venerdì 31 gennaio 2014

I rinoceronti e i figli dell'Apocalisse

In questi giorni sto assistendo a due fenomeni abbastanza inquietanti, e mi è venuto in mente che siano due facce dell'unico fenomeno; mi piacerebbe poterne discutere qui, senza litigare.

(Sarà difficile).

Da una parte c'è una discussione sulla legge elettorale che mi sembra arrivata all'ultimo atto dei Rinoceronti di Ionesco, quando ormai sono tutti diventati perlappunto rinoceronti, e gli ultimi umani non si vogliono rassegnare (anche se cominciano a invidiare quel bel grigio corazzato).

All'inizio era un dibattito tra Democrazia e Governabilità; pare che stia vincendo quest'ultima al punto che c'è gente che si meraviglia, maccome, a uno che raccolga il 37% dei suffragi vuoi togliergli il sacrosanto diritto di governare per cinque anni? Di colpo l'orizzonte del 50%+1 viene definito utopico. Nel frattempo Stephen Hawking ha dei dubbi sui buchi neri, ebbene anche l'utopia va ridefinita: non è più un mondo di uguaglianza pace e libertà, ma un posto dove governa chi ha la maggioranza assoluta, cioè senti che brutta parola: assoluta. Non ti fa pizzicare un po' il naso, non senti odore di totalitarismo? Uno che riesce a piacere al 50%+1 del suo corpo elettorale deve avere davvero qualcosa da nascondere. Per dire, non c'è riuscito nemmeno Berlusconi - in realtà non c'è riuscito mai nessuno. Infatti di solito si tira avanti a coalizioni - eh, no, non si può più. Adesso si chiamano "inciuci" e sono orribili, la fonte di ogni male. Voi credevate che il malgoverno degli ultimi anni dipendesse dalla scarsa qualità della classe dirigente berlusconiana? sbagliato, la colpa di tutto è l'inciucio, l'inciucio totale, bisogna evitare l'inciucio e tutto andrà bene.

(Questo paragrafo si può allegramente saltare) La memoria corre ovviamente a Veltroni e alla sua fobia dei cespugli, in parte giustificabile, ma che già in quella fase si stavano raggruppando, sicché sarebbe bastato dare spazio a una federazione verdi-rifondazione per avere una chance. Veltroni preferì perderla, perché era stanco di tutti questi cespugli che impedivano la crescita del vero centrosinistra: piuttosto perdiamo un turno e regaliamo altri cinque anni a Berlusconi ma disboschiamo i cespugli e vedrete. Vedemmo. Una volta disboscato i cespugli, Veltroni non fece più niente: rimase lì con la pompetta del ddt in mano, mezzo intossicato, lo pizzicarono in giugno e convocò una manifestazione in ottobre. Renzi è senz'altro diverso. I want to believe.

I rinoceronti, sono belli, tozzi, puntuti, non li smuovi neanche con l'Europa. Quando gli fai presente che in realtà succede in tutte le democrazie decenti, per dire in Germania si fa la Grosse Koalition e non sembra che se la cavino malaccio; pure in Inghilterra, quel luogo di uninominalisti senzaddio, può succedere che Cameron non abbia abbastanza seggi per governare e debba allearsi coi liberali; è senz'altro increscioso ma alla fine se la maggior parte dei cittadini non ti vuole, non ti vuole: sennò si fa un po' fatica a chiamarla democrazia, no? No. La Germania, dicono, è fatta per i tedeschi; la Gran Bretagna lasciamola agli albionici, noi abbiamo questa diversità mediterranea per cui coalizioni brutto brutto brutto BRUTTO. Deve esserci un uomo solo al comando, e se non ha i numeri dobbiamo trovare un algoritmo per darglieli, 'sti numeri, solo così finalmente sarà libero di lavorare, senza cespugli, senza lacci e lacciuoli, quelli che remano contro, i disfattisti, eccetera.

Insomma forse mi sbagliavo su Renzi, forse non ha fatto scrivere la legge elettorale a Berlusconi per dabbenaggine, ma perché è giusto così; chi se non Berlusconi può rappresentare al meglio questa tendenza rinocerontica? È da vent'anni che si lamenta perché non lo lasciano lavorare, ché se solo potesse avere un consiglio d'amministrazione come lo vuole lui, vedreste che roba, vedreste. E in fondo la cosa ha anche un senso, il tizio è arzillo ma definitivamente sputtanato, può fare fuoco e fiamme ma non dovrebbe potersi ricandidare, al 37% è più facile che ci arrivi Renzi: e se arriva al 37, vuoi non dargli Palazzo Chigi? Ma pure Palazzo Madama in usucapione, tanto il senato 2.0 si farà in videoconferenza.

Questa è la prima tendenza.

La seconda è rappresentata dalle vene sul collo di Grillo, che secondo me non stanno passando un buon momento. Scherzo, il tizio è un attore; se s'incazzasse davvero un decimo di quello che s'incazza per contratto ci avrebbe lasciato da parecchi anni. E però con tutta la sua esperienza Grillo si trova nella situazione dell'insegnante supplente al primo incarico, che appena entrato trova un motivo per incazzarsi, magari un motivo giustissimo, e quindi urla; e però sbaglia il timbro, la frequenza, il volume, cioè urla troppo forte. Il problema di chi urla troppo forte è che da lì in poi non si può salire: hai bruciato le tue cartucce troppo presto. Magari tra dieci minuti qualcuno negli ultimi banchi fa una cazzata veramente seria e tu non hai più voce.

Purtroppo Grillo non fa l'insegnante ma il profeta. Da mesi sta tenendo la sua cerchia allargata (i parlamentari) e quella più estesa (gli attivisti) in una dimensione parallela dove tutti sono nemici, tutti! Sono morti! Ci vogliono morti! Non potete allearvi con nessuno! Non potete fidarvi di nessuno! Sta per venire giù tutto! Quasi un anno così: c'è da stupirsi che sbrocchino? Sono stati fin troppo calmi fino a questo punto, in sostanza vivono in una paranoia quotidiana. Probabilmente a certi livelli avviene una specie di assuefazione, per cui non importa quanto il capo stia abbaiando A casa! Tutti morti!, tu in realtà a Roma ti diverti, è una bella città, qualche soldo riesci a risparmiarlo, magari se nessuno t'inquadra passi pure dalla buvette, ecco, che si può fare per evitare una deriva così? Non resta che urlare ancora più forte A casa! Tutti morti!, ma come fai a gridarlo più forte di così?

Aggiungi la difficoltà a calibrare l'intervento; per cui persino quando potresti avere qualche ragione (sulla ricapitalizzazione di Banca Italia gli hanno riconosciuto qualche ragione pure quelli di Noise from Amerika, decisamente non signoraggisti) non riesci a fare un'ostruzione o una sensibilizzazione efficace, perché questi tizi li hai ridotti a puro istinto, puro impulso: o dormono o urlano. Poi cominciano le ripicche insensate e le battaglie assurde, la Boldrini nemico del popolo, Napolitano traditore eccetera, se c'era spazio per discutere della ricapitalizzazione lo hanno sprecato a sbavare contro i deputati della maggioranza. Di Battista è fuori di sé, tra un po' sfonda porte aperte coi busti di Giolitti e noi subito a pensar male, ma se uno vive tutti i giorni in una dimensione alienata non ha neanche bisogno di sostanze. Cosa faranno domani? Come faranno a urlare più forte di così? Aventino? Bombe carta? E chi lo sa.

Il guaio è che non sono soltanto i parlamentari. Ci sono milioni di persone in Italia che li seguono, che li rivoteranno, che leggono o ascoltano Beppe Grillo e vivono nella stessa dimensione paranoide. Quando Bersani ebbe il malore, ci fu tra mille commentatori chi spiegò che non era in pena per lui perché aveva causato "l'impoverimento di dieci milioni d'italiani". Bersani. E d'altro canto se Bersani è l'unico che sono riusciti a mandare a casa, per gonfiare un po' il risultato non resta che mettere tutto in conto a Bersani. Questi magari al 37% non ci arrivano. Va bene. Potrebbero comunque essere decisivi al tie-break, pardon, ballottaggio. Per favore, non date per scontato che tra Renzi e un berlusconiano scelgano Renzi. Chissà quanti milioni di poveri si scoprirà che ha fatto Renzi da qui a un anno su Beppegrillo.it.

Poi magari un bel giorno anche Grillo esploderà, per quanto consumato attore non può urlare all'infinito. Oppure i grillini si stancheranno dell'eterna apocalisse annunciata. Di solito cosa succede in quei momenti? In certe sette c'è qualcuno che passa col veleno. Oppure le barricate. Probabilmente anche quest'ultima opzione è prevista. In fondo non c'è una sola rivolta negli ultimi dieci anni in Europa e dintorni che abbia avuto l'esito previsto dai rivoltosi (Tunisia?) Peraltro a quel punto l'Italia avrà un Premier libero e forte in grado di fronteggiare qualunque sommossa senza l'intralcio di alleati dubbiosi od oppositori, e che potrà contare sulla benevola attenzione dei media, che si stanno riallineando già.

Quindi.

Quindi, insomma, da una parte si mette per iscritto ormai senza pudore che un terzo degli italiani deve avere diritto su tutto e gli altri nulla; dall'altra l'opposizione si fa sempre meno consapevole, sempre più istintiva, ringhiosa, sbavante. Per adesso comunque è appena un venti per cento.

Ma se la riforma va in porto, diventerà il sessanta per cento.

Magari anche il sessantatré.

Voi pensate che l'Italia possa gestire cinque anni così - pensate che per la stabilità sia sufficiente garantire un numero di seggi, dopodiché per strada possono sbavare finché vogliono. Voi avete in mente cinque anni così.

Nel frattempo potrebbero succedere cose - facciamo degli esempi - qualche fabbrica comincia a ridurre i salari del 40% perché sennò Polonia. L'illuminato premier, senza cespugli che lo ricattino, senza dover temere rappresaglie dei sindacati, senza che i giornali si diano la pena di biasimarlo, non dovrebbe avere realmente molto da eccepire. Qualcuno mormorerebbe, ma nulla che possa intaccare il 37%. Perché l'illuminato premier dovrebbe darsi pena di conquistare voti fuori dal suo necessario 37%? E così via.

Cinque anni così. Il 37 comanda. Il 63, nulla.

Ecco, secondo me non funziona così. A voi sembra stabile? A me, da qui, non sembra stabile. Non è questione di seggi o rappresentanza. È proprio un problema strutturale.

giovedì 30 gennaio 2014

Boia chi non verifica le fonti

Contro il citazionismo la mezza età si scaglia.

Ieri alla Camera è successa una cosa di cui forse, in minuscola parte, ho responsabilità anch'io. Che emozione.

Ieri è successo che un tizio alla Camera, affamato di visibilità come solo può essere un "cittadino" m5s con scarse possibilità di rielezione e un biglietto di ritorno già obliterato per l'anonimato, abbia proferito l'osceno motto "Boia chi molla". Non è una cosa che gli è scappata: se l'era preparata, perché immediatamente ha twittato accusando di ignoranza chi gli dava del fascista: infatti se uno legge bene wikipedia "Boia chi molla" non sarebbe un motto di origine fascista ecc. ecc. Come ha testimoniato abbastanza fedelmente Diego Bianchi a Gazebo, in realtà i giornalisti non avevano nemmeno avuto il tempo di reagire.

In seguito ovviamente le reazioni ci sono state, e molti hanno fatto notare la cosiddetta Regola della Svastica, ovvero: benché sia noto ai più che il simbolo ha origini buddiste, indù e ancora più antiche, se lo scrivi su un muro io non penserò che sei un buddista, né un indù. I simboli, i motti, le canzoni, non sono di chi le scrive, ma di chi le rende davvero famose. Se "te ne freghi", non stai citando gli arditi della prima guerra mondiale; se brindi con "eja eja alalà" non sei un raffinato dannunziano che vuole omaggiare l'impresa di Fiume. Stai rispolverando un arnese fascista e ne sei consapevole.

E tuttavia il tizio ci teneva a farci sapere che il motto non è fascista, e a tal scopo linkava wikipedia. Voglio sperare che sia una delle ultime volte in cui linkare wikipedia in pubblico sarà considerato un gesto d'avanguardia: guardate che sulle pagine di wikipedia ci vanno anche i bambini. Da qui in poi wikipedia dovrebbe essere considerata un po' il minimo sindacale della cultura generale, la cosa che non si linka più perché si dà per scontata.

Inoltre le informazioni su "Boia chi molla" presenti in wikipedia sono abbastanza insoddisfacenti e... potrei averle inserite io. Non sono sicuro, giuro. Tanti anni fa, quando avevo tempo libero (e mi ero preso una mezza vacanza dal blog), mi era cresciuta un'insana passione per i modi di dire - che era anche un modo per combatterli dentro di me. Pensavo che Wikipedia fosse l'ambiente più adatto per discuterne e catalogarli, anche se si tratta a ben vedere di un catalogo impossibile - ma Wikipedia in sé è impossibile. Così cominciai ad accumulare informazioni che finirono nel Glossario delle frasi fatte. Ci tengo a dire che tutto questo succedeva parecchi anni fa (2005), perché il mio lavoro fu tutt'altro che scrupoloso, ma a quei tempi se infilavi delle informazioni su it.wikipedia senza citare le fonti non ti prendevano ancora, e giustamente, a calci. In mezzo a tutta quella roba forse infilai anche "Boia chi molla". Non ne sono sicurissimo - so che c'era già una pagina sui motti fascisti - in ogni caso incappai nella frase e la misi lì, dove adesso non c'è. In compenso qualcuno (che oggi risulta "Bannato") la estrapolò e ne fece una paginetta autonoma, che con qualche variazione è la stessa che ha citato il cittadino m5s ieri.

Quella pagina continua ad affermare che l'espressione sia stata coniata durante la brevissima Repubblica Partenopea del 1799, e che sia stata usata a decenni e centinaia di chilometri di distanza, durante le Cinque Giornate di Milano. Ma la fonte? A un certo punto qualcuno ha trovato anche una fonte. Un articolo su Repubblica di Elena Stancarelli che parla di Eleonora Pimentel, la quale "si dice, coniò in quella occasione lo slogan". Purtroppo il tempo è passato, e oggi su wikipedia giustamente non si può più scrivere "si dice". Ma si può ancora linkare una fonte che dice "si dice"?

Passano altri anni, a Buffon a un certo punto scappa detta la stessa cazzata, e nessuno si prende la briga di controllare chi abbia realmente sentito dire alla raffinata Eleonora Pimentel "Boia chi molla". Tanto c'è wikipedia, no? Ecco, è un po' come quando Isidoro di Siviglia prendeva appunti rapidi rapidi perché doveva riassumere lo scibile umano in poche migliaia di pagine e poi arrivano i secoli bui, la pergamena costa cara e tutti si mettono a raschiare via i testi antichi, tanto c'è Isidoro di Siviglia che ha già scritto tutto. Allo stesso modo, un "si dice" su wikipedia sta diventando una verità incontestabile, ora anche diffusa in parlamento - e non mi stupirei se la stessa Stancarelli in buona fede avesse preso la notizia da wikipedia, creando un corto circuito auto-alimentante: wiki ha ragione perché ha una fonte, la fonte ha ragione perché l'ha letto su wiki.

Io nel frattempo mi diverto con le teorie del complotto, per esempio: chi avrebbe avuto interesse a mettere in giro la storia che "Boia chi molla" non era un motto di origine fascista? L'identikit del tizio prevede che abbia molta voglia di dire "Boia chi molla" (quindi un background fascio) e una certa insofferenza per il fascismo. Questo ci porta a due possibilità.

1. La destra evoliana, che cercava di allontanarsi dall'MSI, e allo stesso tempo continuava a scaldarsi con la stessa retorica: può darsi che qualcuno in qualche nucleo armato abbia sollevato un'obiezione (basta con boia chi molla, è roba nostalgica), e qualcuno si sia inventato un mito di fondazione per superarla (macché dici, è un archetipo! si diceva così a Napoli nel '99!)

2. Un problema di coscienza allo stadio. Da qualche parte, in qualche curva, una frangia di sinistra può avere avuto delle difficoltà a giustificare il fatto di divertirsi a intonare un motto così, e può avere inventato lo stesso mito di fondazione. E tuttavia doveva trattarsi d'una frangia abbastanza erudita, voglio dire, Eleonora Pimentel Fonseca, mica Tarzan. Per cui forse la prima ipotesi è più convincente.

La scelta di Napoli come luogo natale depone a favore di un'origine meridionale; l'idea che lo stesso motto appaia misteriosamente a Milano cinquant'anni dopo appare un tentativo di riequilibrare la storia.

Poi magari stamattina qualcuno ha scritto un pezzo meraviglioso in cui si citano quindici libri edizione Laterza che dimostrano inoppugnabilmente come Eleonora Pimentel motivasse i partenopei sibilando Boia chi Molla e Chi s'astiene dalla lotta è un gran figlio di *******, e io me lo sono perso: nel qual caso sareste molto gentili a segnalarmelo.

Update: dopo anni di attesa, grazie al prezioso contributo di Cragno, abbiamo finalmente una fonte che non dice "si dice": è il saggio Mondadori Le frasi celebri nella storia d'Italia di Antonello Capurso. Purtroppo è uscito nel 2012, e da quel che ho capito non cita le fonti, per cui... potrebbe aver recuperato l'informazione su it.wikipedia. E siamo daccapo. Però grazie Cragno.

martedì 28 gennaio 2014

Un altro autolesionista alla guida del PD

Ci voleva forse Matteo Renzi per farci capire che un accordo con Berlusconi sul sistema elettorale non è affatto difficile: basta dargli tutto quello che vuole. Quando presentò il suo accordo "prendere-o-lasciare" alla direzione del PD, chi si ostinava a vedere il bicchiere mezzo pieno notò che almeno non erano previste le candidature multiple - almeno quelle. Almeno non avremmo rivisto i notabili dei partiti in cima ai listini di tutti i collegi, pronti a lasciare il posto ai perfetti sconosciuti in coda. Ognuno può avere un'idea diversa su dove passi il confine tra decenza e indecenza, ma almeno c'è consenso sul fatto che le candidature multiple stiano al di sotto della linea. Meno male.

Un paio di giorni dopo il NCD - la filiale di Berlusconi presso il governo - ha presentato un emendamento che reinseriva le candidature multiple. Quando Alessandro Gilioli, giornalista dell'Espresso, ha provato a chiederne conto a Renzi su twitter, ne ha ricevuto una risposta davvero interessante. La domanda era: ti impegni a evitare le candidature multiple? La risposta eccola qui.


Insomma, sì, può darsi che lo stiano fregando: è una possibilità, lui non ci si immola; quello che può fare è garantire che lui, cmq, non li fregherà MAI. Se la coalizione di centrodestra riuscirà in questo modo a produrre liste più appetibili agli elettori, pazienza: Matteo Renzi non potrebbe mai abbassarsi a un trucchetto simile.

Questa forma malintesa di fair play, (continua sull'Unita.it, H1t#216) per cui lasci che il tuo interlocutore ti boicotti la legge elettorale e non approfitti nemmeno dei trucchi che lui si sta permettendo, è una delle cose meno nuove di Matteo Renzi: un atteggiamento che prima di lui fu di Veltroni e persino di D’Alema. L’antiberlusconismo “agonistico” di chi ritiene che per quanto disonesto, per quanto infido, per quanto pregiudicato, Silvio Berlusconi vada battuto sul campo: non importa se il campo è in discesa per lui e in salita per noi. È un atteggiamento che fin qui non ha pagato, ma Renzi ritiene di avere delle cartucce che i suoi predecessori non avevano, e magari le ha davvero. Io spero che le abbia.

Cito un vecchio pezzoEsiste un antiberlusconismo agonistico, non mi viene in mente un altro aggettivo con cui definirlo: è l’antiberlusconismo di quelli che B. lo vogliono “battere alle elezioni”: sottointeso, ad armi pari. In realtà si sottointende un’enormità, perché B. non usa armi legali: ha a disposizione un patrimonio immenso, accumulato con metodi discutibili, come per esempio la corruzione (possiamo dirlo ormai, ci sono le sentenze). Dispone di una corazzata mediatica un po’ ammaccata ma ancora senza rivali per potenza di fuoco in Italia, e lo si è visto in campagna elettorale: B. non è riuscito a vincere, ma riesce ancora ad evitare che vinca qualcun altro. Cosa significa “batterlo alle elezioni”? Con che risorse, visto che lui ne ha di enormi? Con che televisioni? Non si sa, non si è mai capito. Gli antiberlusconiani agonistici sono di solito tipi sportivi, pronti a gettare il cuore oltre all’ostacolo: prima o poi, lasciano intendere, gli italiani tiferanno per loro, ammireranno la loro sportività, il fair play del galletto che sfida la faina al giro dell’aia. Finora son tutti finiti male (Occhetto, Rutelli, Veltroni), però magari questa volta chissà.
In questi giorni Renzi ci ha spiegato che questo sistema non lo vogliono soltanto lui e Berlusconi, ma anche i due milioni di elettori delle primarie: in realtà erano un po’ meno di due milioni, e c’è anche quel milione scarso che non votò per lui, ma questi son dettagli. È difficile immaginare che gli elettori di Renzi in dicembre avessero in mente una situazione del genere, con Berlusconi in grado di tagliarsi il sistema elettorale a seconda delle sue esigenze (norme salva-Lega incluse).Molti, senz’altro, votarono Renzi perché si fidavano di lui. Molti probabilmente si fidano ancora. Tanti altri speravano in un uomo nuovo, lontano dagli atteggiamenti autolesionistici che avevano fin qui danneggiato il PD. Ecco, sull’autolesionismo la sensazione è che ci sia ancora molto da lavorare. http://leonardo.blogspot.com

domenica 26 gennaio 2014

È solo Scorsese (ma a me piace)


The Wolf of Wall Street (Martin Scorsese, 2013)

La recensione su StudioNews24

Se il sesso è droga; se il denaro è droga (la più forte di tutte);  se la cocaina, non c'è dubbio, è droga: riesci a immaginare una scena più drogata di Leonardo Di Caprio che tira cocaina dal fondoschiena di una puttana con banconote arrotolate? Non credo che gli daranno l'oscar per questo. Non credo che gliene fotta più di tanto. The Wolf of Wall Street sembra una riunione d'affari finita male, o bene, dipende dai punti di vista. All'inizio c'erano delle idee sul tavolo, si trattava di prendere la biografia di un lupo della finanza e magari approfittarne per qualche metafora sulla società, sulla corruzione non più solo economica ma esistenziale, fisiologica, la speculazione che entra nelle vene e brucia le tue cellule, corrompe e distrugge le parole che ti escono dalla bocca... finché qualcuno probabilmente non ha mascherato uno sbadiglio e qualcun altro deve aver detto Ehi, perché non facciamo un break? Giusto dieci minuti. Una mezz'ora. Un martini. Una pista. Perché non chiamiamo un paio di mignotte? Un paio a testa, intendo. E un deejay? Uno scimpanzè? Due nani da lanciare contro un bersaglio? Tre ore dopo il baccano era tale che i vicini hanno chiamato i federali. Ma chi è che ha cominciato? Chi è che ha mandato tutto, non figurativamente, a puttane?


Io un sospetto ce l'ho, anche se probabilmente è sbagliato. Cosa ci faceva Jonah Hill a quel tavolo? Da quando in qua è entrato nella cumpa di Scorsese? Chi l'ha invitato? Sorpresa: si è invitato da solo, accettando il minimo sindacale. Hill è un attore davvero simpatico, fisiologicamente portato a ruoli di commedia, al punto che gli basta mettere il naso fuori da un cappuccio kkk in Django per trasformare all'istante l'omaggio di Tarantino a Griffith in uno sketch di Monty Python. In questo film però gli tocca un ruolo cruciale che una generazione fa Scorsese affidava quasi sempre a Joe Pesci: il deuteragonista, l'amico che prima o poi tradirà l'eroe o ne sarà tradito. Hill ovviamente non ha quella luciferinità mediterranea che Pesci portava con sé sul set: d'altro canto questo è un altro ambiente, la finanza, un altro tipo di mafia (non meno micidiale, voleva dirci Scorsese? Ce lo voleva dire? Ehi, c'è qualcuno che mi sta ascoltando qua dentro? Chi è che ha invitato le majorettes, fuck). Hill non può che essere un simpatico pacioccone, che si sposa la cugina perché i bambini del quartiere cominciavano a guardarla; che prima di incontrare l'anticristo della speculazione gestiva, naturalmente, un negozio di giocattoli. Anche la sua tossicodipendenza ha un carattere infantile: l'iniziazione al crack in un cesso di ristorante è la trasformazione di due adulti in dodicenni. Tutto questo è verosimile e altamente simbolico (la speculazione è una regressione a uno stato di egotismo infantile, fuck), ma è anche necessario, perché Hill arriva alla corte di Scorsese dopo anni di commedie da sballati (Superbad, Facciamola finita), insomma il pacioccone che si droga è ormai il suo ruolo specifico.

Inserito in un film di Scorsese, però ha un effetto imprevisto (continua su +eventi!)

venerdì 24 gennaio 2014

La legge su misura per Beppe

Quel che vuoi. 

"Ma quindi la foto c'è davvero".
"Sì. Bevete qualcosa? Vi faccio portare un te, un caffè..."
"Per me acqua. Questa cosa della foto però me la devi spiegare Matteo, cioè capisco il coso, lì, Thomas Milian".
"Che Guevara, intendi".
"Quel che vuoi. Ma Fidel Castro, Matteo, hai presente chi è Fidel Castro? Il dittatore più longevo di tutti? Tu sei quello che vuoi dare i diritti civili ai gay, non so se hai presente Fidel Castro cosa..."
"Maddai, Silvio, è tutta scena, su. Bisogna farli discutere di qualcosa, i giornali. Questa cosa se non l'hai capita tu..."
"Guarda che l'ho capita perfettamente, ma..."
"Quando sono venuto io a casa tua me l'hanno menata per anni. Adesso tu vieni a casa mia e ti faccio una foto sotto un simbolo che tu detesti. Semplice. Così sembra che io abbia qualche vantaggio su di te. Tutto qui".
"Ma ti rendi conto che se io volessi sui miei giornali, con questa cosa che ti tieni una foto di Fidel Castro, potrei..."
"Eddai Silvio, i tuoi giornali, su, chi se li fila ormai..."
"E però gli altri giornali li riprendono, dicono: ecco, vedete, che figura ci fa Renzi, fanno da grancassa, cioè Matteo guarda che non ti è mica uscita col buco questa cosa".
"Va bene, andrà meglio la prossima volta".
"Te la dico da collega, eh, spassionatamente. E attento anche a questa cosa delle prossime volte. Voi giovani siete sempre convinti di potervi permettere centinaia di cazzate".
"Guarda dove sei arrivato tu".
"Perché ne facevo poche, Matteo, ne facevo poche".
"Vabbe', vogliamo iniziare a parlare di cose serie? Possiamo procedere con l'ispanico?"
"No Matteo, l'ispanico non me lo posso permettere. Dovrei avere delle facce giuste per tutte le circoscrizioni, hai un'idea di quanto mi costa un'elezione in casting?"
"E allora cosa proponi?"
"Eh".
"Come eh".
"Guarda, ci stavo a pensare venendo in qua".
"Ci stavi a pensare?"
"Cioè io non sono mica sicuro che le voglio vincere, le prossime elezioni. Metti che le cose vadano male".
"Guarda, ti capisco benissimo".
"In queste circostanze, alla mia età poi... metti che venga già una montagna da qualche parte e mi tocchi di ritoccare le accise, ma mi ci vedi a ritoccare le accise?"
"Silvio guarda che sfondi una porta aperta, cioè la verità è che non ci ha voglia di governare nessuno in questo momento, nessuno".
"E quello che ci ha meno voglia in assoluto..."
"È Beppe. Lui ha già messo fuori le locandine, va in tournée, lui".
"E tu, ho sentito che ti sei prenotato per Firenze".
"E certo".
"Insomma, meno male che c'è Letta".
"Ma davvero, viva Letta".
"Viva Gianni!"
"Enrico".
"Quel che vuoi. Io tutto sommato, non fosse per i magistrati, me la cavo abbastanza bene così... un piede all'opposizione, un piede nella maggioranza".
"Per 'piede' intendi Angelino?"
"Quel che vuoi. Me ne sto in casa, quando va mi affitto un centro benessere, controllo che nessuno metta all'ordine del giorno il conflitto d'interessi... non si sta male. Io quattro anni così me li farei volentieri".
"Lo so, Silvio, lo so. Però Giorgio la legge la vuole. La vuole proprio. Sennò scioglie le camere".
"Ma se facciamo la legge che garanzie mi dai che non andiamo a votare subito dopo? La tua bella faccia?"
"Ma te l'ho detto. Ho già prenotato da sindaco".
"Lo so, lo so. Ma ogni settimana ne salta fuori una nuova, e i grillini... non puoi mica fare affidamento, cioè lui è un matto, sempre stato".
"Guarda, un sistema per metterlo un po' in riga ci sarebbe".
"Sentiamo".
"Noi siamo qui per fare un sistema elettorale, no? E lui non vuole".
"Vuole andare a votare col mattarello".
"E noi sai che gli facciamo? Gli facciamo un sistema elettorale su misura".
"Cosa?"
"Un sistema elettorale che gli faccia vincere le elezioni".
"A Grillo?"
"Proprio a lui".
"Ma non è così matto. Cioè un po' sì, ma non così tanto".
"Appunto".
"Così... non vorrà più andare a votare!"
"Certo".
"Ma scusa, i grillini stanno al trenta per cento".
"Anche meno".
"Con tutta la più buona volontà, come facciamo a fargli vincere le elezioni? Neanche se candido il cane".
"Un sistema c'è. Superpremio al primo partito. Grillo se la mena tanto, che lui è il primo partito... e noi, zac! Hai il primo partito? Ora governi".
"E se non arriva primo?"
"Ok, allora facciamo una soglia molto bassa... che so... trentacinque. Se arrivi al 35, governi, e già all'annuncio Beppe ritira gli artigli. Se non ci arriva nessuno, spareggio tra i primi due".
"Spareggio?"
"Ballottaggio, quel che vuoi. Grillo lo vince. Prova a pensare: lui è la Gente. Se arriva contro uno di noi due al ballottaggio..."
"Matteo contro la Gente".
"Silvio contro la Gente".
"Cioè vuoi scrivere una legge che potrebbe mandarlo al governo con un 28 per cento?"
"Vedrai che non lo sentirai più parlare di elezioni anticipate. Cambierà argomento. Signoraggio, previsioni dei terremoti, ce n'ha di cose in repertorio".
"Ma secondo te la corte costituzionale ce la fa passare una legge così?"
"Ma ovviamente no, Silvio, mi meraviglio di te: secondo te voglio andare a votare con una legge così? La palleggiamo per tre anni tra camera e senato e poi, se proprio dobbiamo andare a votare..."
"Ci andiamo col mattarellum".
"O col proporzionale, che è quello che piacerebbe tanto a lui. Lui vuole una legge elettorale che ci costringa a governare assieme e tenerlo all'opposizione, e noi..."
"Gliene facciamo una che lo costringe a governare e tenerci all'opposizione".
"Quindi altri quattro anni così e poi..."
"E poi mal che vada c'è sempre Letta".
"Enrico?"
"Quel che vuoi. Siamo d'accordo?"
"Guarda, per me può andare, ma tu come fai a venderla ai tuoi una cosa del genere?"
"Di quello non ti preoccupare, ci penso io".
"Fammi indovinare: hai in mente un altro siparietto del tipo Fassina chi? Cioè alla fine tu queste cose le fai perché ti divertono".
"Silvio non puoi capire. Con tanto affetto, ma tu sei un boss. Sei abituato a comandare sin da piccolo. Io sono un politico, in teoria dovrei passare il tempo a conciliare, a convincere, a persuadere..."
"E non ti piace".
"È una gran palla. Però stavolta ho appena preso settanta per cento. Quando mi ricapita una cosa così in democrazia? Magari tra uno o due anni si saranno stancati di me, ma ora comando io, capisci? Qualsiasi bischerata farò, la metà ce li lo ai miei piedi pronta ad applaudire, bravo Matteo, geniale, non ci avevo pensato".
"L'altra metà..."
"Fuori dai piedi. Adesso lo devo fare. Tra un anno chissà".
"Matteo ma tu sei bravo, sai".
"Modestamente".
"La ruota della fortuna non si sbaglia mai".

Won't you let me walk you home from school?

Mamma come passa il tempo.


Questo blog compie 13 anni, bisogna avere molta pazienza.


mercoledì 22 gennaio 2014

Le nutrie contro il riscaldamento globale

Gazzetta di Modena
Ammucchiati su questa riva

Mi capita per la seconda volta in pochi anni di trovarmi ai margini di un disastro, il che oltre a farmi sentire impotente dovrebbe suggerirmi una grande cautela e magari il silenzio [seguono cinquemila battute]. Anche stavolta la vicinanza non mi consente di capire qualcosa in più, anzi il contrario: come ci capitò di sperimentare ai tempi del terremoto, più si è vicini più si è esposti a un flusso di informazioni che poi risulteranno false; è come se le bufale scaturissero proprio dalle stesse fenditure del terreno o degli argini. Io poi non sono più esperto di Secchia di chiunque lo attraversi uno o due volte a settimana: se mi dicono che il fiume andrebbe dragato posso crederci; se mi dicono che si rischia di eliminare le piante che invece servono a compattare gli argini posso crederci; se qualcuno accusa l'Aipo (l'agenzia interregionale del Po) di non aver manutenuto un tratto d'argine, subito gli do retta; se l'Aipo ribatte che l'ultima manutenzione era avvenuta in dicembre non ho argomenti per smentirlo, eccetera.

Sulpanaro.net
Una cosa mi sento di dire, ed è che non si tratta di una tragedia dell'incuria. Il Secchia può senz'altro essere gestito meglio di così, ma non è un fiume abbandonato a sé stesso, non è "Natura" con la N maiuscola che si ribella ed eccetera eccetera. La zona in cui ha rotto l'argine potete facilmente localizzarla, su una cartina, identificando quei due affluenti meridionali del Po che convergono fin quasi a incontrarsi, per poi divaricarsi subito: Bastiglia e Bomporto sono esattamente lì, tra Secchia e Panaro in un pantano; l'incuria non se la possono permettere. Senza argini sarebbero palude: quella è la "natura" del luogo, e potrebbe esserne il destino, se non ci inventiamo qualcosa alla svelta. La manutenzione si fa, anche se a detta di molti abitanti non se ne faceva abbastanza. Leggere questo vecchio articolo di un giornalino locale fa una certa impressione. È il resoconto di un'assemblea di cittadini di Sozzigalli, una piccola frazione ai bordi del Secchia, che davanti ai responsabili dell'Aipo inquadrano il problema con una lucidità impressionante: l'Aipo, dicevano, ha finalmente ottenuto un finanziamento e adesso deve ripristinare gli argini; il fiume avrà esondato già otto o nove volte negli ultimi quattro anni, prima o poi ci scapperà il morto. È andata così? Sembra proprio andata così.

Bastiglia, non mi ero mai accorto pendesse così tanto
(Gazzetta di Modena)
E allo stesso tempo non si può dire che l'Aipo non monitorasse il fiume. Ma dopo dicembre non aveva più potuto controllare quel tratto, perché era in piena. Da più di un mese. Eppure le casse di espansione ci sono, anche se a questo punto forse è il caso di cominciare ad ammettere che non bastano. La rottura improvvisa di qualche metro d'argine può essere causata da una negligenza criminale, che magari la magistratura accerterà; potrebbe anche però trattarsi di un incidente, dove "incidente" è qualsiasi cosa che non riusciamo a prevenire, perché magari c'è qualcosa che ancora non abbiamo capito. Purtroppo gli incidenti capitano: non ci è possibile prevedere tutto. È una posizione molto scomoda da mantenere all'indomani di un disastro, quando prevale la necessità di trovare un colpevole. Più tardi magari ci sarà il tempo per scoprire che le cose sarebbero potute andare persino molto peggio, se intorno a quel singolo tratto d'argine rotto non ci fosse un sistema di vie d'acqua che complessivamente ha tenuto; ma che non è detto che tenga per sempre. Soprattutto finché non capiamo cosa è successo.

Su facebook intanto è scoppiata una specie di guerra tra le nutrie e il riscaldamento globale. Il secondo sapete tutti cos'è: è quello che ci rende sospetto qualsiasi fenomeno climatico, comprese le nevicate abbondanti in inverno o l'afa in estate - persino le mezze stagioni, ora che le abbiamo ritrovate, non riusciamo più a godercele; e se fossero preavvisi di catastrofe? Senz'altro negli ultimi anni sta piovendo tantissimo, e il livello del Secchia è tornato a essere un argomento di discussione: è alto, è veramente molto alto, ha tracimato nel saldino, l'anno scorso è arrivato quasi a pelo, no quest'anno è più alto ancora, eccetera. Che sia o no colpa del riscaldamento globale, a questo punto si tratta di una tendenza che dovrebbe portarci a delle conclusioni: allarghiamo le casse? Alziamo gli argini? Aggiungiamo canali? Qualunque cosa decidiamo di fare, ci costerà di meno dei danni che dovremo pagare se non facciamo niente. Purtroppo - è un vecchio discorso - la prevenzione non ti fa vincere le elezioni; il piangere sul latte versato a volte sì.

Quanto alle nutrie, si tratta di grossi roditori semiacquatici importati dal Sudamerica già da prima della guerra, con la sconsiderata idea di abbattere i prezzi delle pellicce. Quando il mercato espresse globalmente la sua contrarietà agli indumenti a base di pelo di ratto gigante, qualche sciagurato allevatore liberò le nutrie in un habitat dove si scavarono rapidamente una nicchia alle spese di altri animali autoctoni. Le nutrie sono grosse e scavano tane molto grandi; secondo l'Aipo il tratto d'argine potrebbe aver ceduto a causa di tane di nutrie, tassi o volpi. Le reazioni delle associazioni animalistiche non si sono fatte attendere: giù le mani dalle nutrie, non fanno niente di male, i responsabili sono ben altri, ecc. ecc.

Non essendo né un esperto di clima, né di habitat, né di nulla che non siano le storie che si raccontano tra di loro le persone, vorrei cercare di proporre una terza posizione: quello che è successo è semplicemente la prima rottura di un complesso sistema circolatorio che ha funzionato per mezzo secolo, ma che negli ultimi anni era visibilmente sotto stress. Chiedersi se sia stato il riscaldamento globale o se siano state le nutrie a spaccare venti metri d'argine, è come chiedersi se l'infarto di un tuo caro sia dovuto all'ipertensione o alle tre sigarette che si è fumato ieri. No, non sono state semplicemente le ultime tre; e allo stesso tempo no, non avrebbe dovuto fumarle. Per quanto sia complesso un sistema, il primo anello a spezzarsi sarà sempre il più debole: questo è il modo in cui finiscono le cose.

Questo è il modo in cui finiscono le cose. Non con un bang, ma con un lamento sottile. Non con le catastrofi pirotecniche dei film, ma un po' alla volta, col fango che sale e non si asciuga, e le polemiche sulle nutrie e la cementificazione, e gli aiuti che tardano. Ieri la Gazzetta di Modena apriva con un gigantesco MAI PIU' che riassumeva con precisione il nostro umore dominante, e allo stesso tempo ci alza un'ultimo argine d'illusione: forse dovremmo cominciare ad ammettere che invece queste cose succederanno ancora, e saranno la piccola parte di una complicata catastrofe che attraverserà giorno per giorno la nostra vita, e quella dei nostri figli. Abbiamo proiezioni (e non sono buone): sappiamo di quanto potrebbe alzarsi la temperatura, di quanto potrebbe alzarsi il livello del mare. Eravamo palude, potremmo tornare palude. Dipende tutto da noi? No, magari. Ci saranno incidenti, ci saranno altre cose che non riusciamo a capire finché non succedono. Ma dobbiamo organizzarci, è tutto quello che possiamo fare.

martedì 21 gennaio 2014

Col tie-break non è democrazia

Sondaggio al gusto di democrazia. 

Fino a che punto puoi annacquare un vino e considerarlo ancora un vino? Fino a che punto puoi abbassare la soglia di un premio di maggioranza e chiamarla ancora democrazia? L'altro giorno Matteo Renzi e Silvio Berlusconi si sono incontrati e hanno deciso che si può abbassare al 35%. In sostanza: puoi vincere le elezioni con poco più di un terzo dei voti totali, ovvero con quasi due terzi dei voti contro. E siccome né Berlusconi, un po' ammaccato, né Renzi, con tutta la sua vocazione maggioritaria, sono sicuri di riuscire a portare dalla loro il 35% degli elettori, è stato necessario trovare un piano b.

Il piano b che hanno elaborato i due statisti non ha, che io sappia, precedenti al mondo: non è mai stato sperimentato, e quindi potrebbe anche trattarsi di qualcosa di geniale - impossibile saperlo finché non lo si sperimenta. Faremo da cavie. Lo hanno chiamato "ballottaggio", ma a differenza di tutti gli altri ballottaggi del mondo è su base nazionale: un referendum tra due partiti, visto che la Costituzione non consente (ancora) il referendum tra i due candidati. E si indovina quanto dispiaccia a entrambi - sarebbe così bello poter distribuire agli italiani una scheda semplicissima: R da una parte, B dall'altra, oppure semplicemente le facce. Maledizione, non si può; e quindi tocca fare lo spareggio tra i primi due partiti. Perché di spareggio si tratta: un tie-break - gli inglesi hanno anche un'espressione più colorita, "sudden death". È ancora democrazia? Non potremmo almeno smettere di chiamarla così? Il latte caldo della macchinetta in ufficio, non so se l'hai mai notato, non si chiama proprio latte, bensì "bevanda al gusto latte". Può darsi che le elezioni col sistema Berlusconi-Renzi siano le uniche possibili, ormai, ma possiamo almeno chiamarle "sondaggio al gusto di democrazia"? Lo so, anche il sistema di Calderoli era una nota porcata. Ma almeno non metteva nero su bianco la soglia psicologica: 35%. Con un terzo dei voti vai al governo. Con due terzi dei voti, i tuoi avversari si fottono. Per cinque lunghi anni. Il meno che si possa dire di chi ha inventato una cosa del genere, è che ha una spaventosa certezza di vincere.

Degno d'interesse è anche il trattamento dei partitini. Altre riforme elettorali avrebbero puntato allo sradicamento di quelli che una volta si chiamavano cespugli. Renzi e Berlusconi sono più concilianti: i partitini possono andare, se si comportano bene e si apparentano con quelli grossi. In questo caso abbassiamo la sbarra al 5% e li facciamo entrare in parlamento. Se invece vogliono fare i duri e i puri, addio: la sbarra si rialza all'8%. Inoltre devono essere genuini: saranno presi provvedimenti contro le liste-civetta, chissà come si farà a capire cosa è civetta e cosa no. Una cosa del genere non ha nessuna spiegazione logica che esuli dalla gestione dell'esistente: i partitini esistono, tanto vale preservarli, coccolarli, proteggerli nel loro habitat in modo che tutti possano vederli durante le gite fuoriporta. La spiegazione ufficiale è che ci tiene Alfano. Purtroppo io non sono tra quelli che crede nell'esistenza di Alfano in sé; e siccome lo considero nient'altro che un piede che Berlusconi tiene nel governo Letta fin tanto che gli conviene, non mi resta che concludere che Berlusconi rivuole la Lega in parlamento. Quanto a Renzi evidentemente con tutta la sua vocazione maggioritaria non esclude di federarsi con Vendola o con Ichino o qualche altro relitto lì in mezzo. Non è per questo che lo hanno votato alle primarie, ma del resto alle primarie aveva anche promesso di farla finita coi listini bloccati. Vabbe', mal che vada farà le primarie, e le farà anche Grillo on line. Magari anche Berlusconi col televoto.

Questo è l'"italicum" che Renzi ha congegnato con Berlusconi e poi esibito alla direzione del PD, che non si capisce cosa abbia votato, visto che Renzi aveva già deciso per tutti ed era un prendere o lasciare. Addirittura Cuperlo voleva il referendum tra gli iscritti, che roba, come se gli iscritti non avessero appena firmato una delega a Renzi ad accordarsi su Berlusconi su qualsiasi sistema elettorale, foss'anche il più demenziale al mondo, perché non lo spareggio di Dodgeball? Comunque la direzione con 111 voti e 34 astensioni ha detto ok, Renzi, buona questa bevanda al gusto di democrazia, andiamo pure avanti. Ora si tratta di conquistare il cuore del Paese. Calcolando un'astensione al venti per cento, quel maledetto 35% si abbassa a un più ragionevole 28%, ehi! ce l'abbiamo fatta, abbiamo vinto! Questa sì che è una vocazione maggioritaria.

Se poi tra un annetto ci dovesse capitare di scegliere al tie break tra Grillo e Berlusconi, beh, sono infortuni di percorso. E poi probabilmente a quel punto la corte costituzionale si sveglierà all'improvviso e ci farà sapere che ehi, non si può governare il paese rappresentando soltanto un terzo degli elettori, ma siete matti? E saremo daccapo. Ma almeno ci saremo divertiti, non si può dir di no. A settantasette anni, fuori dal parlamento, debungabungizzato, il grande piccolo vecchio continua a tirar fuori delle idee incredibili. Il premio al 35% e il tie-break, neanche X Factor ce li ha. Dilettanti.

domenica 19 gennaio 2014

Attento con quell'asse, Matteo Renzi

Ormai non se lo ricorda più nessuno, ma il primo programma politico condiviso on line non lo produsse il M5S, bensì lo staff di Matteo Renzi. Ancor prima delle artigianali piattaforme on line di Grillo, ci fu il "wikiprogramma" lanciato alla prima Leopolda, che nei fatti non era un wiki e non lo diventò mai - dettagli. Sono passati più di due anni, e siamo tutti in attesa di conoscere i termini della legge elettorale che Renzi e Berlusconi hanno deciso per noi. Nemmeno Enrico Letta ne sa di più; Renzi con una battuta ha detto che per sapere qualcosa dovrà chiedere a zio Gianni - insomma, per ora il grande vecchio di Forza Italia conosce più dettagli del presidente del consiglio che è compagno di partito di Renzi. Che dire: meno male che io a questa cosa della democrazia-diretta-on-line non ci ho mai voluto credere, sennò sarei parecchio deluso.

I renziani invece molto delusi non sembrano; si vede che non ci avevano creduto molto nemmeno loro. Meglio così, lasciamo questi specchietti alle allodole grilline e facciamo finta di essere uomini di mondo. È abbastanza chiaro che dovesse finire così: in una situazione di stallo a tre, vincono i primi due che si mettono d'accordo su una legge per fregare il terzo. Se avevamo nutrito qualche illusione che tra i primi due non ci fosse Berlusconi, la caparbietà con la quale Grillo ha escluso i suoi da ogni trattativa ce le stroncò nella culla in primavera. D'altro canto per quale motivo al mondo Grillo dovrebbe fare l'unica mossa che non gli conviene? Occorre sempre ricordare il suo vantaggio sui due avversari: lui non ha bisogno di vincere. Che prenda più o meno del 25%, il suo core business è l'opposizione ringhiosa: quaranta deputati più o in meno non gli cambiano più di tanto la situazione, anzi, meno sono e meglio si controllano. Alla fine dei conti il suo ruolo è perfettamente complementare a quello degli altri due. Quello tripolarismo che ci sembrava così precario in febbraio sta rivelando un insolito equilibrio, e non è detto che nuove elezioni non lo confermino. È chiaro che sia Renzi che Berlusconi vorrebbero aggiudicarsi un super-premio di maggioranza e governare da soli, ma è abbastanza possibile che si ritrovino di nuovo a convivere al governo col terzo soddisfatto che abbaia. Spero come sempre di sbagliare, ma se una cosa conviene a tutte le parti in gioco, perché non dovrebbe accadere?

Tutto ampiamente prevedibile, tranne i dettagli: l'oltraggiosa liturgia di Berlusconi nella tana del nemico... (continua sull'Unita.it, H1t#215).  Fino a qualche mese fa lo avremmo considerato l’ennesimo errore tattico di una segreteria PD. Adesso però c’è Renzi e non ha senso prendersela con lui: una sbruffonata così è perfettamente nel suo stile. A gli elettori del PD che lo hanno voluto segretario non era dato sapere, in dicembre, se avrebbe sostenuto Letta o se lo avrebbe impallinato; l’unica cosa sicura era lo stile-Renzi, dal protagonismo in similpelle alla tendenza a conferire con Berlusconi tête-à-tête; e lo stile-Renzi ha vinto su tutte le obiezioni col 73%.
Ora sappiamo che Renzi manterrà in vita il governo Letta, per un anno almeno. Dovrà difenderlo, qualsiasi cosa accada – e di cose ne stanno accadendo: alcune magari sono sciocchezze pompate dai media, ma se i media si comportano così non si capisce perché dovrebbero cambiare atteggiamento da qui a un anno. Nel frattempo dovrà difendere Berlusconi mentre riscrive diversi articoli della Costituzione con lui. Questo significa, a spanne, seppellire qualsiasi possibile intervento sul conflitto d’interessi, un argomento a cui Renzi non è mai stato appassionato. Sarà un anno molto lungo, e Renzi deve gran parte del suo successo al fatto di essere un uomo nuovo: tra un anno lo sarà molto meno. E a quel punto magari si voterà, con un sistema elettorale che Berlusconi ha potuto scegliere con comodo. Con la Mediaset tutta ancora saldamente nelle mani del presidente di Forza Italia. Ok, siamo uomini di mondo, se Renzi ha offerto tutto questo a Berlusconi, avrà senz’altro ottenuto qualcosa in cambio. Qualcosa che al momento ci sfugge: la Lega su un piatto d’argento? Briciole. La benevolenza della stampa berlusconiana? Sai che roba – e poi durerà solo finché lo vuole il padrone. La stabilità? Ma non era venuto a rottamare? E quali garanzie hai di vincere tra un anno quello che temi evidentemente di non portare a casa in maggio col Mattarellum?
Spero di sbagliarmi. Davvero. Ma c’è solo una persona in Italia che può ficcarsi in una situazione del genere e credere di spuntarla con le sue sole forze, e gli elettori del PD lo hanno voluto a guida del PD. Forse era inevitabile, ma è inutile prendersela con lui. http://leonardo.blogspot.com

sabato 18 gennaio 2014

Il colpo all'italiana di Peppa Pig


Peppa Pig, vacanze al sole e altre storie (il titolo originale non esiste perché si tratta di dieci normali puntate di Peppa Pig, dirette nel 2011 probabilmente da Phillip Hall e Joris van Hulzen).

Ciao (oink), io sono Peppa Pig. Questo è il mio fratellino George (oink). Questa è Mamma Pig (oink). Questo è Papà Pig (OINK!) E questa è una rapina che i distributori italiani hanno deciso di infliggere ai vostri genitori, i quali pagheranno uno o due biglietti a prezzo pieno per guardarsi con voi dieci miei episodi inediti; gli stessi episodi che tra un mese saranno costretti a rivedere e riascoltare su Ray YoYo un giorno sì e un giorno no. Oink, se non è una porcata questa.

D'altro canto voi avete in media quattro anni, come me; e io (oink!) sono l'unico personaggio che riesce ad attirare la vostra attenzione per un'oretta scarsa. L'unico vero fenomeno di massa provenuto dal digitale terrestre. Vengo dalla Gran Bretagna, dove l'intrattenimento per bambini di età prescolare è una scienza, non un feudo parastatale, un ripiego per autori frustrati o un intermezzo tra le pubblicità dei pannolini. Per dire, i Teletubbies li ha creati la BBC. Ma io, oink! diciamolo, sono veramente meglio di quei quattro pupazzi telecomandati, che agli adulti sono sempre riusciti incomprensibili. Io invece riesco a piacere anche ai vostri genitori, per via della garbata ironia (oink!) dei miei autori. In inglese si dice "tongue-in-cheek", credo che significhi dire delle cose con la lingua irrigidita nella lingua per evitare di mettersi a ridere; ecco, Neville Astley, Mark Baker e Phillip Hall me li immagino così, sempre con la lingua nella guancia mentre mi fanno dire e fare cose normalissime, oink! ma anche molto divertenti. Nel mio mondo tutto è semplice come deve sembrare a un bambino di quattro anni. Gli adulti fanno qualche sciocchezza, nulla che non si possa risolvere con qualche risata. A volte guardano la tv. Guardano programmi noiosi, a base di patate e altri ortaggi che parlano e parlano. Io non sono così.


Io sono la rivincita dell'animazione 2d, dopo anni in cui qualsiasi cartone anche minuscolo doveva avere una computer-grafica tridimensionale. Migliaia di brutti cartoni con svolazzamenti di camera gratuiti e giochi di luce e di ombra che aumentano il realismo dove non se ne sente alcun bisogno, ma il più delle volte fanno sembrare i personaggi finti come robot di plastica in un mondo astratto senza un granello di polvere - non troppo a monte della valle perturbante. Io invece sono 2d e me ne vanto, oink! Sono piatta come nei vostri disegni; così piatta che mi hanno disegnato gli occhi sullo stesso lato della testa, il che ha reso un po' problematico il merchandising (diciamolo, i miei pupazzi sono veramente brutti). Ma forse quando mi sbozzarono non avevano in mente l'affare da milioni di sterline che sarei diventata. Ho persino un parco a tema, come Topolino, ma nell'Hampshire. Ora sapete dove volete andare in vacanza, oink! ditelo a mamma e papà.

Io invece sono venuta in Italia, come scoprirete al cinema... (o su piueventi, dove continua...)

giovedì 16 gennaio 2014

Marcello, Marcellino e Marcellincincincin...

Nulla, non c'entra assolutamente nulla.
16 gennaio - San Marcello I Papa (†309), doppione

Dell'imperatore Diocleziano, delle sue sanguinose persecuzioni, su questo blog ci siamo spesso presi gioco. Il fatto è che già a poco più di un secolo di distanza (quando il cristianesimo era diventato religione di Stato), Diocleziano aveva già assunto le dimensioni dell'orco sbrana-cristiani, a capo di un esercito di torturatori efferati e un po' frustrati: a Santa Cecilia cercano di tagliare il collo e la lama rimbalza, Santa Lucia cercano di portarla nel bordello ma è troppo pesante, a Sant'Agata tagliano i seni e le ricrescono, eccetera. E però tutto questo grand-guignol di leggende inventate dai monaci per distrarsi un po' nell'ora di refettorio non deve farci dimenticare che un Diocleziano ci fu davvero, e che di cristiani ne fece uccidere più di qualsiasi altro imperatore. È abbastanza impossibile riuscire a capire quanti morirono effettivamente. Gibbon semplicemente non ci credeva, ma era un uomo del Settecento, quando anche le battaglie campali sembravano figure di minuetto. Gli storici del penultimo secolo, familiari coi concetti di pogrom e di purga, non escludono che un imperatore deciso a fondare un culto della personalità non possa aver messo in cantiere uno sterminio, anche se il body count rimane piuttosto prudente (tremila o un po' di più in tutto l'impero). Pochi, tutto sommato, per una religione che nelle città era ormai un fenomeno di massa.

Evidentemente molti cristiani cercarono di sfangarla venendo a patti con l'autorità costituita: alcuni bruciando incenso agli Dei (turificati), altri sacrificando animali agli stessi Dei (sacrificati), altri, non volendo scannare nessun animale, corrompendo qualche autorità per procurarsi un certificato che attestasse che lo avevano sacrificato (libellatici). Infine c'erano i peggiori di tutti, i traditores, che all'inizio significava semplicemente "consegnatori": erano i sacerdoti che avevano consegnato i libri sacri ai magistrati - e magari anche qualche registro di battesimo coi nomi degli affiliati, gli infami. Tutto questo poteva salvarti la vita terrena, ma quella eterna? I sacrificati, i turificati, i libellatici e i traditores non erano più ammessi in chiesa. Erano i cosiddetti lapsi, "scivolati", quelli che avevano avuto un'occasione buona per diventare protagonisti di una sanguinosa leggenda di martiri e se l'erano giocata. Il dibattito sulla riammissione dei lapsi era già scoppiato ai tempi dell'imperatore Decio, e riprese subito vigore. In certe comunità venivano riammessi soltanto dopo una pubblica cerimonia di pentimento: insomma dopo aver ritrattato il cristianesimo davanti ai magistrati dovevano ritrattare la ritrattazione davanti ai sacerdoti, e farsi consegnare una ricevuta, un libellus che dimostrasse che erano di nuovo cristiani a tutti gli effetti. Ovviamente se i magistrati imperiali mettevano la mano sul libellus potevano ri-imprigionarli, e così via.

Si dice che il cristianesimo crebbe annaffiato dal sangue dei martiri. È una mezza verità: le piante hanno bisogno di liquidi ma anche di letame (continua sul Post...)

martedì 14 gennaio 2014

Il fango del vicino (è comunque marron)

Anche Riotta, quando ha ragione, ha ragione; e farei un torto a non riconoscergliela.



Lo trovo un pensiero bellissimo, soprattutto da parte di un giornalista che quando dirigeva il tg1 andava in cerca di foto o video imbarazzanti dei sospettati di omicidio sui loro profili facebook. Non si fa così, non si sparge il fango per il gusto di. Bravo Riotta che ha alzato la schiena, bravo.


Ecco, magari attento ai colpi d'aria da ovest.

La democrazia dalle 10 alle 17.


Oggi i senatori a 5 stelle voteranno in aula a favore dell'abrogazione del reato di clandestinità. È una scelta abbastanza coraggiosa e sorprendente (anche se l'emendamento lo avevano presentato proprio due di loro: ma Grillo non era stato molto contento). Per quel che mi riguarda, è anche la scelta giusta. E tuttavia il mio pensiero va agli iscritti del movimento a tutto il 30 giugno 2013, che ieri sera rincasando dal lavoro hanno dato un'occhiata al mondo su internet e in pochi secondi hanno scoperto che:

1. Il loro MoVimento aveva indetto una "votazione online sul reato di clandestinità", aperta anche a loro, proprio per decidere cosa far votare ai senatori m5s oggi. Chi l'aveva decisa? Grillo? Casaleggio? L'intelligenza collettiva del portale? Mistero.
2. La votazione era già conclusa. Si era potuto votare dalle dieci del mattino alle cinque della sera. Chi è arrivato tardi (il 69% degli aventi diritto) è da considerarsi astenuto.
3. Avevano vinto gli abrogazionisti, con il 31% dei voti degli aventi diritto (24.932 su 80.383). I favorevoli al mantenimento del reato di clandestinità che sono riusciti a votare entro le cinque sono appena 9.093 (l'11%).

Per ora insomma si tratta di una democrazia diretta con orari d'ufficio, (continua sull'Unita.it) che per mesi interi non ti consulta su nulla e poi nel giro di poche ore ti chiede un parere, e se in quel momento non sei connesso, ciao. Vi accederà più facilmente chi lavora davanti a un terminale connesso alla rete: più impiegati che artigiani. Questo potrebbe anche aver determinato l’esito sorprendente della consultazione. Come ricorda Carlo Gubitosa, Grillo qualche mese fa raccontava che l’80% degli elettori m5s era favorevole al mantenimento del reato, che lui e Casaleggio avevano fatto dei “sondaggi” (a che titolo? con che soldi? Non si sa). Vale la pena di ricordare che elettori e iscritti non sono proprio la stessa cosa: il rapporto è ancora di uno a cento. Otto milioni di persone hanno votato per il M5S, ottantamila hanno il diritto di esprimere il loro parere se Grillo glielo chiede sul portale. Di questi hanno votato soltanto venticinquemila: gli altri non erano interessati al quesito, o non se ne sono accorti in tempo.

In futuro magari si potrà sviluppare un’app che, quando Grillo ti chiede un parere, ti manda una scossa sul cellulare – tanto quello ormai al lavoro lo teniamo acceso tutti. Ci abitueremo prestissimo: invece di una partita a candycrush o di una foto al piatto di portata, voteremo per l’abrogazione di questo e l’introduzione di quello. Ti stai facendo la doccia, senti un bip – è Grillo che ti chiede di votare per l’inasprimento delle pene riguardanti l’abigeato. Un occhio a wikipedia, un clic veloce, fatto. La banda naturalmente la deve offrire lo Stato. http://leonardo.blogspot.com


domenica 12 gennaio 2014

La Brianza è un groppo in gola (che non va né su né giù)


Il capitale umano (Paolo Virzì, 2014)

Quanto costa una vita intera? Nulla: un'imprudenza, un sentiero di notte, una jeep che sbanda, un cellulare spento. Oppure cinquecentomila, ma facciamo anche settecento, novecento; un lotto in centro, un teatro, tutti i tuoi sogni di essere una persona migliore, la faccia che guarderai allo specchio da quel giorno; e un bacio. Per chi li pagheresti. Per la persona che ami o per quella che ti fa sentire più in colpa? C'è qualche differenza? A diciott'anni, forse c'è. A quaranta, a quaranta magari mi capirai. Ma non te lo auguro.

Del film ormai avete letto tutto. Avete fatto male, scordatevi tutto: le polemiche preconfezionate sulla Brianza, le tirate sulla crisi-dei-valori, sulla civiltà-del-denaro eccetera. Ognuno poi ha il diritto di vendere il proprio prodotto come può, ma Il capitale umano è un film più intelligente di quello che vi stanno presentando in tv e sui giornali. Che poi leghisti cari è troppo facile prendersela con Virzì: chi ha le palle per denunciare i pregiudizi coi quali William Shakespeare sfigurò i sani e operosi cittadini della Verona medievale? Il Capitale umano non parla di Brianza più di quanto parli di Connecticut o di qualsiasi altro distretto imborghesito del mondo; non demolisce la nostra generazione (senz'altro povera di valori e assetata di denaro) più di quanto non demolisca qualsiasi altra; a Romeo e Giulietta in fin dei conti è andata bene. Fossero invecchiati, avrebbero senz'altro costretto i figli a un matrimonio d'interesse. Se pensate di trovarvi davanti all'ennesimo romanzo di una grande famiglia spietata e decadente, potreste uscire delusi: non so se quanto Virzì Piccolo e Bruni ne siano consapevoli, ma il pescecane della finanza esce dal film meglio di quasi tutti i comprimari. Forse erano così convinti che bastasse metterlo a capotavola di consiglio d'amministrazione per renderlo il Cattivo; non hanno spinto il pedale del grottesco, e il risultato è un Gifuni mediamente stronzo, ma assolutamente umano.


Quel che è riuscito a fare Bentivoglio col suo bauscia, invece, ha del miracoloso. Sul suo personaggio il film rischiava tutto. Sappiamo che Virzì arriva al drammatico dalla commedia all'italiana - sappiamo anche che non è stato un movimento così brusco; che il dramma se lo portava dentro sin dal primo film. Ma da quel tipo di commedia Virzì portava un gusto grottesco dei personaggi, soprattutto secondari, che la sensibilità per le stratificazioni sociali e culturali rendeva spesso dei bozzetti: il professore de sinistra, il figlio di papà, il pancabbestia, eccetera. Potevamo pensare che passando al thriller Virzì avrebbe rinunciato ai bozzetti (già negli ultimi due film erano più rari, benché indimenticabili). Ci sembrava giusto. Anche se ci sarebbe dispiaciuto, perché diciamo la verità: a noi i bozzetti grotteschi di Virzì sono sempre piaciuti; sono uno dei motivi per cui Virzì ci piace più di tutti i suoi compatrioti, ormai, e forse questo non fa di noi dei veri cinefili ma non ce ne frega niente, noi daremmo dieci Jep Gambardella o come cavolo si chiama per un altro prof Iacovoni. Anche se all'estero nessuno se li filerà mai, i tuoi leghisti in cravatta verde e il Va' Pensiero che gli suona in tasca, i tuoi critici teatrali sudici o sociopatici. C'è un personaggio che sta in scena tre secondi tre - la sorella dello speculatore - ed è perfetta, noi amiamo Virzì per queste cose. Detto questo, non puoi pensare che uno stereotipo di bauscia possa reggere la prima mezz'ora di un thriller. In teoria, perlomeno. Poi ti ritrovi davanti a Bentivoglio, conciato com'è conciato. Ha a disposizione una paletta ristrettissima, deve parlare come Faso di Elio e le Storie Tese attraverso un ghigno congelato da caratterista di commediaccia sexy. Non puoi provare angoscia per un tizio così.

Non puoi? (continua su +eventi!)

giovedì 9 gennaio 2014

Le luci dei natali passati

Frozen

Ma al tramonto del nove gennaio che ci fanno ancora le luci di natale al mercato. Facessero almeno allegria.
Invece sono bianche.

Non si dovrebbe mai generalizzare la propria angusta esperienza della vita, e però a un certo punto qualche anno fa ho avuto la sensazione che ci si sbiadisse il natale. Era sempre stato un affare pacchiano, di luci gialle e rosse intermittenti. Ci fu anche quella breve e scelleratissima moda dei babbi natale appesi alle finestre; poi a un certo punto qualcuno deve aver detto che erano brutti e deve essere stato molto convincente, perché da un anno all'altro nessuno li ha visti più - centinaia di migliaia di babbi natale buttati via, discariche intere di materiale natalizio ancora in buone condizioni ma definitivamente out - e nello stesso periodo le luci hanno smesso di essere rosse, verdi, gialle, e si sono tutte convertite al bianco.

All'inizio era glaciale e meraviglioso. Elegante, persino. Io non credo che il natale debba essere elegante, in generale; voglio dire, è una festa per i bambini e le famiglie - ma almeno per un paio d'anni funzionò. Passavi sotto queste stalattiti fosforescenti che sporgevano dai cornicioni e ti sentivi il degno abitante di una fiaba nordica, non le nostre solite zampognate. A dare l'impulso fu il comune, ma anche i privati si adeguarono presto. Quando un anno al mercato montarono di nuovo le luci dorate, le tennero due sere e poi tornarono all'argento. L'oro era diventato cheap, insostenibile. Resisteva soltanto qualche vecchia traccia di un'antica civiltà colorata sulle porte delle case; lampadine rosse e verdi intermittenti che avvisavano della presenza di pensionati fuori del mondo.

Poi forse è successo qualcosa, che non posso dimostrare - se almeno avessi fatto una foto - ma insomma, le luci bianche sono diventate tristi. Forse sono state sostituite da illuminazioni dello stesso colore ma meno sontuose, più semplici. C'entrerà il risparmio energetico. Ma può anche darsi che siano esattamente le stesse luci di tre o quattro anni fa; che svanito l'effetto "wow" sia rimasta soltanto la freddezza. Il freddo è bello, per qualche istante è persino piacevole. Ma non dura.

Non sarà primavera per altri tre mesi. Tra qualche giorno sulla repubblica o sul corriere pubblicheranno uno studio di scienziati che dicono che il giorno più triste dell'anno è intorno al 20 di gennaio. Lo fanno più o meno tutti gli anni, e io li leggo sempre. Spiegheranno che è il punto critico in cui svaniscono gli effetti delle vacanze natalizie, e le speranze e i tremori della primavera sono ancora lontani. Chissà se poi esiste davvero quello studio e se dice davvero così. Ci credo come credo a certi oroscopi fuori contesto, riferiti ad altri giorni mesi e segni zodiacali: faccio finta che siano il mio oroscopo del giorno e a volte funzionano. E poi non sono davvero meteoropatico, è uno di quegli abiti che si mettono da adolescenti per darsi un tono. Posso essere felice tutti i giorni che voglio, se voglio.

Togliessero quelle luci bianche alla finestra.

martedì 7 gennaio 2014

La faccia che abbiamo perso su facebook

La violenza politica in Italia è ai minimi storici. Sembra incredibile, in un momento tanto difficile, in cui gli uomini politici godono di universale discredito. Eppure tutti i "muori" o i "crepate" che ci è capitato di leggere in calce agli articoli on line di alcuni quotidiani non ci devono far scordare che oggi i politici non li ammazza più nessuno. Ancora trent'anni fa non era così. Oggi, nel mezzo della crisi economica più grave dalla fine della guerra, qualche centinaia di dimostranti con forconi di cartapesta e qualche cartello trucido ci fanno sudare freddo. Quarant'anni fa in mezzo a cortei di migliaia di persone non era difficile intravedere qualche p38. Silvio Berlusconi, il più amato e detestato degli italiani, in un ventennio di bagni di folla ha rimediato appena un treppiede e un duomo in miniatura. Quindi? Quindi niente, forse tra la violenza verbale che ha trovato sfogo su internet e la violenza vera, quella che rende i politici bersagli di aggressioni o attentati, non c'è correlazione. Se ci fosse, potrebbe persino essere inversa: da quando la gente si sfoga su internet, ai politici non spara più nessuno.

Quella che si scatena su Internet, più che violenza, è maleducazione. È comunque irritante, quando non lascia semplicemente sbigottiti: il buon padre di famiglia che, tra un commento sulla partita e un autoscatto-ricordo della settimana bianca, sente la necessità di infilare qualche augurio di morte a Bersani, non sta offendendo tanto Bersani quanto sé stesso. Non dovrebbe essere difficile da capire. (continua sull'Unità, H1t#213)

 Quando mi capita di spiegarlo a scuola, perlomeno, mi sembra che il messaggio passi con facilità: non fare su Facebook nulla che non faresti davanti a un giornalista o in una caserma di carabinieri – dal momento che sia l’uno che gli altri, se vorranno cercare informazioni su di te, ti troveranno lì. Il tredicenne medio questa cosa la capisce. La mia speranza a questo punto è che la spieghi anche ai genitori: molti di loro evidentemente persuasi che i social network siano bolle di non-realtà dove è sospeso non solo il codice penale, ma anche il più elementare buon senso: quelle per cui non si mette il proprio nome e cognome e il visino sorridente accanto a un augurio di morte.
Quando qualche tempo fa diversi quotidiani on line (compresa l’Unità) decisero di trasferire i commenti dei propri articoli su Facebook, la parola d’ordine era “Metterci la faccia“.  La scelta aveva anche un senso economico, ma fu in molti casi giustificata come un modo di responsabilizzare il commentatore. Facebook è la piattaforma sociale che più di tutte ha scommesso sul desiderio dell’utente di uscire allo scoperto, rivelando nome e cognome e tanti altri dati più o meno sensibili. Quello con Facebook era una specie di patto col diavolo: si sarebbe preso i nostri dati sensibili, ma almeno ci avrebbe reso impossibile scannarci a vicenda in calce a un pezzo su un quotidiano. Chiedere ai commentatori di registrarsi su Facebook significava dare un volto a una pletora di commentatori anonimi che – si pensava – non si sarebbero più attentati a scrivere cose sciocche o volgari. Chi mai vorrebbe associare il proprio nome e il proprio volto a parole sciocche e volgari?
Ora lo sappiamo: anche una volta abolito l’anonimato, le idiozie e la volgarità restano dove sono. Facebook ci ha tolto un po’ di privacy (e magari se l’è rivenduta alla NSA o chissà a chi altri), ma non ci ha resi più gentili. Ci abbiamo messo la faccia, l’abbiamo persa. http://leonardo.blogspot.com

domenica 5 gennaio 2014

Il colpo grosso di David O. Russell


American Hustle (David O. Russell, 2013).

All'inizio di tutto c'è Christian Bale alle prese col riporto più brutto che abbiate mai visto. Non può venirne a capo, non c'è abbastanza brillantina al mondo per sistemare quella cosa.  E invece sì. L'apparenza inganna. È il sottotitolo del film. In effetti potrebbe essere il sottotitolo di qualsiasi film; della cinematografia in generale. American Hustle dovrebbe essere un caper movie, quel genere che in italiano poteva anche chiamarsi "colpo grosso", prima che Umberto Smaila arrivasse a complicare la semantica delle cose. David O. Russell voleva girare un colpo grosso, un film di truffatori e truffati. Dopo il film romantico (Silver Lining Playbook), quello pugilistico (The Fighter), quello bislacco (I Heart Huckabees), quello di guerra (Three Kings). Cambiano gli ambienti ma le storie hanno qualcosa in comune: all'inizio c'è un protagonista che commette azioni discutibili. Un maggiore delle forze speciali che vuole rubare l'oro di Saddam, un ex pugile che fuma crack, questo tipo di cose. Più avanti la crisi, la riscoperta-dei-valori-veri, la redenzione. Il lieto fine, anche quando non fosse previsto, sarà imposto dalla produzione.

Dopo Christian Bale appare Amy Adams. È meravigliosa, e veste Gucci e Halston vintage per tutto il film. American Hustle è anche un period movie come vanno adesso, un film che tenta di evocare un'epoca determinata, con una precisione che sta diventando stucchevole tanto è maniacale. Per una curiosa coincidenza, è esattamente la stessa epoca (1978-1980) di Argo, oscar per il miglior film l'anno scorso. Stesse infinite variazioni sul marroncino che ritornano in No di Larraín - ambientato dieci anni più tardi, ma in Cile, dove il forno a micro-onde è ancora un oggetto inquietante. Quello di Larraín è il caso limite, visto che ha girato con la pellicola e gli strumenti dell'epoca, mescolando spot televisivi originali.  Negli altri casi è lecito domandarsi se costumisti e trovarobe non si stiano un po' allargando a spese di sceneggiatura e regia. Va a finire come con Mad Men, dopo un po' ti accorgi che t'interessa più l'arredamento della trama. Russell si adegua e decide, per definire i suoi personaggi, di affidarsi ai capelli: la parte di noi più deperibile, la più sacrificabile alle mode. Il grande truffatore ha un riporto impossibile: è chiara la metafora? Gli arrampicatori sociali invece si fanno ricci coi bigodini. Anche lo smalto per le unghie è estremamente simbolico. Non era una cattiva idea, ma Russell è preoccupato che ci sfugga e ci insiste finché non diventa ridondante.

In seguito arrivano Bradley Cooper e Jennifer Lawrence. Non è passato neanche un anno da quando erano la coppia quadripolare di Silver Lining, ed eccoli non-protagonisti di lusso in un film in apparenza tanto diverso. Invece assomigliano ai vecchi personaggi: Cooper è un agente federale spiritato, con episodi maniacali che a volte sfociano in scoppi di violenza (la cocaina naturalmente gioca la sua parte) (continua su +eventi!)

sabato 4 gennaio 2014

"Caccia l'eurobond o sbatto la porta!"

Se la scelta di Grillo di nominare uno schizofrenico incompetente come uomo dell'anno 2013 vi ha lasciato un po' perplessi, forse il nuovo "Programma per l'Europa" del MoVimento 5 Stelle può aiutarvi a capire perché la schizofrenia potrebbe essere la chiave di lettura di molte scelte grilline. Ora gesticolerò i sette punti come se dovessi spiegarli a una signora tedesca di mezza età un po' perplessa, che per comodità chiamerò "Merkel".

1. Forse non vogliamo stare in Europa, può darsi che metteremo in crisi l'intera zona euro con un referendum. Il referendum a norma di legge non si potrebbe fare, ma discuterne può essere utile a creare un po' di panico e farci vincere le elezioni.

2. Forse vogliamo stare in Europa, però basta con l'austerità. Capito Merkel? Basta!!!!!1111

3. Invece vogliamo l'Eurobond, capito Merkel???^^^?? Facciamo un mucchio solo col debito pubblico italiano e quello tedesco. Cioè voi dovrete garantire anche per il nostro debito, ahahaha! Però basta austerità, finito. Così è l'Europa che ci piace. Noi spendiamo e voi garantite. Vedrete che se lo compreranno tutti un Eurobond così. Me lo comprerei anch'io... se non esco dall'euro prima.

4. Infatti forse l'Europa non ci piace lo stesso, dopotutto, e ci metteremo d'accordo con gli altri Pigs per farci la nostra unione mediterranea, e magari anche il Medibond. Così invece di fare un solo mucchio col debito tedesco lo faremo con, uhm, quello spagnolo, greco...

5. Abbiamo cambiato idea! Vogliamo stare in Europa! Però Frau Merkel devi abolire altri vincoli, devi farci spendere, Merkel, altrimenti noi ci arrabbiamo e poi diventiamo pericolosi.

6. Diventiamo molto pericolosi! Rimettiamo le dogane! Vogliamo stare in Europa però ognuno a casa sua!

7. Ah, un'altra cosa Frau Merkel. Vogliamo stare in Europa, ma senza pareggio di bilancio, ok? E il sabato devi venirci a lavare la macchina. No, niente biowashball, detersivi veri. Sennò ce ne andiamo via con gli altri Paesi mediterranei, sta' molto attenta Merkel.

venerdì 3 gennaio 2014

L'uninominale morbido

Oggi non ho ancora dato un'occhiata a un quotidiano, ma sono sicuro che sui più prestigiosi ci sono schede approfondite su tutti e tre i sistemi elettorali proposti da Renzi, con un'analisi attenta dei pro e dei contro. Qui invece trovate il sistema elettorale che proporrei io, se avessi una qualsiasi voce in capitolo. Potrebbe anche essere più bello di così, ma questa è la versione che potrebbe passare senza necessità di revisioni costituzionali (credo. Poi magari dopo dieci anni la corte costituzionale si accorge che non va, son cose che capitano).

Il sistema è già apparso su questa pagina un mese fa, ma avevo appena iniziato a pensarci (no, in realtà ci penso da una vita). Ho anche approfittato di qualche suggerimento dei lettori.

1. Ancora bicameralismo perfetto, per ora. (così non dobbiamo modificare la Costituzione, poi si vedrà). Si divida la popolazione italiana in 630 circoscrizioni elettorali per la Camera dei Deputati e in 315 circoscrizioni per il Senato.

2. Le primarie sono raccolte di firme. Su ogni scheda si trovano tre nomi - non necessariamente associati a simboli di partito (ma aiuta ai fini del raggiungimento del premio di maggioranza, come vedremo). Sono i tre cittadini che sono riusciti a raccogliere più firme autenticate dei cittadini di quella circoscrizione nel mese precedente all'apertura dei seggi. Ogni cittadino può firmare soltanto per un candidato alla Camera e per un candidato al Senato. Gli elenchi delle firme sono pubblici, ma contengono dati sensibili, nello spirito della normativa sulla privacy. (In soldoni: un magistrato può chiedere di sapere per chi hai firmato, un giornalista no).

3. L'uninominale morbida. Sulla scheda a dire il vero compariranno i tre nomi due volte: la prima in grande (prima scelta), la seconda in piccolo (seconda scelta). L'elettore può:
  • esprimere sia la prima che la seconda scelta (purché su due candidati diversi)
  • esprimere soltanto la prima scelta (la seconda scelta sarà considerata voto nullo)
  • nel caso (piuttosto bizzarro) in cui un elettore esprima soltanto la seconda scelta, il voto sarà conteggiato come prima scelta. Magari gli scrutatori possono metterlo a verbale: in ogni caso non è possibile esprimere soltanto la seconda scelta.
  • scheda bianca o nulla, come da che mondo è mondo.
4. Il primo spoglio. Al termine della consultazione, gli scrutatori rovesciano le urne e cominciano a conteggiare le prime scelte. Se uno dei tre candidati supera il 50%+1 dei suffragi, è eletto senza riserve. 

5. Il secondo spoglio. Se nessuno dei tre candidati supera il 50%+1, il candidato che ha ottenuto il numero inferiore di prime scelte viene "eliminato". Le schede che lo indicavano come prima scelta vengono ri-spogliate, ma stavolta vengono assegnate ai candidati indicati in seconda scelta. Il candidato che in questo modo ha ottenuto più suffragi viene eletto "con riserva". 

6. Se un partito ha superato il 55%. Se un partito ha ottenuto più del 55% degli eletti, ovvero 346 deputati e 173 senatori, non scatta alcun premio di maggioranza: lo spoglio è finito, un partito ha vinto le elezioni e gli altri hanno perso. 

7. Il premio di maggioranza... se invece, come è molto probabile, nessun partito arrivasse al 55%, le cose si complicherebbero un po', vista la difficoltà di far convivere il premio di maggioranza con l'uninominale. Al senato poi c'è il problema del regionalismo che complicherà ulteriormente le cose (e in ultima analisi è responsabile della suinità della legge Calderoli). Ma vediamo alla Camera. Se nessun partito dovesse arrivare a quota 346, il partito che è comunque arrivato primo totalizzandone almeno 283 (il 45%) ottiene i seggi necessari ad arrivare a 346. A chi li toglie? A chi era stato eletto con riserva, ricordate? conteggiando la seconda scelta degli elettori. 
Facciamo l'esempio peggiore: il primo partito (PP) ha 'vinto' soltanto in 283. Gli devono essere attribuiti 63 seggi. 
  • Si prendono in esame le circoscrizioni in cui il primo spoglio non ha dato nessun vincitore.
  • Si trovano le 63 circoscrizioni in cui il candidato del PP aveva ottenuto il risultato migliore, pur senza raggiungere il 50%+1.
  • Si attribuiscono questi seggi ai candidati del PP. 
La filosofia è la seguente: nei casi in cui i cittadini di una circoscrizione non sono riusciti a mettersi d'accordo in prima battuta, la scelta viene demandata alla collettività, che premia il partito che ha preso più voti a livello nazionale.
Se nessun partito arriva a 283 (45%), scatta un premio inferiore, che porta il primo partito a 316 (50%+1), e si fa un governo di coalizione.

8. E in Senato?
In Senato sarebbe bello se si potesse fare l'identica cosa che alla Camera, con gli sbarramenti e i premi alle stesse percentuali. Temo che non si possa a causa della riforma pseudo-regionale che già rese bizantina la legge Calderoli. In sostanza o si cambia la Costituzione o si applica il premio su base regionale. Ci devo ancora lavorare.

Difetti:
- Il clientelismo si trasferirà dal voto alla firma: dal voto di scambio alla firma di scambio. Ma almeno le firme sono tracciabili (però non pubblicabili). Diciamo che sarà più facile notare i fenomeni di clientelismo: con un sistema elettorale mica li si combatte, al massimo li si fa emergere.
- Alcuni candidati che sembravano eletti (con riserva, conteggiando la seconda scelta degli elettori) avranno l'impressione di essere scalzati. E però non è che avessero vinto davvero: per vincere bisognava prendere il 50%+1 della prima scelta, o far parte del partito che è arrivato primo su base nazionale.
- Forse i posteri giudicheranno con severità la violenza che facciamo alla democrazia infliggendo premi e sbarramenti (oppure ci chiameranno pazzi per via che facevamo votare gli analfabeti e gli ottuagenari). Però cercate di capirci, posteri, di governi instabili non ne possiamo più. Se ne riparla dopo che qualcuno riesce a finire una legislatura normale.

Devo dire che più mi addentro in questa follia, più capisco come deve essersi sentito Calderoli. 

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