venerdì 29 novembre 2013

Capitani balbettanti

Se posso, vorrei dire - a seguito di qualche malevolo commento - che tutto ciò che ho dato ha pagato le tasse. Poi, che altre donazioni possono aver luogo, senza passare per il notaio: Ricerca sul Cancro, Vidas, Bambini nefropatici, Shoah, San Raffaele, scusa mi fermo, sono stati i miei preferiti. Infine un chiarimento su tutta questa gazzarra. Qui dentro c’è stato un terribile schifo, una congiura... (Bernardo Caprotti, 26/11/13, Corriere della Sera)

Qualche giorno fa - Berlusconi non era ancora decaduto, sembrano secoli - sul Corriere è comparsa una letterina del presidente della catena Esselunga, Bernardo Caprotti. Trattandosi della replica a un articolo che lo riguardava, la pubblicazione era un atto dovuto; a sorprendere (ma neanche più di tanto, ormai), è la decisione di pubblicare il testo del biglietto così come è probabilmente arrivato, stile Celentano. Probabilmente in redazione avranno preferito non innervosire ulteriormente il personaggio, e così gli hanno dato spazio esattamente come in un talk show si "passa la linea" a un ospite telefonico, magari un tizio inviperito che ha chiamato perché stanno parlando male di lui.

Risultato: abbiamo assistito in diretta allo sfogo di un capitano d'industria ottantottenne, senza capire molto dei dettagli, ma afferrando la sostanza: il tizio non si può più fidare di nessuno. Gli fanno la guerra i figli; gli fa la guerra la vecchia segretaria e braccio destro; probabilmente gli hanno alzato una trincea persino in ufficio stampa, così è ridotto a scriversi i biglietti da solo. Con qualche effetto perversamente comico: Caprotti afferma di aver fatto cospicue donazioni alla "Shoah": probabilmente non allude a un inverosimile sostegno ai genocidi nazifascisti, ma alla meritoria associazione "Figli della Shoah"; aveva fretta e ha abbreviato, e al Corriere han stampato così.

Di fronte a un episodio del genere - valutate voi quanto buffo o patetico o triste - spunta la solita domanda (spunta sull'Unità, H1t#206)ma succede così anche altrove? O siamo l’unico Paese in cui i capitani d’industria non riescono a padroneggiare la propria lingua madre, né a munirsi di collaboratori che li sappiano assistere? Quando Caprotti definisce il Corriere il “Times del proprio Paese”, mette a fuoco il problema: è immaginabile un testo così involuto sul Times o su qualsiasi altra prestigiosa testata occidentale? Non è una domanda retorica, onestamente non lo so: se qualcuno ha in mente episodi paragonabili me li segnali pure qua sotto. Ma nel frattempo rimane il dubbio di ritrovarsi nel Paese con la classe dirigente e industriale meno colta d’Europa. Altrove almeno una letterina la sanno scrivere – se non lo sanno fare, sanno procurarsi qualcuno che lo faccia per loro; da noi no, non è richiesto, non è necessario.
Nell’era della comunicazione, i nostri capitani balbettano. Chi li rimprovera di non conoscere l’inglese forse non ha afferrato l’entità del problema: neanche in italiano sanno spiegarsi. Sono stupidi? Tutt’altro: intelligenza e cultura sono variabili non correlate, ed evidentemente Caprotti non ha avuto bisogno di particolari competenze linguistiche per mettere in piedi un impero nel ramo distribuzione. Forse davvero quando sei in ascesa la cultura più di tanto non serve. Ma ti assiste nei giorni difficili, quando devi imparare a mollare, e l’istinto non vuole saperne. Ha l’aria di essere la situazione di Caprotti, ed è sicuramente quella di Silvio Berlusconi, che pure può contare su un lessico un po’ più ricco, da piazzista quale è sempre stato. In qualsiasi altro Paese un Berlusconi avrebbe mollato da mesi, senza arrivare all’umiliazione del voto di mercoledì. Non glielo avrebbero consigliato soltanto i collaboratori più fidati: ci sarebbe arrivato da solo, riflettendo sugli esempi che la cultura personale gli avrebbe fornito, su Nixon, su Leone e su tanti altri. Berlusconi invece conosce solo Berlusconi, e magari la Storia gli darà ragione: dopo lo scisma del PdL e la manifestazione autocommiserativa di mercoledì i sondaggi lo vedono in risalita. Si vede che in Italia l’istinto premia ancora. http://leonardo.blogspot.com

giovedì 28 novembre 2013

#ilConfrontoPD #ilritorno

(Ci sto provando gusto) Altre domande, alcune rubacchiate da quelle che avete lasciato voi nei commenti.

11. Chi sono i cento che hanno affossato Prodi? Ti sei almeno fatto un'idea? Pensi di tenerli a bordo? Ti fiderai a dare le spalle a qualcuno?

12. Sei contrario al finanziamento ai partiti? Se sì, da dove intendi prendere i soldi?

13. Quali progetti concreti intendi portare avanti per creare un politica economica Europea unica, che ci permetta di combattere uniti contro la crisi e che elimini le disuguaglianze del costo del denaro tra gli stati membri?

14. Intendi fermare la cementificazione del suolo italiano? Se si immagini una legge come in altri paesi che vieti la costruzione di nuovi edifici o strutture in presenza di edifici o strutture inutilizzate?

15. Cosa intendi fare per il problema dei rifiuti che attanaglia moltissime città? Intendi rendere responsabili le aziende che producono o importano prodotti non biodegradabili con una legge che le obbliga come in altri paesi, a prendersi carico del loro smaltimento.

16. Intendi promuovere l'economia a km zero e a rifiuti zero? Come?

17. Cosa intendi fare per promuovere un sistema di trasporti a basso impatto ambientale? Intendi disincentivare l'uso dell'auto? Come intendi favorire forme di carburante diverse dalla benzina?

18. Parliamo di diritti, che non se ne parla mai abbastanza? Qual è il tuo parere su unioni civili, diritti dei migranti, pari opportunità, fine vita?

19. Cosa fare per l'economia di questo paese? Come riportare il lavoro alla centralità della vita economica italiana? Precariato, disoccupazione, crisi della domanda, se foste eletti quali sarebbero le rivoluzionarie decisioni che vorreste fossero prese per il bene dell'Italia?

20. Dal 9 Dicembre lei sarà il segretario del principale partito di governo, che tuttavia ha la maggioranza grazie all'appoggio del nuovo centrodestra, il quale si dichiara alleato del principale partito di opposizione. Quanto dura?

mercoledì 27 novembre 2013

#ilConfrontoPD

Da quel che ho capito funziona così: venerdì sera Sky Tg24 organizza il confronto tra i candidati alle primarie, che tanto bene funzionò l'anno scorso (anche perché lo trasmetteva in chiaro Cielo).
Civati, Cuperlo e Renzi risponderanno a tante domande, e tra queste anche a una che viene dal meraviglioso mondo della Rete, che saremmo noi. In particolare a me e a Luca Conti di Pandemia è stato affidato l'on*re di lanciare la lenza su twitter e di vedere cosa ne salta fuori.

Non ho idea di come funzionino queste cose di solito, ma la mia esperienza assembleare mi sconsiglia di andare semplicemente sul fringuello e scrivere una cosa tipo: #uelà raga come #butta che #domanda si fa a #ilConfrontoPD? Quindi qui sotto metto giù alcune domande - non ho molto tempo - e voi siete liberi di reagire come vi pare e di suggerirne altre. La discussione dovrebbe farsi su twitter (hashtag #ilConfrontoPD; io sono @LeonardoBlog, casomai vi fosse sfuggito), ma se vi sentite più a vostro agio qua sotto nei commenti fate pure.

Alcune domande che io farei a Renzi e agli altri due:

1. Il semestre di presidenza UE lo lasci fare a Letta o preferiresti farlo tu?

2. Uno di voi tre ha già dato un ultimatum a Letta: una nuova legge elettorale o a casa. Spiegaci tu che legge elettorale vorresti e perché.

3. A questo punto della serata avrete senz'altro tutti e tre detto che con Berlusconi e Forza Italia non farete un governo mai più, mai e poi mai, assolutamente mai. Adesso fingete che sia la primavera dell'anno prossimo: ci sono già state le elezioni e i risultati sono più o meno gli stessi di un anno fa. Improvvisate il discorso con cui spiegherete agli elettori che bisogna rifare un governo con Berlusconi.

4. I grillini, un po' ingenuamente, sono convinti che esista un patto occulto tra il PD e Berlusconi, per preservare le aziende di famiglia, e soprattutto i canali televisivi che gli permettono di avere ancora un peso politico enorme malgrado sia fuori dal parlamento. Volete provare a convincerli del contrario, più che con le parole con qualche proposta concreta? O ritenete che la Mediaset debba essere lasciata a disposizione di un condannato che la usa per difendersi dai giudici e dagli avversari politici?

5. Papa Francesco. Che persona meravigliosa. Quanta umana compassione nei suoi appelli alla povertà. Lo vogliamo aiutare? Riusciamo a far pagare alla Chiesa qualche giusta tassa in più? O va tutto bene così?

6. Immagina di essere solo con Angela Merkel. No. Mettiamola così: davanti a un caminetto ci sei tu, Angela Merkel e due interpreti simultanei. Una pioggia incessante picchietta le finestre con ostinazione teutonica. Convincila che l'austerità sta distruggendo l'Europa e che bisogna invertire la rotta al più presto. Con parole tue.

7. Le donne italiane hanno diritto ad abortire, o si tratta di un lusso per chi se lo può permettere? Sbattere fuori dagli ospedali pubblici tutti gli obiettori quanto è in alto nella vostra lista delle priorità?

8. (Questo è un pallino mio). Uno di voi tre l'anno scorso approfittò di questa ribalta per lanciare l'idea di un servizio civile obbligatorio. Buona idea o straordinaria cazzata?

9. L'anno scorso c'era anche una donna lì sopra, anche se diciamolo, era più decorativa che altro. Qual è la prima cosa che farete per le pari opportunità quando e se sarete a Palazzo Chigi?

10. Mentre tutto il mondo comunica su internet, l'Italia è in controtendenza. Che si può fare per convincere gli italiani a sfruttare le potenzialità della Rete? Per favore, non un convegno e neanche un nuovo pool di esperti.

E ora scatenatevi. Pandemia non prevarrà!

martedì 26 novembre 2013

Abbiamo tutti quanti un Checco dentro al cuor


Sole a catinelle (Gennaro Nunziante, 2013)

Improvvisamente vi svegliate, non riscattati dalla stanchezza di secoli, e in tv c'è ancora Ballarò. Sullo sfondo operaie incatenate a un'azienda che chiude, bandiere di sindacati, e non vi par bello cambiare canale. Oppure non riuscite a trovare nemmeno la forza morale per cercare il telecomando negli anfratti del divano che vi sta masticando, che domani vi rigurgiterà belli e stravolti e pronti alle vostre otto-ore, e c'è gente che vi invidia. Quando improvvisamente una luce si irradia su di voi. È un coglione in tv. Non è un coglione come gli altri. È il coglione platonico, non brilla di luce riflessa, è una pura fonte di ottimismo e gioia di vivere a due passi oltre il baratro. È il marito di una delle operaie incatenate, ma non gliene frega niente. Lo hanno intervistato per sbaglio, e ci sta dicendo che il peggio è passato, che lui per esempio sta vendendo un sacco di aspirapolveri, suo figlio ha tutti i dieci in pagella per cui domani lo porta in vacanza, evvai! In Europa! È stato solo un secondo, poi la regia è tornata a inquadrare disoccupati menagrami. Ma adesso lo state cercando davvero il telecomando, adesso state cercando se per caso da qualche parte esiste ancora un canale che trasmette coglioni così. Al massimo anche un film.


Dev'essere questa la scena che ha fatto sobbalzare anche Renato Brunetta, un uomo che se non esistesse avrebbero potuto inventarselo gli sceneggiatori di un film di Checco Zalone. Finalmente qualcuno che ha il coraggio di dirlo, che tutti questi operai disperati in tv portano sfiga! Ok, è un pagliaccio, ma arruoliamolo lo stesso.  Zalone esprime in pieno la filosofia positiva, generosa, anticomunista, moderata, serena di Berlusconi e di Forza Italia. Che è un po' come se Goebbels all'uscita del Dittatore si fosse congratulato con Charlie Chaplin per aver espresso in pieno la filosofia "positiva, generosa, anticomunista, moderata, serena" di Adolf Hitler e del partito nazionalsocialista. E tuttavia Brunetta non ha tutti i torti... (continua su +eventi!)

giovedì 21 novembre 2013

E anche questa lasciata è persa.

Problema: 

Considerato che il PD è da qui in poi il partito di Renzi - e che Renzi da qui in poi perde definitivamente l'appeal che aveva in quanto avversario dell'apparato del PD;

che il suo vero avversario interno è Enrico Letta, il cui progetto consiste nel tener duro a Palazzo Chigi fino al semestre di presidenza UE;

che il governo Letta, senza aver perso un solo ministro del PdL, da qui in poi sarà visto dall'opinione pubblica come un governo del PD, a cui saranno rinfacciate tutte le scelte impopolari;

che d'altro canto nessuna di queste scelte impopolari porterà concreti vantaggi ai cittadini nell'immediato, e che anche chi parla di ripresa nel 2014 ne parla sottovoce e immagina coefficienti dello zero virgola: nulla che ti possa far vincere le elezioni;

che nel frattempo Berlusconi, svincolato dal governo, è già libero di risintonizzare la sua offerta politica sul malcontento popolare, ammesso che ne abbia ancora la voglia e la forza (da questo punto di vista è veramente strano che chiuda il programma di Del Debbio);

che anche Grillo non è che stia perdendo tempo, e che non può che trarre vantaggio dalle debolezze interne dei due contendenti;

...calcola quando conviene a Renzi far cadere il governo.

Risoluzione:
Immediatamente. Renzi è un prodotto genuino, non si può conservare in frigo più di tanto. Più passa il tempo, meno fresco diventa, più rimane coinvolto nelle scelte del governo.
Più passa il tempo e più Berlusconi ha tempo per riorganizzarsi; anche per ricucire con Alfano & co. se a un certo punto avesse bisogno di ricucire. Invece se si vota di nuovo a febbraio, B. si ritrova con un partito tutto da inventare e potrebbe anche trovarsi in difficoltà: non ha più i riflessi di un tempo.

Se ne deduce che:
Non resta che trovare una scusa, il primo scandalo a disposizione che coinvolga qualche membro del governo, il primo voto di sfiducia utile.

Ovvero:
il giorno migliore per far cadere il governo era... ieri.

mercoledì 20 novembre 2013

Ritratto del genio da stronzo


Jobs (Joshua Michael Stern, 2013)

Cosa ha permesso a Steve Jobs di diventare Steve Jobs? Un viaggio in India con l'amico fuoricorso? Qualche acido di troppo con la fidanzata fricchettona? Il trauma dell'adozione? Il garage di mamma e papà? E se fosse stata la stronzaggine?

Ogni tanto, durante il film, sentirete qualche ex amico di Steve dire una di quelle classiche frasi del tipo "È cambiato, una volta non era così". Può anche darsi. Ma a questo punto c'è qualcosa che non va nella sceneggiatura, perché quello che effettivamente vedono gli spettatori è uno stronzo integrale dalla sua prima apparizione. Tanto che viene da rispondere ai personaggi: Ehi, ti sbagli, è sempre stato così, si vede che è nato stronzo, che cosa ci vuoi far. Chissà poi perché tanta insistenza su un tratto del carattere. È davvero così fondamentale sapere che ha fottuto Wozniak sin dall'inizio? Che imponeva ai dipendenti la puzza dei suoi piedi, li licenziava per capriccio, che si sfogava urlando a squarciagola in automobile, che abbandonava fidanzate incinte, e poco altro? Ok, non dico che tutto questo non possa servirci a conoscerlo meglio, ma di solito, quando muore un personaggio importante, tendiamo a farne ritratti virati in rosa. Nel caso di Steve Jobs sembra che stia succedendo il contrario, il che potrebbe stupire chi ricorda l'incredibile cordoglio telematico che esplose due anni fa anche in Italia.

Già la biografia di Isaacson, uscita in tutta fretta pochi giorni dopo, mostrava di non volerci risparmiare i dettagli più sgradevoli della sua personalità. Anche il rassomigliante Ashton Kutcher non si preoccupa minimamente di rendere il suo Jobs più simpatetico di quanto non fosse l'originale: è un manager tarantolato che non riesce a tenere le gambe ferme sotto il tavolo del Consiglio di Amministrazione, terrorizza i dipendenti, taglia teste senza scrupoli - e nel mentre ogni tanto si fa venire qualche buona idea, il Mac, l'Ipad - dettagli, sembra che quello che interessi davvero lo sceneggiatore siano le lotte per la carica di Amministratore Delegato. E dire che la prima parte del film era stata promettente: Jobs avrebbe potuto essere un meraviglioso film per nerd, un viaggio nell'età dei pionieri, quando programmare un videogioco significava anche fissare i circuiti con un saldatore. Secondo me ci sarebbe mercato per un film così... (continua su +eventi)

martedì 19 novembre 2013

Abdia, per piccino che tu sia

Ma neanche un rotolo (San Marco, Venezia)
19 novembre - Sant'Abdia (600 aC) - minuscolo profeta di sventura

Nella Bibbia ebraica c'erano quattro libri intestati ai profeti: Isaia, Geremia, Ezechiele e i Minori - lo so, c'è anche Daniele, ma è un caso tutto particolare, non facciamola troppo complicata. Isaia (che in realtà è il nom de plume di più profeti) è il poeta; Geremia il brontolone, Ezechiele il visionario, i Minori sono dodici e hanno il libro più breve. I cristiani ebbero la bella pensata di dividerlo in dodici minuscoli libretti, alcuni poco più che cartigli. Quello di Abdia è il più corto di tutti, ventuno versetti, appena lo spazio sufficiente per augurare sciagure a un popolo beduino (gli Edomiti) colpevole di aver collaborato con Nabucodonosor II, l'invasore babilonese.

Gli Edomiti discenderebbero da Esaù, il figlio di Isacco che cedette la primogenitura al fratellino Giacobbe in cambio d'un piatto di lenticchie: così che al posto della famosa terra del latte e del miele alla sua discendenza capitò il deserto del Negev, e una malcelata invidia per il popolo eletto. Non è chiaro quanto gli edomiti effettivamente contribuirono alla sconfitta del Regno di Giuda, ma sicuramente profittarono delle deportazioni ordinate da Nabucodonosor per sconfinare e trasferirsi in quella terra più fertile. Agli ebrei non restava che maledirli, ed è quello che fece, molto sinteticamente, Abdia: vi siete appostati ai bivi per sterminare i nostri fuggiaschi? Avete consegnato al nemico i suoi superstiti, nel giorno della sventura? Bene, il giorno del Signore è vicino: tutte le vostre azioni ricadranno sul capo. Giacobbe sarà fuoco e voi sarete paglia. Sarete sterminati, ovviamente, e le tribù d'Israele s'ingrandiranno sulle vostre rovine... (continua sul Post)

domenica 17 novembre 2013

La bad company del (nuovo) centrodestra

Una scissione nel centrodestra era uno scenario che fino a pochi mesi fa nessuno avrebbe osato immaginare. Eppure non è una mossa così illogica, e potrebbe persino rivelarsi vincente. È l'esito delle tensioni scatenate dalla permanenza di questo governo paradossale, sostenuto da due partiti contro la volontà dei loro stessi elettori. Sia Berlusconi sia il suo concorrente più plausibile - Renzi - si trovano nella scomoda condizione di dover preparare una campagna elettorale mentre sostengono un governo impopolare. Entrambi non hanno troppa fretta, e però più tempo passa più rischiano di perdere consensi. Che fare?

In aprile io, per esempio, senza intendermi di politica, suggerivo ai renziani di smarcarsi dal Pd e di lasciare che al governo andassero i rappresentanti del vecchio partito - una specie di bad company del consenso, che avrebbe attirato a sé tutto il malumore per l'accordo con centristi e PdL e per le politiche impopolari che avrebbe avallato. Ovviamente nessuno mi prese sul serio; però cinque mesi dopo qualcosa del genere l'ha combinata Berlusconi: Alfano e i ministri del Pdl vengono esternalizzati, più o meno forzati a costituire un partito che fungerà da bad company. Si accolleranno tutte le responsabilità di un governo che davvero fin qui non ha fatto molto per compiacere l'elettore di centrodestra; e nel frattempo Berlusconi è finalmente libero di sguazzare nell'opposizione, il ruolo che più di tutti gli è congeniale. Sganciata da ogni responsabilità, la nuova Forza Italia può ora andare in cerca di nuovi bacini di consenso: e se si gioca con abilità la carta dell'euroscetticismo, potrebbe recuperare molti astensionisti e persino qualche ex elettore pentastellato o democratico. Quanto al destino elettorale del Nuovo Centrodestra di Alfano, il precedente di Futuro e Libertà è abbastanza eloquente - a meno che lo stesso Berlusconi non decida di tenerli in vita come lista civetta per disturbare i centristi.

Certo, alla nuova Forza Italia - Abbasso Europa servirebbe un leader energico, e il Berlusconi che vediamo in questi giorni non lo è più (continua sull'Unita.it, H1t#205 L’età, la salute, le preoccupazioni giudiziarie, il protagonismo che gli ha impedito in tutti questi anni di individuare e crescere un successore all’altezza (anche in famiglia): tutte cose che cominciano visibilmente a pesare; ora come ora il principale problema della prossima campagna di Berlusconi sembra Berlusconi stesso. La distanza col personaggio che nel ’94 sprizzava ottimismo da tutti i pori è immensa. E però B. è già stato dato per spacciato tante volte: e per quanto azzardate possano sembrare le sue mosse, fin qui sembrano le migliori a sua disposizione.
Tra qualche giorno il parlamento voterà la mozione di sfiducia m5s alla Cancellieri, e Renzi – che si è pubblicamente pronunciato per le dimissioni – si troverà in una situazione imbarazzante: se la ministra otterrà la fiducia, come appare più che probabile, gli sarà rinfacciato di averne chiesto le dimissioni soltanto a parole, mentre nei fatti i parlamentari Pd della sua area continuano a sostenere fedelmente il governo Letta. E in effetti le cose stanno così: criticare la Cancellieri è una mossa elettorale, sostenere il governo è una scelta politica, e Renzi è costretto a muoversi in entrambe le scarpe. Poi succederà qualsiasi altra cosa e nel giro di qualche settimana ci saremo dimenticati anche di questa; ma a lungo andare queste situazioni non possono che indebolire l’immagine del futuro leader di centrosinistra. Non è da tutti essere di lotta e di opposizione: forse non è mai riuscito bene a nessuno. A questo punto però non è più un problema di Berlusconi: lui si è tirato fuori. Buona mossa, bisogna ammetterlo. Magari gli è capitata per caso, magari non si rende conto più di quel che gli stanno combinando attorno: ma la mossa resta buona.http://leonardo.blogspot.com

sabato 16 novembre 2013

Ma il Fatto cosa pensa di te?

"Esclusiva", la chiamano. 

Caro lettore, che magari vieni dopo aver sentito "le risate choc" di Nichi Vendola sul Fatto Quotidiano, vorrei premettere una cosa:

Io non credo che tu, mediamente, sia un coglione.

Invece chi ha confezionato le "risate choc" di Nichi Vendola sul Fatto Quotidiano, cosa pensa di te?

- Non ha una grande fiducia nella tua memoria: stralci dell'intercettazione erano stati pubblicato un anno fa (qui dal Giornale). Adesso invece è un'"esclusiva" del FQ.

- Non ha molta fiducia nemmeno nella tua capacità di mantenere l'attenzione: rispetto al Giornale di Sallusti, il contenuto è molto semplificato. Non ti è richiesto di seguire un ragionamento o ricostruire un caso dagli indizi, ma di ascoltare una risata e di indignarti.

- Presume che tu, di indignarti, abbia un certo bisogno. Una necessità quasi fisica, a cui il Fatto dovrebbe rispondere con intercettazioni compromettenti, potenti che discutono di nascosto, ecc. ecc. Una scarica di adrenalina per farti cominciare bene la giornata.

- Allo stesso tempo, ha paura che tu non riesca a indignarti al momento giusto; forse perché il Fatto ci prova tutti i giorni, il Giornale ci prova tutti i giorni, Beppe ci prova più volte al giorno, anche Repubblica e Corriere ogni tanto ci provano: e ogni volta bisogna alzare un po' la dose. Donde la necessità di trasformare una mezza risata in una conversazione in una "risata choc", nientemeno che sui morti di cancro.

- Pensa che tu sia abbastanza ottuso da non capire che Vendola non ride dei morti di cancro, ma della figuraccia combinata dal pr Archinà quando davanti alle videocamere scippò un microfono a un giornalista che faceva domande a Riva. Vendola canzona l'interlocutore con un'affettuosità magari diplomatica - ma che se ne frega della diplomazia, tu hai bisogno di indignarti tutte le mattine, quindi, insomma, ascolta il Presidente della Regione che ride delle morti di cancro!

- Ritiene che la tua indignazione, tanto esercitata da essere ormai esausta, abbia bisogno per riattivarsi quotidianamente di supporti audiovisivi come, ad esempio, la musica inquietante. Una base massiccia, da playstation. Chi confeziona questa roba ti considera più o meno così: un utente di un videogioco che al mattino, prima di cominciare la giornata, accende e ammazza un po' di cattivi sui social. Li ammazza a colpi di indignazione, sono tutti ladri! devono andare a casa! a lavorare! ecc. Un giudice poi deciderà se la telefonata provi in qualche modo un'effettiva complicità di Vendola coi Riva, ma chi ha confezionato le "risate choc" non è che si preoccupi più di tanto di come andrà il processo. Pensa che tu abbia semplicemente bisogno di odiare un politico tutte le mattine, e un politico che parla al telefono con il rappresentante di un'industria altamente inquinante dovrebbe saziare i tuoi appetiti. Fino alla prossima intercettazione.

- Siccome lavora in un quotidiano, butta lì anche dei testi. Ma è da un pezzo che ha smesso di credere che tu li leggerai davvero. Usa un font ansiogeno come la musica, poco leggibile, ma graficamente perfetto per quello che le parole rappresentano: muretti di testo piazzati tra una scena e l'altra del videogioco. Certe volte erano in inglese, le ignoravi e comunque qualche nemico riuscivi ad ammazzarlo lo stesso.

- Crede che tu odierai il politico per partito preso. Qualsiasi cosa faccia, è senz'altro sbagliata, perché i politici sbagliano sempre. Lui crede che tu la pensi così. Un politico che telefona? I politici non dovrebbero telefonare, consumano banda. Un politico che parla al telefono al pr di un industriale? Sarà senz'altro per congiurare alle spese del cittadino, per aiutarlo a realizzare qualche ruberia o strage. Vendola, governatore di centrosinistra, doveva mediare tra i sindacati che volevano tenere aperto lo stabilimento e un'opinione pubblica che lo voleva chiuso; il suo ruolo richiedeva anche che mantenesse i rapporti con la proprietà. Un presidente di regione non dovrebbe farlo? No, Vendola dovrebbe starsene in un angolino del suo ufficio a prosodiare alati ditirambi, non a mediare tra cittadinanza sindacati e proprietà, è uno scandalo! Un presidente che media, e mentre media, ridacchia pure coi suoi interlocutori, invece di singhiozzare continuamente al pensiero dei morti di cancro. Quando li eleggerai tu, i politici, non faranno così (pensano al Fatto). Saranno veri cani da guardia, se prenderanno il telefono per interloquire con un industriale passeranno il tempo ad abbaiargli: vergogna! inquinatore! assassino!!!! a casa! !!!!undici. I problemi si risolvono insultandoli.

Non è che la pensino veramente così, al Fatto - non son mica coglioni. Dal niente han messo su una bella realtà industriale: per esempio ogni volta che qualcuno clicca sulle "risate choc", ogni volta che tu vai a indignarti sulle "risate choc" sui "morti di cancro", loro realizzano un guadagno. Sulle risate choc sui morti di cancro. Pelo sullo stomaco, insomma, non gli manca: e coglioni non sono sicuramente.

D'altro canto, cosa pensano di te?

giovedì 14 novembre 2013

È eh

"La lingua! Ci rifletti mai?"
"Eh".
"Che cosa incredibile. Che fonte di affascinanti misteri e paradossi. Pensa alle flessioni".
"Preferirei di no".
"Gli antichi indeuropei avevano forse declinazioni a dieci casi, che si sono poi andate semplificando".
"Mano male".
"Il latino - come sai bene - conosceva sei casi, l'italiano uno solo. Ma questo che significa?"
"Non saprei".
"Che gli uomini preistorici avevano una grammatica più complessa della nostra?"
"Eh".
"Che affascinante mistero. Leggevo proprio ieri che due linguisti, attraverso un attento studio comparativo, sono arrivati a individuare la prima parola universale".
"Eh?"
"Precisamente: è la prima parola comprensibile in tutte le lingue del mondo".
"E quale sarebbe?"
"Eh".
"Non me la vuoi dire?"
"Te l'ho già detta, eh".
"Va bene, mi sarà sfuggita".
"Ma no, è eh".
"Vabbe', è inutile che mi ridi in faccia".
"Non ti sto ridendo in faccia. Ti sto dicendo che la prima parola universale è eh".
"È un indovinello?"
"Non è un indovinello. È eh".
"Va bene. Mi è sfuggita. Forse mi ero distratto. Me la puoi benissimo ridire, che ti costa?"
"Ma te l'ho ridetta".
"Ah sì?"
"Sì, è eh".
"...E ti dispiacerebbe enormemente ridirmela di nuovo?"
"Eh".
"Eh?"
"Precisamente".
"Precisamente è la prima parola universale?"
"No, eh".
"E allora la prima parola universale è..."
"Però per favore concentrati".
"Sono concentrato".
"È la prima parola universale. Tutti i popoli del mondo la possono capire".
"Tutti".
"Ha lo stesso significato in tutte le lingue. Non possono esserci fraintendimenti, equivoci, errori".
"E questa incredibile parola è..."
"Eh. Se la dici a un ottentotto, lui capisce quello che stai cercando di dirgli. Eh".
"Non sono un ottentotto".
"A maggior ragione".
"E quindi?"
"Eh".
"Non me la vuoi dire?"
"Te l'ho appena detta".
"Ah sì?"
"Eh".
"E RIDIMMELA UN'ALTRA VOLTA".
"EH! EH! EH È LA PRIMA PAROLA UNIVERSALE".
"CE L'HAI CON ME? PENSI CHE SIA DIVERTENTE?"
"NON È DIVERTENTE. È EH".
"GIANNI, ASCOLTAMI, SIAMO SU UN BLOG IMPORTANTE. UN LUOGO DOVE SI FANNO DISCUSSIONI RAFFINATE. ORA PER FAVORE, DIMMI 'STA CAZZO DI PAROLA UNIVERSALE".
"MAVAFFANCULAMAMMET'"
"Lo sospettavo".

mercoledì 13 novembre 2013

Giovane, carina, molto occupata

Giovane e bella (François Ozon, 2013).

Vi state sensibilizzando?
Isabella ha compiuto 17 anni ed è uno schianto. Ha una madre che non le fa mancare niente, un patrigno che l'ama come un padre, un fratellino che si strugge per lei e forse non riuscirà a toccare nessun'altra donna. Isabella è giovane e meravigliosa e tutti si aspettano da lei una serie di mosse precise: perdere la verginità una notte in spiaggia con un ragazzo straniero bellissimo, e poi tornare a Parigi e tra una lezione e una festa trovarsi un fidanzato, magari innamorarsi davvero, comunque cominciare una liaison benedetta dai parenti da interrompere prima della laurea (quando incontri il padre dei tue due figli, da cui divorzi verso i 35). Perché più o meno è quello che fanno tutte le belle ragazze di buona famiglia nei romanzi e nei film, e i genitori lo sanno, si tengono al corrente, hanno già cominciato a lasciarti i preservativi in bella vista in bagno. Peccato che a Isabella di tutta questa trafila postpuberale contemporanea non freghi nulla.

Isabella ha appena compiuto 17 anni e le piace far sesso con gli sconosciuti. Non tanto il sesso in sé, ginnastica a tratti piacevole ma generalmente noiosa. Ma dare appuntamenti a voci misteriose con un cellulare clandestino; viaggiare nel ventre di Parigi con una missione segreta; cambiarsi nei bagni, diventare più grande e poi di nuovo più piccola; intrufolarsi come un agente segreto negli alberghi esclusivi, ottenere da mani trepidanti una misura precisa della propria bellezza (cinquecento euro a botta), tutto questo è senz'altro pericoloso e sconsigliabile e a Isabella piace. Jeune et jolie è stato presentato a Cannes come La vita di Adèle, cui somiglia come un fratello cattivo: all'amour fou delle ragazze di Kechiche, Ozon oppone la frigidità sentimentale di Isabella. E tanto appassionato è il regista di Adèle (ai limiti dello stalking) tanto stavolta sembra glaciale Ozon. Non importa quanto vecchi od odiosi saranno i clienti di Isabella: nulla riuscirà a sporcarla, nulla è irreparabile.

L'avessi visto in qualsiasi altro momento, Jeune et jolie mi avrebbe innervosito.. (continua su +eventi!)

martedì 12 novembre 2013

Dal mercimonio al degrado antropologico

Chi ha coniato l'odioso termine "Baby-squillo"? Il nome del titolista che per primo condensò uno scandalo in quattro sillabe probabilmente non lo recupereremo mai. E quando avvenne l'irreparabile battesimo? Una breve ricerca nell'archivio on line dell'Unità porta a un risultato sorprendente. Di "baby squillo" si parlava già nel 1976 - quasi quarant'anni fa. "La violenza quotidiana alleva le baby-squillo", scriveva Massimo Cavallini, e la sua prosa da sola basta a farci sentire la distanza:
"I personaggi si muovono con prevedibile scelleratezza. C'è il grande corruttore, il genio del male che trascina decine di fanciulle sulla via della perdizione, fino al mercimonio del loro giovane corpo: c'è la vecchia "maitresse", rotta ad ogni vizio, incartapecorita nella propria dissolutezza, che accuratamente educa alla professione le neofite del meretricio; ci sono i clienti ricchi ed annoiati, pronti a pagare cifre favolose per rapporti mercenari; c'è il medico corrotto, il "fabbricatore di angeli", che dietro lauti compensi stronca la vita che nasce dall'amore, anche quello a pagamento".
Il pezzo prosegue così per quattro colonne fitte, su un paginone senza foto. In mezzo a tanta retorica irrimediabilmente fuori moda, l'espressione "baby squillo" galleggia come un anacronismo. Oggi facciamo frasi più brevi, abbiamo paura di addormentare il lettore. Ma sempre retorica è; abbiamo semplicemente cambiato il modello. Oggi Marida Lombardo Pijola risponde a Silvia Gigli che sulle colonne dell'Unità le chiede "Come si è arrivati a questo?", spiegando che "negli ultimi vent’anni in Italia i costumi si sono trasformati, c’è stato un degrado sociale, politico, umano e antropologico incarnato da una persona, da un regime e da una tv che ci hanno segnati. I ragazzi sono cresciuti circondati da messaggi precisi sul sesso, lo strapotere del denaro, il disvalore del corpo delle donne. Sono stati accerchiati e martellati da queste informazioni fin da piccolissimi».

Degrado sociale, politico, umano e ovviamente antropologico, qualsiasi cosa ciò voglia dire: tutto questo incarnato da una persona e non c'è nemmeno bisogno di spiegare chi sia. Regime. Tv. Disvalore del corpo delle donne. Il tutto sarebbe una novità degli ultimi vent'anni, insomma niente baby squillo prima del 1997. Prima di allora evidentemente non c'erano "incontri sessuali nei bagni [delle scuole]", niente mamme dietro "che spingono per il successo o il denaro facile" (anche a dire il vero è stata una mamma a scoperchiare il caso, ma passi). Tutto questo non sarebbe che uno dei pesanti lasciti del berlusconismo.

Nel 1976 ovviamente Cavallini non poteva pensarla così. Nemmeno poteva incolpare il web, oggi fonte delle "prime informazioni sul sesso - distorte, parziali o amplificate dal web e senza alcuna mediazione da parte degli adulti". Poteva però già prendersela con una "civiltà fondata sul predominio del denaro", con la Torino bene, la città dove "il più grande quotidiano aveva organizzato una petizione popolare per l'abolizione della legge Merlin. È non è forse un luogo comune  affermare che la prostituzione è il più antico mestiere del mondo?"
"Antico, certo, almeno quanto l'ingiustizia, e oggi molte ingiustizie considerate ineliminabili non vengono più ritenute tali. Cresce ogni giorno il numero di coloro che le vogliono cancellare". 
Bel finale ottimista: ci si prostituisce, ci si è sempre prostituiti, ma se lottiamo insieme un giorno non sarà più così. Se devo essere onesto preferisco questo vecchio tipo di retorica al nuovo, quello che continua ad attaccarsi ai soliti obiettivi polemici (Berlusconi, la tv, e da qualche anno anche il web), senza farci intravedere uno spiraglio; e soprattutto al coro dei terapeuti che spiegano a Silvia Gigli che è colpa "nostra", il pezzo dice proprio così, che puntano il dito contro "noi genitori". "Non diamo loro mai situazioni di affettività". In che senso? I nostri genitori ce ne davano molte di più? (No: e infatti qualcuno faceva sesso nei bagni della scuola anche ai nostri tempi, a volerselo ricordare). "Nessuno si sforza di conoscere il loro alfabeto, di capire il loro linguaggio". Proprio nessuno nessuno? E dire che stanno tutti su facebook, in teoria potrebbero essere la generazione più monitorata della Storia (altrove i ragazzini stanno lasciando Facebook proprio per questo motivo). Ma soprattutto non passiamo mai abbastanza tempo con loro, i terapeuti si lamentano di questo. Abbiamo tutti questi impegni, ad esempio lavorare. Una volta non era così, le mamme avevano più tempo e infatti ci si prostituiva meno. Ci si prostituiva meno?

Nel 1977 sulla Stampa ricompare l'orrenda espressione baby-squillo. Stavolta però lo scandalo è più vasto, coinvolge "una cinquantina di donne" (continua sull'Unita.it...)

 E’ stata scoperta e arrestata l’organizzatrice del giro di «squillo» che da questa città provvedeva ai bisogni dei ricchi «uomini soli» di Milano e Torino. Si tratta di una signora della società «bene», Celestina Gùalandrìs di 45 anni, che in pochi anni ha accumulato centinaia di milioni. La specialità della Gùalandrìs era di arruolare volontarie dai «quartieri alti», cioè mogli e figlie di dirigenti e personalità, disposte a fare le «belle di giorno». [...] La questura ‘ di Torino sta svolgendo indagini supplementari, perché dai « clienti » torinesi erano richieste soprattutto «baby-squillo», ragazze minorenni ancora inesperte. Questi clienti pagavano, oltre le prestazioni, tutte le spese di viaggio e soggiorno delle giovanissime prostitute.
Anche stavolta nessun cenno alle generalità dei clienti: ricchi, soli, anonimi. Viene in mente quella straordinaria scena di Signori e Signore, in cui il direttore del quotidiano locale è costretto a cancellare un cognome per volta dal suo vibrante pezzo di denuncia, a ogni squillo imperioso di telefono.
Ma Signori e Signore non solo è del 1966 (Berlusconi stava cominciando a vendere i suoi primi condomini) ma è ispirato a fatti realmente accaduti anni prima, raccolti e rielaborati da Luciano Vincenzoni, che scrisse il soggetto con Pietro Germi. Tra le tante storie c’è appunto quella di una ragazza di campagna che arriva in città per comprare, mi pare, un tubo di gomma per l’irrigazione; una bella ragazza cresciuta senz’altro senza tv, neanche in bianco e nero, seguita dalla madre 24 ore su 24; poi arriva in città e il suo comportamento non è esattamente quello che sociologi e terapeuti si aspetterebbero. Non lo fa per una borsa, le basta un gelato e poco più; al contrario di tanti moralisti di oggi Germi non si sofferma più di tanto a giudicarla (gli interessa di più osservare i quattro rispettabili cittadini che cercano di sfangarla). Dieci anni dopo invece Carlo Lizzani gira il suo film meno visto, Storie di vita e malavitaRacket della prostituzione minorile, uno sguardo a tutto tondo su un fenomeno che già allora appariva un po’ più complesso di come lo descrivevano i giornali. Tra i vari casi messi in scena da attrici non professioniste, c’è anche la ragazza studiosa che lo fa per ribellarsi alla famiglia: oggi sottolineeremmo la sua arroganza, e allo stesso tempo accuseremmo il padre (e soprattutto la madre) di non capirla, di non sforzarsi di conoscere il suo alfabeto eccetera. Nel ’75 prevaleva un’altra chiave di lettura: la prostituzione giovanile come spia di un disagio sociale e ovviamente politico. In un lungo discorso alla basilica di Massenzio, Berlinguer accusava la classe dirigente di lasciato il Paese in balia di “spinte che disgregano ogni valore morale, ogni principio di convivenza civile: da cui sempre più preoccupanti fenomeni come quelli della delinquenza, della violenza cieca e irrazionale, della droga, della prostituzione minorile, della disperazione”.
La tv aveva due canali, ancora per qualche anno in bianco e nero. Senz’altro organizzare un racket, o anche un semplice servizio di escort, doveva essere molto più complicato, in un mondo senza internet e cellulari. Ma ci si riusciva anche allora. E ci si preoccupava anche allora. La prostituzione esiste da tantissimo tempo, affermarlo è davvero un luogo comune. Ma come scrivevano sull’Unità più di trent’anni fa, non è detto che debba esistere per sempre. Magari esiste anche un modo per ridurla progressivamente, fino a farla scomparire: non saprei proprio indicarlo, ma non posso escludere che ci sia. Non credo che abbia a che fare con internet, cellulari, tv: la prostituzione (anche minorile) è un fenomeno un po’ meno recente. Non è un’eredità di Berlusconi né dei governi centristi degli anni Settanta. Non evidentemente è un segno della decadenza dei costumi, a meno di voler concludere che i costumi decadano continuamente. Forse è un fenomeno che andrebbe studiato con lenti meno appannate da moralismi e sensi di colpa che fin qui, a quanto pare, non sono serviti a molto. http://leonardo.blogspot.com

venerdì 8 novembre 2013

Scuola di genocidio 1



Ender's Game (Gavin Hood, 2013)

La guerra del futuro la combatteranno i ragazzini. Quelli ancora implumi che non guardano le ragazze e sono imbattibili ai videogiochi. Gli adulti faranno solo i selezionatori, andranno in giro per le scuole medie come mercanti di bestiame in cerca del puledro più promettente. Sarà senz'altro un mingherlino caricato a molla con tutte le frustrazioni proprie dell'età, un fascio di nervi pronti a contrarsi e uccidere. Un giorno videogiocando i ragazzini entreranno in un livello appena appena più elaborato e sarà la guerra. Se ne accorgeranno, di non pilotare grumi di pixel sullo schermo, ma droni veri contro nemici mortali? Farà qualche differenza per loro? Tratto da un classico della fantascienza usa anni '80, Ender's game si è già parzialmente avverato: parla di droni, guerra preventiva, abolizione della privacy in nome della sicurezza; il tutto senza rinnegare la sua vocazione spettacolare.

Sarà anche per l'età del protagonista (il 16enne Asa Butterfield, sempre fantastico), ma rispetto ad altri film di fantascienza della stagione Ender's Game sembra più orientato verso un pubblico giovane, anche a rischio di diventare una specie di Harry Potter Contro Starship Troopers. In particolare il vero Starship Troopers (il romanzo di Heinlein) condivide con Ender un dettaglio rivelatore: è uno dei romanzi più letti nelle accademie militari USA. Ora, la fantascienza militare al cinema ha un problema (in realtà ce l'ha tutta la fantascienza, ma quando è ambientata in scuole d'addestramento si nota di più). Da una parte c'è un pubblico che ha esigenza di vedere battaglie, guerre, nemici annichilati, ecc. A questa domanda la fantascienza non può rispondere con qualche varietà di mostri dalle ovvie cattive intenzioni, che sia lecito sterminare (zombie, vampiri, draghi, orchi). La fantascienza non è costituzionalmente manichea come il fantasy o l'horror; al massimo ti può fornire qualche razza aliena; ma sterminare una razza aliena non è proprio una buona cosa: senti come suona male, sterminare una razza? I film di fantascienza militare ci mettono un attimo a diventare fascisti. Si può ovviare in vari modi: per esempio, immaginare alieni molto cattivi (Independence Day, La guerra dei mondi). Sono loro che hanno cominciato, l'uomo vuole solo difendersi. Guillermo Del Toro ci aggiunge la diffidenza latinoamericana per le forze armate e sostituisce l'esercito regolare con una brigata di robottoni partigiani che resiste all'invasore squamato. E tuttavia anche in casi come questi nello spettatore anche giovane rimane come un retrogusto di propaganda... (continua su +eventi!)

giovedì 7 novembre 2013

Apocrifo del XXI sec






Un assassino assurdo
Sale oggi al patibolo "Monsieur l'Antéchrist"


Un piccolo impiegato francese, un assassino senza movente e senza rimorso. Oggi ad Algeri si esegue la sentenza di morte contro l'assassino che ha fatto
inorridire una nazione. 


Questa è una storia normale. Una storia di un ragazzo spavaldo, cresciuto in una famiglie normalmente complicata in un quartiere né bello né brutto, né alto né basso. "È un bel tipo, sembra più maturo della sua età. Imbronciato, di poche parole. Non piange mai. Neanche davanti a un crocefisso". Un ragazzo andato a scuola nelle scuole pubbliche, buone scuole anni fa all'avanguardia didattica, quando
l'educazione primaria era un valore. Cresciuto in un sobborgo dell'Algeri francese,
un triangolo soffocato dal traffico di auto e tram, bar botteghe e studi medici di media fama e medio prezzo, vecchie scuole ospitate in edifici di mattoni rossi e bandiere tricolori, media e piccola borghesia del commercio e degli uffici, e potrei andare a lungo ammucchiando dettagli inutili ma familiari, non so neanche perché lo faccio. Forse perché non ho la minima idea di cosa scrivere su questo tizio che ha ammazzato un arabo e si è difeso dicendo che faceva caldo. 

I fatti, allora. Meursault, lo chiamano così, qualche mese fa seppellisce sua madre. Durante il rito funebre non tradisce un'emozione. Del resto - come ammetterà al processo - lui e la mamma erano ormai estranei, da quando per motivi economici aveva deciso di confinarla in una casa di riposo. Esce dalla camera ardente per fumarsi una sigaretta, ne offre una anche all'inserviente. Il giorno dopo incontra in spiaggia una splendida ragazza e la invita al cinema. Vanno a vedere un film di Fernandel, l'idolo dei botteghini francofoni, il Checco Zalone d'Oltralpe. Nel buio della sala Meursault fuma e ride, forse comincia a sfiorare la nuova amica. La madre morta non è nemmeno più un pensiero lontano. Non è mai esistita. 

Nei giorni seguenti Meursault è coinvolto da un amico e vicino di casa, Raymond, in una squallida vicenda i cui contorni non sono ancora chiariti. Raymond è un donnaiolo, un violento: frequenta i bordelli, a volte si porta a casa le donne algerine che incontra per strada. Un mattino le urla dal suo appartamento svegliano il vicinato. Il gendarme che accorre trova una ragazza sanguinante. Per amicizia, o complicità maschile, Meursault testimonia che la ragazza aveva una relazione con Raymond, e che il diverbio era scoppiato perché "lo aveva tradito". Pratica archiviata. Ma la famiglia della ragazza non ci sta. Raymond e Meursault scoprono in fretta di essere osservati da occhi impassibili che non si perdono un movimento. Per strada. Sulla spiaggia. Frasi brevissime. Ai lettori piacciono.

In un pomeriggio più torrido del solito, su una spiaggia arsa dal sole scoppia la rissa. Qualcuno estrae un coltello. Raymond viene sfregiato, è solo un taglio superficiale. Meursault rimane tranquillo: ma poi, sotto il sole meridiano, si fa prestare la pistola dell'amico e uccide un membro della gang avversaria. Arrestato, non fa nessuno sforzo di difendersi: tanto l'hanno visto tutti. Non nomina nemmeno un avvocato: gliene viene offerto uno d'ufficio che fa quel che può, ma non riesce a convincere il suo cliente a simulare almeno una lacrima di fronte ai giurati. Meursault non piange: né davanti al feretro della madre, né alla prospettiva della ghigliottina. Sostiene - e sembra sincero - di non essere mai riuscito a provare puro dispiacere per qualcosa. Il giudice istruttore lo ha soprannominato "Monsieur l'Antéchrist", signore Anticristo. Dice di non credere in Dio, e fino a ieri non aveva mai voluto ricevere il confessore. Stamattina alla fine lo ha fatto entrare, ma pare che lo abbia cacciato a male parole. Marie, la ragazza che ha incontrato l'indomani della morte della madre, ha sperato in una grazia fino all'ultimo. Diceva a tutti che lo avrebbe sposato. E invece la vita di Meursault, questa traiettoria casuale e assurda, finisce oggi, com'è cominciata: senza un perché. 

mercoledì 6 novembre 2013

Leonardo non ti giudica

A destra ti giudicano, a sinistra ti amano.
6 novembre - San Leonardo di Limoges, (496-559) liberatore.

All'eremita Leonardo, il primo re cristiano Clodoveo conferì un privilegio singolare: l'amministrazione della grazia. Ovunque avesse incontrato prigionieri, Leonardo avrebbe potuto liberarli. Prima che a lui, questo privilegio era stato concesso al suo maestro, Remigio vescovo di Reims. Nella storia della nazione francese, San Remigio ha un ruolo particolare: è lui il primo vescovo a battezzare cattolicamente un re barbaro, Clodoveo appunto. Con Remigio un clan di barbari diventa la prima dinastia regale della Francia cattolica, i Merovingi. Da lì in poi tutti i re avrebbero cercato di farsi incoronare a Reims, la cui cattedra vescovile sarebbe diventata la più prestigiosa di Francia: quello che per l'Inghilterra è Canterbury, e per l'Italia ovviamente Roma. Alla morte di Remigio, la cattedra fu offerta a Leonardo, suo discepolo, di nobile famiglia intrecciata a quella regale. Leonardo rifiutò, non gli interessava la politica. Preferiva stare in campagna. Ma conservò comunque i privilegi di Liberatore.

Al Metropolitan di New York c'è una sacra conversazione di Correggio, con al centro Marta e Maddalena, e ai lati Pietro e Leonardo. Le due sante rappresentano, ovviamente, la vita contemplativa e quella attiva (anche se all'occhio moderno Marta sembra una suora e Maddalena una modella). Anche Pietro e Leonardo sono complementari: il primo ha ovviamente in mano le chiavi, il secondo le manette. Pietro è la giustizia, Leonardo la grazia. Pietro ti condanna perché è giusto, Leonardo ti libera perché è buono.

Il Leonardo storico, poi, ammesso sia esistito, non si sa quanti prigionieri realmente liberò: la sua scelta di vita in un eremo al centro della Francia profonda non si concilia benissimo col ruolo di negoziatore di ostaggi. Bisogna anche spiegare che ai suoi tempi, e per molti secoli ancora, la prigionia fu un business fiorente. Molta gente rinchiusa nei castelli non è che avesse infranto qualche legge (che peraltro non era quasi mai scritta, e poi tanto nessuno degli interessati sapeva leggere): erano stati catturati in guerra e aspettavano di essere scambiati con denaro o con altri prigionieri. Mille anni più tardi poteva ancora capitare a un aristocratico come Carlo di Valois di restare prigioniero per un quarto di secolo, in attesa che il fratellastro mettesse insieme la cifra necessaria ad affrancarlo. Oppure ci si poteva votare a San Leonardo. L'ultima spiaggia, in molti casi l'unica. Fu Boemondo re d'Antiochia, all'indomani della prima crociata, a riscoprire il santo liberatore dopo i secoli bui; catturato dagli islamici, Boemondo proclamava di essersene liberato invocando San Leonardo, e non grazie all'interessamento di un alleato indigeno, il re d'Armenia. Qualche epidemia e il ritrovamento miracoloso delle reliquie contribuirono alla riscoperta di un santo che aveva rischiato di perdersi nella nebbia dei secoli bui. Anche se ovviamente tutto quello che sappiamo di lui è leggenda, e nessuna di queste leggende è attestata prima del decimo secolo. Ci piace tuttavia immaginarlo a zonzo per la Francia immensa, mentre svuota carceri e prigioni destando l'indignazione di vassalli e servi della gleba, dov'è la certezza della penache razza di Stato di diritto è quello che rilascia i malviventi? eccetera. Uno Stato medievale, senza dubbio. Leonardo se ne frega dell'impatto sociale delle sue azioni; Leonardo ha scelto di essere la grazia incarnata. Alla giustizia ci pensino politici e magistrati. Non è un ministro; avrebbe potuto esserlo per formazione e per lignaggio. Non gli interessava. Del resto anche noi, troppe volte, nei ministri cerchiamo dei santi, degli intercessori (continua sul Post...)

martedì 5 novembre 2013

Cancellieri buh, vergogna, eccetera

Da piccoli abbiamo tutti allenato la nazionale, e dopo aver vinto quei due o tre mondiali, crescendo, ci siamo ritirati sui blog, dove accanto alla lista dei libri e dei dischi migliori del mondo (scelti da noi) al massimo qualche volta ci càpita di presiedere la Corte Suprema dell'Indignazione, quella che ha il potere di chiedere le dimissioni anche a domineddio.

È in tal veste che, dopo aver preso sommaria visione dei fatti riguardanti il ministro Cancellieri e la scarcerazione della sua amica Giulia Ligresti; dopo aver soppesato i pro e contro e scelto le arringhe dei più titubanti difensori (Luca Sofri) e garbati accusatori (Massimo Mantellini) del ministro, dichiaro che, per quanto mi compete

Sono indignato. Credo che la Cancellieri dovrebbe dimettersi.
Segue la motivazione:

Sono indignato perché la Cancellieri ha aiutato un'amica; questo aiuto era perfettamente conforme alle leggi, al buonsenso e alla decenza; non è tuttavia decente che un ministro aiuti qualcuno piuttosto che un altro (anche quando questo uno non è esponente di un'associazione a delinquere a carattere famigliare, che incidentalmente la Cancellieri frequentava). Bisognerebbe aiutare tutti; e siccome ciò è impossibile, nell'esercizio delle sue funzioni un ministro non deve aiutare nessuno. Ho trovato particolarmente convincente Mantellini quando parla della "variabile umanitaria": il nostro problema è che "ci innamoriamo dell’eccezione, specie se questa contiene una quota sentimentale in grado di scaldarci l’animo. In nome di questo siamo disposti a ridiscutere i valori e perfino la struttura dell’organizzazione sociale". È un difetto che riconosco perlomeno in me stesso, ogni volta che sul posto di lavoro abbuono una nota o un'insufficienza perché rifuggo la crudeltà: invece di esercitare le mie funzioni, mi sembra di infierire su un debole o un inerme. Non ha nessuna importanza che questo debole o inerme sia povero o ricco, bianco o nero, e infatti Giulia Ligresti non è povera e non è simpatica; purtuttavia se fossi al posto della Cancellieri non sarei in grado di infierire su di lei, anche se ciò sarebbe non dico doveroso, ma coerente col ruolo che dovrei rappresentare (ministro della Giustizia in una nazione con prigioni indecenti). Capisco insomma la Cancellieri; ma in quanto presidente della Corte Suprema dell'Indignazione la condanno lo stesso a ricevere la mia accorata richiesta di dimissioni. Cancellieri buh! Cancellieri vergogna! Cancellieri dimettiti!

Esaurite le formule di rito, il qui presente si toglie il parruccone e torna un tizio qualunque, e si sente male.

Non per la Cancellieri, bravo ministro ma non indispensabile (tanto più che il governo non sembra dover durare ancora a lungo). Non per Giulia Ligresti, bando alle ipocrisie: a me interessa veramente poco della salute di Giulia Ligresti. Mi sento male perché non mi sembra di aver mai trattato con tanto disprezzo il pubblico, i lettori, gli italiani in generale. Sul serio penso a loro come a un branco di rancorosi pecoroni a cui dare in pasto la vittima sacrificale, la fanciulla della ka$ta anoressica e inetta alla reclusione? Tenerla in prigione piuttosto che fuori non serve a nient'altro che a questo: a soddisfare l'appetito di un pubblico frustrato che non sa con chi prendersela, e vuole il sangue. E io qui con la catinella che mi lavo le mani e mi domando: quid est veritas? Magari avete ragione voi, non sarebbe la prima civiltà ad aver istituzionalizzato i sacrifici umani. Se a questo siamo.

Eh? No, scusate, pensavo a voce alta. Non lo faccio più. A che punto era il coro? Ah sì: Cancellieri buh! Cancellieri vergogna! Cancellieri dimettiti!

domenica 3 novembre 2013

Il partito più e meno democratico

Immaginate un Paese con due partiti. Veramente ce n'è anche un terzo, molto importante, ma il suo proprietario è anziano e non si rassegna a passare la mano, nemmeno ai figli. Gli altri due partiti invece si considerano entrambi a loro modo democratici, anche se questa cosiddetta democrazia non potrebbe prendere due forme più diverse.

Il primo partito è nato un po' prima dell'altro. Riconosce il diritto dei tesserati a esprimere candidature e proposte, ma nei fatti tutte le decisioni vengono prese dal comitato dei fondatori. Prima di poter prendere parte alla discussione i tesserati devono attendere molti mesi. Il secondo partito, anche per volontà di distinguersi, ha aperto le porte a tutti: chiunque può entrare, aderire e votare immediatamente. Ne risulta un certo caos. Li avete riconosciuti? (continua sull'Unita.it, H1t#203)

Il primo è quello nato nel 2005 sotto forma di Meetup Amici di Beppe Grillo, e che oggi chiamiamo Movimento Cinque Stelle. Beppe Grillo ne è presidente, coordinatore e portavoce, e soprattutto possiede il marchio: lo può ritirare a chi vuole quando vuole. Dopo tante insistenze da parte della base, finalmente il movimento si è dotato di una piattaforma digitale, pomposamente definita “sistema operativo” per condividere proposte e iniziative. Per ora però possono accedervi soltanto i tesserati al giugno 2013: una precauzione per evitare le infiltrazioni (anche quando si trattò di nominare un candidato m5s al Quirinale, la consultazione telematica fu ristretta a chi si era tesserato entro il dicembre dell’anno scorso).
Il secondo è il Pd, nato nel 2007, e che da allora non ha praticamente mai smesso di consultare una base magmatica, in perenne evoluzione. All’inizio addirittura il fondatore Veltroni voleva fare a meno di tessere – ma forse aveva in mente un modello plebiscitario, in cui la vittoria alle primarie avrebbe legittimato un leader e il suo staff a prendere qualsiasi decisione ritenesse necessaria. Il leader però era molto meno sicuro del necessario, e la sconfitta elettorale finì per indebolirlo anche agli occhi di chi lo aveva sostenuto. Da lì in poi ha ripreso forza l’idea di un partito radicato attraverso federazioni, sezioni e tesseramenti: senza che l’ideale plebiscitario tramontasse del tutto. Il risultato è il caos di questi giorni, denunciato da Cuperlo e preannunciato da CivatiI vecchi rais delle tessere rialzano la testa, e a contrastarli non esiste nemmeno più quella norma di buon senso per cui durante una campagna congressuale il tesseramento dovrebbe essere sospeso.
Il risultato è paradossale: il Pd ‘verticista’, il Pd ‘baluardo della partitocrazia’, è di fatto il movimento politico più aperto e scalabile che esista in Italia. Al confronto il M5S, con la sua selezione all’ingresso, sembra una setta esoterica. In realtà entrambi i partiti sono meno democratici di quanto li vorremmo. Il M5S non riuscirà probabilmente mai, per costituzione, a liberarsi dal suo padre-padrone; il Pd sta per nominare il suo quinto segretario in sei anni, eppure non riesce a trasformare un’occasione di democrazia in qualcosa di diverso da una guerriglia tra gruppi dirigenti, condotta sezione per sezione.http://leonardo.blogspot.com

venerdì 1 novembre 2013

Vedovi non ci si improvvisa

Madonna quanto sei brutta

Aspirante vedovo (Massimo Venier, 2013)

Più di mezzo secolo è passato e la Torre Velasca è ancora là. Spuntata come un fungo nelle notti umide e ruggenti del boom, non si è piegata a tornadi e tangentopoli e ha resistito a ogni tentativo di rivalutazione: è brutta, incredibilmente brutta, sarà sempre più brutta, e nel 2012 il Daily Telegraph lo ha inserito tra i venti edifici più brutti del mondo. Ma Dino Risi lo aveva capito nel '59: per darci tutto il brutto del boom e di Milano, inutile darsi pena di costruire set e ambienti: bastava far scorrere i titoli di testa su quel torrione malvagio. L'incapace Nardi e l'insopportabile Elvira non potevano vivere che lassù, prigionieri reciproci intenti a torturarsi fino che morte non li separi. E se la morte non si dà una mossa, le si può sempre dare una spinta...
Cinquant'anni dopo, c'è ancora qualcuno lassù. Perlomeno di notte si vedono luci. Nuovi Nardi dribblano i fallimenti e nuove Elvire tessono trame. Non c'è motivo per non provare a raccontarle. Con buona pace dei cultori della commedia italiana, Il vedovo è un buon canovaccio che ogni tanto bisognerebbe ricordarsi di rifare - semmai la notizia è che abbiamo aspettato così tanto, al punto che il nuovo Nardi risulta nato dieci anni dopo la morte del vecchio. Non è un capolavoro indissolubilmente impregnato dello spirito di quei tempi; non è Il sorpasso, ammesso che il Sorpasso sia questo; e poi quest'anno abbiamo avuto in sala pure un tentativo di 8 e mezzo: come ci si fa a offendere se qualcuno raccatta due facce note della televisione e prova a rifare il Vedovo?  E invece c'è qualcuno che si offende. Giù le mani da Albertone, giù le mani da Franca Valeri, formidabili quegli anni. Sì.

Erano anni formidabili. Sordi faceva dieci film all'anno, e nel '59 tra l'altro vinse David e Nastro con la Grande Guerra: insomma era al picco di una lunghissima carriera. E mentre era al picco recitava in un film al mese: alcuni di questi, come il Vedovo, realizzati palesemente con due lire. Risi, che era pur reduce dal successo della trilogia di Poveri ma belli, gira tutto in tre stanze e in una villa di campagna. Vi ricordate che Nardi, quando scopre che Elvira è ancora viva, si ritira in convento? Se ridate un'occhiata al film, scoprite che il convento non c'è: una strada di collina, un albero, un frate che cerca di insegnare ad Albertone a far rispondere gli uccelli, e via che si va. Erano gli anni del boom, la gente andava al cinema una volta alla settimana, i soldi scorrevano copiosi dai botteghini - e però Risi continuava a girare con due lire.  Oggi invece c'è la crisi, e Venier non bada a spese - perlomeno l'impressione è quella: conferenze, aeroporti, grattacieli; tutto fotografato persino con qualche pretesa artistica. Venier può trasformare la Velasca da semplice fondale a presenza granulosa e ostile; Venier può concedersi il lusso di far recitare gli attori più difficili, gli animali. Ma qualunque cosa faccia (e alcune sequenze sono fatte davvero bene) pubblico e critici preferiranno sempre il filmetto girato in pochi giorni da Dino Risi nel '59, così come nessuna Audi Quattro sostituirà nel loro cuore la Cinquecento della loro prima pomiciata. E poi certo, De Luigi non è Sordi, ma lo sa. Il riflusso e la crisi gli hanno messo a disposizione decine di altri modelli di rampante frustrato, ma lui rimane un po' sfuocato; è davvero difficile immaginarlo palazzinaro o faccendiere... (continua su +eventi!)

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