a tanto entusiasmo e passione ci sia un'idea generale di come dev'essere fatta la scuola?

Vuoi l'esempio?
"Sull'importanza vitale dell'ora di lezione mi si permetta un ricordo personale". 

Ecco, appunto, no. Bisognerebbe fare divieto a chi a scuola non ci lavora di parlarne permettendosi "ricordi personali", come se avessero una qualche rilevanza statistica. Domani scrivo a Repubblica che i treni da Verona a Modena non dovrebbero fermarsi a Suzzara, che è una fermata inutile, non ci scende né sale nessuno. Ho una qualche competenza per affermarlo? Sono un esperto di traffico ferroviario? Lavoro sui treni? Li prendo almeno tutti i giorni? No, ma... "permettetemi un ricordo personale": l'anno scorso avevo fretta e 'sto cazzo di treno non ripartiva mai, sulla stazione desolata gli avvoltoi proiettavano la loro ombra.

"Da ragazzo frequentavo alla fine degli anni Settanta le aule disadorne di un Istituto agrario specializzato in coltivazione di serre calde situato nell'estrema periferia di Milano. Alcuni dei miei compagni finirono sperduti in India, altri costeggiarono pericolosamente il terrorismo, altri ancora sono stati ammazzati dalla droga. Eravamo in quell'Istituto un manipolo di cause perse. Cosa mi salvò se non un'ora di lezione, se non una giovane professoressa di lettere di nome Giulia [********] che entrò in aula stretta in un tailleur grigio rigorosissimo parlandoci di poeti con una passione a noi sconosciuta? Cosa mi salvò se non un'ora di lezione? Se non quella passione sconosciuta che Giulia sapeva incarnare?" 

Va bene, ti ha salvato. È un modo di vederla. Un altro modo è: ha salvato soltanto te. Gli altri, quelli che sono finiti in India o in Autonomia Operaia, non è riuscita a salvarli. Forse con un approccio diverso avrebbe salvato anche loro. Chi lo sa. Forse loro avevano più bisogno di metodo che di amore; forse un altro insegnante con più metodo avrebbe potuto evitare che un paio di tuoi compagni si dedicassero all'eroina, ma magari alle sue lezioni ti saresti annoiato e ti saresti drogato tu. Impossibile saperlo.

"Questa storia non è solo la mia ma è la storia di molti. Cosa ci salvò se non quel desiderio di sapere che si propagava dalla forza della parola dell'insegnante capace di scuoterci dal sonno? Non è forse questo quello che la scuola burocratizzata della valutazione e della informatizzazione sospinta rischia di dimenticare? Non è forse l'ora di lezione che può rimettere in movimento le vite scuotendole dall'inerzia di un sapere proposto solo come un oggetto morto? Auguro a tutti gli studenti di ordine e grado di incontrare la loro Giulia".

Cari studenti, se incontrate una Giulia, diffidate. Ve lo dice uno che, sotto la coltre di luoghi comuni, il senso dell'articolo dello psicoanalista Massimo Recalcati l'ha capito benissimo: l'insegnamento come transfert erotico, l'idea che io sia dietro la cattedra per farvi innamorare, non già di me ma di Foscolo o della Guerra dei Trent'anni o dell'economia del Sudest asiatico. Non dico di essere bravo come la prof Giulia; dico che istintivamente ho sempre cercato di essere quel prof lì. Ma non perché sia convinto che si tratti del miglior prof. possibile: soltanto perché è l'unico alla mia portata. Non sono bravo con le metodologie, non riesco a insegnare un metodo di studio perché non ho mai capito io per primo che metodo di studio avessi: dipende molto dal fatto che alla vostra età non studiavo, mi innamoravo e basta. Così a volte spero che anche a voi basti questo: innamorarsi del commercio triangolare o della sintassi della frase semplice. Ma poi vi interrogo e me ne accorgo benissimo, che innamorarsi davvero non basta. Magari uno su mille ce la fa, e poi scrive sul giornale che la scuola dovrebbe funzionare così. La storia del resto la scrivono sempre i sopravvissuti, in fondo è giusto. Quel che non è giusto è che pretendono di metterci il lieto fine.

venerdì 20 settembre 2013

Lauda/Fonzie, un film di Ron Howard

Questo non è il film, vi rendete conto.
Rush - (Ron Howard, 2013)

Disse un giorno lo Studio alla Sregolatezza: non pensare che io ti invidi, o che sia stanco di incassare i tuoi colpi e batterti sempre ai punti. Ma se ci potessimo scambiare i ruoli un solo giorno della vita, giusto per capire l'effetto che fa giocarsi tutto a ogni curva... "Lascia perdere", rispose la Sregolatezza, "quel giorno pioverebbe e perderesti la faccia". Sai che perdita, replicò l'amico. E poi la faccia a che mi serve, fin tanto che posso infilarmi un casco.

Rush è il film con i modellini che avete da qualche parte in solaio, salvo che sono 1:1 e fanno brumbrum per davvero. Proprio quelli di metà anni Settanta che sembravano davvero pacchetti di sigarette un po' ammaccati, e probabilmente non ne costruirono mai di più brutti, ma chi se ne frega, sono proprio loro. C'è la Tyrrell a sei ruote? Giusto in un paio di fotogrammi: ma c'è. La Lotus nera col bordino dorato c'è? Non poteva mancare. La Ferrari Atlas Ufo Robot con quell'aspiratore da disco volante? È in prima fila. E ce li hanno quei meravigliosi nomi scritti sulle fiancate? Regazzoni, Fittipaldi, Ickx, Andretti? I nomi dei piloti di Formula 1 non suonano come i nomi normali. Un nome normale ("Fisichella", "Schumacher") smette di sembrare normale quando lo porta un pilota di Formula 1. Non suonano italiani né inglesi né nulla, sono un popolo a parte, e quello che suonava meglio di tutti era: Lauda.

Un latinismo assurdo e necessario, un'invocazione, un ringraziamento. Nicky Lauda, sin da quando riesco a ricordarmelo, per me è sempre stato un freak. Non faceva paura, il suo volto era solo un'ulteriore pellicola tra il cervello e il casco. A farmi impressione erano le vecchie foto, di quando era ancora un essere umano tra gli altri.  Prima che morisse tra le fiamme e risorgesse come il cattivo di una storia di supereroi, freddo, crudele, inestinguibile. Ma come si chiamava il supereroe biondo? Non se lo ricorda più nessuno. Hunt. Strano, non suona come un nome da pilota (continua su +eventi!)

giovedì 19 settembre 2013

L'opzione San Gennaro

E questa è solo una cappella, la chiesa è ben più grossa. No, per dire.
19 settembre - San Gennaro (272-305), patrono di Napoli. 

Da quel che ho capito andrà così: stamattina alle nove meno un quarto il cardinale arcivescovo, Sua Eminenza Reverendissima Crescenzio Sepe, entrerà nella Reale Cappella del Tesoro di San Gennaro, una chiesa-nella-chiesa (fa parte del duomo di Napoli, ma non appartiene alla Curia, bensì alla Città. È complicato). Non si soffermerà nemmeno per un istante sugli ori e i preziosi il cui valore teorico complessivo supererebbe, secondo gli esperti e i gemmologi che hanno provato a stimarlo, quello dei gioielli della Corona d'Inghilterra. Il cardinale non li degnerà di uno sguardo, e non per modestia ma perché non si trovano lì, bensì dispersi tra un caveau e i tre piani del Museo del Tesoro attiguo. Senza distrarsi, girerà un paio di chiavi nell'antica cassaforte che custodisce ben altro tesoro: due modeste ampolline. Una è praticamente vuota: il contenuto è a Madrid, ce lo portò un re di Napoli (Carlo III) quando nel 1579 fu promosso re di Spagna. L'altra è quella che avete visto nelle foto, rossa di una sostanza che forse è sangue rappreso e forse no: e che tre volte all'anno, quando il Cardinale la solleva, la maneggia, la mostra ai credenti, a volte ritorna allo stato liquido; e a volte no. È un miracolo? No, per la Chiesa è soltanto un prodigio. Non occorre credervi; d'altro canto più di uno studioso negli ultimi anni si è adoperato a dimostrare che il fenomeno è spiegabile scientificamente senza ricorrere al soprannaturale. Anche il fatto che a volte si liquefaccia e a volte no potrebbe dipendere da fattori contingenti (temperatura, pressione, sollecitazioni da parte di chi regge l'ampolla). Speriamo in ogni caso che stamattina ce la faccia, perché quando resta secca non è di buon auspicio. Su internet poi si trova di tutto, ma una bella tabella con una serie storica di liquefazioni, e magari una correlazione con avvenimenti storici più o meno fortunati (guerre, pestilenze, eruzioni, scudetti del Napoli) non l'ho trovata.

Foto di Paola Magni http://www.flickr.com/photos/42107329@N00/3943705691
Comunque, una volta esposto, il Sangue ha otto giorni a disposizione per liquefarsi; o meglio, i fedeli hanno una ottava per riuscire a commuovere il Santo con le loro preghiere. Se entro il 27 non è ancora successo niente, amen, San Gennaro non è mica obbligato. Certo sarebbe una cattiva notizia, e chi ha bisogno di cattive notizie di questi tempi? Napoli no di sicuro.

Deve già mandar giù il boccone del vulcanologo giapponese di fama mondiale che a un recente convegno ci ha fatto sapere che il Vesuvio potrebbe eruttare. Già che c'era poteva anche confidarci che sulla pizza ci vuole la mozzarella - ché non lo sappiamo, che il Vesuvio può eruttare da un momento all'altro? Ce lo deve venire a dire un giapponese? A noi che la vulcanologia l'abbiamo praticamente inventata, quando loro ancora stavano all'età del bronzo e noi già pubblicavamo i primi reportage delle eruzioni? Dico a te professor Nakada Setsuya, ti dice niente Plinio il Giovane? Ma poi davvero, è quel che si dice un segreto di Pulcinella. Persino Bertolaso, quando ancora dirigeva la Protezione Civile, ah, ve lo ricordate Bertolaso? Non esattamente un allarmista, anzi se c'era da convincere un aquilano a restare in casa durante uno sciame sismico, non si risparmiava. Ecco, proprio quel Bertolaso: forse che non lo sapeva che il Vesuvio potrebbe eruttare? Aveva anche proposto di allargare la zona rossa al Comune di Napoli. La zona rossa è un insieme di comuni molto densamente popolati che, laddove il vulcano cominciasse a brontolare, dovrebbero evacuare. Recentemente è stata ampliata: in questo momento vi abitano all'incirca 750.000 abitanti, più gli abusivi, meno gli emigrati. La quinta metropoli d'Italia, un po' più piccola di Torino, molto più grande di Genova. Per Bertolaso, il minimizzatore Bertolaso, la zona andava ampliata un po' di più, e guardando la cartina è difficile dargli torto: per quale motivo i lapilli o le nubi ardenti dovrebbero fermarsi ai limiti del comune di Napoli? C'è il problema che in quel comune risiede un altro milioncino di abitanti. Bertolaso non lo nascondeva: "Il Vesuvio è il più grande problema di Protezione Civile che c'è in Italia". Bisognava valutare se "predisporre piani di evacuazione per almeno un milione di cittadini, tra cui molti di Napoli". (Giornale della protezione civile, aprile 2010). Evacuare un milione di abitanti. Dove?

Eh.

1872 In altre regioni d'Italia, dice il Piano. E va bene, in fondo che sarà mai ospitare più o meno un milione di sfollati della zona vesuviana per qualche giorno o mese. Il problema è un po' più a monte. In altre regioni d'Italia, questi vesuviani, come ci arrivano? Ci sono abbastanza strade per portarli in sicurezza in tempi brevi? Ci saranno, professor Nakada, noi non è mica che ci facciamo cogliere impreparati; quattro giorni fa siamo riusciti a scucire 54 milioni di fondi europei per la Statale 268, quella che corre intorno alle pendici del vulcano. I lavori stanno per iniziare - quando saranno ultimati la statale si riverserà nella Milano-Napoli con un bello svincolo. Nel frattempo, se San Gennaro ci volesse dare una mano... Esercitazioni? Potremmo farne un po' di più, questo è vero, e tuttavia con le esercitazioni bisogna andarci piano, quella volta che fecero l'antiterrorismo si scontrarono due ambulanze in piazza Garibaldi, cinque feriti. Ma insomma si fa quel che si può, e come si è affrettato a precisare l'istituto nazionale di vulcanologia, il Vesuvio è costantemente monitorato. È il vulcano più studiato del mondo.

SCOTTA! SCOTTA!
SCOTTA! SCOTTA!
Lo abbiamo sempre avuto tra i piedi - custodisce le orme di umani che fuggivano da un'eruzione liquida di tremila anni fa. Abbiamo i calchi dei pompeiani, bloccati nel fango nella posa in cui morirono, le mani al collo, intossicati e forse ustionati da una nube ardente e velenosa. Però sappiamo anche che può riposare per secoli interi. Tra 1000 e 1600 non si registrano eruzioni sicure. Nello stesso periodo anche la venerazione per Gennaro rimane abbastanza in sordina. Sicuramente i napoletani lo invocano sin dal quinto secolo, benché non fosse stato vescovo di Napoli ma di Benevento, e fosse morto a Pozzuoli ovviamente sotto Diocleziano, decapitato dai persecutori dopo una serie di tentativi infruttuosi (i leoni non lo volevano mangiare, la fornace non riusciva a cuocerlo, ecc). La testa era poi finita nelle catacombe di Capodimonte e i napoletani vi si erano affezionati: non abbastanza però da costruirgli una chiesa, mentre a una servetta come Santa Restituta era già dedicata una cattedrale. Non si preoccuparono nemmeno di recuperare il resto del corpo, che giacque per secoli dimenticato nell'abbazia di Montevergine, surclassato da reliquie più popolari. E le ampolline? Per quanto ne sappiamo sono sempre state a Napoli, ma non ne abbiamo notizia fino al 1389, in una cronaca dove per la prima volta si descrive la prodigiosa liquefazione, durante le celebrazioni ferragostane dell'Assunta. Lo stupore degli spettatori ci fa ipotizzare che stessero assistendo al fenomeno per la prima volta; d'altro canto questo tipo di celebrazioni attirano sempre gente che si lascia stupire facilmente, e quindi insomma potrebbe anche trattarsi di una tradizione già consolidata. Però una cronaca coeva non ne parla (nemmeno quando si sofferma sui miracoli attribuiti a Gennaro), e in generale nessuno ritiene necessario farne menzione fino alla seconda metà del Cinquecento. Gennaro diventa protagonista della devozione napoletana nello sfortunatissimo 1526, quando tra un assedio e una pestilenza i napoletani fanno voto di dedicargli almeno una cappella del nuovo duomo. La pestilenza si placa, ma per assolvere il voto ci sarebbe voluto più di un secolo, e soprattutto la prima grande eruzione esplosiva da secoli, quella del 1631. Di lì in poi i lavori procedettero più spediti e la cappella fu inaugurata nel giro di 15 anni (continua sul Post...)

martedì 17 settembre 2013

Fateci un fischio

Non credo di poter parlare a nome degli italiani, in fondo non ne frequento tantissimi. Tuttavia se mi volessi azzardare a riassumere in una frase il loro stato d'animo complessivo verso il 17 settembre 2013, credo che la frase sarebbe "Fateci un fischio".

Perché non è che certe questioni non c'interessino, anzi. Mi piacerebbe, sotto questo aspetto, poter rassicurare i politici che vanno in tv a dibattere, e i giornalisti che l'invitano, e che nessuno guarda più - non spaventatevi. Non è che non ci freghi più nulla della sorte del governo, o di quella di Berlusconi. O di Renzi che dice una cosa di Letta che dice una cosa di Renzi. Sono cose che ci appassionano ancora, però... fateci un fischio, ecco, non vi aspetterete mica che stiamo davanti al video impalati tutte le sere ad assistere al dibattito sul voto palese o sulla commissione. È una cosa senz'altro importante, che avrà ripercussioni sulle nostre vite: però nel frattempo dobbiamo viverle, abbiate pazienza, e fateci un fischio quando succede davvero qualcosa. Quando Berlusconi decade. O quando fissano la data del Congresso PD. O quando cade il governo. Nel frattempo non prendetela se cambiamo canale o se addirittura spegniamo e usciamo: non è niente di personale. Voi pretendete di avere qualcosa da dire tutte le sere, avete l'esigenza di sparare un titolo tutte le mattine, e forse a questo punto nemmeno vi accorgete che non sta succedendo niente, quasi niente, da una ventina di giorni: e che le vostre schermaglie in tv sono più noiose del raddrizzamento della Costa Concordia.

Ma davvero vi sorprende che tre talk show di politica non superino il 5% di share? Sul serio pensavate che mostrare la Santanchè tre volte alla settimana avrebbe funzionato? "Sarò forse malato, ma a me, il duello tra Marco Travaglio e Daniela Santanchè è piaciuto moltissimo: non riuscivo a staccarmi dal video", scrive Telese nella sua "apologia del talk show rissoso e inflazionato". Mi piacerebbe rassicurare anche lui: non è malato (continua sull'Unita.it, H1t#197).

Più probabilmente fa parte di un circuito mediatico molto ristretto, e molto autoreferenziale, che con le risse in tv ci campa, o ci vorrebbe campare. In mancanza di meglio, dal momento che i talk show politici non hanno tolto spazio ad altri programmi “più brutti”, come scrive ancora Telese: si sono fatti spazio nella seconda serata semplicemente perché costano poco, pochissimo. I politici sono una delle rare categorie che in tv ci viene gratis: butta via. Minima spesa massima resa: basta non raccontarsi che si sta facendo informazione, o addirittura una specie di servizio pubblico. Si sta semplicemente allungando il brodo, nella speranza che qualche telespettatore assonnato lo trovi comunque un po’ più saporoso di quello della concorrenza, e scelga di addormentarsi sul divano con la tua rissa in sottofondo.
Non è che la tv non aiuti a vincere o perdere le elezioni. Ma non è tramite i talk show, che storicamente hanno sempre funzionato da sfogatoi per un bacino di utenza che non è mai stato maggioritario. Si può loro riconoscere il (de)merito di avere lanciato sulla ribalta nazionale qualche personaggio, che quasi sempre però si è rivelato più bravo a discutere in tv che a combinare cose in parlamento o altrove (il classico esempio è la Polverini, da una poltrona di Ballarò alla Regione Lazio). L’inflazione di programmi del genere me ne ricorda una analoga a metà anni Novanta, quando Mediaset e TMC cominciarono a dar battaglia sul serio alla Rai in un terreno di gioco molto più ambito: il calcio parlato. Da un anno all’altro la seconda serata si popolò di processi e controprocessi, popolati da personaggi che non rifiutavano di incarnare le più trite opinioni da bar; le moviole della domenica furono rallentate per durare fino al martedì. L’irradiazione di tutte quelle ore di chiacchiere non creò in Italia un solo esperto di calcio in più: allo stesso modo, è difficile immaginare che tutti questi duelli verbali a base di Santanchè e/o Travaglio creino un qualche tipo di consapevolezza nello spettatore. Quel che c’è veramente da sapere ogni giorno si riduce a due o tre titoli accessibili da internet: tutto il resto è chiacchiera. Nessun sagace retroscenista da talk show seppe anticiparci la formazione del governo Letta; nessuno è riuscito mai a intercettare la confessione di almeno uno dei famosi 101 franchi tiratori pd che nel segreto dell’urna non votarono Prodi. I talk show non fanno che portare un po’ di bar in tv, per chi comprensibilmente è troppo stanco per uscire o non può permettersi la consumazione: dieci anni fa si parlava di sport, oggi di politica, non è che faccia tutta questa differenza. Poi ogni tanto succede qualcosa davvero: ecco, per favore, quando succederà fateci un fischio. http://leonardo.blogspot.com

Roberto, l'inquisitore buono

La sua capsula è custodita a Roma in Sant'Ignazio.
17 settembre - San Roberto Bellarmino (1542-1621), inquisitore gentiluomo di Bruno e Gailleo

Gli anglicani, lo abbiamo visto, festeggiano San Thomas More, che fu decapitato per non aver accettato lo scisma anglicano. È un po' come se i cattolici il 17 febbraio festeggiassero Giordano Bruno. Non lo fanno, non sono altrettanto sportivi. Invece il 17 settembre festeggiano San Roberto Bellarmino, il suo più celebre inquisitore. E tuttavia.

E tuttavia le cose non sono così semplici - le cose non sono mai semplici. Quando viene coinvolto dal lungo processo a Bruno, Bellarmino ha 55 anni e non ha decisamente il profilo del tetro cacciatore di streghe che ci piacerebbe assegnargli. È uno dei pochi che ha la formazione culturale necessaria per leggere davvero gli astrusi libri di Bruno e capire se in tanta torrenziale produzione di parole ci sia qualcosa di eretico o no. In fondo il filosofo e il suo inquisitore si somigliano. Sono nati entrambi negli anni Quaranta, mentre il concilio di Trento muoveva i primi passi. Sono entrambi studenti brillanti e precoci: Bruno presso gli odiati domenicani (di cui si metterà e si toglierà l'abito a seconda della convenienza), Roberto coi gesuiti. Sono due viaggiatori in un secolo sedentario: Bruno schizza per l'Europa alla ricerca di una cattedra sicura, riuscendo a farsi interdire dai pastori di tutte le confessioni religiose possibili. Roberto comincia la sua carriera di predicatore anti-protestante, "martello degli eretici", a Gand (oggi Belgio), terra di frontiera. Sono due grafomani, proprio nel momento in cui scrivere libri in Italia diventa davvero pericoloso; e prima che finisse nei guai, anche Roberto aveva rischiato.

Era successo nel 1590. Roberto si trovava in missione nella Francia sconvolta dalla guerra di religione. Lo avvertono di non sbrigarsi a tornare a Roma: l'amato Papa Sisto V sta valutando la possibilità di mettere all'Indice dei Libri Proibiti il suo best seller, avrete indovinato, le Disputationes de controversiis christianae fidei adversus hujus temporis haereticos. Ma come? Lo stesso Sisto non aveva tanto gradito la dedica dell'opera monumentale, una sorta di enciclopedia ragionata di tutte le eresie possibili, classificate senza troppo furore polemico? Sì, ma si vede che in seguito oltre ad apprezzare si era pure messo a leggere; trovando riferimenti al potere temporale del pontefice che non gli erano piaciuti. Bellarmino si era arrischiato a definire questo potere come "indiretto", e tanto gli bastava per finire in disgrazia. A salvarlo fu una vera e propria moria di papi, che tra il 1590 e il 1592 falciò Sisto V e i suoi tre immediati successori (Urbano VII, dopo soli 13 giorni; Gregorio XIV, Innocenzo IX). Al termine di questo conclave permanente forse nessuno si ricordava più del caso Bellarmino, e all'orizzonte c'erano ben altre gatte da pelare. Prima di morire Sisto V - uno dei pontefici più risoluti e decisionisti della Storia - aveva voluto licenziare le bozze della nuova versione della Vulgata, la Bibbia in latino. Peccato che fossero piene di errori. In seguito una commissione aveva provveduto a correggere, ma ormai la versione vecchia era stata stampata, e ritirarla sarebbe stato imbarazzante: significava ammettere che un Papa si era sbagliato. Fu il gesuita Roberto Bellarmino a trovare una soluzione abbastanza elegante: anche la nuova versione sarebbe stata attribuita a Sisto. Una prefazione avrebbe spiegato che la decisione di pubblicare una nuova versione riveduta e corretta era stata presa dallo stesso papa che aveva fatto pubblicare la versione piena di errori. Questa era quasi una bugia: chi avrebbe avuto la faccia tosta e l'autorevolezza per firmare una prefazione del genere? Roberto Bellarmino, ovviamente, intellettuale di respiro europeo, stimato anche dagli avversari protestanti. Con Clemente VII Bellarmino divenne rettore del Collegio romano. Lo zuccotto da cardinale stava per arrivare. In mezzo però ci fu il penoso caso di Bruno.

Bellarmino non c'è mai nei film dedicati ai inquisiti.
Quando lo incontrò, il filosofo aveva cinquant'anni ed era recluso da sei. L'opinione più condivisa è che Bellarmino avrebbe preferito salvarlo: questo fa un po' a pugni con lo sviluppo del processo, in cui Bruno fino a un certo punto sembra orientato a salvarsi la pelle abiurando a qualsiasi cosa, salvo impuntarsi in un secondo momento, e ritrattare ogni abiura. In realtà non è affatto chiaro come andarono le cose: non sappiamo nemmeno se fu torturato o no. Ciò che è sicuro è l'esito del processo, che andò ancora per le lunghe e si concluse nel 1600 con un rogo in Campo de' Fiori. In seguito Giovanni Paolo II se ne è rammaricato: quattrocento anni dopo, meglio tardi che ancora più tardi. Sappiamo molto di più sull'altro famoso processo che riguardò San Roberto, il Galileo Uno, conclusosi con un sostanziale proscioglimento. Sono passati molti anni: siamo nel 1616, Bellarmino veste ormai lo zuccotto cardinalizio da tanto tempo - avendo vinto il fastidio per un copricapo poco consono all'austerità dei gesuiti. È stato anche arcivescovo a Capua, amatissimo dal popolo, ma forse Clemente lo aveva spostato laggiù perché non si fidava più di lui: nel divampare di una polemica tra molinisti e tomisti non si era schierato dalla parte vincente. I molinisti erano seguaci del teologo Luis de Molina, teorico del libero arbitrio; i tomisti si rifacevano al solito san Tommaso d'Aquino, che riprendendo la concezione agostiniana di grazia riduceva di molto lo spazio concesso alla scelta individuale: una posizione non molto lontana da quella di Lutero, eppure tra molinisti e tomisti Clemente aveva scelto i secondi, mentre Bellarmino molto prudentemente preferiva considerare accettabili entrambe le posizioni. C'era poi in controluce una rivalità tra i due ordini religiosi più intellettuali: de Molina era un gesuita, Tommaso un domenicano. Alla morte di Clemente l'equilibrio si ristabilì, e il prudente Bellarmino era ancora abbastanza popolare da finire nell'elenco dei papabili: sarebbe stato il primo gesuita a varcare il sacro soglio, quattrocento anni prima di Bergoglio. Lui ovviamente non ci teneva, figurarsi, era già pronto a dimettersi da cardinale per scongiurare l'elezione, e quando invece fu eletto Paolo V, tirò un sospiro di sollievo, certo: fanno tutti così. Paolo comunque se lo riprese a Roma, al Sant'Uffizio, proprio mentre scoppiava il caso Galileo (continua sul Post...)

venerdì 13 settembre 2013

La schiuma dei giorni difficili

Sta terminando la stesura del quindicesimo volume
dell'Enciclopedia della Nausea, o una cosa del genere.
Mood indigo - La schiuma dei giorni (L'Écume des jours, Michel Gondry, 2013).

Colin vive felice in un mondo assurdo, dove le scarpe abbaiano, il jazz ti allunga le gambe e l'esistenzialismo si assume in pasticche. In questo mondo decide di innamorarsi, cioè di crescere lavorare e soffrire. Colin è un'invenzione di Boris Vian, incredibile trombettista e scrittore che morì nemmeno a quarant'anni, in un cinema, mentre assisteva alla prima di un film tratto da un altro suo romanzo.

Boris Vian ha vissuto poco e faticosamente; in quel poco ha scritto parecchio - tra cui una manciata di canzoni meravigliose - e non si esagera a definirlo un cardine della cultura francese del XX secolo: ha radici solidissime piantate in territori diversi, il surrealismo e lo swing, frequenta Sartre e Camus in quel breve ma cruciale periodo in cui l'esistenzialismo è un fenomeno di costume. Con lui arrivano a Parigi il bebop, la narrativa pulp e la fantascienza; senza di lui inoltre Gainsbourg non avrebbe mai pensato di scrivere canzoni a partire da sciocchi giochi di parole, e quindi insomma il pop francese sarebbe totalmente diverso da quel che è. Anche Gondry sarebbe diverso, forse non avrebbe mai girato l'Arte dei sogni. Insomma La schiuma dei giorni era un film che sulla carta aveva tutto per funzionare, e in effetti, a modo suo, funziona: e se vi sembra invece che qualcosa non vada, se vedete che qualcuno comincia a uscire dalla sala, e anche a voi vien voglia di farvi un giro e risparmiarvi il finale, vi invito a considerare l'ipotesi che il problema non sia Gondry. D'accordo, questo è il film in cui spalanca la sua valigia dei trucchi, mostrandocene il fondo; non è che siano pochi, ma dopo un po' sono sempre gli stessi: ancora art-attak a passo uno, ancora trovarobato vintage, ancora lana dove dovrebbe esserci carne. D'accordo, certe scene sembrano semplicemente non funzionare, soprattutto all'inizio si percepisce una concitazione che serve a distrarre lo spettatore quando il trucco non è troppo buono; la stanza che diventa sferica non sembra davvero sferica, il picnic tra pioggia e sole lascia perplessi, d'accordo, l'illusionista non era in giornata, però non è quello che vi fa sentire freddi. Ve lo ricordate il libro? Quand'è che l'avete, ehm, riletto? (continua su +eventi!)

giovedì 12 settembre 2013

Sei e più tipi di eroi al caffè

Spiana li monti, sfonna, spara, ammazza...
Per me - barbotta - c'è una strada sola...
E intigne li biscotti ne la tazza.
Per molto tempo siamo riusciti a ignorare la Siria. C'era la campagna elettorale, poi la campagna post-elettorale, poi bisognava fare il governo, poi disfarlo... In mezzo a tutto questo, anche chi aveva lo stomaco per dare un'occhiata alle notizie dal Medio Oriente trovava quasi sempre guerre e rivoluzioni più promettenti. Finché Obama non si è arrabbiato per vie di certe armi chimiche, e insomma finalmente è venuto il momento di discutere di Siria: con la competenza e la serietà che contraddistingue noi eroi al caffè, opinionisti della domenica ma ormai anche del fondo del lunedì. Può anche darsi che fino a qualche ora fa ignorassimo l'ubicazione della Siria sul planisfero: non è cosa che ci scomponga, la geografia, figurati, bruscolini, pinzillacchere. Ciò che conta, quando si parla di Siria o di Egitto o Birmania o Sarcazzo, è la rapidità con la quale riusciamo a declinare le due o tre opinioni prefabbricate che scriviamo da vent'anni, sempre le stesse. Ci riconosci? Siamo un po' dappertutto, su blog e su carta e ogni tanto finiamo pure in diretta al parlamento; ci dividiamo in simpatiche tribù, vediamone alcune.

Gli Stranamore
E vabbe', in Siria gasano i civili, che problema c'è? Si bombarda. No, ma sul serio, stiamo ancora a discuterne? con tutti i Cruise negli arsenali Nato da rottamare? Bombardiamo, ha sempre funzionato, no? Vedi la Serbia.
"Veramente finché non sono entrate le truppe da terra, Milosevic è restato lì".
"Sì, vabbe', allora vedi l'Iraq".
"Ahem".
"Che c'è?"
"...no, niente".
Gli Stranamore amano il bombardamento per il bombardamento: quasi mai si ricordano come sia andata a finire la storia in Iraq o altrove, loro di solito ronfavano del sonno postcoitale dei giusti. Non c'è crisi umanitaria che non si possa risolvere con un'operazione chirurgica, mirata, un bel megatone di argomenti. Obama questa cosa non la capisce, perché è un pappamolle, un insicuro, uno che perde tempo a chiedere il parere del Congresso, vi rendete conto? Del Congresso. Non ti basta il parere di Gianni Riotta?

Gli amerikanisti
È successo qualcosa di brutto? A Damasco, o a New York, o a Pearl Harbor, o dovunque? Se è qualcosa di veramente brutto, il colpevole si è già tradito: infatti esiste una sola entità veramente malvagia in questo mondo, e tutto ciò che è veramente brutto non può che derivare da lei. Tale entità è ovviamente l'Amerika. Crollano le Twin Towers? È stata l'Amerika - oh, l'ha detto un deputato alla Camera, pare che non ci siano più dubbi: era un complotto dell'Amerika per gettare l'Amerika nel panico. In Siria gasano i civili? Chi può essere così malvagio da vendere gas venefici a uno storico alleato dei russi? È evidente, no? No? Non resta che lasciare la parola all'esperto:
Ora però la situazione si è fatta grave, perché un gran numero di civili, bambini in particolare, sono stati uccisi dal gas nervino che solo i mercenari, i tagliagole, i ribelli, bene armati e foraggiati attraverso mille triangolazioni dagli Stati Uniti possono aver diffuso. Quale interesse avrebbe avuto il governo siriano ad ammazzare civili, se non guadagnarsi impopolarità? Quindi sono stati gli Stati Uniti a fornire ai tagliagole questo gas letale. Le televisioni fanno di tutto con la loro informazione assassina per confondere le idee alla gente, quando la situazione invece è estremamente semplice, e non rimane che sperare sui deputati e senatori del Movimento 5 Stelle... (Mario Albanesi, non so chi sia ma era in home sul sito di Beppe Grillo, per cui tenderei a fidarmi)
I semplicisti
Hanno letto che in Siria c'era un dittatore e hanno pensato: brutto! Poi hanno saputo che c'era una rivoluzione e si sono detti: bello! Però la rivoluzione è diventata una guerra civile e hanno pensato: mah, non tanto bello. A un certo punto hanno scoperto che tra i rivoltosi c'erano molti integralisti islamici: bruttissimo! Lo stavano per scrivere, quando il dittatore si è messo a gasare gli avversari, e adesso i semplicisti sono un po' in imbarazzo. Perché la vita è così complicata? Se solo si potesse trasformare una guerriglia senza quartiere tra un dittatore baathista sostenuto da russi ed hezbollah e uno schieramento eterogeneo sempre più dominato da jihadisti e predoni in qualcosa di più semplice, che so, Buoni contro Cattivi, o meglio ancora... Pace contro Guerra! Viva la pace! Muoia la guerra!
"E come la uccidi?"
"Uffa ma lo vedi che lo fai apposta?"

Gli elefanti
Non li sottovalutare. Vanno piano, ma non li smuovi, e si ricordano tutto. Hai un'opinione sulla Siria? Pensaci bene prima di condividerla. Potrebbe non essere coerente con quello che pensavi ai tempi di Srebrenica.
"Ma io ai tempi di Srebrenica... non ero ancora nato".
"Allora è stato tuo padre".
Gli elefanti sanno che nel 1991 hai occupato il liceo contro la Guerra nel golfo, e quindi le tue mani sono sporche di sangue bosniaco e kossovaro, e non intendono passarci sopra. In effetti non hanno la minima idea di cosa stia succedendo in Siria o altrove da almeno dieci anni in qua, continuano a prenderla coi pacifinti dei cortei del 2003. Si sono legati al dito delle cose che ormai si ricordano soltanto loro. L'unica guerra che gli interessa davvero è quella che hanno combattuto dall'11 settembre in qualche forum o blog dimenticato da Dio in cui si annidano ancora, gli ultimi giapponesi.

Gli israelomani
Una sottospecie di elefante che non si è mai veramente ripreso dall'Intifada. Esiste solo Israele. Purtroppo è minacciato nella sua stessa esistenza. Occorre difenderlo a ogni costo. Per esempio, se in Siria un dittatore massacra la popolazione coi gas, l'israelomane si gonfierà di sdegno, non tanto per il dittatore, ma per chi in Italia perde tempo a criticare Israele. Che magari potrebbe anche avere commesso qualche errorino, l'israelomane non lo esclude a priori, ma... con che faccia si può criticare Israele mentre a pochi chilometri di distanza accade ben peggio? E siccome ci sarà sempre qualcuno a mille o diecimila km di distanza che si comporta peggio di Israele, ne consegue che Israele non può essere criticato.
Ogni volta che ammazzano arabi fuori da Israele, l'israelomane dà l'impressione di goderne. Non perché muoiano arabi, no, come si può anche solo pensare che l'israelomane goda per la morte di arabi? Ma si tratta di dimostrare che Israele li tratta meglio: infatti è indubbio che ne ammazzi di meno. Chi perde tempo quindi a criticare Israele è antisemita, cvd.
L'israelomane ha una domanda retorica ricorrente: perché gli unici arabi che ci interessano sono quelli un po' oppressi da Israele? Perché i tiranni giordani, iracheni, libanesi, egiziani, siriani possono massacrarli senza destare la nostra indignazione? Perché siamo tutti antisemiti, certo. Inutile protestare, inutile cercare di dimostrare che (per quel poco che è servito) ci siamo indignati anche per quel che succedeva in Giordania o in Iraq o in Egitto o adesso in Siria. Anche negli ultimi mesi si è parlato nei quotidiani italiani più di Siria (comunque poco) che di Palestina, ma l'israelomane che ne sa. Filtra solo le notizie che parlano di Israele. Ne deduce che tutti criticano soltanto Israele.


I Cavalieri dell'Ovvio
Per ogni mille blog che ci fanno sapere che la guerra è brutta, c'è almeno un editoriale di Ernesto Galli Della Loggia che ci tiene a farci sapere che purtroppo è ineliminabile. Ci avevate mai pensato? Sì. Ma avevate mai pensato a quel che pensavate pensando di pensare?
C'è infine un argomento molto usato per dirsi in generale contro la guerra: «La guerra non ha mai risolto alcun problema». Nella sua perentorietà l'argomento è però palesemente falso. Dipende infatti dalla natura dei problemi: non pochi problemi la guerra li ha risolti eccome (penso a tante guerre per l'indipendenza nazionale, ad esempio); per gli altri bisogna intendersi su che cosa significa «risolvere»
Un dibattito sul significato di "risolvere", professore, ma è sicuro che siamo pronti a un simile sforzo ermeneutico? Non è che prima ci dovremmo intendere su che cosa significa "significa"? Ed è nato prima l'uovo o la gallina? Ok, Sartori prima di entrambi, ma qual è l'anello di congiunzione? Sartori partorì il primo uovo da cui la prima gallina? Sartori si evolse in pollo da cui il primo uovo? Tutto ciò merita un supplemento di indagine.

(potrebbe pure continuare)

lunedì 9 settembre 2013

Corre in cielo corre in cielo, oh! Battagliero

Ma sul serio ti prendevamo sul serio?
Giovanni Lindo Ferretti, eremita punk, nato 60 anni fa il 9 settembre 1953 - non è ancora un santo ma cominciamo a metterci avanti.

Giovanni Lindo Ferretti prende forse il nome da San Giovanni, che come lui perse la testa, o dall'Evangelista, che invecchiando appartato scrisse di rivelazioni e apocalissi con l'aria di chi la sa lunga e invece magari bastava variare il dosaggio; da Lindo, ovvero "pulito", perché seppe ripulirsi di tanta rumorosa malvagità diffusa negli anni della perdizione; e dai Ferri di cavallo, che lo sostennero nei terreni impervi quando più facile era ricadere nelle paludosi valli della concupiscenza.

GLF nacque, se Wikipedia non tira i pacchi, a Cerreto, in culo ai lupi, nel decennale del primo giorno della Resistenza antifascista; e fu buon figliolo e chierichetto e spesso deliziava i parrocchiani cantando gli inni a maggior gloria di Dio eccetera. Crescendo nell'appennino reggiano fu avviato sin dalla più tenera età alla professione maggiormente richiesta in quelle terre benedette da Dio, ovvero l'operatore psichiatrico, cioè psico-socio-assistenziale, cioè assisteva i matti in manicomio anche se non si può più chiamare manicomio e non è giusto chiamarli matti e però andateci voi sul Crinale, andateci, poi ditemi. Fu forse operando in quel settore strategico dell'economia reggiana che incrociò per la prima volta il demonio, che stese la sua ala sopra di lui e gli disse, Lindo, dam rèta, i matti che cerchi non sono qui, va' in stazione e prendi il primo treno per Berlino, amarcmand, Ovest. Lui obbedì ma in cuor suo temeva che una volta arrivato nell'avamposto della civiltà occidentale non si sarebbe trovato a suo agio per la mancanza di cavalli e l'inveterata tendenza dei nativi a parlare in tedesco. Ma non temere Lindo, gli disse il demonio, ti manderò un tizio che conosce il reggiano come te, puoi chiamarlo Zamboni, insieme passerete il Muro e scoprirete il fascino vintage dei colbacchi e della cartellonistica del socialismo reale con quindici anni di anticipo su tutti i potenziali competitors. Poi tornerete in Italia e trasferirete lo stesso tipo di ironia sull'Emilia oppressa dal giogo del Partito Comunista Più Grande d'Occidente. E così fu, e per anni GLF divenne il punto di riferimento di una generazione di sconquassati che non sempre andando a furiosa caccia di gomitate in mezzo alla pista percepivano l'ironia demoniaca di chi cantava Voglio rifugiarmi sotto il patto di Varsavia.

Fu forse lo stesso demonio a rendersene conto, nel mentre che l'Unione Sovietica liquidava il Comecon, e gli disse: Lindo, qui cominciano a mancare i punti di riferimento, basta pankeggiare contro tutti, qui tra un po' ci sarà fame di guru e tu hai la fisionomia giusta. Cosa devo quindi fare? Chiese GLF. Boh, rispose il demonio, prova a a prendere le cose più sul serio, riscopri i valori veri in cui crede la gente, che ne so, la Resistenza, la pace nel mondo, la natura incontaminata. "Posso metterci i cavalli?" chiese GLF. Va bene, perché no, se ci tieni, infilaci pure i cavalli, e il tramonto dell'Occidente. E mi raccomando, ieratico. "Cioè?"
"Eh, come faccio a spiegarti, hai presente Battiato quando ha cominciato a sedersi sul tappetino in mezzo al concerto?"
"Forte Battiato, posso metterci anche Battiato?"
"Certo, mi fa piacere se ti piace, è un altro mio cliente" (continua sul Post...)

domenica 8 settembre 2013

Difficilis, querulus, laudator temporis acti

Ma siamo sicuri che sia una tragedia se calano un po' le iscrizioni ai licei classici? In realtà calano anche gli iscritti agli scientifici, ma inevitabilmente si finisce per discutere dei licei classici, e di paventarne la fine, e con essa il crollo della civiltà italiana tutta. Vedi Giorgio Israel sul Messaggero: "Se muore il liceo classico muore il paese". Può anche darsi. Per ora il classico non muore, ha soltanto registrato un calo di iscrizioni a livello nazionale intorno allo 0,6%. È grave? Lo stiamo perdendo? Vogliamo almeno aspettare giugno, e confrontare con il dato dei promossi? Forse l'anno scorso si era iscritto qualche migliaio di studenti in più che a dicembre aveva già capito di aver sbagliato scuola. O magari è la crisi economica che comincia a picchiare davvero, anche sui progetti familiari a lungo termine: se meno famiglie scelgono il liceo (classico o scientifico), è perché non sono più sicure di potersi permettere di mantenere il figlio all'università. Potrebbe trattarsi insomma di una questione economica, ma in rete e sui giornali continuo a leggere allarmi accorati sulla fine della cultura classica  assassinata dal pensiero unico, dalla barbarie tecnoscientifica del 'sapere applicato', eccetera eccetera eccetera.

Chi scrive questo genere di cose continua a difendere la vecchia idea del liceo classico che 'apre la mente', anche se non offre competenze immediatamente spendibili, anzi proprio per questo: un luogo comune contro-intuitivo che però è strenuamente difeso da esperti che molto spesso nei classici per coincidenza ci lavorano. Nessuno sembra voler ricordare che il liceo classico, oltre a essere quella famosa fucina di intelligenze eclettiche che il mondo ci invidierebbe, è stato sempre uno status symbol: ci andavano i rampolli delle buone famiglie, non necessariamente i più dotati o motivati. Gli stessi poi proseguivano attraverso l'università, approdando a un buon posto di lavoro a cui erano destinati, spesso non per i meriti maturati studiando i classici. Se in qualche realtà - specie in provincia - questo tipo di civiltà stesse tramontando, io non la troverei una cattiva notizia. Sono sicuro che di studenti di materie classiche abbiamo bisogno. Ma non di tantissimi. Anzi, meglio se pochi, ma bravi veramente.

Io non credo che il liceo classico 'apra la mente' più di altri indirizzi di studio (continua sull'Unita.it, H1t#196)

Non capisco in che modo lo studio della grammatica e della letteratura latine o greche riuscirebbero a sviluppare le capacità critiche degli studenti meglio di qualsiasi altra materia. E siccome il mio parere lascia il tempo che trova, scomoderò l’auctoritas del professor Alfonso Traina: “Il latino non è più “logico” di qualunque altra lingua. Tutte le lingue hanno una loro “logica”, cioè un loro sistema: formativo è lo studio contrastivo di sistemi linguistici diversi, della lingua madre, per noi l’italiano, e di una lingua seconda, che può essere il latino come il greco antico o qualunque lingua moderna. È lo studio contrastivo a stimolare la riflessione sui meccanismi del linguaggio, la consapevolezza delle relatività delle categorie grammaticali e delle “visioni del mondo” che vi si esprimono. Anzi, a tale scopo sarebbe forse più utile una lingua geneticamente diversa dall’italiano”(¹).
È vero, molti studenti con la maturità classica ottengono ottimi risultati anche nelle facoltà scientifiche, ma trovo più semplice dedurne che si tratti di alunni brillanti, che avrebbero avuto ottimi risultati in qualsiasi cosa si fossero applicati: il fatto che in Italia li si addestri per cinque anni nella traduzione di testi in lingue morte mi sembra una resistenza culturale, forse uno spreco di risorse e di potenzialità. Non penso che il liceo classico favorisca una qualche forma di eclettismo culturale: mi sembra viceversa un indirizzo di studi molto specifico, da cui in teoria si dovrebbe uscire con competenze già molto raffinate. E ho la sensazione che questo non accada più, perché tutti questi latinisti e grecisti in giro non li vedo – d’accordo, non li vedo perché il mercato del lavoro non ne ha bisogno; ma dopo cinque anni di immersione in un mondo così diverso e affascinante, dovrei almeno sentirli scambiare qualche sentenza in latino ogni tanto, quando scrivono sui blog o sui giornali o quando cercano di colpirti con un detto memorabile in tv. Di solito copiano frasi fatte dai titoli di giornale, Cicerone mai: questo è ben strano. Una volta perlomeno non era così.
Credo che per constatare la crisi irreversibile della cultura classica in Italia – molto prima che il liceo accusasse una flessione di iscrizioni – si possa semplicemente dare un’occhiata alle annate della Gazzetta dello Sport e degli altri quotidiani dello stesso settore. Fino al 1985 nei fondi troveremo latinismi a iosa, se non proprio a vanvera, citazioni omeriche a buon mercato e voli pindarici ogni volta che uno scalatore si aggiudicava la tappa. I cronisti della vecchia scuola il latino lo avevano studiato, qualche volta persino il greco, e in un qualche modo erano riusciti a rivenderlo. La generazione successiva non si è mai permessa di scomodare l’Iliade per parlare delle imprese di un centravanti. Forse erano preoccupati di non arrivare al lettore medio? Ma nel frattempo la base dei lettori si era persino ristretta. Comunque è gente che ha sopratutto bisogno di foto grosse e didascalie molto chiare. Il giornalismo sportivo campa da sempre di frasi fatte e retorica a buon mercato: fino a 25 anni fa li rubacchiava anche dalle pagine dei classici, poi ha smesso. Non ci sono più aitanti e indomiti centromediani metodisti, adesso sono tutti top player. Questo non è il motivo per cui il liceo classico è in crisi: diciamo che è un sintomo suggestivo. Può darsi che al classico il latino e il greco si continuino a studiare bene come in passato. La differenza è che non escono più da porte e finestre, verso la piazza; non investono più i lettori casuali che ancora nel 1968 imparavano a dire “Timeo Danaos et dona ferentes” perché lo avevano letto su un fumetto di Asterix(²). È un processo lungo, e oltre a stracciarsi le vesti, i nostri esperti di scuola e didattica potrebbero riflettere sulle implicazionidi aver tolto la storia antica dalla secondaria inferiore: il tredicenne che oggi deve scegliere tra un liceo o un istituto, il più delle volte non sa chi sia Giulio Cesare; pretendere che si innamori del latino così, di punto in bianco, forse è un po’ ingiusto. http://leonardo.blogspot.com
(¹) Latino perché? Latino per chi?, “Nuova Paideia”, II, 5, 1983, poi in Traina-Perini, Propedeutica al latino universitario, Bologna, 1992. Anche se prosegue così: “Ma proprio perché il latino non è che una fase antica dell’italiano, ci aiuta a renderci conto dello strumento linguistico che usiamo. E al limite, a usarlo meglio”.
(²) Asterix il legionario, Milano 1968.

venerdì 6 settembre 2013

Un Pane così amaro

L'intrepido (Gianni Amelio, 2013)

C'è gente che lavora a questo mondo. Che solleva pesi sulle impalcature, che ti porta la pizza in motorino, che gioca coi tuoi bambini mentre fai la spesa, gente che spazza lo stadio quando te ne vai. Ti pela le carote che trovi impiattate al ristorante; gente che quando va male al ristorante prova a venderti le rose. C'è gente che lavora, e il giorno che non riesce a lavorare chiama Antonio Albanese che di lavoro fa il rimpiazzo. In questo film si chiama Pane, ma potrebbe ancora chiamarsi come il protagonista di un altro film di Amelio, Buonavolontà: è l'eroe senza macchia e con qualche paura, che però deve farsi subito passare. Non è affatto intrepido, trema continuamente, ma tira fiato e va avanti. Il male gli scorre intorno senza sporcarlo: lo tenta con gli occhi disperati di una ragazza, il male lo assume tutti i giorni e qualche volta lo paga persino, ma non c'è niente da fare. Pane è così puro, così tranquillamente tetragono a ogni spunto di disperazione, che ti fa sorgere il sospetto che la sua bontà sia soltanto un'ossessione, che lui sia il più malato di tutti. Proprio come il Buonavolontà della Stella che non c'è, la sua energia è un motore che gira a vuoto e che forse non serve più a nessuno.

Antonio Pane, se potesse scegliersi il lavoro, vorrebbe fare il cartello stradale in un giorno di sagra, quando al paese arriva tanta gente che non sa dove trovare le cose: Antonio Pane vorrebbe aiutarli tutti, abbracciarli tutti, ma anche quelle sagre ormai utilizzano tabelloni elettronici. Sono più convenienti. Antonio Pane è disposto a cercare il lavoro ovunque si sia cacciato, eventualmente in Albania. Ha una moglie che lo ha lasciato per qualcuno più furbo, e un figlio che non riesce a dar forma ai suoi sogni; un'amica misteriosamente disperata che rovescia le tazzine al bar ma almeno non fa le piazzate, questo è importante. Un film italiano senza personaggi che si urlano in faccia è sempre una buona notizia. Allora cosa c'è che non va. Non lo so (continua su +eventi!)

Dimmi.

Offrimi un caffè

(se proprio insisti).