giovedì 31 dicembre 2015

Quindicesimo giro di pista

Abbiamo tutti un amico maratoneta che ci comunica sui social network i suoi exploit, dando per scontato che ce ne freghi qualcosa. Non lo fa per esibizionismo - non più di chi condivide gatti, cani, figli, torte. Non sta gareggiando contro di noi, non sta gareggiando contro nessuno se non quel sé stesso più giovane, quello stronzo che si mantiene a una manciata di minuti di distanza.

Con questo blog è la stessa cosa. Una volta c'erano altri blog con cui fare la gara - era divertente, ma essendo un gioco non era previsto che durasse. Da diversi anni in qua la gara la faccio con me stesso. Fino all'anno scorso girava ancora qualche soldo: ormai restano le briciole delle inserzioni, e anche quelle dovrebbero ridursi nel medio periodo. Non ha nessun senso scrivere un blog, tranne dimostrare che so ancora macinare tot post al mese, produrre tot clic al giorno. È una gara con un me stesso più giovane che scriveva pure peggio, e quindi che diritto ha di sovrastarmi? È una voce nello spazio profondo della blogosfera che urla: sono ancora qui, non mi sono rincoglionito. Ho ancora un sacco di cose da dire. Un sacco.

È stato un anno diverso dal solito, questo almeno posso dirlo. Mi sembrava di aver scritto meno del solito, salta fuori che non ho mai scritto tanti pezzi (280 in 12 mesi è un record). È stato un anno di esperimenti: il più interessante è stato quello sulla forma breve - i 1500 caratteri.

(I cinque pezzi più cliccati nel 2015:)
  1. Non voglio pagare per la scuola privata di tuo figlio, grazie
  2. Tutti un po' più fanatici domani
  3. No, la tua scuola privata non mi fa risparmiare
  4. Date un quotidiano a Calabresi
  5. Il gender non esiste; la scuola privata non dovrebbe
È andata così. L'anno era cominciato in modo abbastanza inerziale, quando all'inizio di marzo ho colto l'occasione di riciclare un vecchio, brevissimo pezzo che era andato fortissimo ai tempi di Piste - forse la prima volta in cui avevo capito come funzionava la viralità su facebook. Mi aspettavo di fare quei tremila accessi, ne ho fatti dodicimila. La cosa mi ha fatto pensare. E se stessi sbagliando tutto? Se la gente volesse pezzi più brevi?

(Avete già compilato il questionario? Sì? Grazie!)

In realtà ho sempre creduto che la gente in generale preferisca i pezzi brevi: soltanto, non li preferisce scritti da me. Non è il mio genere. C'è gente molto brava a stipare il mondo in una colonnina, duemila battute: io no. Però potevo provarci, giusto per togliermi il dubbio. 1500 battute al giorno. Provateci anche voi. Dopo un po' ritrovate la stima per Michele Serra, rivalutate Gramellini. È molto difficile non scrivere cazzate in 1500 caratteri. Ce l'ho fatta? Non saprei.

L'exploit del pezzo di Piste non si è più ripetuto. Ha evidentemente qualcosa di unico che non so riprodurre in laboratorio. Nel frattempo ho dimostrato a me stesso che riesco a scrivere pezzi brevi, e che se ne pubblico un paio al giorno attiro mediamente più accessi di un solo pezzo lungo. Sulla distanza però non c'è un vero allargamento nel bacino dei lettori. Stavo solo spremendo il pubblico più affezionato, costringendolo a passare due volte al giorno invece che una sola. E in generale, i pezzi lunghi continuano a essere più divertenti per me e per l'utente medio. 

L'altro esperimento importante è stato la grande gara degli spunti. Mi sono divertito anche troppo - alla fine ero esausto e non ho più scritto niente per mesi. Ora come ora non so davvero cosa fare, il blog è in coma vigile. Ogni tanto mi sfiora una discussione che m'interessa - Muccino che se la prende con Pasolini, Houellebecq con Hollande e mi vien voglia di scrivere quelle diecimila battute. Nel frattempo è successa una cosa curiosa e imbarazzante: questo blog è diventato un sito di cinema. Grazie soprattutto alla collaborazione con +eventi, il tag "cinema" è arrivato a quota 260, surclassando "Berlusconi" (179) e "scuola" (178!). "Matteo Renzi" è ancora molto indietro (109), ma si è lasciato alle spalle "Beppe Grillo (85). Colgo l'occasione per ricordare che non capisco nulla di cinema (è un'opinione diffusa anche tra i lettori).

Cosa accadrà nel 2016? Non ne ho la minima idea. Mi piacerebbe scrivere un po' meno ma essere letto di più. Mi piacerebbe aumentare gli accessi, i like, tutte queste cose, lo so che sembra assurdo e puerile. Ma anche a voi piacerebbe che la vostra squadra vincesse qualcosa l'anno prossimo. E se se vi capita di correre, e di cronometrarvi, quando vi accorgete di perdere dei minuti rispetto all'anno precedente ci restate male. Ecco. Mi piacerebbe scrivere sempre meglio e non ammalarmi mai, non invecchiare eccetera. E se mi impegno magari andrà davvero così, no? Buon anno anche a voi.

mercoledì 30 dicembre 2015

Sei film del 2015 che valeva la pena di vedere ma è troppo tardi (II)

Chi è senza colpa (The Drop, Michaël Roskam).

Il problema di molti noir di derivazione letteraria è che vorrebbero avere il respiro di un romanzo senza sbordare oltre le due ore. The Drop risolve il problema abbassando le aspettative: è una short story in tutti i sensi, la storia circoscritta di un barista che trova un cane in un cassonetto e ha un problema con la mala. Probabilmente non funzionerebbe così bene se la short story in questione non l'avesse firmata Dennis Lehane. James Gandolfini ci saluta dando corpo a un memorabile gangster irlandese di mezza tacca. Tom Hardy si ritrova fuori ruolo (dovrebbe essere il cugino di Gandolfini, con un passato oscuro alle spalle), in una di quelle situazioni in cui puoi salvare la situazione soltanto con una prestazione memorabile. Se è tardi e non avete sonno e in tv non c'è niente che vi piaccia.



Vizio di forma (Inherent Vice, Paul Thomas Anderson)

Sto ancora aspettando che lo proiettino a Cuneo o provincia. Oltre a essere uno dei film più folli dell'anno, oltre a farci riscoprire quel lato giocoso di P. T. Anderson, che da tempo sembrava sotterrato sotto detriti tragici e pensosi, Inherent Vice è anche un altro esempio riuscito di letteratura al cinema - chi l'avrebbe detto che Pynchon avrebbe funzionato meglio di un Ellroy? Anderson getta alle ortiche ogni prudenza e decide di affrontare nel modo più letterale possibile le circonvoluzioni paranoidi del suo autore feticcio. Ai titoli di coda ti può capitare di provare le stesse sensazioni di quando finalmente chiudi uno di quei suoi libri sul tutto e sul niente: il sentimento di non averci capito un cazzo, ma in quattro dimensioni. Non so se mi spiego. Se non conoscete Pynchon questo film può perfino essere un buon punto di partenza, almeno per capire se vi piace il genere. E i Freak brothers vi dicono niente? Robert Crumb? Un grande Lebowski in acido, giusto per capirsi? Non è un film per tutti, ma lo dico con tristezza.


Predestination (Michael e Peter Spierig)

Anche questo non è un film per tutti, anzi mi domando per chi sia. Per caso vi riconoscete nel sottoinsieme di appassionati di fantascienza classica anni Quaranta che per qualche strano motivo non hanno letto All You Zombies di Heinlein o se lo sono dimenticato? Allora Predestination è il film che fa al caso vostro - ma a questo punto probabilmente ve lo siete anche visto. Gli Spierig hanno anche tentato di attualizzare la storia (già perfetta in sé), con qualche vago riferimento al terrorismo ed elevando il già complesso intreccio al quadrato: non è che scorra tutto liscio, ma per me nelle afose notti di luglio non c'è niente come una sala deserta e refrigerata e una storia bizzarra e fuori dal tempo come questa.

Sei film del 2015 che valeva la pena di vedere ma è troppo tardi (I)

Ringrazio tutti quelli che hanno risposto al sondaggio (siete tantissimi!), compreso chi mi ha scritto: "Ho un figlio di quattro anni e mezzo e non ho tempo di andare al cinema. Tu come fai?"

Che è una domanda veramente buona.

Io con un figlio di quattro anni e mezzo se non avessi avuto un paio d'ore alla settimana per il cinema sarei impazzito. Ecco dunque la lista dei film del 2015 che vi siete quasi sicuramente persi e ai quali invece vale la pena dare una chance - secondo me. Niente capolavori, ma quando non sapete cosa guardare, qui c'è del buono. In ordine più o meno sparso:

Run all night (Jaume Collet-Serra, 2015)

Negli ultimi anni Liam Neeson, già Oskar Schindler e Michael Collins, si è specializzato nel ruolo di 'superpadre che spacca il culo a chi rapisce i suoi figli', scoprendo una nicchia di mercato di tutto rispetto, facendo $ a palate nonché salvandosi dall'alcolismo e dalla depressione - Che vuoi di più? Run All Night è il quinto film del genere, quello che ha incassato meno ma forse anche il più classico - in sostanza è Un dollaro d'onore ambientato a New York tra la mala irlandese. Non sono un patito di questo genere di porno-per-padri, ma guardando Run All Night mi sono divertito parecchio, e se lo trovo una sera sul digitale probabilmente me lo rivedo da capo. In un anno senza western di rilievo, Run All Night fa la sua porca figura.


La regola del gioco (Kill the Messenger, Michael Cuesta, 2014).

Questo è un film che fa incazzare. Non soltanto perché racconta di come Reagan permise ai narcotrafficanti di finanziare i contras in Nicaragua spacciando crack nei ghetti delle metropoli americane; non solo per il modo in cui la più blasonata stampa USA isolò e affondò l'unico reporter che aveva avuto il coraggio di raccontare la storia; ma anche perché avrebbe dovuto essere un gran film e purtroppo non lo è. Onore a Jeremy Renner che ci ha messo i soldi e la faccia, perché era una storia che valeva davvero la pena di raccontare. Ma andava raccontata meglio. 



Giovani si diventa (While We're Young, Noah Baumbach, 2014)
C'è una minuscola percentuale di spettatori di Star Wars VII, che nel momento in cui Kylo Ren si toglie il casco, ha avuto un'illuminazione: il servo del Lato Oscuro della Forza è l'Hipster! Adam Drive in effetti nel 2015 aveva già prestato il volto a un'intelligenza oscura molto più inquietante di quella del nipotino di Darth Vader. While We're Young è il ritratto del Giovane Stronzo, un alieno che arriva dal nulla e si nutre dei ricordi della generazione precedente. È un film passato quasi inosservato, non solo da noi dove è arrivato nella stagione più morta. Avremmo dovuto guardarlo tutti, anche solo per il gusto di criticarlo. Parla di noi 40enni e del modo in cui stiamo invecchiando; dei berretti buffi che ci mettiamo in testa, della paura che ci fa l'artrite e della rabbia che ci fanno i giovani che si impossessano di tutto ciò che c'è di più sacro (ad es. Star Wars), e non c'è nulla che possiamo fare per evitarlo.  (Continua...)

martedì 29 dicembre 2015

Chi ha ucciso Woody Allen

Irrational Man (Woody Allen, 2015)

- Woody Allen ha ucciso qualcuno. Impossibile stabilire chi e perché. Un'amante che sapeva troppo, un ricattatore, un semplice passante che non doveva essere in un certo posto proprio in quel momento. Woody Allen ha pagato un sicario, oppure lo ha ucciso con le sue mani: e il rimorso lo tormenta da allora - ma non si costituirà mai. Però ce lo sta dicendo da più di vent'anni - Crimini e misfatti è del 1989, e a ben vedere sotto il travestimento è una confessione fatta e finita. Da allora è tornato sullo stesso soggetto quante volte? Settembre, Pallottole su Broadway, Match Point, Cassandra's Dream, e adesso Irrational Man: tutte variazioni sul tema. Come si fa a non notare l'ossessione, come si fa a non sentire il muto grido di dolore sepolto sotto il rassicurante tappeto di fotografia elegante e swing d'epoca? Woody Allen è un assassino. Oppure:

- Woody Allen è morto. Impossibile stabilire chi è stato e quando. Un'amante che sapeva troppo, un ricattatore, un semplice psicopatico che lo ha trovato in un certo posto nel momento sbagliato. Woody Allen ci ha lasciato da un pezzo, ma il piccolo carrozzone che ha messo assieme in più di quarant'anni di carriera, la sua piccola Disney per anziani, doveva in un qualche modo andare avanti. Un film all'anno, niente che il pubblico pagante non si aspetti già. All'inizio hanno usato qualche vecchio copione scartato. Poi hanno iniziato a scriverne di nuovi alla sua maniera. Ultimamente usano un software che riesce a simulare anche l'invecchiamento di Woody Allen, per cui per esempio il 'suo' ultimo film, Irrational Man, sembra veramente scritto da un ottuagenario molto preoccupato di farsi capire a spettatori altrettanto rintronati. Joaquin Phoenix è un insegnante di filosofia morale depresso e alcolizzato: lo si potrebbe indovinare dagli occhi disperati, dal pancino alcolico, ma anche dal fatto che tira continuamente fuori una fiaschetta di scotch (la offre anche alle studentesse in mezzo al campus), e dalla voce fuori campo che martella ogni due minuti. ERO DISPERATO. LA VITA NON AVEVA PIU' SENSO. INFATTI AVEVO VOGLIA DI MORIRE. DA UN PO' ERO ANCHE IMPOTENTE. VI AVEVO GIA' DETTO CHE ERO MOLTO DEPRESSO? Così per un'ora. Nel frattempo Emma Stone si innamora di lui. Lo si capisce dal modo in cui sgrana gli occhioni, dal fatto che accetti di passeggiare con lui in mezzo al campus, che lo inviti alle feste dei compagni e a casa dei genitori,, dalle scuse che racconta al suo ragazzo ufficiale, nonché da dialoghi del tipo OH PROFESSORE HAI CAPITO CHE MI SONO INNAMORATA DI TE? ORA TI FICCO LA LINGUA IN BOCCA FAMMI UN CENNO SE TI ARRIVA IL MESSAGGIO. Woody Allen, insomma, è morto. Questa almeno è la mia ipotesi preferita, ma ce ne sono anche altre.

- Woody Allen sta benone, rilascia interviste lucidissime... (continua su +eventi!)

sabato 26 dicembre 2015

Ti piaccio? Ma quanto ti piaccio? (un sondaggio)

Buon anno tutti, il mio 2015 davvero non mi consente di lamentarmi. Prima del solito super-interessante bilancio di fine anno, vorrei chiedere qualcosa a quelle indispensabili persone che negli ultimi anni sento un po' più distanti, i lettori. Sì perché nei commenti siamo i soliti quattro gatti (benché graditi) e sui social, eh, non si capisce mai cosa succede sui social.

Per questo motivo ho pensato di farmi un'idea con uno di questi strumenti interattivi che ci sono su internet adesso. Si chiama "sondaggio", bisogna mettere qualche puntino in qualche pallina, vi prende tre minuti e ho cercato di farlo il meno noioso possibile. Grazie fin d'ora a tutti!


giovedì 24 dicembre 2015

Un uomo serio a Berlino

Sembra che a Berlino stiano costruendo una specie di... muro.

Il ponte delle spie (Steven Spielberg, 2015).

Rudolf Abel - ovviamente non si chiamava così - imparò a dipingere in America. Il mestiere del pittore era la copertura ideale per una spia: quando sei un artista, nessuno fa caso ai tuoi orari o ai tuoi itinerari. Puoi sparire per mesi e nessuno si preoccupa. Ma anche se resti fermo nello stesso posto per ore e ore, nessuno si porrà il problema: basta che davanti hai un cavalletto. Abel non era un pittore, ma non è che avesse molto altro da fare nei suoi lunghi pomeriggi en plein air o nella sua base segreta camuffata da atelier. Durante la guerra era stato un elemento prezioso, ma negli anni Cinquanta, a New York, l'impressione è che tirasse a campare: dopo l'esecuzione dei Rosenberg, gran parte dei suoi contatti erano bruciati. In più il KGB gli aveva procurato un compare inaffidabile, un finlandese che si scordava in giro i microfilm e col vizio peggiore che una spia possa avere, l'alcool.

Il nemico ti ascolta.
Abel invece dipingeva. Stava diventando bravo, anche se un po' accademico. In effetti la sua freddezza per le avanguardie, e un certo debole per il realismo socialista, alla lunga avrebbero potuto insospettire qualche collega pittore - se a bruciarlo non avesse provveduto il finlandese. Sapeva che Abel era scontento di lui. Quando da Mosca lo chiamarono a rapporto, lui perse la testa e si ritrovò nell'ambasciata americana di Parigi. Si guadagnò la fiducia dei federali facendo una manciata di nomi, tra cui quello di Abel. Condannato a morte, mantenuto in vita in attesa di essere usato come merce di scambio (con la prospettiva di essere giustiziato in patria da chi sospettava che avesse tradito) Abel in cella continuò a dipingere, diventò sempre più bravo. Non aveva molto altro da fare, e comunque preoccuparsi non sarebbe servito.

A volte Spielberg sembra voler estrarre il cuore pulsante dell'America, altre volte sezionarne il sistema nervoso. Quello che ci conquista è il fatto che sia impossibile capirlo prima di dare un'occhiata: gli basta passare da una storia all'altra per oscillare allegramente dal pacifismo alla paranoia. L'autore che più di tutti ha amato gli alieni e ci ha invitato ad accoglierli a braccia aperte, è anche quello che ce li ha mostrati più spietati e assetati di sangue. Potrebbe essere interessante cercare di organizzare i suoi film in coppie antitetiche, ad esempio: Incontri ravvicinati come un anti-Squalo, La guerra dei mondi un anti-ET. Il soldato Ryan un anti-1940The Terminal un anti-Prova a prendermi. Per certi versi Lincoln si presentava come una specie di Schindler allo specchio: le malefatte di un presidente eroico contro le opere di bene di un nazista profittatore.


Il Ponte delle spie riflette di nuovo allo specchio alcuni temi di Lincoln: se là la sceneggiatura si attardava compiaciuta sui metodi moralmente discutibili di un grande personaggio con un grande scopo, qui Spielberg inverte le lenti e si concentra su un piccolo uomo che salva il mondo semplicemente facendo il suo lavoro, senza deviare dalla retta via o ammettere strappi alle regole, cascasse il cielo (e il cielo poteva cadere davvero: le spie sovietiche si erano appena impadronite dei segreti del progetto Manhattan). Tom Hanks è ancora una volta il buon americano qualunque, come nel soldato Ryan (mentre in The Terminal era l'opposto, il buon selvaggio); ancora una volta l'avvocato di un alieno, che si appassiona al suo caso disperato e alla fine non solo riesce a salvarlo, ma mostra la superiorità del sistema giudiziario migliore del mondo. Spielberg ci crede sul serio, e la sua fede non ci sorprende: è molto più bizzarro che facciano mostra di crederci i fratelli Coen (continua su +eventi, e Buon Natale!)

mercoledì 16 dicembre 2015

Star Wars 7, la recensione che non cede al lato spoiler

In questi casi il tempo è tutto, non lo perderò in preamboli. Ho visto l'Episodio VII, prima di molti di voi.
È un grande potere quello sento in me, ora. Saprò usarlo al meglio? Saprò scrivere una recensione senza danneggiarvi, senza farvi venire neanche il sospetto che il nuovo xxxxxxxxxxxxx e il xxxxxxxxxxxxxxx di xxxxxxxxxxx, e che alla fine xxxxxxxxxxxxx si xxxxxxxxxx per xxxxxxxxxxxxxxx?

È così difficile, Maestro!

Oh come potrei approfittarne.


Star Wars VII: il risveglio della Forza, (J. J. Abrams, 2015)

Sento il Potere, ma sento anche la Paura. Forse non sono l'uomo adatto. Sono salito in questa cosa quando ero appena un giovanetto. Non capivo nulla di intreccio e di suspense, di montaggio men che meno, non capivo nulla di cinema e forse mai lo capirò. Volevo solo scappare dal mio pianeta di rottami, volevo vedere lo spazio. Ancora non sapevo quanto potesse essere freddo e avvilente, certe volte. Mi hanno detto un arnese in mano, tie', datti da fare. Spara ai film brutti e difendi quelli belli, inoltre da qualche parte c'è una principessa da salvare, un mega-cannone che ha sempre un minuscolo punto debole, e non scordarti che estetica ed etica sono gemelle dello stesso seme.

"Estetica e cosa?"
"Lascia perdere. Spara ai brutti. Io ti copro".

Trent'anni più tardi eccomi qui, Recensore della Grande Provincia di Cuneo. C'è senz'altro in me un briciolo di grandezza - ma c'è anche tanta meschinità, tanta invidia - ed ecco che all'improvviso precipita da queste parti un droide con un biglietto per la prima proiezione di Episodio VII. Che cosa devo fare maestro?

Chiudi gli occhi.

Ma così non si vede un...

È un modo di dire, idiota. Immagina il respiro dei tuoi lettori. Domandati: cosa vogliono da te? Vogliono sapere che alla fine xxxxxxxxxxxxxxxxx è xxxxxxxxxxxxxxxxx di xxxxxxxxxxxxx? O vogliono sapere soltanto se è una bella storia che vale la pena.

Che importa? Tanto ci andranno lo stesso.

Non cedere. 

Massì, chissenefrega, è Star Wars, potrebbero riempire interi film di dialoghi di soap e mostri di gomma e la gente riempirebbe le sale lo stesso, con le loro spade colorate da minchioni. Non ha senso farli belli, questi film. Questa gente non si merita niente.

Non cedere al lato oscuro.

Poi certo, la Disney per togliere Star Wars al suo oscuro padrone si è svenata, è ovvio che deve recuperare presto l'investimento. Un film all'anno e pedalare. Dove c'erano solo rottami nel deserto arriveranno i centri commerciali, apriranno i discount. J. J. Abrams non fa prigionieri.

Ma ha fatto un brutto film?

(Continua su +eventi!)

lunedì 14 dicembre 2015

Cos'è il Front National sotto il 50%? Nulla. Cosa sarà sopra il 50%?

Le elezioni francesi sono quella cosa che dopo il primo turno ci regala una settimana di allegro allarmismo giornalistico: i fascisti stanno per prendersi la Francia! Non faranno prigionieri! - dopodiché arriva il ballottaggio, e un sacco di espertoni si allontana fischiettando.

In nero i dipartimenti vinti dal Front National AHAHAHAH
Succede sempre così - voglio dire, solo quest'anno è già successo due volte. Quando mi capita di immaginare la bolla mediatica in cui viviamo come un acquario di pesci rossi, con una memoria a lungo raggio di pochi minuti, ho in mente situazioni del genere: in marzo - era ancora fresco lo choc della strage di Charlie Hebdo - il Front National fece un notevole exploit al primo turno, e al secondo portò a casa 0 dipartimenti. Zero. Nove mesi dopo, lo stesso risultato, e tutti stupiti. Ieri a pranzo un telegiornale italiano mostrava Marine Le Pen "preoccupata" - ecco, no, se ho capito anche poco di politica francese non credo che la Le Pen fosse preoccupata. È il suo mestiere, è la sua vita, probabilmente due conti ha avuto il tempo per farli. Ha visto suo padre perdere decine di elezioni e sa che le succederà la stessa cosa ancora per un po' di tempo. La barra è ancora lì dove la indicava il patriarca: il 50%.

Finché non ci arriva, il Front non è nulla. Quando ci arriva, sarà tutto. Ma ci vorrà ancora un po' di tempo, ammesso che.

A questo punto credo sia più facile anche qui da noi capire il punto di vista di Houellebecq. Un mese fa il Corriere, in crisi d'astinenza da pensierini fallaciani, lo andò a disturbare. Si aspettavano una tirata anti-islamica, si ritrovarono un pezzo che attaccava frontalmente Hollande e si chiudeva proponendo la democrazia diretta - da noi ne parlavano i grillini, prima di arrivare in parlamento (in seguito se ne sono quasi dimenticati). Ma che c'entrava la democrazia diretta col terrorismo?

Quasi niente. Occorre rassegnarsi: a Houellebecq non interessa particolarmente né il terrorismo né l'Islam. Quello che davvero lo preoccupa è il sistema elettorale francese. Lo aveva detto con chiarezza proprio al Corriere della Sera, nell'intervista rilasciata dieci mesi prima, all'indomani della strage di Charlie.

Se vogliamo parlare nello specifico del Front National, hanno due deputati e il 25% dei voti (alle Europee, ndr)... C’è uno scarto evidente. Il Front National ha un peso nella società che non corrisponde affatto alla sua rappresentanza parlamentare. Mi domando fino a che punto una situazione simile sia sostenibile, con questa astensione poi. C’è un sistema che dovrebbe essere democratico e che non funziona più». [...] Se François Hollande sarà rieletto presidente nel 2017 forse molte persone emigreranno. Per ragioni fiscali ed economiche, per l’idea che è difficile fare granché in Francia, un Paese che appare bloccato. E poi potremmo vedere qualcuno alla destra del Front National che si innervosisce e passa a un’azione violenta».

La chiave di Sottomissione è qui - davanti agli occhi di chiunque non si lasci distrarre dalla cronaca. Non è un libro che usa il sistema elettorale per suggerire che l'Islam possa conquistare la Francia; è un libro che usa l'Islam come paradosso per suggerire le iniquità e le perversioni del sistema elettorale francese. Per ammissione dello stesso autore, il protagonista avrebbe potuto convertirsi sia all'Islam che a un cristianesimo identitario vagamente lefebvriano: se alla fine ha scelto il primo, probabilmente è perché gli scenari paradossali sono meno faticosi da costruire di quelli realistici. La stessa cosa si potrebbe dire della Francia prossima ventura del suo romanzo: una nazione incerta se buttarsi sull'Islam o sul Fronte Nazionale, disposta a tutto pur di finirla coi partiti tradizionali.

Per Houellebecq era molto importante immaginare non tanto una rivoluzione islamica, ma una presa di potere attraverso le elezioni: a queste ultime dedica molta più attenzione che non al fumoso ritorno all'artigianato che verso la fine del libro viene buttato lì come la salvezza dell'economia francese. Lo stallo del primo turno, le irregolarità che causano la ripetizione del secondo, i bizzarri apparentamenti che portano il candidato islamico moderato a prevalere sulla solita Le Pen: tutto questo probabilmente ha addormentato molti lettori italiani, ma erano argomenti che all'autore premevano davvero. Francesi, in guardia: il sistema che vi ha regalato vent'anni di stabilità e altrettanti di decadenza, è lo stesso che useranno gli avversari per soggiogarvi. Basterà arrivare al 50%, e si prenderanno tutto. E probabilmente è giusto così - Houellebecq tifa per l'entropia, da sempre. E dunque? Non ho idea di cosa intenda H. per "democrazia diretta": quel che è sicuro è che la democrazia com'è adesso in Francia non lo convince.

Houellebecq ha in mente la Francia, ma se spostiamo il suo discorso all'Italia, c'è il rischio di fare qualche scintilla. Quello che H propone di eliminare è più o meno il sistema elettorale che Renzi e Boschi hanno appena fatto approvare in parlamento. Ovvero no, Renzi si è fatto confezionare una scorciatoia - a lui basterà il 40% per non far scattare il ballottaggio e ottenere una maggioranza solida alla Camera. E se non passa?

La domanda alla fine è sempre la stessa. Non occorre essere apocalittici alla Houellebecq per porsela: anzi, proprio perché non crediamo che la fine del mondo sia vicina, è lecito preoccuparsi non solo per come andranno le elezioni nel '16, ma anche nel '21 e più in là. Che vinca un partito islamico mi sembra comunque improbabile: ma prima o poi un leghista o un fascista ci arriva. E non avrà le limitazioni che impedirono a Berlusconi di abusare dei suoi poteri più di quanto non abbia fatto. L'italicum combinato con la riforma costituzionale trasformano il Capo dello Stato in un nobile soprammobile. Non ci sarà più il bicameralismo a temperare le iniziative legislative dei deputati, e questo è forse un bene - finché nella stanza dei bottoni non arriva qualche fascista o qualche incompetente.

Ma non siamo in Francia. Non abbiamo nessuna verginità da difendere. Fascisti e incompetenti ne abbiamo già avuti. È una cosa che ci capita ogni tanto. I padri costituenti magari non erano così autorevoli come poi ce li siamo immaginati, ma questa cosa almeno l'avevano notata. Non rifiutarono il presidenzialismo per un capriccio. A Renzi invece il presidenzialismo piace, ma è solo un corollario dell'enorme piacere che Renzi prova per sé stesso. Noi che Renzi non siamo, abbiamo il dovere di pensare a quello che verrà dopo. Che Dio ce la mandi buona - ma anche Allah, se vuole collaborare, non è il caso di fare gli schizzinosi.

domenica 13 dicembre 2015

Veri detective (in Andalusia)

La isla mínima (2014, Alberto Rodríguez).

Il franchismo è finito, la palude è rimasta. In paese ogni tanto qualche ragazza scompare, è normale: qui a parte la vendemmia e il contrabbando non c'è niente. Nessuno ne parla volentieri. Ogni tanto qualche ragazza ricompare, a pezzi, riaffiorando dalla laguna. Anche di questo nessuno parla.

Chi è già in crisi d'astinenza da True Detective potrà trovare un efficace placebo in La isla mínima, un thriller arrivato nelle sale spagnole l'anno scorso, che non fa nessun vero sforzo di sottrarsi al paragone con la serie americana uscita sei mesi prima. Persino i baffi del protagonista - l'accigliato Raúl Arévalo, un ispettore naturalmente in rotta di collisione coi superiori - sembrano ricalcati su quelli che si fa crescere Rust Cohle. Invece il suo collega (meno idealista e più praticone, ovviamente) è uno Javier Gutiérrez un po' troppo in forma per sembrare davvero un ex boia franchista cirrotico che cura i rimorsi e l'insonnia con l'alcool.

Il vero protagonista in questi casi è la cornice... (continua su +eventi!)

giovedì 10 dicembre 2015

I due populismi complementari

È un po' tardi, ma volevo condividere l'intuizione di mezzanotte: se il populismo di destra si caratterizza per la retorica del Nemico, ne consegue che in Italia di populismi attualmente ne abbiamo due, complementari. Questo in parte spiega la momentanea eclissi del M5S, che dopo gli attentati di Parigi non ha ritenuto necessario definire con maggior chiarezza la sua posizione in politica estera; in sostanza non ne ha una. Il fatto è che il populismo di Grillo e del suo comitato centrale è uno dei più curiosi al mondo, concentrato com'è sul Nemico Interno: il Politico. Viceversa il populismo di Salvini e della Meloni, che in mancanza di niente stanno opzionando quel che resta del centrodestra berlusconiano, si concentra sul Nemico Esterno: l'immigrato quasi sempre islamico e potenzialmente terrorista (Berlusconi non ci sta mettendo la faccia, ma il suo Giornale e i suoi tg sono già piuttosto allineati sull'argomento).

Messi assieme, Grillo e Salvini produrrebbero il populista perfetto; purtroppo, o per fortuna, sono inconciliabili. Al punto che nel momento più propizio per dare addosso agli immigrati, gli uomini di Grillo si sottraggono e mostrano il lato più umano (dopotutto anche loro hanno votato per depenalizzare la clandestinità); specularmente, quando passerà l'eccitazione collettiva per il terrorismo e scopriremo qualche altra Mafia Capitale, i grillini tireranno fuori gli artigli, ma Salvini si mostrerà molto più equilibrato, se non proprio garantista alla Berlusconi.

A un certo punto poi si voterà, e uno dei due populismi probabilmente arriverà al ballottaggio (sempre ammesso che ci si arrivi). Forse è inutile analizzare i trend elettorali, forse tutto dipenderà dall'ultimo fatto di cronaca importante: se sarà un attentato, Salvini; se sarà uno scandalo, Grillo. I due personaggi sono incompatibili, ma i loro elettori non lo sono affatto: anzi appartengono a un unico bacino che è in comunicazione anche coi serbatoi inesplorati dell'astensione. Poi c'è lo scenario hard - un ballottaggio tra Salvini e un grillino - e non mi sento di escluderlo a priori. Ah, nel caso voterò M5S: "Onestà" mi sembra meno pericoloso di "Stop Invasione". E poi in generale mi danno meno affidamento: al primo casino si rivota.

mercoledì 9 dicembre 2015

Come fate a cascarci con Shyamalan?

The Visit (M. Night Shyamalan, 2015)

Uno di quei film in cui i ragazzini non spengono la videocamera
neanche se i mostri se li mangiano? Sì, però fatto bene.
Rebecca e Tyler non hanno mai conosciuto i loro nonni. Vivono nella provincia lontana dove il cellulare non prende. Quindici anni prima la loro madre fuggì per non tornare. Ora le hanno scritto, vorrebbero tanto conoscere i loro nipotini. Perché non ce li mandi per una settimana? Cosa potrebbe mai andare storto? Non credo di poter raccontare altro senza farvi capire che qualcosa non va.

Del resto è un film di M. Night Shyamalan, che dopo alcuni disastri produttivi si è ritrovato retrocesso nella serie B dei film horror a basso budget, in quella che però è la situazione più congeniale al suo cinema: senza più i divi capricciosi che gli hanno commissionato After Earth, senza effetti speciali, chiuso in una casa di campagna con due macchine finto-amatoriali, l'ex maestro del suspense contemporaneo dovrebbe riuscire a mostrare le sue vere qualità. Ce la farà?


Dei tanti modi in cui si possono dividere gli esseri umani, e in particolare gli spettatori al cinema, uno mi sembra più indicativo degli altri e riguarda M. Night Shyamalan. Vi sono infatti due gruppi: quelli che ultimamente erano molto delusi, ma che apprezzarono molto i suoi primi film, talvolta acclamandolo come un maestro e un innovatore del genere thriller, se non proprio il nuovo Hitchcock - e quelli che dopo cinque minuti avevano capito che Bruce Willis è un fantasma.

Insomma, in quel film nessun adulto gli rivolgeva la parola. Nessun adulto. Come fa uno a non accorgersene?

Io ai tempi mi arrabbiavo pure perché insomma - quando appartieni a quel gruppo di persone, tu rifiuti l'idea che il mondo si divida in due gruppi di persone. No, tu credi che ci sia solo un gruppo giusto - ovvero quelli che hanno gli occhi collegati al cervello - e che quelli che appartengono all'altro gruppo devano essere rieducati. E non importa se si intendono di cinema, ci dev'essere un equivoco perché come si fa a intendersi di cinema quando non ti accorgi nemmeno che Bruce Willis è un fantasma? Come fai a goderti un film se hai capito come va a finire dopo cinque minuti? Devi veramente avere voglia di cascarci (continua su +eventi!)

martedì 8 dicembre 2015

Possiamo convivere con gente così?

(Forse li avete già visti: alcuni youtuber olandesi vanno in giro a citare versetti del Corano ai passanti; dopo averli scandalizzati, scoprono la copertina e rivelano che si tratta di una Bibbia. È divertente, ma non così originale.

Quando 11 anni fa Vittorio Feltri pubblicò il Corano in dispense su Libero - vi giuro, 11 anni fa Vittorio Feltri pubblicò il Corano in dispense su Libero - io scrissi questa recensione per Macchianera, che al tempo era uno dei blog più letti in Italia. Ci cascarono in parecchi - incredibilmente, un sacco di commenti sono ancora on line. È passato tanto tempo e siamo ancora convinti di parlare di qualcosa di attuale, di interessante).

Possiamo convivere con chi crede nel Corano? No

24 novembre 2004.

Ogni giorno è buono per imparare qualcosa, e io temo di avere imparato qualcosa da Vittorio Feltri. Sì, proprio lui, l'esegeta del Corano.
L'avevo preso sottogamba, sapete. Credevo che valesse la pena di comprarlo per dedicargli uno sfottò, una di quelle cose che piace a noi frustrati di sinistra. Ebbene.
La tesi di Feltri è scontata: il Corano è inconciliabile con l'Occidente. Si tratta di un pregiudizio? Magari. No, Feltri si è documentato, ha studiato il Corano, ed è giunto a conclusioni che sono inoppugnabili. Cioè, io ho anche provato, a oppugnarle. Ma quando uno ha ragione ha ragione, e stavolta devo dare ragione a Vittorio Feltri. Il Corano è inconciliabile coi principi della nostra Costituzione. Chi crede in quel libro non dovrebbe rimanere a lungo sul suolo italiano. Mi dispiace, ma è così. Giudicate voi:

Le donne? Per Maometto sono inferiori
di Vittorio Feltri

Il Corano che cosa pensa delle donne? C'è un versetto molto chiaro. Sura II [detto della "vacca"], 228: «Ma gli uomini sono un gradino più in alto». Usa proprio questa formula il Libro Sacro: i maschi sono superiori. Non è una frase suscettibile di interpretazioni.
[. . .]
Questa inferiorità è strutturale, ed essa è la chiave di volta su cui è costruita la società. Insomma, la donna non è vittima di qualche incidente di percorso, per cui basta un ritocco qua e là delle leggi o della mentalità. No, è minorata per volontà divina, ed anzi la vita comune si regge su questo principio. Il resto discende come conseguenza: nessun ruolo direttivo, nessuna possibilità di organizzare per sé un minimo di vita individuale. La schiavitù è sancita e benedetta. Non sono teorie religiose, ma sono diventate immediatamente leggi politiche dove l'Islam è al potere, e pratiche familiari dove sono (per ora) in minoranza. Non illudiamoci: gli ayatollah imporranno a tutti questa visione del mondo appena potranno, perché per essi non c'è distinzione tra sfera spirituale e politica, tra morale cranica e legge dello Stato. Si pone un'altra questione seria. Le comunità musulmane presenti in tra noi possono trattare così le donne in barba alle nostre norme e consuetudini?


La risposta sarebbe scontata (no), ma lo sapete, io sono il solito malfidato, mica potevo fidarmi del primo versetto che mi citavano.
Così sono andato a prendermi la mia copia del Corano, ché sapevo bene di averne una da qualche parte su una mensola alta (il Libro va sempre posato in alto). E ho iniziato a sfogliare. Ero convinto che avrei trovato subito qualche versetto che ribaltava la faccenda. Beh.
Mi sono dovuto ricredere. Più andavo avanti, più era peggio. Ragazzi, c'è poco da essere politically correct. Quel libro è veramente misogino. Tutte le volte che compare la parola "donna", da qualche parte lì intorno c'è anche la parola "sottomessa". Non ci credete?

Si parte dalla Sura "della Genesi" (3,16): è Allah che dice alla prima donna:
"Verso tuo marito sarà il tuo istinto,
ma egli ti dominerà".


Tanto per mettere subito le cose in chiaro. Ma cos'ha fatto, la donna, di male? Lo spiega a chiare parole la Sura "del Siracide" (25,24):

Dalla donna ha avuto inizio il peccato,
per causa sua tutti moriamo.


Per cui il minimo che possa fare è restare sottomessa. E infatti: Se non cammina al cenno della tua mano, toglila dalla tua presenza (Siracide 25,26)

E poi ci lamentiamo se le loro donne rimangono segregate in casa? Finché continueranno a credere in un Libro che ragiona così…

Motivo di sdegno, di rimprovero e di grande disprezzo
è una donna che mantiene il proprio uomo
(Siracide 25,21)

…non c'è da aspettarsi che escano a cercarsi un lavoro. Né che partecipino a qualsiasi tipo di attività sociale. Perfino nella preghiera sono emarginate:

Come in tutte le comunità dei fedeli, le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso parlare; stiano invece sottomesse, come dice anche la legge. Se vogliono imparare qualche cosa, interroghino a casa i loro mariti, perché è sconveniente per una donna parlare in assemblea. (Sura "dei Corinti I", 14,34-35)

Nella stessa Sura si motiva anche l'uso femminile del velo (e del burqa, eventualmente):

L’uomo non deve coprirsi il capo, poiché egli è immagine e gloria di Dio; la donna invece è gloria dell’uomo. E infatti non l’uomo deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo; né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo. Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza a motivo degli angeli. [… ] Giudicate voi stessi: è conveniente che una donna faccia preghiera a Dio col capo scoperto? Non è forse la natura stessa a insegnarci che è indecoroso per l’uomo lasciarsi crescere i capelli, mentre è una gloria per la donna lasciarseli crescere? La chioma le è stata data a guisa di velo. Se poi qualcuno ha il gusto della contestazione, noi non abbiamo questa consuetudine […] (Sura "dei Corinti I", 3,7-16)

Notate la grazia della chiusa finale: se qualcuno vuole contestare… noi non abbiamo questa consuetudine. Tante grazie. Noi sì, però. Come la mettiamo?
E ancora:

Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; il marito infatti è capo della moglie […] (Sura "degli Efesini" 5,22-23;

Ugualmente voi, mogli, state sottomesse ai vostri mariti perché, anche se alcuni si rifiutano di credere alla parola, vengano dalla condotta delle mogli, senza bisogno di parole, conquistati considerando la vostra condotta casta e rispettosa. (Sura "di Pietro I", 3,1)

Per finire con questa botta:

"Di più! Dobbiamo cagarci addosso di più, perdio!"
La donna impari in silenzio, con tutta sottomissione. Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all’uomo; piuttosto se ne stia in atteggiamento tranquillo. Perché prima è stato formato Adamo e poi Eva; e non fu Adamo ad essere ingannato, ma fu la donna che, ingannata, si rese colpevole di trasgressione. Essa potrà essere salvata partorendo figli, a condizione di perseverare nella fede, nella carità e nella santificazione, con modestia. (Sura "di Timoteo I", 2,11-15)

Non concedo a nessuna donna di insegnare, né di dettare legge all’uomo… e poi pretendiamo che abbiano rispetto per le nostre insegnanti? No, mi dispiace, io credo di essere una persona di aperte vedute e tollerante, ma ci sono dei limiti.

E che nessuno venga a dirmi che questi versetti vanno interpretati, inseriti nel loro contesto, mediati… interpretare cosa? Mediare cosa? È tutto chiaro qui, tutto nero su bianco: dalla donna ha avuto inizio il peccato, la donna stia sottomessa all'uomo, punto. E questo credo che non dovremmo tollerarlo. Mi dispiace, ma su questo sono più feltriano di Feltri: chi crede in questo Libro non ha il diritto di rimanere nel nostro Paese, dove vige una Costituzione che prevede per uomo e donna pari diritti.
Perciò, cari amici musulmani, aria.

[Continua domani]

giovedì 3 dicembre 2015

Non andremo in pensione a 75 anni (e lo sappiamo)

Con tutto il rispetto per il presidente Boeri, sappiamo tutti che non andrà così. Non andremo in pensione a 75 anni. 

Oddio, qualcuno ce la farà. Qualche stakanovista, qualche assenteista - buffo come gli estremi si incontrino. Ma la maggior parte di noi non andrà in pensione a 75 anni, e lo sappiamo. Voglio dire, basta guardarsi attorno.

Vedete molti colleghi di 74 anni?

E allora lo avete capito anche voi. Non ci succederà di andare in pensione a 75.

Cosa ci succederà?

Continuate pure a guardarvi attorno. Prima o poi bisogna cominciare. È fastidioso, è proprio questo il punto. Malattie, congedi, prepensionamenti, a parlarne sembra quasi che tu abbia poca voglia di lavorare. Ed è proprio in quel momento che arriva la mazzata.

C'è qualcosa che non va.

Fai più fatica ad alzarti, ti addormenti prima. C'è un dolorino che non passa. Un po' di pelle si desquama. Ma soprattutto c'è un bambino nel cervello che continua a ripeterti che non è niente, non è niente, puoi farcela, sei immortale. È quello che ti frega, in molti casi. Coi dolorini puoi venirci a patti, negoziare paci separate. Ma quel bambino prima o poi ti fa commettere un'imprudenza. Esci senza sciarpa. Oppure fuori piove ma fanculo, prendo la bici lo stesso.

Ti rompi un femore, resti a casa.

Ne approfitti per riposare, perché diciamocelo, negli ultimi tempi eri un po' esaurito. Torni dopo un mese e senti qualcuno che mormora. Te la sei presa comoda, hanno dovuto sostituirti, certo, è stato un incidente, però anche tu, in bici alla tua età, non hai giudizio. I colleghi ti guardano strano - cioè, strano. Ti guardano. Prima non ci facevi caso.

Il capo deve farti un discorso.

Con la tua assenza hai fatto perdere tempo a tutti, per cui adesso ci si aspetterebbe da te un po' più di impegno. Oppure, se proprio non ce la fai...

Come sarebbe a dire che non ce la fai? È il tuo mestiere, hai dovuto fermarti per un incidente, ma...

Ma non sei più produttivo come prima.

Ma stanno scherzando? stai facendo esattamente quello che facevo prima! (il bambino nella testa è molto incazzato)

Si vede che non basta più. Mettiamola così. Prima dell'incidente davi un certo affidamento. Nel meccanismo generale eri un pezzo magari un po' usurato, non abbastanza perché qualcuno si desse la pena per immaginare come sostituirti. Poi è successo qualcosa. Hai cominciato a sanguinare. Lo sai cosa succede intorno a te quando cominci a sanguinare?

C'è gente che ha fame.

Sono giovani.

Tu sanguini.

È stato solo un incidente!

Il bambino nella tua testa ha paura. Forse non sei così immortale dopotutto.
Ti guardi intorno. Di chi ti puoi fidare? Bisogna anche stare attenti a non diventare paranoici. Dovrai lavorare un po' di più e fargliela vedere. Peccato che

non ce la fai a lavorare di più.

Dieci anni fa, magari, ma adesso no. La famiglia si è presa i suoi tempi, e anche la salute reclama i suoi. Se tiri troppo una corda si spezza - tutte queste corde, poi, neanche le vedevi fino a qualche anno fa. E adesso devi calibrare tutto al centimetro. Se prendi un permesso per una visita medica, qualcuno mormorerà. Se smetti un'abitudine per risparmiare il tempo e il denaro, poi sarai nervoso per mesi e mesi. Litigherai con qualcuno che a tempo debito te la farà pagare. Insomma è dura e dopo un po' - senza neanche accorgertene, sei a casa di nuovo. Malattia.

Si sta bene a casa in fondo.

Certo, a voler pensare a quel che ti aspetta quando torni, i colleghi che ti odiano, il capo che ti vuole fuori dai piedi... però non è che ci devi pensare per forza. Sei malato. Devi concentrarti su te stesso.

Quando torni, non li guardi neanche più. Separare gli amici dagli ipocriti è già troppa fatica. Ti vogliono fuori dai piedi? Devono avere almeno il coraggio di dirtelo.

Nel frattempo ti hanno cambiato posto. Sembra che qualcuno si sia messo d'impegno ad affidarti tutti quei progetti che nessun altro voleva. Nessuna volontà punitiva, ti spiegano. È solo che tu non c'eri e gli altri si sono presi lo spazio. Ma se riesci a resistere fino alle ferie... ah, e poi devo dirti che non puoi sempre andare in bagno alle dieci. La gente mormora.

La gente cosa? È da quando lavori qui che vai in bagno alle dieci. È un tuo diritto! E anche se non lo fosse, è il tuo corpo. Non puoi sostituire quella parte del corpo che ha bisogno di andare in bagno alle dieci. Ma insomma è mobbing questo? Ti stanno mobbizzando?

Ma no.

È solo che sanguini.

E loro hanno fame.

Va bene. Però in pensione non puoi ancora andarci. Se ci vai adesso, prendi una miseria.

Il capo ti vuole parlare.

Quel progetto lì, è andato da schifo. I clienti si sono lamentati.

Certo che è andato da schifo. Tanto per cominciare non era tuo, te l'hanno appioppato quando sei tornato dalla convalescenza. Grazie alla tua esperienza hai ridotto i danni, ma -

C'è un reclamo scritto.

Lo sa che non è obbligato a lavorare con noi, vero? e lo sa che non siamo obbligati a tenerla.

Allora, questa è una porcheria. Una grossa porcheria. Non hai fatto niente di male. Hai lavorato più di tanti altri qui dentro. Ti vogliono punire soltanto perché...

Dillo.

Stai invecchiando?

Puoi stringere i denti e andare avanti. Ma per quanto? Dieci anni? Cinque? L'hai capito almeno che il tempo non è una linea retta? Potresti ammalarti sul serio. Forse sei già ammalato sul serio. Una cosa è certa.

A 75 anni non ci arrivi.

Vabbe', che posso dirti, a me stavi simpatico. Mi dispiace per come ti hanno trattato i colleghi, e anche il capo, davvero - non farmelo dire. Fortuna che queste cose a me non succedono. Sai che non vado mai in mutua io. Certe volte sono andato al lavoro con trentasette e sette. Anche adesso, la mattina prendo la bicicletta, anche se piove -

mercoledì 2 dicembre 2015

Xavier, cuore di tenebra

 3 dicembre - San Francesco Saverio, missionario ed esploratore, evangelizzatore di massa

...apud campum babylonicum ducem impiorum in cathedra ignea et fumosa sedere, horribilem figura vultuque terribilem (Ignazio di Loyola, Exercitia Spiritualia, 140)

Suppongo che vi ricordiate quando sono diventato, per un po', marinaio di acqua dolce.

Ma cominciamo con ordine. In quel tempo ero tornato a Goa, al collegio. Ufficialmente ero in ritiro spirituale. Stavo cercando di smettere con l'oppio, anche. Non ridete. Me lo aveva prescritto un dottore indiano contro l'ulcera. Senza accorgermene avevo aumentato le dosi. È difficile spiegare a chi non l'ha provato. Ti sembra di entrare in un mondo diverso, che al risveglio non sai raccontare nemmeno a te stesso. Potrebbe essere il paradiso, ma più probabilmente è un altro luogo. In ogni caso, avevo visto uomini migliori di me partire e non tornare, ed ero determinato a non seguirli. Così mi ero chiuso in una cella col mio Eymerich tascabile e il flagello. Quando i miei nervi cominciavano a tendersi e a chiedere il frutto del papavero, io cercavo di strapparmeli a nerbate. Poi il dolore mi teneva sveglio tutta notte e un po' d'oppio dovevo prenderlo comunque, per non impazzire. Vedevo le pareti della cella stringersi intorno a me, e pensavo alla giungla. Sentivo di diventare sempre più debole, e vedevo gli idoli diventare sempre più forti - stavo sbagliando metodo, evidentemente.

D'altronde, ognuno ottiene quello che vuole. Io volevo una missione; e per scontare i miei peccati me ne assegnarono una davvero speciale; una volta conclusa, non ne avrei volute altre.

Non posso raccontarvi tutto, naturalmente. Ricevetti un invito a pranzo che non si poteva rifiutare. Mi buttai sotto un getto d'acqua gelida per togliermi la giungla dalle palpebre, e nel giro di un paio d'ore ero di nuovo un domenicano nel suo saio pulito e profumato, al cospetto dell'Inquisitore Generale di Goa.

Si era fatto arredare un bell'ambientino, nel palazzo di un Khan locale. Il disprezzo per gli idoli, e le vacche sacre in particolare, lo manifestava facendone arrostire generose porzioni per gli ospiti.

"Buongiorno padre".
"Buongiorno fra Marcelo. Ha già conosciuto il Generale?"
"No padre, non di persona".
"Lei ha lavorato molto in autonomia, è vero?"
"Sì padre, è così".
"Nel suo dossier si parla di un paio di autodafè nei distretti a nord di Goa".
"Al momento mi dichiaro non disponibile a parlarne, padre".
"Lei non ha già lavorato per l'Inquisizione?"
"No padre".
"Non ha bruciato tre idolatri e due musulmani in un villaggio a venti leghe da qui?"
"Non... non mi risultano le attività da lei menzionate. Ne sarei propenso a parlarne qualora tali attività..."
"Cos'è quel brutto taglio sul collo?"
"Un incidente di pesca durante le attività ricreative, Padre".
"È profondo. Sembra un gatto a nove code. Lei fa uso del gatto a nove code nella sua cella?"
"No padre".
"Lo sa che è proibito?"
"Certo padre".
"Va bene, si sieda. Ha l'aria di uno che digiuna da un mese. Vediamo quello che abbiamo qui. C'è dell'arrosto, di solito è buono. Ma se vuole provare i crostacei, non dovrà fornirci ulteriori prove di coraggio".
"Grazie, padre".
"Mi serve nel pieno delle forze. Ha mai sentito parlare di Francisco de Jasso Azpilcueta Atondo y Aznares de Javier?"
"Nato in Navarra nel 1506, al collegio fu compagno di cella del fondatore dell'ordine noto come Compagnia del Gesù, Íñigo López Loiola. Inviato da questi a Goa nel 1541 su richiesta di sua maestà il re del Portogallo, estese l'opera di evangelizzazione delle Indie fino a Malacca, alle Molucche e a Cipango, battezzando milioni di indigeni e compiendo centinaia di prodigi..."
"...Non tutti risultanti al nostro Sacro Ufficio. Vada avanti".
"Nel 1552, desideroso di portare il messaggio di Nostro Signore Gesù Cristo nell'impero della Cina, parte su una giunca diretta all'estuario del fiume delle Perle, ma muore di febbre nell'isola detta di Sanclan. Dio dà, Dio toglie, Dio sia benedetto".
"Amen. Tutto qui, figliolo?"
"Più o meno sì".
"È sicuro di non aver sentito altre voci?"
"Niente di rilevante, padre".
"A proposito di un padre gesuita che addentrandosi nel fiume delle Perle con un carico di fucili, avrebbe portato la coltivazione del papavero nel cuore del Guangdong?"
"Lo apprendo da voi, padre".
"Francisco Javier è stato uno dei migliori pastori che la Chiesa abbia mai inviato nelle Indie. Un cavaliere e un santo. Spiritoso, intelligente. Ma in un qualche modo non riusciva ad accontentarsi. Lo avremmo voluto più spesso presso di noi, a Goa. Come sa, c'è tantissimo lavoro da fare per le anime dei sudditi indiani del Re, senza andare in capo al mondo. Sappiamo che lo stesso Loyola gli aveva chiesto di fermarsi. E invece... le Molucche, e poi il Giappone, e poi... la giungla. Lei conosce la giungla, fra Marcelo?"
"Ci sono stato".
"Poi però ha dovuto andarsene... ha conosciuto i tormenti dell'ulcera, mi hanno detto".
"Cibi troppo speziati".
"Che altro ha conosciuto?"

L'orrore.

"Si sta ancora curando?"
"No, padre, sono guarito".
"Me ne rallegro. Stavo dicendo... quando Francisco si addentrò nel Fiume delle Perle, le sue lettere cominciarono ad apparirci... insane. Abbiamo pertanto stabilito di non divulgarle. Eccole qui" (continua sul Post!)

martedì 1 dicembre 2015

Se non hai paura, che dinosauro sei

Nel frattempo, in un lussuoso seminterrato, un gruppo di professionisti altamente specializzati si sta adoperando per noi.

"Colleghi, se siamo d'accordo direi che il coffee-break è finito".
"Non era la pausa pranzo?"
"Onestamente non saprei, che ora è?"
"Che ne so, il mio Rolex non ha i numeri... Pippo, tu lo sai che ore sono?"
"....ch.... ....ch"
"Ti è andato di nuovo di traverso il tovagliolo della brioche?"
".....ch"
"C'è per caso un dottore tra noi?"
"Io ho una laurea in scienze politiche".
"Vabbe' ma che c'entra".
"Stai mettendo in dubbio i miei titoli? Credi che io non sia qualificato per fare questo lavoro?"
"Già, a proposito, tu ti ricordi noi che lavoro facciamo?"
"Vagamente. Qui c'è scritto che siamo la Commissione Titoli".
"Ah. Cioè?"
"Siamo quelli che cambiano i titoli dei film stranieri, per renderli più appetibili al pubblico italiano".
"Giusto! Siamo quelli che convincono gli italiani ad andare in sala a vedere i film".
"Senza di noi non ci sarebbe più un cinema aperto in tutta Italia, colleghi! Non c'è bisogno di sottolineare quanto sia fondamentale il nostro..."
".....ch.......ch"
"Vabbe' ma è impossibile lavorare così. Me lo portate fuori per favore? Grazie. Stavamo dicendo?"
"Dunque, qui c'è un film della Pixar..."
"Quelli che fanno i cartoni per gli intellettuali, uhm... se riuscissimo a portarci anche le famiglie coi bambini, faremmo il botto. In originale come si chiama?"
"The Good Dinosaur".
"Sarebbe a dire?"
"Secondo la commissione traduttori il titolo significherebbe, approssimativamente... Il dinosauro buono".
"Ma allora è un film di dinosauri".
"Però c'è chi sostiene che invece significhi Il buon dinosauro".
"Vanno un sacco, i dinosauri".
"Sono sempre andati forte, ma quest'anno più del solito".
"Va bene colleghi. Il buon dinosauro o il dinosauro buono? C'è un po' di differenza, mi pare".
"Scusate, io ho un'idea".
"Spara".
"E perché dovrei sparare?"
"È un modo di dire".
"Non lo conoscevo".
"Ci vuoi dire la tua idea?"
"Ah già. Perché non togliamo la parola "dinosauro" dal titolo?"
"Cioè in un anno in cui i film di dinosauri stanno facendo milioni di dollari di incassi in tutto il mondo, tu proponi di togliere la parola "dinosauro" dalla locandina di un cartone animato".
"Proprio così".
"E saresti in grado di spiegarci il motivo?"
"No, credo di non essere in grado".
"Credi di non essere in grado?"
"Sono fatto così, a volte mi arriva un'idea... è come una lampadina che si accende, non so che farci, secondo me togliere "dinosauro" dal titolo è un'ottima idea".
"E al suo posto cosa ci mettiamo?"
"E che ne so, come si chiama il protagonista?"
"Arlo".
"E che vuol dire?"
"Non ne ho la minima idea".
"È un nome poco diffuso".
"Potremmo chiamarlo il viaggio di Arlo, per incuriosire lo spettatore".
"Soprattutto i bambini, che ricordiamo, sono il target".
"Cioè per incuriosire i bambini tu proponi di togliere "dinosauro" e mettere "Arlo"".
"Proprio così".
"E non sei in grado di spiegare il perché".
"No".
"Vieni qui, togliti il dito dal naso e fatti abbracciare".
"Eh, perché?"
"Perché sei un genio, un fottuto genio. Il viaggio di Arlo. Dio mio, ho i brividi. Sento che farà il botto. Il botto. Siete d'accordo? Allora direi che a questo punto possiamo fare la pausa per il pranzo".
"Ma non l'abbiamo già fatta?"
"Non lo so. Il viaggio di Arlo. Senti come suona bene. Il viaggio di Arlo. Ragazzi, vi immaginate se non ci fossimo noi a salvare il cinema?"



Un giocattolo di gomma in un mondo vero, freddo spinoso e tagliente.


Il viaggio di Arlo (The Good Dinosaur, Peter Sohn, 2015)

Arlo è un dinosauro buono; non farebbe male a una mosca, tanto più che è vegetariano. Arlo non è un buon dinosauro: ha troppa paura. Fuori dal guscio, oltre il recinto della fattoria, c'è solo violenza, frane, diluvi, tempeste, e ovunque denti aguzzi e artigli appuntiti. Nell'anno del trionfo di Inside Out, a un mese da Natale arriva nelle sale un altro film della Pixar, che quasi sembra voler passare inosservato, come se si vergognasse di cavalcare la moda meno originale di tutte, quella ricorrente dei dinosauri. Nei trailer il protagonista è simpatico, sembra già il pupazzo di gomma che senz'altro andrà a ruba a Natale. Ha anche un cucciolo d'uomo per amico. Risultato: al giovedì pomeriggio la sala si riempie di bambini un po' più piccoli del solito; le luci si spengono e dopo un po' sullo schermo appare...


...il film più violento della storia della Pixar.


Ragazzino, se mi stai prendendo in giro...
Fino a qualche anno fa era l'avanguardia dell'animazione digitale. Poi i concorrenti si sono fatti sotto, e alcune maestranze sono passate alla Disney - nel frattempo è come se alla Pixar avessero deciso di specializzarsi in qualcosa di meno tecnico e riproducibile. I sentimenti, potremmo dire, o più prosaicamente: i lacrimoni. Avevano iniziato presto - già dai tempi di Monsters Inc - ma è con Up! che sono diventati il nuovo vero marchio di fabbrica. Purtroppo ogni cosa diventa col tempo prevedibile, e forse Il viaggio di Arlo è il momento in cui la capacità degli artisti Pixar di manipolare i nostri sentimenti svela il suo lato sadico.

C'è quasi subito un lutto, raffigurato con un realismo brutale. A quel punto chiunque altro piazzerebbe una scena madre coi superstiti in lacrime; qui no, si volta subito pagina, la vita va avanti. (continua su +eventi!) 

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