martedì 22 novembre 2016

L'America di Tom Ford, incubo patinato

Animali notturni (Nocturnal Animals, Tom Ford, 2016)

Susan (Amy Adams) si annoia. Alla sua età, col suo reddito, è praticamente un must. Susan ha una ricca casa e un maggiordomo; una galleria d'arte che gestisce con sempre meno convinzione; un marito ricchissimo che la tradisce nel modo più discreto; e un fantasma del passato, un ex marito scrittore fallito (Jack Gyllenhaal) che dopo 19 anni le invia un manoscritto. Il mondo di Susan è finzione, ma ricorda: il mondo vero è molto peggio.

...That you're tired of yourself and all of your creations...
Anche Tom Ford vive in un mondo suo. I film se li finanzia da solo - se lo può permettere - e li gira con uno stile che che non ricorda nessuno di preciso ma che non sembra nemmeno ossessionato dal voler riuscire originale a tutti i costi. Potrebbe girare qualsiasi cosa, sceglie uno strano noir decostruito, che comunque somiglia a un noir normale quanto basta per essere distribuito nei multisala. È difficile capire cos'avesse in mente quando scelse per la sua seconda opera il romanzo non conosciutissimo di Austin Wright, anglista americano scomparso nel 2003. Difficilmente gli si può attribuire l'intenzione di mostrare l'America di Trump trasfigurata in un incubo.


And you say, “Oh my God, Am I here all alone?”
Fosse uscito un mese fa (era a Venezia a settembre) neanche ci avremmo fatto caso. Ma arriva in sala proprio mentre Trump apre le consultazioni col KKK, ed è una storia che sovrappone ricchi progressisti sofisticati a poveri rednecks briganti e stupratori... (continua su +eventi!) I primi si isolano in palazzi ermetici e sterilizzati; i secondi vivono come selvaggi in baracche ai margini del deserto, montano i gabinetti in veranda per cagare con comodo all'aperto. I primi vivono sospesi tra noia, rimpianti e paura; i secondi sembrano nascere nella notte, alimentarsi delle paure e dalla diffidenza. Sono un tizio semplice, dice l'assassino allo scrittore. Faccio quello che mi è richiesto. Se tua moglie mi dà dello stupratore, mi viene voglia di stuprarla.


Standing on a corner a ringin' my bell, 
Up stepped the sheriff from Thomasville. 
He said 'Young man is you name Brown? 
Remember you blowed Sadie down."
Il profondo Texas fotografato da Ford è una pura illusione, l'invenzione di un ex marito rancoroso, un dispositivo di tortura per sé e per Susan (e anche per noi, poveri spettatori). Considerata la confezione elegante, il perfezionismo delle luci e della composizione delle inquadrature; l'efficacia con cui si incastrano tre piani temporali senza mai generare equivoci; considerato il coraggio con cui Ford trova una sua strada scartando le suggestioni più banali, non indietreggiando davanti a scelte anche fuori moda (le dissolvenze incrociate!): considerato tutto questo, è notevole quante volte ci venga voglia di guardare, più che il volto smarrito di Susan o il tramonto texano, il quadrante dell'orologio. Ford  ha una specie di idiosincrasia, una difficoltà a rendere le scene collettive: anche in una sala affollata o in un ristorante, i suoi personaggi sembrano sempre soli o al limite in coppia; tutti gli altri rumori arrivano attutiti e la colonna sonora un po' vintage spesso latita (per poi saltar fuori quando meno te l'aspetti). In mezzo a tanta fredda eleganza ogni tanto spunta un dettaglio dissonante: un volto gonfiato dalla chirurgia, un'ingenuità di scrittura. Molto spesso ci domandiamo se quel che vediamo sia vero o no, se Susan abbia davvero una figlia dai capelli rossi e se i soliti sospetti siano davvero gli assassini che Ford ci ha mostrato un'ora prima. Se insomma il mondo fuori dalla galleria d'arte esista realmente, o non sia solo proiezione. Animali notturni è al Multisala Vittoria di Bra (21:00); al Cityplex di Alba (19:00, 21:10).

1 commento:

  1. A me non è dispiaciuto, invece. "Noir destrutturato" rende bene l'idea e se non temessi la scomunica direi che per certi versi mi ha ricordato lo stile di regia di Strade Perdute (depurato però dell'ineluttabile accelerazione verso il caos tipica di Lynch). Persino la violenza del racconto che a tratti si fa caricaturale (il resoconto autoptico dello sceriffo al povero Gyllenhaal già devastato dal lutto è grottescamente tragicomico) l'ho interpretata come una sottigliezza per mimare intenzionalmente la scrittura di un romanziere tutto sommato mediocre che completa il suo forse unico lavoro al solo scopo di consumare la propria vendetta. Insomma, alla fine c'è un sacco di struttura molto ben maneggiata, ottimi attori, una realizzazione tecnica fin troppo curata... Che altro si può pretendere da uno che di lavoro vero disegna babbucce da diecimila euro per proprietarie di case d'aste annoiate?

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