lunedì 30 novembre 2015

Il Natale è solo relativista culturale (rassegnatevi)

Ci sono idee talmente buone che hanno funzionato per millenni. Ad esempio qualcuno a un certo punto (terzo secolo?) prese la festa pagana in cui si onorava il Sole, trionfante dalle tenebre tre giorni dopo il solstizio d'inverno, e ci appiccicò la storia evangelica di una sposina in cerca di alloggio per la notte che partorisce il salvatore dell'umanità.

Vedo l'asino, vedo le pecore, ma dov'è il bue?
Quel tizio sconosciuto trasformò la festa dell'imperatore nella festa dei pastori, e dei poveracci in generale; si impadronì del giorno in cui si celebrava l'unità dell'impero, e lo trasformò nella notte in cui un forestiero bussa alla tua porta, ti chiede ospitalità e ti porta la Luce del Mondo. Quel tizio era un genio, basti vedere quanto la sua idea ha funzionato.

Per contro, quei signori che vogliono prendere la festa del bambino galileo nella stalla giudea, e trasformarla in un Vessillo dell'Occidente da sventolare in faccia ai nuovi arrivati, ecco, siccome non sono i primi che ci han provato, per loro credo di avere una cattiva notizia.

Non funziona. Magari per qualche anno, ma più probabilmente no. Vi si sgonfierà il pandoro, vi cascheranno gli angeli dalla stalla del presepe. Lo spumante saprà di tappo e anche quest'anno nessuno vi porterà il regalo che avevate chiesto. A chi lo avevate chiesto, poi: al Dio che chiude la porta in faccia ai forestieri?

domenica 29 novembre 2015

Perché i cristiani non ammazzano gli abortisti (quasi mai)?


Se ci pensate, è curioso.

Un tizio negli USA entra in una clinica dove si programmano aborti, e si mette a sparare; uccide un po' di personale medico ma da noi non fa quasi notizia. D'altro canto in Kenya hanno ammazzato una cooperante italiana, in Turchia un avvocato dei curdi, è un periodo difficile. Ci sono apprezzabili motivi storici e geografici per cui oggi in Italia possiamo aver paura più del terrorismo di matrice islamica che di quello antiabortista che da noi per ora non esiste. Peraltro, chi volesse approfittare di un fatto tanto estremo per attaccare gli antiabortisti italiani, si tirerebbe la zappa sui piedi: per quanto sia gente odiosa, non va in giro a sparare a medici o infermieri.


A me però un giorno piacerebbe discutere proprio di questo: perché gli abortisti italiani non vanno in una clinica e fanno una strage? Non per polemica, credo che sia una domanda interessante e meno retorica di quanto potrebbe sembrare.

Credo che ogni religione abbia una sua logica, che funziona magari solo se la osservi dall'interno - il che significa, per esempio, che in teoria potresti catechizzare un robot. Ma appunto, se a un robot spieghi che

1. La vita ha inizio dal concepimento
2. A chi muore prima del battesimo è negata la grazia di Dio, e di conseguenza il paradiso

"Genocidio o scelta?"
Questo robot non potrebbe che dedurne che ammazzare i medici abortisti è cosa buona e giusta, così come sarebbe stata cosa buona e giusta ammazzare Hitler prima che iniziasse a sterminare disabili, ebrei, rom, eccetera. Lasciatemi per una volta usare proprio il consuntissimo paragone col fuehrer, perché i numeri me lo consentono; se crediamo che la vita abbia inizio dal concepimento (e i cristiani ci credono!) quello che i parlamenti di tutto l'occidente hanno progressivamente legalizzato dal dopoguerra in poi è un vero e proprio sterminio di massa, degno di figurare accanto a quelli più o meno professionalmente organizzati da Mao o Stalin o altri.

Per il cristiano però l'aborto è ancora più grave: non soltanto strappa alle sue vittime la vita terrena (una proprietà, per i cristiani, trascurabile), ma pregiudica anche la felicità nella vera vita, quella eterna. Non è solo un infanticidio di massa - che già sarebbe grave - ma è uno sterminio di anime. Anche se su quest'ultimo punto si annida un po' di provvidenziale bruma teologica. Forse la decisione del penultimo papa di eliminare l'"ipotesi" del Limbo nasce proprio dalla volontà di stemperare i toni: si trattava di una regione liminare dell'inferno dove i bambini non battezzati bruciavano a fuoco lentissimo ("damnatione omnium mitissima", diceva Agostino), ma comunque bruciavano. Io a una cosa del genere mi rifiuterei di credere, ma se ci credessi non avrei alternative a farmi esplodere in un consultorio: come potrei sopportare di convivere con un'umanità che permette che dei bambini non nati brucino in eterno? Se però decidiamo di non porre limiti alla misericordia di Dio, il pensiero dell'infanticidio diventa un po' più sopportabile. Ma pur sempre infanticidio resta.


Ecco, quando discutiamo del cosiddetto "islam moderato", e ci sembra una contraddizione in termini, (come si possono "moderare" certi dettami del Corano?) forse potremmo fare un confronto con una situazione del genere: uno dei principi più strenuamente difesi dal cattolicesimo moderno - non quello medievale, tomista, no: quello post-conciliare - è la sacralità della vita dal concepimento. È un principio che non ha nulla di "moderato", il famoso "valore non negoziabile": chi abortisce è un'assassina, chi l'aiuta è complice di strage. La "moderazione" non interviene sul piano ideologico, ma su quello pragmatico. Cioè, nella teoria un cattolico non può non pensare che Emma Bonino sia una stragista dichiarata. Nella pratica, se la incontra in chiesa durante un rito funebre non si sbigottisce; addirittura può domandarsi come mai non la facciano salire sul pulpito per dire due parole. Questa ci sembra "moderazione", ci sembra "buon senso", ma se fossimo un po' più estranei alla situazione potremmo anche chiamarla "doppiezza", o "ipocrisia". Come quando accusiamo i rappresentanti dell'"Islam moderato" di non raccontarcela giusta, di fingere di non vedere i passi più violenti del Corano che pure sono attualmente messi in pratica nelle teocrazie e nelle repubbliche islamiche.

Quando poi capita che un tizio entri armato in un consultorio e faccia fuoco su dei dottori, lo chiamiamo "matto". Non ci attraversa nemmeno per un istante l'idea di accusare il Papa, o qualche pastore protestante, di averlo ispirato. Eppure.

mercoledì 25 novembre 2015

L'Isis è tra noi. E non vuole che andiamo in gita

First We Take Torpignattara... 

Cari operatori locali del terrore: politici, opinionisti e semplici reporter a caccia di segni che l'Isis sta arrivando, è qui, non farà prigionieri; care quinte colonne della Jihad prossima ventura, che posso dirvi? Potreste persino aver ragione.

In effetti non c'è motivo di pensare che gli errori commessi in Belgio o in Francia, in materia di immigrazione o integrazione, non siano stati ripetuti anche da noi; e che nell'hinterland di qualche città italiana non esista un ghetto come Molenbeek, dove gli integralisti possono nascondersi e fare proselitismo indisturbati. L'ipotesi è plausibile, non si può liquidare con un'alzata di spalle. Una Molenbeek italiana magari c'è.

A questo punto però dovreste mostrarcela.

Perché se tutto quello che riuscite a trovare è Torpignattara; e anche per dipingere Torpignattara come un ghetto islamico siete costretti a sforbiciare vecchi spezzoni d'interviste, ecco, no. Topignattara sicuramente non è il paradiso, ma altrettanto sicuramente non è il quartiere marocchino di Molenbeek. Se la minaccia islamica in Italia esiste, perché vi riducete a inventarvela? I vostri dossier dovrebbero essere gonfi di fatti, di soprusi, prevaricazioni documentate, musulmani che minacciano salumieri, donne costrette a velarsi, ecc. È da vent'anni e più che ci state raccontando di un'invasione islamica dell'Italia, come minimo a questo punto dovrebbero essere riusciti a imporre la Sharia almeno in una circoscrizione, un isolato, un ballatoio. Voi dovreste essere là, e documentare la cosa con tutta la Rabbia e tutto l'Orgoglio di cui siete sicuramente capaci. E invece.

E invece l'altro giorno un giornalista come Filippo Facci, non esattamente un becero qualunque, si ritrova a scrivere una cosa del genere:
Non voglio leggere che una gita scolastica è stata annullata perché prevedeva la visita a un Cristo dipinto da Chagall: voglio che gli insegnanti responsabili vengano sanzionati, o, addirittura, come ha scritto Claudio Magris sempre sul Corriere, licenziati.
La Grande Minaccia Islamica 2015: una gita scolastica annullata. Peccato che non sia semplicemente vero: che la notizia di una classe che rinuncia alla gita per non offendere gli alunni musulmani fosse già stata smentita dal preside della scuola nel momento in cui Facci si sedeva a scrivere il suo laico grido d'allarme. Poco importa: in mancanza di niente gli operatori locali del terrore hanno deciso che il segno dell'Apocalisse musulmana è questo: un consiglio di classe che blocca una gita per mancanza di adesioni (una cosa che è sempre successa, anche quando i genitori che non volevano pagare non erano ancora musulmani ma semplicemente poveri). Ne sta parlando la Meloni in tv proprio adesso a Porta a Porta, in palese cattiva fede. Nel frattempo il Miur ha mandato gli ispettori in quella scuola, al cui dirigente va tutta la mia solidarietà.

(Non so se vi rendete conto. Durante un consiglio di classe decidono di bloccare una gita probabilmente per mancanza di adesioni. Nel corridoio qualcuno mormora che è colpa dei genitori musulmani. La scuola finisce sui giornali. Claudio Magris sul Corriere vuole licenziare gli "insegnanti responsabili"! Cioè se tu blocchi una gita scolastica perché un po' di genitori non se la sente di pagare, Claudio Magris chiede al Corriere che tu sia licenziato, e il Ministero ti manda gli ispettori. Ma questo non è cavarsela a buon mercato? Forse si dovrebbe fare di più, magari iniziare a tagliare qualche parte del corpo al professore che non riesce a organizzare una visita d'istruzione. Non possiamo mica rischiare che vinca l'Isis).

Facci comunque non si preoccupa soltanto per le visite d'istruzione. Mali tempi incorrono:
Non voglio che la scuola pubblica elimini dai testi scolastici le parole «maiale» e «carne di maiale» (più tutti i derivati) per non offendere musulmani ed ebrei: 
A me questa è sfuggita: qualcuno ha proposto di togliere "maiale" e "ciccioli frolli" dai testi scolastici? Che io sappia a musulmani ed ebrei è fatto divieto di mangiarne, non di sentirne parlare o di leggere la parola su un libro. Insomma questa è una cosa che è successa davvero o un'esagerazione? E che bisogno c'è di esagerare, se in giro per l'Italia vige davvero la Sharia? Ma fateci degli esempi concreti.

Facci non fa che ripetere lo stesso schema che dall'11 settembre hanno ripetuto tutti gli operatori locali del terrore: siccome la Minaccia Islamica tarda un po' a manifestarsi, se la fabbricano in casa con quel che passa il convento. A Sarcazzo sull'Oglio un crocefisso è caduto da una parete e nessuno l'ha raccolto; nel comune di Massaveneta si sono rotti i coglioni di fare il presepe; la tal classe non va in gita: tutti segni che Maometto sta vincendo. In fondo l'Isis, quando proclama su Youtube di essere a poche miglia nautiche da Roma, non sta facendo la stessa cosa? Arrendetevi, abbiamo conquistato un quartiere di Tripoli, stiamo arrivando.

La grande maestra di questi professionisti del panico è stata ovviamente lei, Oriana Fallaci. Tre anni dopo aver vomitato tutta la sua Rabbia e il suo Orgoglio, pubblicò un testo che si presentava sin dal titolo come un'assai più ponderata riflessione sul tema Quei bastardi fottuti ci fanno il culo, tiriamo fuori le palle, Cristo! Il volume, il secondo della trilogia, si intitolava appunto La forza della ragione. 
"Stavolta non mi appello alla rabbia, all'orgoglio, alla passione. Mi appello alla Ragione".
In questo testo tanto ragionato, la Fallaci spiegava ai suoi lettori che lo Stato in quel momento (2004!) stava giungendo a una specie di concordato con le comunità islamiche operanti nel Paese. Cito da Cathopedia:


Le bozze d'intesa tra Stato italiano e comunità islamiche prevederebbero inoltre: il riconoscimento del venerdì come giorno di festa (per i soli musulmani, insieme alla domenica); la possibilità di interrompere il lavoro per recitare la preghiera rituale quattro volte al giorno; l'esenzione dal lavoro per gli islamici in occasione delle loro feste e per poter effettuare il pellegrinaggio a La Mecca; la possibilità per le donne di avere sui documenti d'identità la foto con il velo; la facoltà di usufruire del contributo dell’otto per mille; il riconoscimento della validità del matrimonio islamico con relativa facoltà da parte del marito di ripudiare la moglie o praticare la poligamia (attualmente punita dal Codice penale); l'obbligo per ogni mensa aziendale, scolastica, ospedaliera, carceraria di distribuire cibi islamici; il permesso di praticare la sepoltura dei cadaveri secondo il rito islamico (cioè il cadavere avvolto solo da un lenzuolo e sepolto a fior di terra, in contrasto con le nostre norme igienico sanitarie)...
Sono passati undici anni: qualcuno sa che fine hanno fatto quelle "bozze d'intesa"? Nel caso, potrebbe anche ragguagliarmi su quali "comunità islamiche" stessero facendo pressione sul governo Berlusconi per depenalizzare la poligamia? Ci sono tracce di queste bozze, da qualche parte, onde verificare se davvero qualcuno aveva intenzione di seppellire cadaveri avvolti in un lenzuolo a fior di terra? Perché tutte queste cose le scriveva la Fallaci, e la Fallaci ci stava parlando con la Forza della Ragione.

Adesso ve li faccio io degli esempi concreti. Io abito in un piccolo centro dove non ci sono moschee. Ufficialmente. Se parli coi ragazzi ce ne sono cinque o sei. Almeno fino a qualche anno fa il principale problema di sicurezza era la tensione tra arabi e pachistani - presso la stazione autocorriere ci fu una rissa memorabile. A una decina di chilometri da casa mia, qualche anno fa una madre musulmana difese sua figlia con la vita - e fu uccisa dal marito. Di cose successe più vicino a me non posso parlare; dico solo che ogni volta che sento un giornalista o un opinionista montare a neve un caso come quello della scuola di Firenze, mi sento preso in giro. Solo con le madrase clandestine ci sarebbe di che riempire un libro non ridicolo, e tutto quello che riuscite a trovare voi cazzari anti-islamici è una classe che non va in gita. Non fate senso solo come giornalisti, incapaci di notare quel che succede appena un po' oltre la punta delle vostre scarpe: fate pure pena come quinte colonne del terrore, bravi solo a spaventarvi a vicenda. L'Italia potrebbe anche diventare più pericolosa del Belgio, non lo so e non lo escludo; ma so che nel caso sarete gli ultimi ad accorgervene.

lunedì 23 novembre 2015

Colpo grosso in provincia di Barletta

Loro chi? (2015, Francesco Miccichè, Fabio Bonifacci)


Trani è in subbuglio, corre voce che il Grande Regista TV sia scontento. Sta scegliendo le location, le comparse, il catering. L'anno prima Barletta ospitò una fiction e il turismo registrò il 200% - insomma è un'occasione da non mancare. Il sindaco gli sta pagando l'albergo, frantoi e viticoltori litigano per invitare il Grande Regista a pranzo, persino la camorra locale ha da piazzare il suo raccomandato. E allora cosa c'è che non va? Forse che la città non è fotogenica abbastanza? "No, Trani è bella", dice. "Ma non so se funziona per l'action".

Il Grande Regista, in realtà, è un piccolo truffatore. Ma il colpo che mette in scena a Trani è talmente verosimile che una volta tornato a casa mi sono messo a cercarlo su google: "falso regista fiction". Per ora ho trovato solo un tizio che a Brindisi convinceva delle tizie a spogliarsi per dei falsi provini, una cosa abbastanza deprimente. Invece le avventure di Edoardo Leo e Marco Giallini nella ridente località pugliese sono l'episodio più scoppiettante del film - e anche quello più rivelatore. Se ogni film è una truffa, un film di truffe è sempre un gioco di specchi: non sei mai sicuro di ciò che stai guardando. È un buon film di truffe inverosimili, o è un film inverosimile e basta? Le ragazze che suonano in playback a un concerto rock stanno recitando male o stanno recitando bene la parte di chi suona per finta?


Alla fine ho deciso che lo compro - e se i registi mi hanno fregato, peggio per me (continua su +eventi!) 

domenica 22 novembre 2015

A Houellebecq dell'Islam non è che freghi un granché

E così, orfani della Fallaci, alla disperata ricerca di un intellettuale-non-intellettuale che raccogliesse lo stendardo della guerra all’Islam e all’Eurabia, al Corriere si sono buttati su Houellebecq. Gli hanno chiesto un pezzo in esclusiva, l’hanno avuto. Probabilmente si aspettavano un tonante attacco alla Sharia, si sono ritrovati un fervorino contro François Hollande. Speravano in una chiamata alle armi anti-jihad, si ritrovano una specie di grillino che blatera di referendum e “democrazia diretta” - contro l’integralismo islamico? La democrazia diretta? Ci sta prendendo in giro? Scrive anche LOL - no, dev’essere il traduttore, i francesi non scrivono LOL.

Il fatto è che intorno a Houellebecq, in questo triste 2015, è cresciuto un equivoco che - non ci fossero tutte queste stragi in sottofondo - sarebbe persino divertente. Quando in febbraio la promozione della sua ultima fatica, Sottomissione, fu interrotta dalla strage di Charlie Hebdo, alcuni cominciarono a fantasticare di un Houellebecq autore di un libro finalmente, francamente anti-islamico: qualche frecciatina qua e là nei suoi romanzi l’aveva lanciata, e ora stava per darci dentro come soltanto un outsider come la Fallaci aveva saputo fare. Il libro vendette un sacco e poi non è che se ne parlò più tanto (in generale è interessante notare il contraccolpo emotivo seguito agli attentati di gennaio; per due settimane ci siamo preoccupati molto e poi ci siamo quasi dimenticati del problema, fino al 13 novembre). Di suo Houellebecq ci ha messo l’ormai distintiva trasandatezza stilistica, e una trama che non sembra concepita per catturare l’attenzione del lettore (le vicissitudini di uno studioso di Huysmans alla soglia della terza età, reggimi le palpebre). Insomma un sacco di gente che lo aveva comprato sperando nei nuovi Versetti Satanici col 150% di antislamismo in più magari aveva staccato a pagina venti.

Chi invece aveva avuto pazienza di proseguire, si era trovato davanti a una vera propria resa dell’uomo occidentale: per Houellebecq è tutto finito, forse già da un secolo: non resta che vendersi ai migliori offerenti (i sauditi?), i quali magari avranno la compiacenza di assumere qualche intellettuale e provvedere alla qualità dei suoi pasti, e soprattutto a che scopi regolarmente. Forza Islam purché magnam. Il tutto sviluppato su premesse che sì, riprendono alcune note problematiche della società francese (banlieues in rivolta, la crescita del Front National, la crisi di credibilità dei partiti istituzionali), però senza immaginazione, con una certa stanchezza che è ormai il marchio della fabbrica letteraria Houellebecq, la verve di un vecchietto in pantofole che mangia un pasto precotto davanti ai talk show e si domanda: ma i barbari, quando arrivano? Chissà se loro almeno sanno cucinare. Però al Corriere servirebbe una Fallaci e questo nelle foto fuma e fa le smorfie, perché non dovrebbe sbroccare alla Fallaci? Ci crede anche lui nel tramonto dell’Occidente, no? Sì, ma lui è della generazione successiva - e coi venerati padri degli anni Sessanta ha un conto in sospeso - è quasi più corretto dire che lui nel tramonto ci spera, lo auspica, in altri romanzi si domandava come accelerarlo. Per immaginarselo anti-islamico bisogna veramente evitare di leggerlo, e conferirgli l’ambito status di feticcio, quell’oggetto che in una libreria non sfigura, ma serve sostanzialmente a evitare che i volumi veri caschino di sotto.

Chi invece ha qualche familiarità con Houellebecq, nella paginetta concessa al Corriere ritroverà quasi tutto quello che ultimamente preme all’autore di Sottomissione. Niente Islam - più che giusto, alla fine l’Islam per H è poco più di una fantasticheria erotica. Si comincia con una negazione: i francesi non possono veramente essere angosciati dal terrorismo. Ai tempi degli attentati degli Hezbollah negli anni ‘80, forse, ma adesso no. “Ci si abitua, anche agli attentati”. In controtendenza con l’allarmismo che i media spargono per inerzia, Houellebecq insiste a descrivere una Francia blasé, apatica che di fronte all’attentato più grave dal dopoguerra sbadiglia e cambia canale.

Può persino darsi che H abbia inquadrato un dato di realtà che sfugge agli osservatori professionisti, tutti in disperata ricerca di emozioni un tanto al chilo; ma al di là di quanto assomigli alla Francia reale, la sua è soprattutto simile alla Francia descritta nel romanzo, dove, costretto a prevedere una fase di guerra civile tra identitari e musulmani francesi, H la liquida nel modo più sbrigativo, quasi nascondendola sotto il tappeto - al punto di immaginare che nel 2022 Hollande sia in grado di impedire ai testimoni degli scontri di filmarli e trasmetterli in tv e addirittura su Internet.
"In questi giorni ho provato: niente sulla CNN e nemmeno su YouTube, ma me l'aspettavo. A volte su RuTube si trova qualcosa, riprese di gente che filma con il cellulare; ma è molto casuale, e comunque non ho trovato niente neanche lì".
"Non capisco perché abbiano deciso il blackout totale; non capisco a cosa miri il governo".
"Questa, secondo me, è l'unica cosa chiara: hanno davvero paura che il Fronte nazionale vinca le elezioni. E qualsiasi immagine di violenze urbane significa voti in più per il Fronte nazionale".
Da cui il dubbio: Houellebecq sta esprimendo il suo timore per una deriva totalitaria della società dell’informazione-spettacolo, per cui dopo esserci abituati a scambiare la realtà con Youtube basterà controllare Youtube per darci a bere qualsiasi cosa - o non sta semplicemente proiettando la sua apatia, il suo malessere sulla Francia intera, per cui tutti devono disinteressarsi ai fatti di sangue perché se ne disinteressa lui? Il suo personaggio, un asociale che attraversa i più grandi sconvolgimenti sociali e religiosi degli ultimi due secoli senza capirci nulla, unicamente guidato dall’istinto all’approvvigionamento di cibo e sesso; uno che fallisce ogni tentativo di conversione perché per convertirsi bisognerebbe essere già stati qualcosa, prima - è davvero il francese medio come lo immagina Houellebecq, o è Houellebecq come ce lo immaginiamo noi suoi abituali lettori? Sottomissione è un libro che parla della decadenza della Francia o della depressione cronica del suo autore?

In fondo diventiamo un po’ tutti apocalittici quando invecchiamo, è un normale tratto narcisistico; anche la Fallaci, più che l’antropologo-geo-politica in cui l’hanno trasformata, era una giornalista malata che intuiva che dopo di lei sarebbe venuto il diluvio. Houellebecq a dire il vero non è ancora così estremo, ha ancora consigli concreti da fornire, proposte in grado di incidere sulla realtà, speranze insomma. Peccato che (e anche qui, immaginiamoci lo sbigottimento dei lettori del Corriere), queste proposte non abbiano niente a che vedere con l’Islam. A Houellebecq l’Islam non frega più di tanto - in certi punti del libro ha il sospetto che sarebbe un modo efficace per scoparsi delle quindicenni, e che anche a quest'ultime la prospettiva non dovrebbe dispiacere, - i mariti le riempiranno di regali, avranno “la possibilità di restare bambine praticamente per tutta la vita”. Quindicenni a parte, quel che preme davvero a Houellebecq è la fine del semipresidenzialismo francese, l’introduzione della “democrazia diretta”. La democrazia diretta.

La democrazia diretta? Cioè, Houellebecq è un grillino?

In un certo senso (continua)

venerdì 20 novembre 2015

Islam non è la risposta

20 novembre - San Dasio († 303), martire.

A San Dasio, un martire qualsiasi, caduto ovviamente ai tempi di Diocleziano presso Durostorum (oggi sarebbe Bulgaria), un monaco che s'annoiava associò una leggenda curiosa. Dasio non aveva ancora fatto il suo coming out di cristiano, quando fu acclamato dai suoi concittadini re dei Saturnali, il carnevale di quei tempi: al termine del quale il re sarebbe stato scannato dai suoi sudditi in festa. Era un'usanza che magari il monaco si inventò lì per lì per conferire ai legionari pagani i costumi più turpi possibili: finché James Frazer non la trovò e in un qualche modo decise che si trattava dell'unica testimonianza rimasta di un antichissimo rito comune a tutta l'antichità greca e romana, in fondo perché no? Se l'ha detto Frazer.

sacrifice Solo a quel punto Dasio, vedendosi comunque condannato a morte, decise di rivelarsi per un cristiano: e così, invece che sacrificato a Crono, morì da martire. La storia sembra escogitata apposta per provocare una discussione: benché sia morto esattamente sotto le stesse armi di tanti altri colleghi di martirio, Dasio potrebbe sembrarci un po' meno eroico: mentre ad altri fu offerto di rinnegare il loro Dio, e rifiutarono, Dasio sapeva che sarebbe morto in ogni caso. L'unica scelta a sua disposizione era cambiare il senso della sua morte. Voi dite che io muoio per X, e invece io muoio per Y. Per noi, che non crediamo più né in X né in Y, la cosa sembra quasi irrilevante. Ma la stessa cosa penseranno i posteri di noi.

Un giorno scrolleranno un papiro, un microfilm, un'immagine a mezz'aria, e leggeranno dei dibattiti che facevamo nel novembre del 2015 sugli stragisti di Parigi: se fossero morti perché (x) islamici o perché (y) vittime della mancata integrazione, del degrado delle banlieues (z), del pasticcio geopolitico medio-orientale (w), della carestia che col riscaldamento globale cominciava a bussare a un bordo del Mediterraneo (v): e tutti questi concetti per loro saranno ugualmente astratti. I fatti di cronaca in sé, invece, li afferreranno benissimo: c'era una fazione che voleva seminare il terrore sparando a obiettivi precisi ma anche a casaccio; questo è comprensibile, è successo altre volte e probabilmente non smetterà mai di succedere, per cui possiamo essere ragionevolmente sicuri che finché ci saranno individui della nostra specie, la violenza terroristica non sarà loro aliena: ma avranno parole diverse per spiegarla, parole che a loro sembreranno molto più semplici. Scrolleranno la testa, invece, di fronte alle nostre astruse spiegazioni, alle nostre razionalizzazioni così poco razionali.

Quando per esempio parliamo di Islam, e ci domandiamo se possa avere o meno a che fare col terrorismo. È una domanda seria? Voglio dire, sono musulmani integralisti, brandiscono il Corano, ci definiscono infedeli e crociati, e muoiono come martiri: così a occhio direi che l'Islam un po' c'entra. È curioso anche solo il fatto che ci poniamo il problema. Perché abbiamo difficoltà ad ammettere che la religione sia un fattore determinante, se non scatenante, di un fenomeno terroristico? Probabilmente perché abbiamo paura di offendere quei musulmani che non sono integralisti, né fanatici, né terroristi (è la stragrande maggioranza) e che anzi, sono il primo obiettivo degli integralisti, dei fanatici, dei terroristi. I cosiddetti "islamici moderati". Bene.

India France Paris AttacksMa è una paura che si spalma sull'ipocrisia. Se davvero fossero "moderati", non dovrebbero offendersi, tanto è evidente il fattore religioso in un terrorismo di dichiarata matrice islamica. Allora forse siamo noi per primi a non crederci molto, a questa cosa dei "moderati". Abbiamo paura di urtare la loro suscettibilità - e se poi si radicalizzano? Se smettono di essere "moderati"? (Noto qui per inciso che in italiano il termine esiste solo per gli islamici: non ho mai sentito parlare di cristiani o di ebrei "moderati" - al massimo di cristiani integralisti, o ebrei ultraortodossi. L'islam è l'unico grande monoteismo che sentiamo di dover "moderare").

Il vero motivo per cui almeno io percepisco una certa difficoltà a individuare l'Islam come un agente patogeno del terrorismo, è molto più terra-terra: non voglio darla vinta alla Fallaci. E a tutti quelli che la citano, ovviamente, ormai senza neanche leggerla più (resterebbero sorpresi nello scoprire, per esempio, che era scettica sugli effetti della Guerra al Terrore di Bush; e del disprezzo con cui liquidava la Lega e il suo leader di allora). Per un sacco di gente, dall'11 settembre di 14 anni fa, "Islam" è diventata la risposta più comoda, e in molti casi l'unica. Perché ci vogliono ammazzare? Perché sono islamici. Ma non sarà che provengono da Paesi disastrati dalle fallimentari strategie geopolitche delle superpotenze? Naaah, è solo che sono islamici. Sicuri che non c'entri per niente il modo in cui abbiamo corrotto la loro classe dirigente, mettendo un Paese contro l'altro e vendendo armi un po' a tutti, senza riflettere su che fiori tossici sarebbero nati dalle macerie? No, no, guarda, è molto più semplice: loro leggono un solo libro e su quel libro c'è scritto che ci devono ammazzare. E la fragilità del benessere di Paesi basati sull'esportazione di idrocarburi, praticamente privi di una classe media che possa creare le premesse per una democratizzazione e laicizzazione della soc... Uff, perché la fai tanto lunga? Islam. E la questione israelo-palestinese, questa ferita aperta che non si ricuce mai? Anche lì, è semplicissimo: i palestinesi sono islamici, gli islamici sono antisemiti, quindi... E il malessere delle banlieues? Dovevano stare a casa loro. Ma le migrazioni sono inevitabili, cioè guarda qualsiasi proiezione demografica, è chiaro che un sacco di gente arriverà in Europa da sud in cerca di cibo e lavoro, parliamo di milioni di persone, mica li puoi tenere fuori... non essere buonista, loro vengono perché sono islamici e sul loro libro c'è scritto che ci devono conquistare. Ecc. ecc.

libero

Nota per il postero: non sto riassumendo dei discorsi da bar. Ovvero, è chiaro che se ne sentono anche al bar, di discorsi così: ma sono gli stessi che fanno autorevoli leader di partito, intellettuali, opinionisti anche loro "moderati": quelli del Corriere che si nascosero dietro le urla scomposte dell'anziana Fallaci (nessun editorialista maschio ebbe il coraggio di prendersi una fatwa in quell'eroico momento: tutti dietro la vecchietta). Quelli un po' bricconcelli, un po' situazionisti del Foglio; gli sciacalli del collasso del berlusconismo, Salvini e la Meloni. Per loro ormai "Islam" significa "ci odiano", il che rende i loro ragionamenti perfettamente circolari, se non puntiformi. Perché ci odiano? Perché sono islamici. Perché sono islamici? Perché ci odiano. Quel corto circuito tautologico che attirava l'attenzione di Roland Barthes. "Islam" per noi è ormai un mito, nel senso che lui dava al concetto; una parola svuotata del suo senso originario, delle storie complesse che rappresentava, e trasformata in un dato di natura. "Ci odiano", e non c'è bisogno di altra spiegazione. Ormai lo possiamo scrivere sulla cartina, proprio dove una volta scrivevamo "Hic sunt leones". Non c'è bisogno di indagare, studiare, capire. Ci odiano. Perché? Islam (continua sul Post...)

martedì 17 novembre 2015

Avevamo il 5% e avevamo ragione

Avevo in bozza la fine del ragionamento sul partito di sinistra del 5%, che questa settimana sembra abbastanza superato (alligna in me almeno il germe dell'ottuso-bravo-cittadino, quello che nei momenti di crisi si stringe alla bandiera e alle istituzioni; al punto che riesco ad apprezzare un buon discorso di Renzi e persino qualche degno intervento di Angelino Alfano; e a sospirare al pensiero che nelle stanze dei bottoni ci siano loro e non altre creature sempre meno antropomorfe).

Una cosa però la voglio buttare giù, visto che in questi giorni è facile andare col ricordo al periodo della guerra al terrore. Bene, se c'è stato un momento, negli ultimi vent'anni, in cui una sinistra minoritaria ha dimostrato di essere utile, se non necessaria, è stato quello. Non eravamo tantissimi, non avevamo necessariamente categorie più raffinate dei neocon che avversavamo; non eravamo eleganti, non sapevamo capitalizzare i successi dei forum sociali e dei cortei no-war. Non eravamo l'avanguardia intellettuale del Paese e non meritavamo senz'altro di conquistare l'egemonia; però avevamo ragione.

Ce lo hanno mostrato i fatti, lo ha ammesso persino il mellifluo Tony Blair. Qualsiasi ingenua analisi postata su un blogghetto amatoriale (che mi costa una certa fatica andarmi a rileggere) sembra comunque illuminata da una spaventosa chiaroveggenza, se solo la paragono alle ciarle che nello stesso periodo facevano sbrodolare alla povera Fallaci. Avevamo ragione sui rischi di destabilizzazione del Medio Oriente, avevamo ragione nel liquidare a sberleffi le ideologie contraddittorie dello scontro di civiltà e dell'esportazione della democrazia; eravamo forse un po' più ingenui quando parlavamo di petrolio, ma almeno avevamo capito che sotto la trama religiosa c'è sempre la cara vecchia economia.

In seguito c'è chi è partito per la tangente; chi aveva troppo fiuto per i retroscena ha iniziato a vedere false flag e scie chimiche; però l'intuizione iniziale era buona, e veniva da un ambiente che conservava gli strumenti per vedere quello che altri non potevano o non volevano vedere, per diplomazia o per interesse o pura e semplice insipienza. Non è che abbia nostalgia di quello spazio e di quel momento (che non è mai riuscito a costituirsi in un partito organizzato, peraltro). Ma credo che molti giovani avrebbero bisogno proprio di un ambito del genere, dove coltivare un sano dubbio post-ideologico e imparare a irridere gli impavidi arruolatori di ogni stazza ed età. Certo, le elezioni non si vincono subito e forse non si vinceranno mai. C'è però anche altro nella vita: e anche il piccolo orgoglio di avere avuto i dubbi giusti e quasi sempre ragione non è da sbatter via. Ci si può costruire qualcosa.

(Vien quasi la vertigine, a pensare quanto ero stupido quando avevo sempre ragione. A me poi piacerebbe anche aver torto ogni tanto, son quel classico Tramaglino a cui piacerebbe annoiare il prossimo raccontando i propri errori di gioventù. Ne avessi fatti un po' di più! e invece quasi niente).

lunedì 16 novembre 2015

Divorzio all'israeliana



Viviane (Gett: Le procès de Viviane Amsalem, Ronit e Shlomi Elkabetz, 2013)

In Israele sposarsi è più difficile di quanto sembra: il matrimonio civile non è previsto. Il divorzio, poi, se sei membro di una comunità più osservante di altre, può essere quasi impossibile. Viviane vive separata dal marito da anni, in una dépendance nel cortile di casa. La vita col marito è impossibile, ma lui non vuole concedere il divorzio e la corte di rabbini a cui Viviane si rivolge non può costringerlo. La causa di separazione, si trascinerà per più di cinque anni.

Simon Abkarian è una misuratissima, sublime
faccia da schiaffi.
In Viviane ci sono almeno due film interessanti. Il primo è quello di denuncia, che si presenta sin dalle prime scene senza sfumature: c'è un'ingiustizia, c'è una vittima eroica che combatte con tutte le sue forze, c'è un'evidente iniquità nella legge, tre giudici parziali che non la vogliono vedere e non hanno altra scelta che applicarla, un marito ottuso e geloso che ne approfitta senza sforzo. Tutto è già definito, nero su bianco, nei dialoghi iniziali, e anche a noi spettatori non resta che accomodarci dalla parte in cui Ronit e Shlomi Elkabetz hanno deciso di farci sedere. Non possiamo che detestare il flemmatico marito, e tifare per Viviane, parrucchiera autosufficiente (personaggio ispirato alla madre dei registi) - l'unica persona a portare un po' di colore in quella sala: una traccia delle stagioni che fuori da quelle finestre sbarrate stanno passando senza che nulla cambi. Siamo già parecchio indignati e il film è cominciato da pochi minuti. I registi hanno tutta l'aria di volerlo ambientare tutto in una candida ma angusta sala di tribunale, e il fantasma del Noioso Film A Tema si sta pericolosamente concretizzando. Scopriamo nel frattempo che in Israele un rabbino può sospendere una patente (ma il marito non l'ha mai presa per paura di dover guidare il sabato) e una carta di credito (ma l'unico conto in banca del marito è quello cointestato alla moglie); può persino incarcerare il marito che si rifiuti di comparire - ma non può costringerlo a recitare la terribile frase di assenso, "a partire da questo momento... sei permessa a qualunque uomo"


Siccome il tribunale è veramente piccolo e dimesso, è impossibile non pensare agli spazi ancora più sacrificati del palazzo di giustizia iraniano di Una separazione, il grande film di Asghar Farhadi (continua su +eventi!)

sabato 14 novembre 2015

Se è una guerra siate adulti, per favore.

In Italia al sabato le scuole sono aperte, il che almeno mi ha impedito di passare mezza giornata su internet a litigare. Grazie al cielo c'è un lavoro da fare, e grazie al cielo è un ottimo lavoro - anche le mattine in cui i ragazzi sono nervosi e non sai bene cosa raccontare. Una cosa bella del mio lavoro è che mi mette costantemente davanti ai miei limiti e mi obbliga a essere una persona un po' migliore. Non sempre ci riesco, ma quando uno è costretto a provarci cinque mattine su sei alla fine qualche risultato lo porta a casa.

A volte credo che molta gente avrebbe semplicemente bisogno di sperimentare quello che quotidianamente capita a tizi come me: invece di alzarsi e correre a citare qualche frasetta della povera Fallaci, o titolare "bastardi islamici" per lucrare un po' di copie, provare a venire in una scuola qualsiasi della Repubblica, al mattino: a entrare in una classe e trovarsi venticinque cuccioli, di cui quattro o cinque musulmani. E a quel punto, coraggio, vediamo fino a che punto riesci a parlare di invasione, di eurabia. Vediamo fino a che punto riesci a dire "islamici bastardi" in presenza di bambini normalissimi che hanno lo stesso zainetto degli altri, lo stesso astuccio degli altri, gli stessi voti degli altri - e sono nati nello stesso ospedale dove sei nato tu.

In *tutte*, cioè non è che se fai il liceo coreutico
non devi studiare la Fallaci.
A questo punto, mentre non trovi le parole per offendere la religione di un miliardo di persone, magari potresti notare che quei bambini, quei ragazzi, possono essere persino più spaventati di te: e che quei gridi scomposti e intolleranti che su facebook o altrove ti riuscivano così bene, ti facevano sentire così libero... non sono altro che forme di panico; e tu non puoi farti prendere dal panico, perché sei l'adulto e gli adulti non dovrebbero cedere al panico. Altrimenti hanno vinto loro, no?

E tu non vuoi che vincano loro, o no?

Tu dici che è una guerra: va bene. Non sarà allora il caso di comportarsi come ci si comporta in una guerra? Da uomini, si diceva una volta. Da adulti, diciamo. E quindi: se abbiamo paura, dobbiamo ricacciarcela in gola, e ai ragazzi prima di ogni discussione premettere un concetto: vinceremo. Anche se oggi siamo in ginocchio (ma ci rialziamo), anche se per qualche minuto abbiamo davvero avuto paura (ma ci sta passando), anche se per un attimo un nemico ci ha portato a sospettare l'uno dell'altro, ad accusare l'uno o l'altro; tutto questo non importa, perché contro il terrorismo abbiamo sempre vinto e vinceremo anche stavolta. Perché ieri sera i parigini aprivano le porte delle case per dare rifugio a chi scappava; perché i tassisti hanno fatto la spola per tutta la notte, perché per ogni terrorista ieri a Parigi c'era almeno un migliaio di cittadini che sono accorsi agli ospedali a donare il sangue: perché noi siamo tanti, e loro no. Siamo uniti, e loro no. Siamo più forti, e certamente qualcuno di noi può cadere, ma noi tutti insieme no.

Va bene che non siamo tutti Churchill, ma resto convinto che siamo migliori della nostra bacheca su facebook. E allora basta chiacchiere per favore, un po' di coraggio e un po' di disciplina, è tutto.

mercoledì 11 novembre 2015

E se fare un partito al 5% fosse invece un'ottima idea?

(Ok, probabilmente non lo è. Ma se invece lo fosse?)

Nello scorso settimana dunque SEL ha fatto un restyling con Fassina e D'Attorre, con uno show che senza neanche affaticarsi a trovare slogan decenti (la frecciata anti-happy days, dio mio), ha già fruttato due punti percentuali in più nei sondaggi. È un vero peccato che, essendo sondaggi italiani, sbaglino. La reazione dei rappresentanti del PD non si è fatta attendere, ed è stata prevedibilmente sobria e misurata: prima il presidente Orfini ha rivendicato Happy Days, poi il sottosegretario Scalfarotto ha pubblicato un composto commento il cui tono, se posso sintetizzare è: con tutto il rispetto per il vostro travaglio interiore, cretini, non avete capito nulla della vocazione maggioritaria, volete far la cresta col vostro 5%? Eh eh ma i tempi sono cambiati, "avreste fatto meglio a pensarci due volte" (in futuro sarà difficile spiegare perché a Scalfarotto era consentito usare espressioni simili senza sembrare un bullo).

Guardati le spalle, Fonzarelli, chi dei due tra vent'anni
sarà ancora in tv? 
"Che ci farete col vostro 15%, ammesso e non concesso che lo prendiate?", si domanda Scalfarotto. Scalfarotto che col suo 28% - forte di uno spaventoso premio di maggioranza - non è comunque riuscito a far passare il disegno di legge che porta il suo nome, sull'aggravante di omofobia. Mancava giusto quel 5% al Senato. Scalfarotto che qualche mese fa per riuscire a calendarizzare il ddl sulle unioni civili dovette ricorrere allo sciopero della fame, finché non la spuntò - o almeno sembrò spuntarla, visto che è novembre e non so voi, ma a me non sembra che in parlamento stiano discutendo di unioni civili. Sempre per via di quel 5%. Nel frattempo il boss di Scalfarotto ha fatto un sacco di cose, tra cui promettere di abolire di nuovo l'imposta sulla prima casa, strozzando un po' di più i già sofferenti enti locali - o innalzare il tetto dei pagamenti in contanti a 3000€ - o promettere che un giorno lontano, chissà, si farà il Ponte sullo Stretto (il che significa ricominciare a concedere appalti molto prima di quel giorno lontano).

Tutte queste cose, che possono essere giuste o sbagliate ma difficilmente rientrano nelle attese di un elettore del Pd, Renzi le sta facendo perché ha bisogno del sostegno di un partitino, l'NCD, che al 5% non ci arriverà mai. Insomma forse è Scalfarotto che dovrebbe pensarci due volte, prima di accusare gli altri di scarso realismo. Le rendite di posizione esistono, gli aghi della bilancia non sono un incidente di percorso - almeno finché decidi di usare le bilance.

Preferivo Mash. Suicide is painless...

A questo punto si potrebbe obiettare che da qui in poi si userà una bilancia tutta speciale, che rende impossibile il caricamento degli aghi. Detta così suona improbabile, ma nulla è improbabile per Renzi, no? Il suo entourage è sinceramente convinto di aver brevettato un algoritmo che eliminerà per sempre il trasformismo, come dire la tabe originaria che ha afflitto la storia parlamentare italiana dall'Unità a oggi, con qualsiasi ordinamento costituzionale e legge elettorale (persino Mussolini che aveva chiuso le camere alla fine fu messo in minoranza). Questo rimedio prodigioso è il cosiddetto Italicum, e non appena entrerà in vigore, Renzi governerà indisturbato per cinque anni. (Se vince lui. Se perde, qualcun altro governerà indisturbato per cinque anni). Quindi sì, non ha molto senso perder tempo a organizzare partitini a sinistra o al centro, e la partita a Othello di Bersani diventa di conseguenza la strategia migliore: restare a fianco dell'imperatore finché l'aria non cambia, poi soffocarlo col cuscino e riprendere il possesso del partito. Forse davvero Bersani ha ragione, anche se storicamente ha sempre scelto la tattica meno faticosa e più perdente. Però.

Però sul serio dopo l'Italicum i partitini non avranno più senso? Come facciamo a esserne sicuri?

E prima ancora: siamo sicuri che l'Italicum andrà a regime? In teoria sì, è già legge della Repubblica. Salvo che almeno al Senato è vincolato dalla riforma costituzionale, che con ogni probabilità passerà solo dopo un referendum confermativo. Questo referendum - che in quanto confermativo non richiede il quorum - sarà un po' il momento della verità per Renzi, che si troverà a doversi difendere dai suoi avversari, i quali in teoria sono più numerosi di lui e possono circondarlo. In pratica, mah.

Prendi Grillo: è da anni che ha fatto di Renzi il suo obiettivo polemico n.1. A parole è senz'altro contro qualsiasi cosa faccia, quindi anche contro il nuovo Senato dopolavorista... ma in pratica forse mandare avanti il pacchetto riforma+italicum gli fa comodo. In teoria dovrebbe condurre una violentissima campagna referendaria; in pratica potrebbe anche restare molto tiepido - le campagne che Grillo preferisce, da sempre, sono quelle per raccogliere firme che non hanno nessun valore pratico. E in generale, quello che sta facendo Grillo dal 2013 in poi ha a che vedere con la messa in scena del conflitto, più che col conflitto in sé. Anche Salvini più o meno fa la stessa cosa, e la farebbe pure Berlusconi se a Berlusconi gliene fregasse ancora. Quindi può darsi che l'accerchiamento referendario nei confronti di Renzi si sciolga come neve al sole. A quel punto però bisogna dire che Renzi si meriterà di governare finché dura, e al partitino della sinistra resterà il ruolo residuale e testimononiale, se non proprio testamentario, che Scalfarotto gli affibbia.

O no? (Questo continua davvero).

martedì 10 novembre 2015

La delocalizzazione è un film già visto, davvero

La legge del mercato (La loi du marché, Stéphane Brizé, 2015).

Me ne sto qui impalato, faccio finta di lavorare,
magari a Cannes mi danno una palma.
Thierry è un cinquantenne che ha perso il lavoro quando l'azienda, non ci credereste mai, ha delocalizzato. Il resto è un film che forse avete già visto. Buona parte della sua liquidazione andrà a ingrassare il racket statale dei corsi di formazione professionale senza sbocco professionale. Thierry ha una macchina in panne, una rata arretrata, una moglie preoccupata, Thierry ormai farebbe qualsiasi cosa. Qualsiasi cosa. O no?

"C'è questa offerta che potrebbe interessarti".
"M'interessa di sicuro".
"C'è un regista che cerca un cinquantenne che abbia perso il lavoro a causa di una delocalizzazione".
"Non m'interessa più".
"Guarda che paga bene".
"Grazie, non sono disperato".
"Ma..."
"Non così tanto disperato, perlomeno".
"Guarda che non devi imparare a recitare, vuole solo seguirti con la cinepresa mentre..."
"...mentre cerco lavoro, mentre non trovo lavoro, mentre incontro gli ex colleghi e non andiamo d'accordo, quando vado in banca a chiedere un prestito, credi che non lo sappia? L'ho già visto un film così. L'hanno visto tutti un film così".
Uno spettatore si è addormentato in seconda fila, che faccio?
"Sì però..."
"Lasciami indovinare. Alla fine trovo un lavoro ma per superare il periodo di prova devo far perdere il posto a qualcun altro, non è vero? Cioè è il film dei Dardenne dell'anno scorso, in pratica".
"Ma non è proprio come quello dei Dardenne, perché..."
"Mi aggiungono anche una sfiga peculiare? Qualcosa che mi dia uno spessore diverso? La tizia dei Dardenne soffriva di depressione, a me che sfiga affibbieranno?"
"Vorrebbero abbinarti un figlio, ehm..."
"Un figlio?"
"Handicappato".
"Ah però".
"Embè? Hai qualcosa contro gli handicappati?"
"Sì, quando servono a ricattare gli spettatori".
"Senti, non so se ti rendi conto della fortuna... non devi recitare. Devi soltanto vivere le tue giornate noiose mentre un tizio le riprende da qualche metro di distanza. Come un reality".
"La mia vita non è noiosa!"
"Ah no?"

(Continua su +eventi!)

domenica 8 novembre 2015

L'anno che Valentino ha perso contro uno, boh, con una moto.

Fatevi passar la rabbia, perché meglio di così davvero non poteva andare. Valentino Rossi ha vinto nella sua carriera non so quanti mondiali di cui a me, e a milioni di persone come me, non è fregato niente.

Oggi invece ha perso, partendo in fondo allo schieramento a causa di una penalizzazione di cui si è parlato molto ma di cui non mi era fregato niente fino a oggi, quando ho visto Valentino Rossi risalire dieci posizioni senza farsi prendere dalla rabbia.

Quando poi l'ho visto perdere lo stesso ho sentito qualcosa; mi sono sorpreso a sperare che in questo periodo Valentino Rossi abbia risolto le sue pendenze col fisco, non solo perché per la prima volta nella vita ho tifato Valentino Rossi - non sarebbe la prima volta che tifo uno sportivo non irreprensibile - ma perché nei prossimi giorni mi potrebbe capitare di tirarlo fuori coi ragazzini, Valentino Rossi, come esempio di vita o perlomeno di carattere, come esempio di come certe volte si vince anche quando non si vince, e viceversa. Del resto domattina sarà difficile parlare d'altro.

Ma ho la sensazione che ne parleremo anche tra un anno, e tra dieci, e quando ormai nessuno si ricorderà più bene quanti motomondiali ha vinto Rossi, ma ci ricorderemo di quello in cui è stato in testa alla classifica fino all'ultima gara, e ha perso contro uno di cui nessuno si rammenta più il nome.

Io perlomeno me lo sono già dimenticato, e anche voi dovreste.

Litigare con don Pasolini

Una di queste notti mi sarebbe piaciuto riprendere i fili del discorso un po' confuso che avevo fatto su Pasolini l'altro giorno (visto che ha suscitato un minimo d'interesse) - però tutto sommato è giusto che rimanga confuso. Pasolini è per me, come per molti, un feticcio polemico da una vita. Anch'io posso passare serate intere a litigare idealmente con Pasolini. Se non sto attento mentre do l'aspirapolvere puoi notare che muovo le labbra, sto insultando Pasolini. Quel suo atteggiarsi a profeta, a Geremia di un genocidio immaginario - che nervi l'Abiura a rileggerla.

Alla fine poi che colpa ne ha avuto lui. In qualsiasi altro periodo storico avrebbe trovato la sua nicchia abbastanza presto, e invece a causa di una guerra mondiale e altri equivoci si è ritrovato in una sezione bolognese del PCI invece che in seminario. Che prete ci siamo persi, ma soprattutto che vita da prelato si è perso lui. La sua passione per le dispute dottrinali gli avrebbe ispirato dotte dissertazioni teologiche che lo avrebbero reso uno dei protagonisti del concilio - vuoi mettere anche solo per un attimo, tra litigare coi lefebvriani o col Gruppo '63? Nel frattempo avrebbe potuto cullare la sua sensibilità decadente coltivando la poesia, la scrittura, l'arte, senza la necessità di impastoiarle con categorie marxiste che non c'entravano poi parecchio. Le periferie sottoproletarie, le avrebbe potute frequentare con molta più libertà, nessuno ci avrebbe avuto niente da ridire - son cose che a Roma si fanno da secoli e chi siamo noi per giudicare un alto prelato, un benefattore. Le sue naturali pulsioni avrebbero trovato molta più tolleranza in Curia che in certe sezioni di partito un po' retrograde. Le sue inchieste sulla sessualità degli italiani le avrebbe potuto condurre in modo assai più capillare nel confessionale. Nel frattempo avrebbe saputo diluire in comode omelie settimanali il suo presentimento dell'apocalisse, del genocidio culturale, della massificazione indotta dalla tv, dalla legalizzazione dell'aborto, dalle maschere di Halloween, le lucciole! cosa hanno fatto alle lucciole! Persino in Africa avrebbe più convenientemente potuto andarci da missionario; che prete sarebbe stato Pietro Paolo Pasolini, e invece gli è andata così. Eppure chi ancora si inginocchia al suo santino è sempre di un prete che sembra aver bisogno, uno che ti faccia le predica sulle false lusinghe della modernità, sul vuoto dei valori, uno che ti dica "io so", anche se non è chiaro come faccia a saperlo - ma già, il confessionale - in ogni caso i preti sanno sempre tutto, bisogna stare attenti, perché verrà un giorno... Don Pasolini, così come fra Lindo Ferretti, è uno di quei personaggi che in Italia abbiamo sempre avuto, forse addirittura il frutto dell'evoluzione, dell'adattamento a un certo tipo di ambiente; la novità è che seminari e conventi sono meno diffusi di una volta e così a gente che sembra nata per spiegarti il mondo da un pulpito capita di ritrovarsi scrittore, regista, cantante, comico, e non se la cavano neanche così male in verità. Sempre però un po' predicatori, se ci fai l'orecchio.

Per dire che Muccino un po' lo capisco.

Però poi ogni volta che vedo qualcuno cedere al mio stesso impulso, e di attaccare una tirata antipasoliniana, mi rendo conto che è vittima di un equivoco, se non di tanti. Ad esempio vedo in giro roba del genere.



E ci rido pure sopra, però intanto penso: ma uno che ha scritto una battuta del genere, l'avrà mai davvero sentito parlare, avrà letto qualcosa di Pietro Paolo Pasolini? Non solo il fatto che in realtà un film come Ricordati di me gli sarebbe davvero potuto piacere; una volta assorbito lo choc di un ritmo action che ai suoi tempi non esisteva nemmeno nei film di 007, figurati in un prodotto cosiddetto intimista, credo che avrebbe potuto vederci una conferma delle sue tesi sul vuoto della neoborghesia. Ma lasciamo stare: come fai a immaginare Pasolini che risponde "mi pulisco il culo"?

Se hai anche solo aperto a caso le Lettere Luterane, se hai ascoltato distrattamente la voce del corvo di Uccellacci e Uccellini, come fai? Ma neanche in una vignetta. Te lo immagini, boh, Hitchcock che dice la stessa cosa in una vignetta? Moravia? Viene il sospetto che nel modellare il feticcio PPP le giacche di pelle abbiano avuto più peso delle pagine di Empirismo Eretico dove Pasolini si permetteva eleganti frecciatine sul prognatismo di Sanguineti, ma non avrebbe mai usato il sintagma "pulisco il culo".

Forse funziona così: oggi la gente in giacca di pelle che va in tv a parlare di qualsiasi cosa è, boh, Scanzi? E così ci immaginiamo che Pasolini sia stato uno Scanzi dei suoi tempi; che di fronte a una provocazione si sarebbe comportato come lui: fanculo, stronzi, ecc. Di solito quando parliamo di lui non abbiamo la minima idea di quello di cui stiamo parlando. Anche quando lo citiamo, lo fraintendiamo; lui poi perlopiù parlava in una lingua che abbiamo messo via, il marxismo; una lingua che maneggiava un po' disinvolto, se non proprio alla carlona, perché gli era capitato di esser marxista per accidente, era semplicemente il clima culturale in cui era nato e aveva imparato a discutere - e di discutere aveva una gran voglia e un gran bisogno e non solo coi sottoproletari: anche e soprattutto coi suoi pari, intellettuali, artisti. Lui poi era convinto che i sottoproletari stessero per scomparire, parlava di genocidio, non si vergognava di scomodare Hitler per un po' di speculazione edilizia - ma non aveva previsto che anche il suo milieu culturale si sarebbe prosciugato nel giro di due decenni, al punto che oggi non c'è uno che mentre ti cita Pasolini ti dia la sensazione di aver capito quello che stava dicendo. Equivocano tutti, un po' perché devono tirare acqua al loro mulino (lui stava dalla parte dei poliziotti! Non è vero stava coi pankabbestia!), un po' perché davvero, leggerlo è troppo sbattimento.

Poi se la prendono con Muccino. Lui almeno ha una tesi: una volta il cinema italiano era un'industria, poi c'è stata una crisi strutturale, non sarà stato per caso Pasolini? Secondo me no, Pasolini in certi casi faceva un cinema di nicchia, "di poesia", insomma era un autore nel senso che la parola aveva già in quegli anni; in altri casi stava sperimentando soluzioni che oltre ad avere un successo immediato (il Decameron), aprivano le porte a nuovi linguaggi che sarebbero diventati di massa: in sostanza stava aprendo le porte al porno, col vecchissimo alibi dell'esotismo medioevale o terzomondista (da questo punto di vista certi stilemi amatoriali hanno un senso che Pasolini non vedeva e Muccino non coglie; il motivo per cui a lui piacevano gli attori non professionisti in pose discinte è simile a quello per cui noi digitiamo "amatoriale" in determinati siti). Però sia quando faceva Teorema per il pubblico dei festival, sia quando girava i Racconti di Canterbury - e in giro c'era una tale fame di nudità medievali che in sala era già uscito un seguito apocrifo al Decamerone - Pasolini era perfettamente organico all'industria cinematografica in cui lavorava - molto più di quanto se ne rendesse conto. Quando se n'è reso conto si è molto arrabbiato. Poi quell'industria è crollata per altri motivi - banalmente, la tv - e oggi non riusciamo nemmeno a capire che Teorema era pensato per un certo pubblico e Canterbury per un altro. Sono due film talmente diversi da quelli che vediamo nelle sale, che potrebbero averli girati i Lumière o Giotto di Bondone. È roba strana, da intellettuali. Niente che valga la pena rivedere - finché Muccino non ne parla male, allora guai a chi ce la tocca.

"Ma hai finito con l'aspirapolvere?"
"Perché?"
"È la seconda volta che lo passi in cucina".
"Scusa, ero sovrappensiero".
"Con chi stai litigando stavolta?"
"Con nessuno".

giovedì 5 novembre 2015

Muccino e la Pasoliniexploitation

L'altra sera, proprio quando i detrattori più moderati di Pasolini sembravano aver conquistato il campo, si è svegliato mano-lieve Muccino e ha dato un ceffone all'arbitro.



Quel che è successo poi potrebbe persino far storia: un'intera nazione di appassionati di cinema si è scossa dal torpore ipnotico dei trailer di Star Wars rallentati alla ricerca di qualche dettaglio rivelatore sul destino di Jar Jar Binks, e si è stretta intorno al suo maestro e ispiratore, il geniale cineasta Pietro Paolo Pasolini. A quarant'anni dalla sua scomparsa (e dalla distribuzione di Salò), l'amore del pubblico per il suo beniamino è tale che l'account facebook di Muccino sembra essere stato sospeso per eccesso di insulti. E io ho scoperto di vivere nell'universo dei miei sogni, dove le piattaforme sociali non servono per litigare sugli spintoni tra Valentino Rossi e Marquez, ma per dibattiti sull'estetica, perdio, sulla tecnica cinematografica! Vi rendete conto, possono bannarci mentre litighiamo sull'uso del carrello o del controcampo.

Ok, proviamoci.

Però facciamo finta di saperne qualcosa per favore - cioè davvero, potete avere mille motivi per odiare Muccino, ma per difendere Pasolini dovreste almeno aver visto un film suo. Sennò come potete essere sicuri che non ci abbia azzeccato? Definire Pasolini amatoriale non è cosa campata così in aria. Il suo primo approccio diretto con la macchina da presa fu abbastanza garibaldino. Era già uno scrittore affermato, aveva collaborato con Fellini, quest'ultimo intuisce del potenziale e gli propone di produrre Accattone - ma quando vede i primi tentativi blocca tutto, erano inguardabili. Pasolini comincia così, saltando a piedi pari tutto l'apprendistato del regista (anche se può contare da subito su un collaboratore preparato come Bernardo Bertolucci). E potendo contare sulla sua reputazione extracinematografica - tanto che quando alla fine Accattone arriva a Venezia, viene contestato da gruppi di estrema destra che gettano inchiostro sullo schermo. È appena il 1961: gli anni di piombo molto in là da venire; Pasolini è già in qualche modo un personaggio che attira l'attenzione qualsiasi cosa dica o faccia.

È interessante che nel suo primo comunicato antipasoliniano (poi prontamente cancellato da facebook), Muccino raccontasse di aver cominciato a detestarlo molto presto - è così che funziona, no? Se ti piace Pasolini (o Kubrick, o i Vanzina) te ne accorgi a 16 anni. Il resto della vita ti serve a trovare i motivi, le giustificazioni, le pezze d'appoggio. Muccino - chi sa un po' di cinema non ha nessuna difficoltà ad ammetterlo - è uno dei registi italiani più dotati della sua generazione, che è anche il motivo per cui in questo momento twitta dalla California. È facile risolvere la questione tracciando una retta: da una parte l'approccio amatoriale di Pasolini, che con scarsa o nulla conoscenza del mezzo riesce comunque a mettere in scena un'opera prima apprezzata in tutto il mondo; dall'altra la professionalità di Muccino, il campioncino nazionale dei carrelli circolari. Facile, no? Già, troppo facile.

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Pasolini amatoriale                                               Muccino professionale

Perché è vero anche il contrario: Pasolini arriva in regia sapendone poco o nulla, ma è determinato a fare del cinema la sua dimensione - tanto che si mette molto presto a teorizzare di semiotiche e di cinémi - quanto a Muccino, avrà fatto i suoi compiti, ma il modo in cui liquida Pasolini dimostra una scarsa conoscenza della storia del cinema italiano.

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Muccino praticone                                                     Pasolini accademico


L'eredità di Pasolini.
Cosa direbbe Pasolini dell'accusa di essere "sgrammaticato"? Probabilmente la rivendicherebbe (facendo però sfoggio di un'ottima grammatica), così come rivendicava l'"ingenuità" che gli aveva affibbiato Umberto Eco. "Che io sia ingenuo, non c'è dubbio: e anzi, poiché non sono - con tutta la violenza di un maniaco anche nel non voler esserlo - un piccolo-borghese - non ho paura dell'ingenuità: sono felice di essere ingenuo, e anche magari qualche volta ridicolo" (Il codice dei codici, in Empirismo eretico).

Ricapitolando: da una parte il cinema contemporaneo, professionale ma del tutto inconsapevole della storia che ha alle spalle. Un cinema senza tempo e senza luogo, che potrebbe farsi dovunque e infatti si fa in California. Dall'altra la visceralità di Pasolini, ma anche lo strutturalismo di Pasolini. L'ingenuità, ma anche la Cultura con la C. Il sottoproletariato urbano, ma anche l'intellettuale organico e/o declassato. Tutto quello che ci siamo lasciati alle spalle nel Novecento, dopo quella famosa frattura antropologica. Ma non è ancora troppo facile, così?

È da ieri che cerco ovunque un'intervista che sono sicuro di aver visto, una mattina, a un "montatore di Pasolini" (Nino Baragli?) Ormai mi sono convinto che sia in questa teca rai che non si riesce ad aprire. Mi ricordo questo signore mentre spiega in romanesco come si montava ai suoi tempi, con lo sputo: cioè prima di incollare i pezzi di pellicola con l'acetone, in un primo momento era sufficiente applicare un po' di saliva. E poi quando spiega che i raccordi di Pasolini li faceva un po' diversi da quelli degli altri film, perché sembrassero strani, perché sembrassero 'artistici': gli spettatori dovevano avere la sensazione di trovarsi di fronte all'opera sofisticata del poeta Pasolini, mica, chessò, la robaccia di Sergio Leone. L'artigiano della cabina di montaggio aveva perfettamente introiettato gli stilemi di quel Cinema di Poesia che secondo Pasolini stava sorgendo "contemporaneamente in tutte le cinematografie mondiali" ("l'alternarsi di obbiettivi diversi, un 25 o un 300 sulla stessa faccia, lo sperpero dello zum, coi suoi obiettivi altissimi, che stanno addosso alle cose dilatandole come pani troppo lievitati, i controluce continui e fintamente casuali con i loro barbagli in macchina, i movimenti di macchina a mano, le carrellate espressive, gli attacchi irritanti, le immobilità interminabili su una stessa immagine ecc. ecc.") (Il cinema di poesia, in Empirismo eretico).

Quando vidi per la prima volta il Decameron in cineteca a Bologna, approfittando del corso monografico del Dams, mi fu preventivamente spiegato che l'approccio di Pasolini era "poetico" - e già la cosa mi innervosiva, provenendo io da un altro corso di studi: perché mettere la poesia nel Decamerone, che è prosa? E l'approccio poetico, poi, consisterebbe nel fatto che i raccordi sembrano tutti sbagliati, gli attacchi irritanti, le immobilità interminabili, ecc. ecc? E aggiungi gli attori non professionisti sempre sul punto di mettersi a ridere. Cioè, insomma, "poetico" significa "fatto male apposta"? Probabilmente avevo la stessa età in cui Muccino cominciò a detestarlo.

I HAVE NO IDEA WHAT I'M
Però a leggere più attentamente il saggio di cui sopra, non è che Pasolini rivendichi il "cinema di poesia" per sé. Lo isola nei film di un gruppo di cineasti della sua generazione (Antonioni, Bertolucci, Godard), e ne propone immediatamente una spiegazione politica: "la formazione di una traduzione di "lingua della poesia del cinema" si pone come spia di una forte e generale ripresa del formalismo, quale produzione media e tipica dello sviluppo culturale del neocapitalismo". Pasolini stava assistendo alla nascita del moderno cinema d'autore - e non ne sembrava poi così entusiasta. Lui forse puntava in altre direzioni. E però i film vanno quasi mai nella direzione del proprio regista: specie se i cabina di montaggio c'è un praticone che ha deciso che il ritmo è lento, perché il tuo è un film d'artista e al tuo pubblico piacerà di più così.

Muccino è convinto che Pasolini abbia inferto un colpo mortale alla cultura cinematografica italiana - dopo di lui qualsiasi inetto avrebbe deciso che bastava munirsi di cinepresa e montare spezzoni a caso per fare cinema poetico ("improvvisati registi che non sapevano come comunicare col pubblico"). È andata così? Da qua non sembra. Sotto l'ombra del monumento che gli è cresciuto addosso in questi anni, sfugge forse quanto Pasolini fosse organico all'industria cinematografica che Muccino rimpiange - ricordiamo: comincia a lavorare con Fellini, esordisce con Bertolucci, all'inizio non ha ben chiaro che lenti montare ma si circonda di maestranze di primissimo livello: realizza film non convenzionali ma nemmeno assimilabili a quelli autoriali di Antonioni o Godard; film che fanno discutere, ottengono premi e - particolare cruciale - a volte riempiono le sale.

A Muccino forse manca un dettaglio: la trilogia della vita fu un successo al botteghino. Successo che imbarazzava Pasolini per primo, e che lo portò nel suo ultimo anno di vita a una tragica abiura. Oggi lo ricordiamo come un grande intellettuale fuori dagli schemi e dalle mode, ma l'effetto immediato del successo del Decameron fu precisamente la nascita di un vero e proprio filone, il cosiddetto decamerotico. Sono fenomeni difficili da indovinare oggi. che andiamo al cinema molto meno: nel giro di pochi mesi c'era già un Decameron II apocrifo in circolazione; quando l'anno successivo uscì I racconti di Canterbury, gli artigiani della pasolini-exploitation avevano già provveduto a confezionare Gli altri racconti di Canterbury, che arrivò nelle sale in contemporanea. Secondo Muccino senza Pasolini non avremmo avuto Nanni Moretti; mi sembra molto discutibile, invece è abbastanza pacifico che senza Pasolini non avremmo mai avuto Quel gran pezzo dell'Ubalda tutta nuda e tutta calda.  Persino l'abiura totale di Salò, così disperata e senza compromessi... Persino Salò diede vita a una rapida vague di film di serie B a base di nazisti sadici.

Tornando al Decameron: è il film di Pasolini con cui ho più familiarità, per via della mia abitudine a proiettare in classe (con un certo sprezzo del pericolo) la novella di Andreuccio di Perugia. Non è che abbia fatto pace con gli attacchi irritanti e le immobilità interminabili, ma per mostrare uno scorcio di medioevo urbano non saprei trovare di meglio. È anche utile per fissare nella memoria le condizioni igieniche nel tempo - Ninetto Davoli che sprofonda nella merda è il miglior antidoto a qualsiasi visione fiabesca del medioevo. Ma soprattutto c'è qualcosa di arcaico, di irriconciliabile con la modernità, che è poi la sensazione che vorrei suscitare quando insegno storia.

Quando la primavera scorsa è uscito Il racconto dei racconti, sono entrato in sala con molte speranze. Basile è un altro autore che bisognerebbe affrontare alle medie - altrimenti quando? Per qualche minuto ci ho creduto davvero. Più o meno finché gli attori hanno aperto la bocca, dichiarandosi per quel che sono: attori di una fiaba in costume. Molto professionali, per carità.

In quel momento mi è venuta nostalgia di Pasolini, e di quei non-attori sempre sul punto di mettersi a ridere.

mercoledì 4 novembre 2015

Perché stanno tutti ridendo, Mr Bogdanovich?

Noccioline agli scoiattoli! 
Tutto può accadere a Broadway (She's Funny That Way, Peter Bogdanovich, 2015).

Hai presente i vecchi amici, quelli con cui ti faresti volentieri una risata, ma ormai li vedi solo ai matrimoni e ai funerali; e ultimamente non si sposa più nessuno che conosci. Così quella risata finite per farvela fuori dai cancelli del cimitero, mentre la gente esce alla spicciolata coi fazzoletti stropicciati già riposti nelle tasche. Come stai? Da quanto tempo. Ma ti ricordi di quella volta. I ricordi si addensano in aneddoti, gli aneddoti scadono in barzellette. Chi vi passa vicino resta un po' perplesso: non è soltanto il fatto che stiate ridacchiando ai margini di un camposanto; è che niente di quello che raccontate è davvero così spassoso. I soliti equivoci, le solite figuracce, canovacci unti e bisunti, a chi volete raccontarla? Non vi state divertendo. I denti vi battono dal freddo, dall'angoscia, dalla paura.

Io invece per il giorno dei morti volevo andare al cinema a vedere qualcosa di davvero divertente. Mi avevano parlato bene di Tutto può succedere a Broadway. La premessa sembrava irresistibile - Wes Anderson e Noah Baumbach che decidono di produrre il film di un grande regista a cui devono tantissimo, Peter Bogdanovich, e quest'ultimo che sceglie di girare un film assolutamente inattuale, una screwball comedy, una pochade, una di quelle commedie di una volta dove tutti sono su di giri e si incontrano assurdamente tutti nel posto sbagliato - ristoranti, corridoi d'albergo, qui pro quo a non finire e un lieto fine con tanto amore per tutti. Ero andato al cinema per questo.

They laughed at me wanting you, said I was reaching for the moon
E mi sono ritrovato alle soglie di un cimitero, alla fine di un servizio funebre. Un capannello di signori raccontava vecchie storie tentando di ridacchiare. Ma era tutto freddo e implausibile. Non capivo. Owen Wilson interpreta un regista di teatro con un debole per le escort - però romantico. Le porta fuori a cena a Manhattan, a pochi isolati dal suo luogo di lavoro, il che ovviamente causerà divertenti complicazioni. Anche in carrozza a Central Park. Ed è un tenero amante e appassionato; e dopo una notte elargisce 30.000 $ alla fanciulla che prometta di cambiar mestiere. È una cosa che gli succede spesso. Si vede che è ricchissimo. D'altronde è una commedia brillante d'altri tempi, è normale che siano tutti su di giri, no? Che le premesse siano un po' implausibili. Già.

Ma allora cos'è questo freddo che sento. Imogen Poots è l'ultima ragazza salvata dal regista pigmalione, ed è ovviamente adorabile. Lei sogna di recitare, e indovinate chi incontrerà al provino. Attenzione però: un suo cliente ossessionato - un anziano giudice! - la sta facendo pedinare da un detective altrettanto anziano, che è anche l'autore della commedia che il regista sta realizzando. Tutto qui? No: il giudice e Imogen Poots sono in cura presso la stessa analista, Jennifer Aniston - che è fidanzata con l'autore della commedia. Divertente, no? Immagina - che so - che il giudice inviti a cena l'analista ma che al ristorante si imbattano nell'autore che ha invitato Imogen Poots e nel regista che è uscito con sua moglie. Che scena ne verrebbe fuori, eh?

E allora perché non sto ridendo?

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