Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi

Il governo italiano ha sospeso gli aiuti ai palestinesi. Noi no. Donate all'UNRWA.

domenica 29 febbraio 2004

Aggregatore della domenica

Oggi, 29 febbraio (San Precario), nevicava. Ma io sulla neve non ho altro da aggiungere.

Ma non temete, finirà anche questo inverno, come tutti gli altri, si squaglierà come neve al sole, e sotto la neve Modena vi offrirà una primavera carica di stupende iniziative culturali. Venerdì prossimo alla Tenda comincia un ciclo sulle Narrazioni in Movimento: verranno quasi tutti gli scrittori che hanno parlato del G8 di Genova nei loro romanzi: Bosonetto, Bugaro, Dazieri, Lestini, Tassinari, Carlotto. Camilleri aveva un impegno. Qui c’è il programma.

Martedì 30, poi, nel trendissimo locale Juta di Via del Taglio, presenteremo Blogout a chi non se lo fosse ancora procurato, in compagnia dei polaroidi e di altri blog di scuola modenese. Rispetto all’ultima presentazione, posso garantire che il bar resterà aperto, e qualsiasi dibattito sui Commenti verrà punito in modo esemplare (notate che qui non metto nessuna faccina ironica).

Codesto blog darà a tali iniziative tutto il risalto che meritano. Invece non darà risalto a Sanremo, né in generale a nessuna trasmissione tv d’intrattenimento. Per i motivi già spiegati l’anno scorso, ma anche per uno molto più banale: io di tv ne guardo poca, perdo troppo tempo coi blog.
Da quel poco che ho capito, comunque, “Bisturi” segna lo sputtanamento finale della body art, e non me ne posso che rallegrare. (Grazie, Spocchia):

Nelle oziose performance delle due operatrici dell'estetico albergava uno spirito piccolo-borghese e narcisista, tipico d'altra parte di tutta quella body art e arte concettuale che fa del proprio ombelico il centro dell'universo. Uno non lo dice per non essere accusato di zdanovismo e maschilismo. Ma poi l'idea che sta alla base di tutte le esibizioni di Orlan (operazioni di chirurgia estetica in diretta) viene ripresa senza sostanziali modifiche da un programma di Irene Pivetti e Platinette. E quindi è inutile nasconderlo, stavolta sono contento, time is on our side.

In realtà parlare di tv non è facile come può sembrare. Bisogna essere ironici, e io ultimamente non ci riesco. Mi cascano le braccia subito e non so come raccoglierle. Prendete – non so – gli spot della Tim. Io vorrei tanto riuscire a fare ironia sugli spot della Tim, ma non ci riesco. Quando le cose sembrano troppo facili, in realtà si fanno davvero difficili. E infatti ci riesce solo Personalità Confusa. Sulla scala della mia invidia, se volete saperlo, X§ sopravanza Sergio Romano di parecchi gradini.

Qualche gradino lo ha salito anche Secondavisione con questa esilarante letterina a Laura (non la Laura dei cocktail, un’altra meno giovane che fa l’attrice).

Poi, uno ha un bel da dire che la differenza culturale è un feticcio: ci sono cose che ti lasciano sgomento. Per dirlo con Cronaca Vera: Per mettere a suo agio l’ospite occidentale del figlio, coppia di coniugi egiziani gli regala una cassetta porno… D’altronde, come dice Lia, l’importante è venirsi incontro…

Chi è arrivato fin qui si merita letture impegnative. Bene. Avete ancora 5 giorni di tempo per leggere questo bel pezzo di Pierpaolo Ascari su Casanova, Stendhal, Paul et Virginie e Mme Bovary, prima che il Manifesto lo cancelli come genialmente fa con tutto quello che pubblica. Segue dibattito.

E anche febbraio ce lo siamo tolti di mezzo. Secondo me è andato un po’ meglio di gennaio, ma secondo voi no.

venerdì 27 febbraio 2004

Non siamo insensibili alla domanda che da più parti ci viene rivolta, e cioè: "Ehi, sì, tutto molto bello, ma perché non metti i commenti? Eh? E' già da un po' che non dici perché non metti i commenti! Cos'è, hai già finito i motivi per cui non metti i commenti?"

Perché, perché, perché questo blog non ha i commenti? (Quarta puntata di innumerevoli)

#22 (dogma 2004) Una delle regole di questo piccolo sito è che, per quanto possibile, si riassumono le puntate per chi è appena arrivato. I commenti sono un posto dove molte cose accadono di nascosto, fra iniziati. Non mi piace. Davanti a una colonna di commenti il nuovo arrivato si spaventa e scappa via. Io voglio che si senta a casa, come se questo blog fosse nato l’altro giorno.

#23 (confessioni di una mente bacata) Ragazzi, già ci ho la scimmia di shinystat, che se la curva del mese s’ammoscia m’ammoscio pure io. Figurati se poi metto i commenti e una volta ne arrivano dieci e un’altra volta neanche uno. Peggio che l’ansia da prestazione. Fortuna che era un gioco.

#24 (arriva il nostro amico Leo!) Già se becco uno in birreria e mi dice: “Ieri hai scritto una stronzata”, ci rido su, ma sottosotto ci resto male. Sarebbe come aprire una birreria per tutte le cose che scrivo. Stasera piove, meglio se sto a casa.

#25 (questa era divertente tre mesi fa) E mettiamo anche che io apra una birreria, o perlomeno un baretto, bene o male frequentato che sia: e se arriva Filippo Facci a rimorchiare? Eh no. Per il nostro bene e il suo.

#26 (ma ve l’ho mai detto?) Perché sono già fidanzato.

#27 (statistico) perché in tre anni che scrivo su internet mi sono pentito di tre cose che ho scritto sul blog e di nove che ho scritto sui commenti. Qualcosa vorrà dire.

#28 (paranoico! Sempre più paranoico!) Di solito la gente che mi fa questa domanda è da mesi che mi insulta sul suo sito – credendo che non me ne sono accorto, ih, ih. Col cavolo che ti faccio scrivere qui dentro. Ci ho scritto “giocondo” qui? No? Ecco, vedi.

#30 (intollerabili crudeltà) Io faccio delle ricerche, mi leggo degli articoli, ci penso su parecchio, metto il mio cuore a nudo, faccio le ore piccole, poi arriva uno e si lamenta perché la Juventus ha perso in casa. Con tutto che io sarei granata, ma non è questo il punto.

#29 (fighetto) My God, comments are so uncool, so … 2003. Pensate che li ha messi persino Polaroid

giovedì 26 febbraio 2004

Romano e il furgone

Questa è una sciocchezza (mica solo questa. È un periodo un po’ così).
Ieri sera (mercoledì) guardavo il telegiornale delLa 7, e mi sono trovato davanti a un editoriale di Sergio Romano: in pratica c’era lui su una poltrona che concionava su guerra e Centro-sinistra (col trattino? Senza? In tv non si capisce). Aveva una tesi tutto sommato condivisibile: il Centro-sinistra, sulla guerre, si spezza sempre, perciò Prodi deve andare coi piedi di piombo.

…Infatti, l’ultima volta, il Kossovo fece cascare persino un governo.

Non stavo registrando, quindi non posso assicurare che queste siano state le sue parole. Però ho la sensazione che abbia detto davvero una cosa così. E ho anche la sensazione che sia una grande puttanata. Ma potrei sbagliarmi (chiedo aiuto ai lettori di buona volontà e di buona memoria).

A me pare di ricordare che Prodi sia caduto nell’autunno del 1998, non per la guerra, ma per una serie di motivi che (debbo dire) a distanza di 6 anni paiono fumosi e futili – le 35 ore, anche. Non poteva cadere sulla guerra in Kossovo, perché quella è scoppiata nella primavera del 1999. Io lavoravo in Francia e mi ricordo i peschi fioriti, dunque niente Prodi. C’era già D’Alema.

Forse Romano alludeva a uno di quei rimpasti che faceva D’Alema ogni tanto. Anche qui, posso benissimo sbagliarmi, ma mi pare che in occasione della guerra in Kossovo non rimpastò niente. Si limitò ad accettare un po’ di voti del centrodestra, e la cosa finì lì. Più tardi ci fu un rimpasto, ma perché dopo le Europee i Democratici di Rutelli e Parisi erano diventati il terzo partito italiano o una cosa del genere. Io ero in Francia, ma avevo Internet.

Sergio Romano però era in Italia, e se non andava su Internet, pure aveva la possibilità di leggere i giornali tutti i giorni. Insomma, sarebbe il suo mestiere: concionare con cognizione di causa.

D’altro canto, può anche darsi che mi stia sbagliando io. O che ci stiamo sbagliando tutti e due. La storia del passato prossimo è sempre la più difficile da ricordare. Chi ha vinto le Europee del 1999? Hai voglia a cercare sui libri, devono ancora essere stampati. Bisogna affidarsi alla memoria, e la memoria, si sa, è labile. Il risultato è che ormai siamo tutti esperti di fascismo e Scioà, ma abbiamo dei problemi a ricordarci chi successe a Berlusconi nel 1994, chi vinse le politiche nel 1996, e l’ultimo premier di centro-sinistra (rispettivamente: Dini, Prodi, Amato. Li avete indovinati tutti e tre? Bravi. Ma provate a chiedere in giro).
Il risultato è che sappiamo benissimo quanto male abbiano fatto Hitler e Mussolini, ma non riusciamo a totalizzare quanto male ci abbia fatto, non so (dico il primo nome che mi viene in mente) Silvio Berlusconi. Sotto l'onda del suo sproloquio quotidiano c'è una lunga storia di abusi ai nostri danni, troppo sistematica e complessa perché ce la possiamo ricordare con precisione. Chi non ricorda il passato lo rivive: noi siamo condannati a rivivere il passato recente come un loop. Qualche déja vu, ogni tanto, ci ricorda che tutto questo è già successo. Ma quando?

Se l’errore di Romano è macroscopico, il senso del discorso resta chiaro: il centro-sinistra sulle guerre si divide sempre (e sempre si dividerà: un loop, appunto). È un punto di vista condivisibile, che infatti Sergio Romano condivide con me e col mio vicino di casa, che guida un furgone.

Ora, coraggio, ditemi che faccio le pulci a Sergio Romano perché lo invidio: e lo invidio perché con quella faccia un po’ così può permettersi di sciorinare banalità da bar in fascia protetta, e se non sa come riempire una colonna può sempre suggerire una riforma costituzionale. E lo pagano pure. E lo leggono pure. E qualche politico probabilmente lo prende anche sul serio: “hai letto questo punto di vista di Romano? Interessante. Forse dovremmo modificare la Costituzione qui e qui”. Massì, con quel che probabilmente guadagna, perché non dovrei invidiarlo?

Probabilmente dovrei, non fosse che, appunto, il mio vicino di casa ha un furgone. Se ne sta per i fatti suoi tutto il santo giorno, guida piano e ascolta la radio. Il furgone non è grande, perciò non c’è mai qualcosa di troppo pesante da scaricare. Contratto a Tempo Indeterminato, assicurazione, ferie e contributi. E non devi concionare davanti a una telecamera, e se dici una stronzata nessun blog petulante se ne accorge. E io dovrei mettermi a invidiare Sergio Romano. Ma perché, poi.

mercoledì 25 febbraio 2004

Calcio di Stato, calcio di Mercato

Avvertenza: i livelli di dilettantesimo in questo pezzo sono pericolosamente alti.

Pare dunque che in Italia John Charles sia stato soprattutto un campione di fair play. In Gran Bretagna, invece, merita di essere ricordato per un altro motivo: il libro che sto traducendo afferma che Charles fu “the first rich British footballer”, il primo calciatore britannico “ricco”. Ecco, questo è interessante.
Charles è il primo a sbarcare con successo in Continente: l’offerta bianconera di 70.000 sterline non ha precedenti per il Regno Unito. Non ho capito bene quanto prendesse alla Juventus (gli inglesi fanno i conti in sterline e in settimane, noi in lire e in mesi), ma era quattro volte il tetto massimo consentito in Gran Bretagna. Così, nel 1957 gli italiani spendevano già più soldi per i calciatori degli inglesi. Questo è curioso, perché gli inglesi i soldi non li spendevano soltanto, li facevano anche. Ma gli italiani?

L’impressione che dà il calcio inglese (un’impressione, non una conclusione) è che si sia trattato, per più di un secolo, di una economia reale, che distribuiva ricchezza reale (anche se magari non ne distribuiva parecchia). Il fatto che molta di questa ricchezza non arrivasse ai giocatori non deve stupire: in fondo il loro ruolo era quello degli operai (o al limite, degli artigiani). Del resto i calciatori lo hanno capito presto, e hanno cominciato presto a sindacalizzarsi. Billy Meredith, altro leggendario campione del Galles, fondò una prima “Union” dei calciatori nel 1908. In quel periodo Meredith, ex minatore, giocava nel Manchester United e prendeva 4 sterline alla settimana. Oggi un giocatore della stessa squadra guadagna la stessa cifra in pochi secondi.

A partecipare più da vicino alla distribuzione della ricchezza erano i “Manager”. Attenzione, perché in Inghilterra il “Manager” è anche quello che siede in panchina (e che molto spesso riveste anche la funzione di “coach”). Ma non si limita a allenare la squadra, fare la formazione e studiare gli schemi: il Manager è il vero impresario del club: è lui ad acquistare e cedere i giocatori. Questo, almeno, nello schema classico del calcio inglese, impersonificato da alcuni grandi manager che hanno fatto la storia dei loro club: Herbert Chapman (Arsenal), Matt Busby (Man United), Bill Shankly (Liverpool). Alex Ferguson si inserisce nel solco di questa tradizione: non un semplice “mister” (ovviamente gli inglesi non usano questa parola): è il “Boss”. Le sorti della squadra e dell’intera società dipendono da lui. E la proprietà? C’è, ma in una posizione molto più defilata rispetto al modello italiano. Anche se oggi le cose stanno cambiando (ma un caso Berlusconi-Ancelotti deve risultare ancora abbastanza inconcepibile).

I manager scelgono come spendere i soldi dei club: ma i club, i soldi, dove li trovano? Prima della grande invasione degli sponsor, la principale fonte di reddito era lo stadio. Semplice, no? Se compri buoni giocatori e vinci le partite, la gente ti viene a vedere, e paga il biglietto. Se sei una piccola squadra, puoi crescere dei buoni giocatori e venderli alle grandi. (E se riesci a salire su qualche scalino della Coppa d’Inghilterra puoi farti notare meglio…)
Il classico stadio inglese non è né grandissimo né piccolo: diciamo che è più piccolo dei grandi stadi italiani e più grande degli stadi delle nostre ‘provinciali’. Ogni stadio (meno uno) appartiene a un club. Quando una squadra gioca “in casa”, gioca veramente “in casa”. Coabitazioni come quelle di Milan e Inter a San Siro sono inconcepibili: ci vollero i bombardamenti nazisti perché il Manchester United si abbassasse a giocare nello stadio del Manchester City.

Negli stadi inglesi molto spesso si stava in piedi, appoggiati a una ringhiera: se il manager era bravo e la squadra aveva successo, lo stadio si ingrandiva e magari metteva su una grande tribuna coperta. Poi il manager se ne andava e la squadra tornava piccola: la grande tribuna restava il simbolo del periodo d’oro della squadra (è il caso della grande tribuna del Nottingham Forest, intitolata a Brian Clough, che portò la squadra a due vittorie consecutive in Coppa dei Campioni).
Questo tipologia di stadio fu quasi totalmente smantellata dopo gli ultimi tragici incidenti degli anni Ottanta (Heysel, Hillsborough): lo Stato stanziò fondi ingenti per trasformare tutte le gradinate del Regno (le più importanti, almeno) in tribune con soli posti a sedere. Ma le abitudini non si stroncano dall’oggi al domani: all'Old Trafford di Manchester c’è ancora uno zoccolo duro di tifosi che segue le partite in piedi (contrasti con le autorità a non finire).

E in Italia? Le cose sembrano essere andate molto diversamente. La differenza più macroscopica sono gli stadi: nessun club possedeva il suo (a parte, credo, la Reggiana, che per farlo si è trasformata in Spa, ha venduto azioni ai tifosi e poi è quasi subito retrocessa). Di solito gli stadi sono comunali. Eppure le cose non erano sempre andate così: il primo San Siro, per esempio, fu costruito per iniziativa di Pirelli. Ma il modello “un manager – una società – uno stadio” non ha mai avuto successo. Cosa è andato storto?
Probabilmente l’Italia ha cominciato a giocare a calcio quando era una società ancora troppo povera (e contadina). Il calcio è un bene voluttuario: in Italia non c’era abbastanza pubblico, all’inizio. Poi il pubblico è arrivato, ma non aveva a disposizione abbastanza soldi per far girare la macchina. E così il calcio non è mai riuscito a diventare un’economia reale, ma è diventato subito un problema di ordine pubblico. Era la cittadinanza a doversi preoccupare di edificare gli stadi e tenerli in ordine. Era lo Stato (che presto diventa fascista) a doversi preoccupare di garantire agli italiani la loro quota di successi e vittorie: nasce così la nazionale di Vittorio Pozzo veicolo di propaganda del regime.

Non può fare tutto da solo, lo Stato. E infatti lo aiutano i padroni, in puro stile fascista e corporativo. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, Mussolini non favorisce né la Roma né la Lazio (né il Predappio): intervenire a gamba tesa in un argomento tanto frivolo non era nel suo stile. Ma proprio gli anni ’30 vedono l’affermarsi della grande squadra-tipo italiana: la Vecchia Signora. La Juventus è la squadra di Agnelli che deve piacere all’operaio di Agnelli. L’ultimo Agnelli amava chiamare i giocatori coi nomi dei pittori del Rinascimento. Ci sentivi un muto rimprovero ai tempi: nel Cinquecento un principe come lui avrebbe finanziato artisti veri. Ma oggi la propaganda si fa con un centravanti, non con un affresco.
Non c’è spazio, in Italia, per una vera (e piccola) economia del calcio, come non c’è spazio per una vera libera impresa. Il calcio cresce, in Italia, soffocato dall’abbraccio mortale di politica e capitale. È da subito una questione di rappresentanza, di propaganda. Il nostro calciatore non è un operaio o un artigiano: è ancora e sempre il caro vecchio gladiatore, vezzeggiato e poi massacrato. Il suo ingaggio non ha niente a vedere con l‘economia reale e con quanta gente verrà effettivamente a vederlo: è una spesa di rappresentanza. Si spende tanto perché si deve dimostrare di poter spendere tanto: è la logica dei grandi padroni (Agnelli, Berlusconi, il vecchio Moratti), ma anche dei falliti eccellenti (Tanzi, Mantovani, Cecchi Gori). E' una logica rinascimentale, a cui si somma in alcuni casi quella medievale delle lotte tra i Comuni: una squadra che perde diventa una vergogna per l'intera cittadinanza. Il comune, l'ente pubblico, lo Stato, devono provvedere!

Il risultato è che il Calcio, in Italia, soffre di una cronica mania di grandezza che non ha nulla a che vedere con l'indotto che produce. San Siro è l'unico stadio ad avere aumentato i posti a sedere negli anni Novanta (mentre la tendenza mondiale è alla riduzione). Ma questa pretesa di grandezza ha qualcosa a che vedere con l'economia? Italia '90 ci ha resi più ricchi? I club italiani spendono davvero i soldi che guadagnano? Non saranno, anche loro, enti para-statali, protetti dalle municipalità (che mantengono gli stadi) e dal potere politico?

Gli inglesi hanno inventato uno sport, noi ci abbiamo messo la politica. Ma ci abbiamo messo anche il glamour: abbiamo trasformato il calciatore in un uomo di spettacolo. Deve averlo capito il buon John Charles, che era venuto a fare il suo mestiere (tirare calci a un pallone) e si ritrovò a cantare canzoni confidenziali nelle balere.
Poi (quel che è peggio), gli inglesi ci hanno copiato (ma questo, un’altra volta…)

martedì 24 febbraio 2004

Si capisce a occhio che io ed Ella Fitzgerald non abbiamo niente in comune.

Maestri di vita (13): la voce di Ella Fitzgerald

Lei era una donna afroamericana e statunitense, formidabile cantante swing e jazz (come ti hanno detto da piccolo e tu non avevi motivo di dubitarne) che dopo una lunga gavetta ha cantato con tutti i grandi. Io sono un trentenne caucasico di mediocri speranze con una voce abbastanza maleducata (senza accompagnamento, stono), e quando non sto dormendo, lavorando, mangiando o scrivendo, probabilmente sto guidando.
In effetti io guido molto. In un certo senso mi piace. Mi fa anche molta paura. Guidare è la cosa che faccio più vicina alla morte. Ogni giorno posso uccidere ed essere ucciso.
È anche la cosa più vicina ai miei simili. Quando sono in macchina, nessuno fa caso a dove sto andando e perché. Ho diritto ad attraversare il mondo a una determinata velocità. Ci sono delle regole scritte e non scritte e io so quando le posso e non le posso rispettare. Tutto questo si riassume in una piccola liturgia: quando sono in macchina è come se stessi lavorando, quando alla fine arrivo a casa ho il diritto di essere stanco e che qualcuno si occupi di me. Gli uomini hanno bisogno di questi piccoli mondi dove tutto è chiaro e regolato: la strada, il bar, il campionato. Le donne forse no, ma gli uomini, se lasciati liberi, amano occupare il loro tempo in questo modo.

In effetti la strada è molto simile alla guerra: un posto dove gli uomini uccidono e si lasciano uccidere in base a un certo numero di regole precise, e in questo modo occupano gran parte del loro tempo senza che ormai nessuno si chieda più il perché. Sì, c’è una guerra dalle mie parti: ve ne siete accorti? Io me ne accorgo quando incrocio qualche vecchio amico della mia età: classe di ferro. Ma non siamo rimasti mica tanti, sapete.
“E hai saputo di Xxxxxxxx?”
“Tremendo, ma com’è stata?”
“La curva del Cantone, sai quanti ne ha presi”.
“Nebbia?”
“Ghiaccio”.
“Sfiga”.
Nessuno sa esattamente perché combattiamo, e contro chi: combattiamo perché è il nostro destino, il nostro modello di sviluppo. Negli anni ’50 c’era una piccola ferrovia, poi la smantellarono; noi siamo cresciuti con una sola idea fissa: prendere la patente: uccidere ed essere uccisi. I nostri amici partivano in avanscoperta e tornavano sulla sedia a rotelle o non tornavano affatto: sfiga. Sembra assurdo, vero? Vi garantisco che non è assurdo, quando ci vivi dentro. È la tua vita e non hai mai pensato che potrebbe essere migliore, perché sei troppo occupato a guidare.

In questa vita io mi destreggio come posso e, modestamente, sono un veterano. Ma non devo la mia vita al mio buon senso, alla mia prudenza o alla mia concentrazione. Chi mi conosce può testimoniare quanto io sia povero di queste tre preziose qualità. Devo la vita forse a San Cristoforo (protettore della mia prima Golf, ma in seguito è stato tolto dal calendario) e Sant’Antonio da Padova; alle preghiere di mia madre e alla musica. La musica in particolare ha per me la stessa importanza che avevano le razioni di tabacco nelle trincee: rendere sopportabile una guerra, colorare quello che e grigio, senza però mai distrarre da quello che accade davanti e dietro.
Diciamo allora che io non sono un appassionato di musica: io ho bisogno della musica. Senza musica non riuscirei ad alzarmi da letto la mattina, perché l’idea di affrontare 100 km. in compagnia del mio cervello che ronza sarebbe inaccettabile. Senza musica mi addormenterei, mi distrarrei. Senza musica mi ucciderei, o ucciderei qualcuno. Non stiamo parlando di un genere voluttuario, ma di un bene di prima necessità.

Molto spesso mi distraggo ugualmente, e il colpo di sonno è sempre in agguato. Oppure sono soprappensiero per via dei miei numerosi problemi. In queste situazioni di solito la musica deve soccorrermi come una scossa, come se l’autoradio si accendesse bruscamente e ti costringesse a cantare. Le cassette da viaggio erano organizzate in modo che nessuna canzone potesse suggerire la successiva: ogni pezzo non aveva niente a che vedere con il precedente. Era anche impossibile memorizzare le sequenze. In questo modo il cervello è continuamente portato a chiedersi: “E adesso cosa succederà? Aspettiamo il prossimo pezzo”. Basta un pizzico di suspance per mantenere il cervello sveglio. E il cervello sveglio porta il guidatore a casa.

Del resto, non tutta la musica va bene. Mi dispiace tanto per il jazz, ma qui si tratta di vita e di morte, e se un pezzo non è abbastanza cantabile la percentuale di rischio aumenta in modo esponenziale. Meglio tanti pezzi brevi. Inconsciamente, finisci per ricostruire un palinsesto radiofonico, di come sarebbero le radio private se non fossero diventate tutte veicoli promozionali di qualcosa. Con gli anni, acquisisci un gusto eclettico o superficiale: ti piacciono i primi tre ritornelli di ogni disco che hai sentito. Peraltro, molto spesso continui ad annoiarti, a farti assorbire dai tuoi pensieri, a fermarti a dormicchiare per tre minuti in un parcheggio.

Però a volte succede un’altra cosa: che improvvisamente ti accorgi che stai cantando, e non ti ricordi quando hai cominciato. Un minuto fa avevi la fronte pericolosamente aggrottata; ora hai gli occhi spalancati, canti e sorridi. La percentuale di uccidere qualcuno è calata bruscamente. Cosa è successo? Molto probabilmente la tua radio personale ha fatto passare un brano di Ella Fitzgerald.

Allora capisci quello che ti hanno detto da piccolo e che non avevi motivo di dubitare: Ella Fitzgerald è la più grande. Perché quando canta lei, anche i bianchi stonati caucasici si mettono a cantare, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Lei non ha bisogno di dimostrare nulla: niente vocalizzi audaci, niente acuti acutissimi: ma la sua voce è come una ragazza che viene a prenderti dal tavolino del ballo delle Medie e ti dice: “Dai, vieni, è facilissimo”. E tu ci vai, e cavolo, per un attimo sembra facile davvero. Perciò, quando gli altoparlanti mandano i pezzi di Ella, i ragazzi nelle trincee canticchiano, e per un attimo si sentono a casa, in salvo.

I’ll be down to get you in the taxy, honey
You better get ready, half past ten
I mean, don’t be late...


Ella è anche il simbolo del tipo di arte che piace a me, quella che vorrei fare io, se ne fossi capace. Un’arte che ti fa cantare e muovere il piede. Tutto qui? Sì, direi che è tutto. Certo, ogni tanto è bene anche dare un po’ di fastidio, scandalizzare, sperimentare. Ora dico una cosa un po’ snob: a me piacciono gli Area. Complessivamente credo che siano pretenziosi e inascoltabili, ma in ogni disco che ho ascoltato ci ho trovato almeno una o due canzoni belle e originali, e non è da tutti. Però ve lo immaginate il supplizio di svegliarsi la mattina con in testa una canzone degli Area? Se cerchi di cantarla sembri Tarzan con le adenoidi; non puoi battere il tempo perché è in tredici sedicesimi; così te ne resti tutto il tempo con questa canzone degli Area che non va né su né giù. Gli Area mi piacciono, ma non possono salvarmi la vita. Qualche pezzo ogni tanto va bene, ma io ho bisogno di Ella Fitzgerald.

Rimane il dubbio: Ella mi salva la vita, o è un modo in cui la vita mi costringe a restare al mio posto, dove uno di questi giorni potrei uccidere ed essere ucciso?
Ma il dubbio è un lusso che mi consento la sera, dopo un caffè, quando ho le idee abbastanza chiare. Di giorno c’è troppa confusione, troppa fretta, troppo pericolo. La musica non è un lusso: è qualcosa che mi salva la vita quando ne ho bisogno. Un giorno forse mi ribellerò, ma ora non ho tempo. Ho bisogno di Ella Fitzgerald.

...see you tomorrow night, at the darktown stutters' ball.

domenica 22 febbraio 2004

Aggregatore della Domenica

(perché effettivamente, io, non ho qualcosa di interessante da dire tutti i giorni).

Gli italiani sono un popolo strano: hanno biblioteche aperte al pubblico, spesso gratuite, e non pagano il copyright agli autori. E molte funzionano anche bene, come la Delfini (ma a Modena ce ne sono tante belle).
L’Unione Europea non poteva reggere questo scempio. (Vedi Mantellini). La Biblioteca Civica di Cologno Monzese promuove una petizione telematica.

***

Domani si parlerà, di Israele e kamikaze, kamikaze e Israele. Questo pezzo di Adriano Sofri di due settimane fa (su Repubblica), salvato da Blogoltre, non c'entra in senso stretto con l'ultimo attentato. Mi pare prezioso perché rielabora – a suo modo – tante cose diverse (le posizioni di Benny Morris, la questione demografica in Palestina, i migranti in Europa) e… non conclude. Questo credo sia l’unico approccio maturo alla questione israelo-palestinese: quello tragico. Non ci sono facili soluzioni all’orizzonte: non ci sono strette di mano che risolvono tutto, né muri di cemento o filo spinato che risolvono tutto, né ritorno dei profughi, né bottoni da premere.

(In particolare la “barriera difensiva” crea una serie di problemi senza fine. Su Indymedia, un episodio tragico e la protesta di una suora).

***

Guantanamo. Negli ultimi giorni un paio di notizie un po' troppo disinvolte sul recinto più famoso del mondo hanno riacceso una polemica tra vari blog che qui volentieri vi risparmio. Anche perché rischio di voler passare per un guantanamologo e non lo sono.
Alla fine della partita, i punti saldi sono:
(1) Guantanamo fa a pugni col diritto internazionale, e questo non è bene, da parte della superpotenza che del diritto internazionale vorrebbe essere garante;
(2) Le notizie da Guantanamo vanno prese con le molle: i carcerieri hanno tutto l'interesse a mostrarci che le cose vanno bene e che i ragazzi ingrassano (tutti gli animali in cattività ingrassano). Camillo, insomma, è solo l'ultimo anello di una filiera di notizie scremate ad arte (è anche l'anello che tiene meno - ma questa è solo una mia opinione). Forse non varrebbe la pena di discuterne, ma Il pezzo di Pfaall è anche bello da leggere.
(Qui Paferrobyday recensisce "Guantanamo" di Bonini (via Brodo).

***

Qualcosa di più allegro, adesso. Venerdì scorso ero depresso. Volevo scrivere un post sulla mia frustrazione, ma il mio sosia automatico mi ha battuto in velocità. E in sincerità. Sono un po' perplesso.

Right now I am obsolete. I see how my talent has been turned away from its goal and I feel like I am missing out on so much. Oh well, I rejected all the little disappointments...[...] It's like nailing jelly to a wall but that hurts. I'm sure I've said this before.

***

"Ciao, come va?"
"Al solito, stressato, frustrato, stanco, e tu?"
"Non mi lamento: stanco, stressato, frustrato. Andiamo al cinema?"
"Cosa danno?"
"C'è il film sul mobbing".
"Ah, bene. Altrimenti?"
"C'è quello sull'anoressia che dicono che è bello".
"Non so, cosa dici?"
"E se ci sparassimo?"
"Siamo pure pacifisti".
"Aggià".

(Scottanti rivelazioni! Lo "psicologo della mutua" del film di Garrone è Giulio Mozzi!)

***

Stile Cronaca Vera: Gli nascondono i libri di Freud, e cercandoli trova le riviste porno del padre...
Se pensate che la vostra educazione sentimentale non sia stata abbastanza deviante, provate con quella di Clutcher

***

Volete fare ironia sugli statistici (e la storiella dei polli di Trilussa non la reggete più)? Questa è cinica al punto giusto (o foise un po' più in là del punto giusto).

***

L'hanno poi trovato, poi, il Tesoro dei Tanzi? Secondo il misterioso Sbancor un vero tesoro non esiste. E vabbè, Sbancor ne ha dette tante. Però se Caravita (Network Games, e nei ritagli Sole 24 Ore) conferma parola per parola, beh, io mi fido (belli anche gli ultimi post su India e Cina).

***

Ma guarda che ora è già.

venerdì 20 febbraio 2004

Stasera non sapevo con chi prendermela, così (grazie anche a benzina) ho deciso di inaugurare una polemica…

…contro la Lingua Italiana (1)


La propria lingua è come il proprio paese: impossibile non affezionarcisi. Però è anche impossibile evitare i confronti e notare certi limiti. Io ci vivo, nella lingua italiana, e probabilmente non riuscirei a stare a lungo altrove. Però certe convenzioni stupide, certi trabocchetti, alla lunga scocciano. È ora di finiamola.

Prendiamo un esempio qualsiasi: la forma atona della terza persona plurale del pronome personale complemento. Oddio, che è. Tranquilli, non è nulla. Ma proprio nulla. La “forma atona della terza persona plurale, ecc.” non esiste, in italiano.
O meglio, fa finta di non esistere.

Ma cerchiamo di spiegarci in italiano, visto che è di quello che stiamo parlando.
Se parlo di un disco che piace a me, posso dire che il disco “mi piace”: quel “mi” è un pronome atono di prima persona singolare. Alla prima persona plurale, quei dischi “ci piacciono”. E alla seconda, naturalmente, “vi piacciono”.
Ma alla terza?

Qui casca l’asino. Secondo una nota teoria, uniformemente diffusa (grazie soprattutto allo zelo degli insegnanti, dalle elementari fin su ai licei), la terza persona plurale non esisterebbe.

Che sarebbe come negare che la pioggia cade dall’alto verso in basso. Sappiamo tutti benissimo che non è vero: la terza persona plurale atona esiste. Nella vita di tutti i giorni non ci stiamo neanche a pensare: diciamo che quei dischi “gli piacciono”.
Ma scrivendo, non osiamo. La penna rossa di qualche prof deve avere lasciato segni indelebili in qualche settore del nostro cervello. Fatto sta che scriviamo “piacciono loro”, o (forse meglio) “piaccciono a loro”. Così, tanto per aggiungere una sillaba in più.

Magari abbiamo un blog, dove dopo una dura giornata di lavoro andiamo a sfogare i nostri istinti. E li non ci preoccupiamo certo delle convenzioni borghesi. Se dobbiamo dire cazzo diciamo cazzo, e merda, e vaffanculo. Ma non oseremmo mai dire una cosa come “gli piacciono”. È un tabù. Più semplicemente, abbiamo paura che qualcuno ci umili come ai tempi della scuola dell’obbligo. Turpiloquio sì, ma guai a sbagliare le regole dell’italiano. L’Italiano è sacro.

Sì, peccato che “gli piacciono” sia italiano corretto, e perfino consigliabile.
Per vari motivi:

#1 la lingua deve vivere
Di solito i linguisti sono persone molto più ragionevoli di quanto uno non pensi. Non so che grammatica abbiate in casa, ma scommetto che se cercate bene troverete una noticina che ammette l’uso di “gli” plurale nell’italiano colloquiale. Anche se poi ne scoraggia l’uso nell’italiano scritto.
Ora, il problema è che le lingue o si evolvono, o muoiono. E se si evolvono, di solito procedono così: la lingua orale innova; la lingua scritta in un primo momento resiste, ma poi si adegua, e “sdogana” le forme orali. E siccome è da più di cinquant’anni, credo, che le grammatiche registrano “gli” plurale come forma colloquiale (sia al maschile che al femminile), sarebbe anche ora di fare il passo decisivo: sdoganare. E perché non lo facciamo?
Questo è uno degli effetti curiosi della scolarizzazione di massa. Che ha diffuso l’italiano, ma lo ha anche congelato nelle forme scritte. Però bisogna stare attenti. Una lingua scritta congelata alla lunga non resiste. Perché intanto la lingua parlata cambia. Secondo me è meglio adeguarsi. Perciò, io uso “gli” al plurale. Sia femminile che maschile.

#2 siamo o non siamo neolatini?
Questo motivo annulla in parte il precedente. Nel senso che non è affatto vero che “gli” sia un’innovazione dell’ultimo secolo. Chi ha parlato l’italiano nei secoli scorsi (non erano tanti, ma c’erano) ha sempre detto “gli”: non a caso i dizionari lo registrano come un toscanismo. Io direi che dei toscani ci si possa fidare. E prima dei toscani, chi c’era?
C’erano i latini. Che avevano una forma sia singolare che plurale. Al singolare (dativo) dicevano “illi” ; al plurale dicevano “illis”.
Ora, se da “illi” latino è derivato “gli” maschile singolare, perché da “illis” non dovrebbe derivare “gli” maschile plurale? E già che ci siamo, anche femminile plurale, visto che “illis” in latino andava bene per maschi e femmine.
Insomma: il prossimo che vi bacchetta perché scrivete “gli piace” invece di “a loro piace”, potete rimandarlo al liceo a studiarsi il famoso latino, quello che in teoria dovrebbe servire a imparare qualsiasi cosa (e in realtà tante volte non ci assiste nemmeno con l’italiano).

#3 se lo ha fatto Manzoni possiamo farlo anche noi
Questo è l’argomento finale. Apriamo lo Zingarelli (il mio è del 1995): se scorriamo tra i significati di “gli” troviamo anche “pron. Pers. Atono di terza pers. m. e f. pl. (fam., tosc.)”, e poi una citazione nientemeno che dal Manzoni.

“Chi si cura di costoro a Milano? Chi gli darebbe retta” (MANZONI)

Manzoni, ricordiamolo, è lo scrittore che ha rielaborato un romanzo per più di una ventina d’anni per cercare di renderlo più ‘italiano’ possibile. Se scrive così, non è per distrazione. E se lo fa lui, possiamo benissimo farlo anche noi. Ma val la pena di leggere cosa dice ancora il dizionario:

L’uso di gli come pronome personale di terza persona è sempre più accettato, soprattutto nella lingua parlata. Meno comune è il termine loro: ho incontrato Mario e Anna e ho consegnato loro i biglietti suona certamente più formale che gli ho consegnato. Si usi quindi loro solo in determinati contesti specialmente nella lingua scritta.

Avete capito? lo Zingarelli consiglia di limitare l’uso di loro, non di gli. Vedete? I linguisti sono persone ragionevoli. Sanno benissimo che la lingua parlata è il traino della lingua scritta. Sono i maestri e i professori che ci castrano. E perché lo fanno?

È un fenomeno frequente soprattutto presso il ceto medio (e i prof sono ceto medio puro): si chiama ipercorrettismo. L’ossessione di darsi regole per distinguersi dal volgo. Così la casella del pronome atono plurale sarebbe stata lasciata vuota soltanto per prendere in trappola gli incolti, quelli “che scrivono come parlano”.
Ma c’è anche un motivo più onorevole: cercare di salvare il pronome atono femminile singolare, il gentile “le”, che molto spesso nella lingua parlata si trasforma nel solito “gli”. È chiaro che se passa l’idea che “gli” va bene al plurale sia per il maschile che per il femminile, qualcuno si comincerà a chiedere perché dobbiamo distinguere il genere al singolare. Tra l’altro i latini dicevano illi sia per gli che per le.

Ma in fondo i latini sono tutti morti, e a me interessano solo quando giustificano i miei errori di grammatica. Il quarto motivo è molto semplice: io scrivo così perché mi va. Come diceva un generale, “l’intendenza seguirà”. Noi scriviamo. I grammatici seguiranno.

giovedì 19 febbraio 2004

Un po' meno luce, per favore

Qui vorrei cercare di spiegare che il Signore degli Anelli mi è piaciuto, ma mi ha anche derubato di qualcosa.

Credo che gli amanti di Tolkien non potessero ragionevolmente aspettarsi una riduzione cinematografica migliore di quella di Jackson. Non si tratta solo di fedeltà al testo: se è per questo di tradimenti ce ne sono, e parecchi. Ma è un film realizzato con molto amore, e l’amore si vede anche nei tradimenti.

Il problema è forse un altro: è un film realizzato fin troppo bene. Senza scomodare scenografie ed effetti speciali, guardiamo solo il casting. Frodo è Frodo, Bilbo è Bilbo, Gollum è Gollum. A un anno e più di distanza, mi sembra di avere sempre immaginato gli hobbit coi volti dei loro attori, tanto bene sono stati scelti. Eppure, quando ancora il film non c’era, io devo aver avuto un altro Gollum in mente. Ma com’era fatto il mio Gollum? Non me lo ricordo più. Il Gollum del film si è perfettamente sovrapposto a quello della mia immaginazione.

È davvero così? Da qualche parte ho ancora il megatascabile Rusconi (Rusconi era l’ex funzionario Rizzoli che pubblicava le cose non all’altezza del grande gruppo editoriale: i pettegolezzi sui Savoia e il Signore degli Anelli). Apro a caso. C’è Sam Gamgee che spia gli orchetti. (Mi piace sentire gli orchetti parlare: per una volta Tolkien ci fa sentire l’altra campana). Il dialogo alla tana di Shelob copre un paio di pagine: nel film sono solo un paio di battute. Gli orchetti assumono una personalità un po’ più complessa. Ma Sam Gamgee? Non c’è niente da fare: nella mia mente ha il volto dell’attore. Per forza. Come potrebbe averne uno diverso?

Vale per quasi tutti i personaggi: elfi, nani, uomini: che volto avevo dato a Galadriel? Troppo tardi. Ormai ha quel nasone. E mi sembra che non potrebbe avere mai avere avuto un naso diverso. L’immaginazione è una cosa fluttuante, ma ora i volti degli elfi e dei nani sono fissati per sempre. Tutto quel che riesco a ricordare è che Aragorn, per me, doveva essere sbarbato. Un’idea abbastanza stupida: è chiaro che Jackson a queste cose ci ha pensato molto più di me. Ma allora è questo il Cinema? Delegare la propria fantasia a dei professionisti?

Per fare un esempio che è solo il primo che mi viene in mente, se mi capita di riaprire il Nome della Rosa, non penso a Sean Connery. Sean Connery e Guglielmo, per me, sono due volti diversi. Il primo è un attore coinvolto in un film in costume medievale; il secondo è il protagonista di un romanzo che mi era molto piaciuto. In questo caso sono riuscito a salvare la mia fantasia. Forse anche perché il film non era un granché – ma il Signore degli Anelli di Jackson è bello. Questo è il problema.

Di solito le riduzioni cinematografiche sono deludenti. Devono essere deludenti. Le andiamo a vedere per curiosità: per vedere la reinterpretazione di una cosa che abbiamo amato. Non per farci cancellare la fantasia.
Prendi Shelob. Si può immaginare qualcosa di più orrido di Shelob? Anche nella mia immaginazione, avevo probabilmente lavorato di chiaroscuro. Ma Jackson fa cinema, e il cinema è l’arte delle luci. Se c’è Shelob, lui ce la deve mostrare tutta.
La sensazione di trovarsi sotto l’addome di Shelob è qualcosa da provare, se non siete cardiopatici: ma per quanto possa essere ben realizzato e credibile, un mostro cinematografico resta un mostro cinematografico, parente di Gozzilla e King Kong. Può fare schifo, e in effetti ne fa parecchio, ma una volta messo totalmente in luce, non fa più veramente paura. Ed ecco un altro pezzo della mia fantasia che s’invola: l’orrore per Shelob.

Più infernale di Shelob, c’era solo (mi sembrava di ricordare) la lenta agonia di Frodo verso Monte Fato. Gli inganni di Gollum, l’angoscia di Sam. E tutto questo nel film c’è. Pensavo che fosse la parte più mistica del libro, che altrimenti sarebbe solo una lunga fiaba dove il Bene vince contro il Male. Mentre inventando l’anello, e mettendolo al collo di una creatura fragile ma determinata, Tolkien rendeva tutto molto più interessante: l’idea del male come fardello da portare con sé, il percorso di purificazione, il tradimento sempre in agguato (sia di sé stessi che degli altri), e un sacco di altre cose.
E tutto queste cose, nel film, c’erano? Insomma.
Forse c’erano, ma – naturalmente – un po’ semplificate. O no?
Vado a riguardare le pagine. No, non è colpa del cinema. Il libro la fa abbastanza semplice: Sam, Frodo e Gollum si fanno strada verso il monte Fato. Ero io che tendevo a farla complicata. Perché dopo aver letto il libro, secoli fa, avevo continuato a fantasticarci su, e crescendo la fantasia era cresciuta con me: avevo trasformato l’Anello in un simbolo dell’ambizione, dell’invidia, perfino della dipendenza. Tutte belle cose, che forse J.R.R. Tolkien aveva previsto; ma non erano nel libro: erano nello spazio tra il libro e la mia immaginazione (si chiama con-testo).
In questo spazio delicato, soggetto a periodiche scosse di assestamento, ora è passato il bulldozer di Jackson. Niente sarà come prima.

Tutto, in compenso, sarà più colorato (perché Jackson ha più colori di quanti avrei potuto mettercene io), più luminoso, persino più filologicamente corretto: ma non cambierà più. Frodo sarà sempre Frodo. E il mio Frodo sarà uguale a quello di chiunque altro.
Beh, almeno io ho avuto anni e anni di tempo per lavorare di fantasia, ma i bambini? Quelli che guarderanno il film prima di leggere il libro? Per loro il lavoro di fantasia è finito ancora prima di cominciare. Forse bisognerebbe vietare il film ai minori di anni venti. L’immaginazione è una cosa importante.

Ora vi aspettate la conclusione apocalittica: il cinema è la morte dell’immaginazione, meglio leggersi un buon libro, ecc., ecc. Le cose non sono così semplici. L’effetto di sovrapposizione tra fantasia e immagine che ho descritto per il Signore degli Anelli esisteva già molto prima che i fratelli Lumière si mettessero al lavoro. Da sempre le arti visive insidiano la fantasia di chi legge o ascolta le storie.
Credo che sia stato Giampaolo Dossena una volta ad avvertire: guardate che molti di noi, quando credono di pensare a Dante, in realtà stanno immaginando Gustave Doré. Le sue incisioni hanno segnato la fantasia di generazioni di lettori. Quando pensate a Dante, Virgilio, Farinata, il Conte dell’Ugolino, come ve li immaginate? Probabilmente in bianco e nero (mentre Dante è decisamente un poeta a colori). Forse Doré ci ha aiutato ad appassionarci di Dante. Ma ci ha anche impedito di sintonizzare la nostra privata fantasia su quella di un poeta visionario di sette secoli fa.

Ed è proprio Doré che mi è venuto in mente a un certo punto, quando sul paesaggio infernale di Monte Fato, da uno squarcio di luce arrivano le aquile (e il demonio che è in te bisbiglia: ma non potevano portare Frodo sul posto all’inizio della storia, così si faceva prima? In effetti. Ma tutte le narrazioni hanno la loro uscita di servizio, nascosta ai visitatori). Almeno Doré era un incisore. Nel chiaroscuro restava ancora qualche margine per la fantasia. Ma il cinema è l’arte di illuminare le cose: non c’è spazio per il chiaroscuro. E la nostra fantasia, una volta messa sotto un riflettore, si congela – quando non scompare per sempre.

Per sempre? Siamo sicuri? In fondo quella di Jackson non è che ‘una’ versione visiva del Signore degli Anelli. Oggi si fa fatica a crederlo, ma può darsi che un giorno sembrerà una versione sorpassata, come già il cartoon di venti anni fa. Un giorno forse il profilo di Aragorn, le prodezze da surfista di Legolas, il nasone di Galadriel, sembreranno anacronismi, segni del tempo, “uh, si vede che è un film vecchio, che buffi”. Il libro, invece, resterà. La scrittura è più debole dell’immagine, ma nel lungo periodo si conserva meglio.

Almeno spero.

mercoledì 18 febbraio 2004

La grande sfida della settimana scorsa era: finirà prima Macchianera di pubblicare le liste dei massoni, o Leonardo a pubblcare i motivi-per-cui-non-ha-i-commenti? Non c'è stata gara, ovviamente.

Ma perché, perché, Leonardo non ha i commenti?

#21. Il Griso
L’altro giorno Il Griso era triste e non sapeva di cosa parlare, così è andato a spulciare Indymedia.

Insomma, per farla breve, quando nelle lunghe sere d'inverno mi rannicchio accanto al fuoco e preferisco evitare di uscire alla caccia di miei simili che la Natura, il cieco Fato, o qualche altra divinità beffarda ha colpito più crudelmente di me, mi vado a fare un giretto su Indymedia.
[…]
-Sì, ma andare a pescare nel newswire non vale! Perchè quello è open publishing, e c'è troppo open publishing in giro. Cioè, l'open publishing sarebbe la ricchezza della rete, però poi ci sono quelli che ne approfittano e pubblicano messaggi sessisti, o fascisti. Che poi magari non sono i fascisti che li pubblicano - comunque: l'ideale è che ciascuno coltivi il suo orticello virtuale e sia responsabile di quel che ci cresce, ecco.
A parte il fatto che è quello che dicevo già io un annetto fa (e non è colpa mia se voi alle cose ci arrivate sempre tardi e sempre col braccino corto)...


È una sensazione mia, è una paranoia mia, o qui il Griso (come sempre simpaticissimo) cercava di prendermi in giro?

Naturalmente bisogna accettare le frecciate, specie quelle simpaticissime, perché ti aiutano a crescere: probabilmente in questo caso mi si voleva rimproverare una certa incoerenza nel mio rapporto con l’open publishing, e un certo affanno nello spiegarmi in italiano. Mentre lui, lui un anno fa aveva già capito tutto. Capito cosa?

Sono andato a controllare. Un anno fa io ce l’avevo con quelli che cercano di dimostrare di essere intelligenti criticando i blog altrui, e cercavo di spiegare il perché. Ma probabilmente mi sono spiegato male, visto che il Griso non ha capito. Del resto in quel periodo lui era occupato a fare una simpaticissima predica a Hans Blix, che sosteneva che non ci fossero armi di distruzione di massa in Iraq, povero merlo.

In seguito c’è stata una discussione con Wittgenstein a proposito del newswire di Indymedia. Ecco, uno dei sintomi di decadenza del presente blog è che l’anno scorso polemizzavo con Wittgenstein, quest’anno col Griso. Non tanto perché W sia un giornalista di un certo successo e il Griso no: ma perché allora una polemica serviva a chiarire le proprie posizioni, e condividerle con altri: dopodiché ognuno era libero di restare sulla sua. Mentre ora ci punzecchiamo su cose arcinote.

Io dicevo che Indymedia non va confusa con i commenti sul newswire di Indymedia. La scorsa settimana ho ribadito: si rischia di confondere Internet con l’open publishing. Non mi pare di essermi contraddetto. Un anno fa, come oggi, io coltivavo il mio orticello virtuale. C’era solo una differenza, che a me sembrava piccola: ogni mio post in calce conteneva il link al forum. Siccome il forum tendeva a sviluppare una personalità tutta sua, io a un certo punto ho ritenuto che il rimando in calce fosse fuorviante, e l’ho tolto. Apriti cielo. Il Griso si è sentito censurato. Letteralmente: riaprici il tombino, che a noi piace sguazzare nel torbido. Notate che io non avevo chiuso un bel niente: avevo semplicemente economizzato un link.

Questa era la posizione a cui il Griso era “già arrivato” un anno fa: tutti hanno un loro giardino, dove gli altri (non lui) sono tenuti a lasciare aperti i tombini, perché al Griso piace sguazzare nel loro torbido (ma non nel suo). Il suo blog, naturalmente, non ha mai avuto né forum né commenti.

Io, invece, che da due anni cerco di trovare una soluzione per interagire coi lettori in maniera positiva (e non la trovo), se metto i commenti vengo accusato di aprire un tombino; se li tolgo vengo accusato di chiuderlo. Ma in maniera sempre simpaticissima, per fortuna.

Allora: un motivo molto importante per cui non tengo i commenti è perché in giro ci sono persone come il Griso, che hanno rispetto solo per il proprio orticello virtuale, e una curiosità ossessiva verso gli orticelli degli altri, a cui attingono ogni volta che si sentono soli e non hanno nulla da dire.

Il Griso continua dicendo che non ha intenzione di criticare Indymedia per i commenti, ma per “l’homepage”: vediamo cosa fa. Trova l’appello per Cesare Battisti, e manifesta il suo dissenso: perfetto, è quello a cui servono i blog.
Poi salta un bel po’ di robe interessanti. Un aggiornamento generale sui fatti di Genova, in cui si dice chi è sotto processo e chi no: se l’avesse studiato un po’, forse avrebbe capito perché molta gente continua ad avere sentimenti ostili verso le forze dell’ordine. E ancora: le acciaierie dell’Ilva; il petrolchimico di Marghera: tutti cose di cui il Griso non parla mai. È proprio sicuro di essere in un qualche modo ‘migliore’ di Indymedia? P2P, fecondazione assistita… il 31 gennaio è stata la giornata europea per la regolamentazione dei clandestini, il Griso lo sapeva? E delle manifestazioni dei bananieri in Nicaragua? No. E gli interessa qualcosa? No, pare che non gli interessi niente. Gli interessa soltanto di trovare qualcosa di cretino per poter sembrare, per contrasto, intelligente e simpaticissimo: e infatti la trova. In fondo alla pagina. La bellicosa dichiarazione di guerra di un gruppuscolo che termina col canonico “appendere un fascista non è reato”. Soltanto che il pezzo, abbondantemente citato dal Griso… è un commento. Cioè: prima aveva detto di non voler prendere di mira i commenti. Poi lo fa. È più forte di lui.

Il Griso vorrebbe tanto scoprire su Indymedia il brodo di cultura dell’eversione di sinistra. Ora, il guaio è che un brodo del genere c’è, come hanno dimostrato le perquisizioni di ieri. Ma non è una scoperta del Griso. È davanti a tutti noi, grazie a Indymedia. (Con l’avvertenza che un terrorista serio si guarderà bene da mettere le sue idee su uno strumento open publishing). Per questo IMC Italia continua a essere un sito molto più interessante del Griso, non me ne voglia. È libero e aperto al contributo di tutti, esclusi fascisti, razzisti e sessisti: una limitazione che molti blog a questo punto troveranno eccessiva. Su Indymedia assistiamo alla guerriglia quotidiana tra estremisti di destra e centri sociali; i migranti reclusi nei CPT; i processi che riguardano anche le forze dell’ordine. Indymedia fornisce un altoparlante a tanta gente che non ne ha: se qualcuno è tanto fesso da usarlo per autodenunciarsi, peggio per lui. Rimangono comunque testimonianze interessanti, anche quando non si condividono.

Il Griso, però, non pare troppo disponibile a interessarsi. Lui cerca solo il materiale per un altro pappappero. Lui fa la predica ai disobbedienti. Non sui commenti di Indymedia, per carità: qualche disobbediente potrebbe sentire. No, lui si chiude nel suo orticello virtuale e perfeziona le sue frecciatine, che piaceranno molto a chi la pensa esattamente come lui. Ecco a cosa servono i blog: non a dialogare, ma a ripeterci le cose che già sappiamo. Come le favole di mamma e papà.

(E dire, per esempio, che una cosa come il Noglobbal Speech Generator) era pure divertente: ma perché non la posti nel newswire? Così, solo per vedere l'effetto che fa. Credi che nessuno sappia apprezzare l'ironia? Credi che nell'ambiente tutti apprezzino le tirate dei disobbedienti?)

E io? Non sto facendo esattamente la stessa operazione del Griso? Non sto riempiendo un post con lui, come lui ne ha riempito uno con Indymedia? Probabilmente sì. Probabilmente dovrei farmi i fatti miei e lasciarlo nel suo brodo (non di eversione). Il fatto è che sono un po’ stanco.

Sì, sono stanco di queste frecciatine, che non aggiungono e tolgono più nulla a quanto ci siamo già detti e stradetti, e che mi sembrano un’insistente richiesta di attenzione. Ma continuare a dialogare col Griso significherebbe spiegargli cosa penso ultimamente di lui. E io non vorrei. Ma se insiste:


Omissis


Io, però, non avevo aperto un blog per giudicare le persone. Specie quelle che praticamente non conosco. E poi mi chiedi perché non ho i commenti. Ma se siamo a questi livelli forse vale la pena di chiudere il blog, altro che i commenti.

Questa faida da quattro soldi, temo, sarà la mia fine. Exit Leonardo, vecchio blog di periferia: una volta tutti gli pronosticavano un glorioso futuro, ma lui ha continuato a frequentare cattive compagnie e ad azzuffarsi per delle sciocchezze. Finché non l’hanno trovato disteso su un tombino, con un commento ficcato nello sterno. Ben gli sta.

martedì 17 febbraio 2004

(Il pezzo di ieri in realtà era questo).


PLAGIO DA VERLAINE

Nel vecchio parco, sui viali innevati
due antichi amici si sono incontrati

Tra i freddi marmi e tra le grigie aiuole
ne echeggiano leggere le parole

Nel vecchio parco, buio e congelato
due spiriti rievocano il passato.

Rammenta, deh, la nostra estasi antica?
"No, francamente non ricordo mica".

Mi tiene ancora giorno e notte in mente?
E quando sogna, sogna me?
"Per niente."

Ah quei bei giorni in cui era dolce amarsi,
tra verdi siepi, io e lei…
"Può darsi".

E azzurro il cielo, e grandi le speranze!
"Venne poi Autunno a chiudere le danze".

Nel vecchio parco, dai viali innevati,
due spiriti si sono congedati.

Tra i freddi marmi e tra le grigie aiuole
si perdono, leggere, le parole.

domenica 15 febbraio 2004

Sabato sera ero via. Non ho visto i tg ed ero triste. Non per quel motivo. In effetti, per nessun motivo al mondo.
Ero nel piazzale di un albergo qualunque e pensavo alla mia vita, a quanti errori ho fatto, a quanti ancora dovrò farne, e per quanti anni ancora dovrò sopportare la compagnia del me stesso che mi odia e mi rimprovera di tutto. Ma per nessun motivo al mondo, così, in generale.
È tristezza: a volte va, a volta viene. In fondo noi ne sappiamo ancora poco. Forse un giorno si scoprirà che è una qualità dell’aria, una micropolvere che arriva dritta dal golfo di Guinea fin dentro i nostri tessuti neuronali. Il giorno che lo sapremo, tutto sarà molto più facile. Per tv faranno le previsioni della tristezza, dopo le minime e le massime e prima delle estrazioni del lotto; e chi vorrà sentirsi triste verrà apposta in qualche albergo sul lungomare, dove la brezza è buona.

Sul lungomare, domenica mattina, ho visto due ciclisti allenarsi, in quelle tutte variopinte e aderenti, molto anninovanta. E per un attimo ho pensato: Che buffi.
Ma subito dopo ho pensato. Una volta non la pensavo così. Da quand’è che non vado più in bicicletta? E da quand’è che non guardo nemmeno un giro in tv? Sono anni ormai.
Poi mi sono ricordato cosa era successo veramente, e subito ho voluto cambiar pensiero, perché aveva a che vedere con una persona, a cui mi ero affezionato, e a cui di colpo non ho voluto più credere. Ma non era facile pensare ad altro, perché ero ancora triste e cercavo a tutti i costi di sentirmi colpevole di qualcosa.
Sentirsi colpevoli, sapete, è una gran consolazione. Le cose succedono continuamente, più o meno a caso: è difficile fare previsioni (che non siano brutte previsioni). Ma di fronte a tanto caos, almeno poter dire: “È colpa mia. Sono stato io. È dipeso anche da me”. Ti fa sentire meno inutile.

Lui era l’Eterno Perdente, uno dei tanti. Il ciclismo moderno è uno sport strano, che io non sono ancora riuscito a capire: gareggiano assieme arrampicatore e velocisti. L’arrampicatore è un tipo brutto, secco e goffo, compie straordinarie imprese, contro tutti, contro il gruppo, contro sé stesso: suda litri di sudore, sbava, impreca, la gente lo adora: e perde sempre. Il velocista è un tipo perfettino, luccicante nella tuta aderente, che si fa la sua cronometro senza guardare in faccia a nessuno, la gente lo detesta, e vince sempre. Tanto che a un certo punto uno si chiede: ma perché? Perché LeMond deve sempre battere Chiappucci? Non potrebbero togliere le crono e mettere più salite? Tanto la gente ama gli arrampicatori, non i velocisti. O no? Non ho mai incontrato nessuno che tifasse per LeMond, o Ullrich, o gente così. Ma forse ho incontrato troppe poche persone. O non sarà che in fondo gli arrampicatori ci piacciono così: Eterni Perdenti? Sudano, sanguinano, e quando cadono, è sempre ingloriosamente: ma quando vincono, ci fanno sperare solo per qualche settimana. Poi la delusione. Poi si ricomincia.

Finché un giorno io non ne ho potuto più, di vederlo perdere: e con me tanti altri. Non ne potevamo più di quel calvario, quelle salite assassine, e poi gli incidenti, i ricoveri, i recuperi. Lui aveva diritto di vincere: per sé stesso e per noi. E lo abbiamo fatto vincere. Non sarebbe stato possibile, ma abbiamo barato. O lo abbiamo lasciato barare, il che è lo stesso.
È stato un giorno di primavera del 1998: all’ultima tappa importante lui era alla pari con un velocista, un russo o un tedesco, uno di quelli che quando vincono il Giro è come se non lo vincesse nessuno. L’ultima tappa, naturalmente, era una Crono. Lui non poteva vincerla. Fisicamente, non sarebbe stato in grado di farlo. Ma io, ma noi, abbiamo desiderato così tanto che lo facesse. E lui l’ha fatto. Ha vinto una Crono nell’ultimo giorno del Giro. Ha battuto i velocisti nel loro campo, lui che velocista non era mai stato. Lo ha fatto per sé stesso e – soprattutto – per noi. Ci ha ingannato. Ma siamo stati così felici di farci ingannare.

Allora, vedi: se lui ha cominciato (o ha continuato) a drogarsi, è stata anche colpa nostra. È stata anche colpa mia. Io sapevo che non poteva vincere pulitamente, ma gli ho detto: “Vai, vai”. È dipeso anche da me. L’ho visto vincere e ho fatto finta che fosse tutto regolare.

Ma quando poi l’hanno beccato, io non ho più voluto saperne niente di lui. Drogato. Imbroglione. Vergogna. Ci hai rovinato il Giro. Ci hai rovinato il ricordo della tua vittoria. Ci hai rovinato la festa. Vattene.

Pensavo a queste cose, domenica sul lungomare, e intanto i due ciclisti a passo uomo parlottavano tra loro, e io dopo un po’ ho cambiato pensiero. Ma mi ero sentito colpevole di qualcosa, e stavo già meglio.
Così sono arrivato all’edicola.

sabato 14 febbraio 2004

Hai preso le gocce?

Poche parole per esprimere un pensiero: stasera i Lomas presentano il loro nuovo cd, naturalmente a Libera (Mo).
Io, siccome vado a Grottammare, non ci sarò, come non sarò alla serata dei polaroidi che mettono su i dischi, né al convegno sui blog a Napoli.

No, ma avete presente certi sabati sera che sembra non ci sia proprio niente di niente da fare al mondo? Tipo sabato scorso? Ecco.
Divertitevi.

venerdì 13 febbraio 2004

non sono ioAttaccatemi

(esame di coscienza di un attivista)

Ma che fine hanno fatto quelli del Movimento? Quelli di Genova, insomma?
Casarini, si sa, litiga con Bertinotti su violenza e non violenza, finalmente un argomento originale. Agnoletto scrive libri e risponde solo di sé stesso. E poi? Forum sociali, lilliput, che fine hanno fatto? C’è stata una crisi? (Ce ne sono state tante). C’è stato un riflusso? (Anzi, diversi). C’è stato un ritorno al privato? Non che ci fosse un granché a cui tornare. Esagero se dico che il privato si è fatto pubblico come non mai? Una volta per fare opposizione dovevi tenerti informato e andare le riunioni, adesso basta fare la spesa. E tutta questa stanchezza in giro, non crediate, è una stanchezza molto politica. Berlusconi sostiene che sto meglio, ma in effetti mi sembra di lavorare il doppio dell’anno scorso. E guadagno meno, anche se l’Istat non ci crede.
E allora che fine vuoi che abbiano fatto, quelli del Movimento. Di sicuro non sono passati alla Casa della libertà. Probabile che non si facciano vivi perché hanno un sacco d’impegni, come te e come me. Resta un vago senso di colpa e la sensazione che le cose sarebbero potute andare meglio, se. Se cosa?

Oggi a Grottammare (AP) comincia la terza assemblea nazionale di Attac Italia. Lo sapevate? Avete mai sentito parlare di Attac Italia?
Attac sta per Associazione per la Tassazione delle Transazioni finanziarie e l’Aiuto ai Cittadini. È un’associazione nata da un gruppetto di studiosi francesi. In Italia arrivò proprio alla vigilia di Genova, e prese subito una via diversa. Da quel che mi è parso di capire (forse mi sbaglio), i francesi lo vedevano come una specie di think-tank anti-neo-liberista, un gruppo di pressione di intellettuali. Ma in Italia abbiamo una vocazione a volgarizzare tutto quanto, e già alla prima convocazione eravamo già in grado di riempire un palazzetto (e nessuno si conosceva). In seguito con molti ci siamo persi di vista, ma qualche palazzetto abbiamo continuato a riempirlo (memorabile Firenze, novembre 2002), e anche oggi continuiamo a essere in troppi per entrare in un think-tank.

Piccolo esame di coscienza personale: quando io sentii parlare di Attac per la prima volta, avrei potuto accorgermi che cercavano soprattutto intellettuali, ma me ne fregai. Ho preferito portare gli striscioni, fare servizio d’ordine (un’idea abbastanza balzana, se ci penso), montare banchetti, al massimo scrivere “qualche pezzo di colore”. Perché, contrariamente a quanto si crede di solito, fare l’intellettuale è faticoso. Bisogna farsi delle idee. Io invece speravo che me ne arrivasse qualcuna a buon mercato.
Di tutto l’apparato scientifico di Attac intuivo soltanto una cosa, che avevo sempre trovato sacrosanta: il mondo è un problema economico. Ergo, bisogna studiare l’economia. E mi rivedevo al liceo, mentre dicevo alla prof: non il latino, prof, la lingua che dovevate insegnarci è l’economia. Sì, bravo, però nel frattempo erano passati diversi anni, e cosa avevi fatto, Ognibene? L’avevi poi studiata, l’economia?
“Ehm, no. Mi sono laureato in lettere”.

E allora, scusa, non è senza dubbio colpa della tua prof d’italiano se sei rimasto un pirla (ora che ci penso, alla primissima assemblea di attac ci incontrai pure lei).
Attac nasceva come “Gruppo di Autoeducazione all’Azione”: bravi, bene, sottoscrivo in pieno. Io però preferivo vendere libri ai banchetti piuttosto che leggerli. Con tutto quello che c’era da fare, scusate.

La cosa paradossale è che, per quanto io sia rimasto un bell’ignorante in materia, il senno del poi ha dato ragione a me piuttosto che a un Fazio o a un Tremonti. Fazio all’inizio del 2002 sosteneva che la Tobin Tax era impossibile perché “non si possono controllare miliardi di computer”. Miliardi? Davvero il Governatore della Banca d’Italia era convinto che nel mondo ci fossero miliardi di computer, e che in tutti transitassero le transazioni finanziarie? Ok, io sono un ignorante in economia, ma Fazio sarebbe un esperto? E Tremonti che proponeva l’A-tax, cioè una tangente da devolvere a enti di beneficenza invece che allo Stato, una modo per trasformare definitivamente cose come San Patrignano in enti parastatali: ne ha più sentito parlare nessuno?
Invece si è sentito parlare di junk bond. Sapete chi è stato il primo a parlarmi di junk bond? Attac. E di dumping? Attac. E chi ha tradotto e pubblicato il primo libro italiano sui paradisi fiscali? Mi pare proprio Attac. E le migliori analisi sul WTO, per cui alla vigilia di Cancun sapevamo già che sarebbe andata male? Attac. Chi è che si è accorto dei danni che avrebbe potuto causare sulle democrazie il GATS, l’accordo multilaterale dei servizi? Non so voi, ma nel mio caso è stato Attac. Ma vedi che allora funziona, l’autoeducazione all’azione. E se è funzionata in questi anni, in cui io mi sono autoeducato al 10%, figurati se mi fossi impegnato di più. Ma perché non mi sono impegnato di più?

Attac, si sa, secondo i francesi doveva essere una cosa, ma gli italiani l’hanno trasformata in un’altra cosa: un movimento italiano di sinistra. Vogliamo dire la parola un po’ d’annata: extraparlamentare? Ora, noi non siamo più intelligenti di chi è venuto prima di noi. Al massimo ci possiamo arrampicare sulle spalle di qualcuno, ma a volte non c’è nemmeno molto su cui arrampicarsi.
La sinistra extra in Italia ha un movimento oscillatorio talmente regolare e prevedibile, che avrebbe già potuto descriverlo uno di quei maledetti studenti pisani, Galileo. Fa così: esplosione, espansione, collasso, gruppettismo, riflusso (i gruppetti vanno a sbattere l’uno contro l’altro e fanno le scintille), risucchio, implosione. E poi di nuovo: esplosione, espansione, collasso, gruppettismo, riflusso… è successo ai nostri padri e ai nostri nonni, perché non dovrebbe succedere a noi? Siamo forse più intelligenti? Io no (posso parlare solo di me, in effetti). A Genova era pieno di signori che continuavano a dire: “mi sembra di essere tornato nel 196… o nel 197…”. Nostalgie a parte, l’impressione di trovarsi in un copione già scritto era molto forte.
Era scritto che il 2001 dovesse essere un anno di grandi entusiasmi. Poi c’è stato quel famoso giorno di settembre, e di colpo in bianco ci è saltato il paradigma. Noi avevamo in mente la lotta al neoliberismo, ai potenti della terra, allo sfruttamento che oggi si chiama speculazione. Di colpo saltava fuori che il problema era l’Impero, lo scontro di civiltà, la guerra globale. Attac diceva: parliamo di economia. Il mondo rispondeva: no, parliamo di guerra. Poteva esserci gara? La guerra è infinitamente più sexy. Le bandiere ai balconi non le metti per i junk bond, anche se i junk bond ti hanno fatto più male dell’uranio impoverito. Ma il manifestante ha bisogno di forti tensioni ideali, di lottare contro l’Impero del male (proprio come Bush, in fondo: lui e Toni Negri hanno molto in comune). Lui vuole odiare gli Stati Uniti d’America. Vagli a spiegare che il vero nemico può essere, non so, il Liechtenstein.

“Perché il Liechtenstein?”
“Perché è un paradiso fiscale”.
“Ah”.

Abbiamo tenuto duro. Appena si è abbassato il polverone dell’Afganistan, abbiamo lanciato una campagna in grande stile per presentare una legge sulla Tobin Tax in parlamento. Servivano 50.000 firme: ne abbiamo raccolto più di 180.000. Firme vere, di persone fermate per strada o a un concerto, a cui veniva spiegato cos’era la Tobin Tax e a cosa sarebbe servita; firme autenticate in migliaia di comuni di tutt’Italia. Rispetto all’anno prima, avevamo imparato a conoscerci, a volte a stimarci, a volte a volerci bene. E avevamo fatto un gran lavoro.

“Ma la proposta di legge, poi, che fine ha fatto?”
“È ancora lì, in Parlamento”.
“Ma ne discuteranno un giorno?”
“Ma sì, un giorno ne discuteranno”.

Poi ci fu l’anniversario di Genova. Poi il forum di Firenze. Poi, di colpo, esistette solo l’Iraq. La gente si mise a mettere le bandiere ai balconi e il Movimento si gettò a pesce sulla nuova ondata, con l’aria di chi boccheggiava già da un pezzo. Attac cosa poteva fare? Insistere sull’aspetto economico, forse. Ribadire che l’Impero è sì un impero, ma è pur sempre un’entità neoliberista (ma sarà vero?) L’economia è la grande assente della vulgata neocon. Per loro c’è solo la democrazia, una cosa che un giorno si pianta e un altro giorno, improvvisamente, cresce. Ci credono veramente, o è solo un modo per occultare ancora e sempre i rapporti di proprietà? È difficile entrare nelle loro menti (in quella di George W Bush, soprattutto). Ma è difficile anche cercare di appiccicare l’economia a qualsiasi problema. Alla fine l’unica cosa che ti viene da dire è: Lo fate per il petrolio. Che è probabilmente vero, ma è anche una banalità. Ma anche noi siamo persone banali, a volte. Non siamo mica intellettuali. Ci manca il tempo e ci è mancata la pazienza.

Mentre i liberatori cannoneggiavano Bagdad c’è stato un altro brutto episodio, che oggi si tende a dimenticare: il referendum sull’articolo 18. Una campagna a perdere, fatta anche con l’intento di dividere un po’ di sinistra e di emarginare il Sig. Cofferati: cosa che è puntualmente avvenuta. Dopodiché, di articolo 18 non ha parlato più nessuno. Ma molti, non si sa perché, si sono guastati in bocca. Guardacaso gli storici litigi, le furenti lettere di dimissione, le polemiche, etc… sono accaduti proprio nei mesi successivi. Se vi devo dire chi ha iniziato e perché, non me lo ricordo, e neanche me lo voglio ricordare. Viste da un attivista lontano tutti questi distinguo sembravano solo un momento dell’eterno oscillare galileiano: collasso, riflusso, scazzi interni per questioni personali, risucchio, flop.
In controluce, la minaccia dei “professionisti della politica”: quelli che mentre tu sgobbi tramano alle spalle, e poi quando non ne poi più e senti il richiamo del privato, si aggrappano al posto di comando e non lo lasciano più. Ma le cose sono davvero così? Non sarà, semplicemente, che certe persone hanno più capacità di altre, più flessibilità di altre, più idee di altre (anche perché magari hanno più esperienza di altre)? Ma la meritocrazia è proprio vietata? E non è un po’ colpa nostra, se a un certo punto ci siamo sentiti stanchi e abbiamo iniziato a delegare? Quanto abbiamo odiato questa parola, delegare. Ma credevamo davvero di poterne fare a meno?

La questione è aperta. Tutte le questioni sono aperte. E nei tempi lunghi saremo tutti morti, lo so perché lo ha detto un economista. Ma nel frattempo, non è una consolazione sapere di avere avuto ragione su Parmalat, su Cirio, sulla speculazione finanziaria, sul WTO? No. No, perché tutto quello che è successo io l’ho capito al 10%. Perché non ho studiato. Me lo diceva sempre la prof, sì, Ognibene, tu sei bravino, però studia. E io niente. Ma da domani…

Guardo l’orologio. Oggi è già domani. Sei ore alla sveglia. E poi dieci ore. Dieci. Come se fosse normale. È la mia vita. È così. Non riuscirò mai a studiare, è inutile.
Poi ci ripenso. Se non riesco a studiare, è perché devo lavorare. Una volta si chiamava alienazione. Ed è un problema esistenziale ed economico. Se togli la mia esistenza, che interessa solo a me, ti resta solo il problema economico. L’associazione che cerca di interpretare il mondo come un problema economico è Attac. È la mia associazione. Domani vado a Grottammare.

giovedì 12 febbraio 2004

Ti dispiace se...

Tu sei una persona normale, ma i tuoi amici puzzano. È sempre stato così, e nessuno può farci niente.

Il primo, te lo ricordi, fu il tuo compagno di cortile. Ti stava dicendo qualcosa, cent’anni fa, e arricciasti il naso.
“Tu puzzi”.
“Che cosa?”
“Stai puzzando, ti dico”.
“E chennesai”.
“Lo sento”.
“E allora?”
E allora niente. Tanto già lo sapevi, era già tutto scritto. Un giorno sei un bambino, il giorno dopo puzzi, e fin che campi puzzerai: come tuo padre, come tua madre, e ora lui. Il tuo migliore amico.
Anche a scuola non ci metti molto a passare in minoranza. Lentamente, inesorabilmente, tutti i tuoi amici cominciano a puzzare. È un fenomeno ben noto, e sui libri sono descritte tutte le cause: ribellione, emulazione, dipendenza, marketing. Ma un conto è studiarlo, un conto è quando a sedici anni la cosa ti succede sotto il naso.
Tu tieni duro. Impari a far finta di niente. Non puoi mica prendertela perché i tuoi amici puzzano. Non puoi mica lamentarti che una ragazza puzza. Non esiste. Ti devi adattare.
Finché un giorno, in teoria, non dovrebbe capitare a te. Perché, scusa, tu non puzzi ancora? Non hai ancora cominciato a puzzare? Ma quand’è che cominci a puzzare? Dai, dai, non puoi dirlo finché non puzzi anche tu.
Ma tu non ce la fai. Ci saranno motivi anche per questo, sui libri: scarso senso di ribellione? Scarso senso di emulazione? Il marketing non fa presa? Non sarà un modo per rifiutare di crescere? Sarà così. A sedici anni ti chiedono di soffocare il bambino che ti è rimasto dentro. Se ce la fai, complimenti, benvenuto nel club degli adulti.

Ma se non ce la fai, preparati a sopportare per il resto della vita. Quando tutti si divertiranno, tu soffocherai. La prima ragazza che bacerai saprà di muffa. Al mattino, quando torni da una festa o da una riunione, sentirai quel tanfo nei vestiti, nei capelli, fin sotto la pelle. E sei tu che hai un problema, non loro. Loro sono abituati a fare così, non si sentono. Hanno perso l’odorato.
Il peggio sono i divieti. Li fanno andare in bestia, e quando sono in bestia puzzano ancora di più. Tu col tempo hai capito che ognuno cerca di puzzare più degli altri, per coprire l’odore degli altri. Ma tu senti l’odore di tutti e lo porti in giro. Finisce che la gente ti prende per uno di loro, e non è quello che volevi? come l’Eli quando sei andato ad abitare da lei:

“Così almeno in casa siamo in tre che puzzano…”
“Io non puzzo”.
“Come non puzzi”.
“Mai puzzato in vita mia”.
“Ma… mi era sembrato di averti visto…”
“Impossibile guarda”.
“…io m’immaginavo te davanti al computer, di notte, che scrive e che…”
“mi gratto la testa”.

Tu non sei un santo. Ti gratti la testa, bevi, scarichi mp3, e un paio di volte hai sorpassato in curva. Tutto questo non è meno immorale di puzzare. Ma tu non vuoi fare la morale a nessuno: vorresti solo scavare un bunker a un chilometro dal suolo, chiuderti dentro e urlare la cosa che ti hanno chiesto per tutta la vita e che per tutta la vita, pazientemente, ti sei rifiutato di rispondere: sì. Sì, mi dispiace se puzzi. Sì, non dovresti permetterti di puzzarmi sotto il naso. Non dovresti neanche sognare di chiedermelo. Non m’interessa se lo fai perché sei indipendente, o dipendente, per darti un contegno, o perché sotto sotto ti odi e vuoi farla finita con te al più presto. Non ti dico che fai male. Ti dico che puzzi. Mi dai fastidio. Mi ricordi la muffa. Mi ricordi la morte. E ora che lo sai, prego, fa’ pure.

Io sono una persona normale, e non voglio proibire niente a nessuno. Ma non ho mai fumato in vita mia. Non sopporto l’odore. Mi dispiace.

mercoledì 11 febbraio 2004

Resta in luce (Karaoke esistenziale, ciak! 11)

Nato sotto i pugni (e il calore cresce)

Date un’occhiata alle sue mani
Su, guardategli le mani.
La Sua Mano parla. È la mano di un Uomo di Governo.
Sì, sono un acrobata. Nato sotto i pugni.
E sono così sottile

Tutto quello che voglio è respirare
(Sono così sottile)
Vieni a respirare con me?
Ci serve un po’ di spazio dove transitare
Appena un passo oltre noi stessi


Mai visto qualcosa del genere
corpi che si schiantano al suolo

(è che sono un acrobata)
Quando arrivi dove volevi arrivare
(Grazie! Grazie!)
Quando arrivi dove volevi arrivare
(Ma non c’è neanche bisogno di dirlo!)

Non perdetevelo! Non perdetevelo!
Qualcuno di voi rischia proprio di perderselo!
Questa è l’ultima opportunità
Io sono l’acrobata – Nato sotto i pugni
Sono un Uomo di Governo.

Non sono un uomo che affonda nell’acqua!
Non sono una casa che brucia nel fuoco!
L’acqua che sale non può ferire l’Uomo,
Il fuoco che brucia non può ferire l’Uomo,
l’Uomo del Governo.

Tutto quello che voglio è respirare
(Grazie, grazie)
Vieni a respirare con me?
Ci serve un po’ di spazio dove transitare
(sono così snello)
Appena un passo oltre noi stessi
(Sto raggiungendo la forma!)

E il calore cresce, e il calore cresce
dove posò la Mano, dove posò la Mano.

Tutto quello che voglio è respirare
Vieni a respirare con me?

(Le mani di un uomo del Governo)
Ci serve un po’ di spazio dove transitare
appena un passo oltre noi stessi

(Non perdetevelo! Non perdetevelo!)

E il calore cresce, e il calore cresce
dove posò la Mano, dove posò la Mano
e il calore cresce, e il calore cresce
dove posò la Mano, dove posò la Mano


Ora che l’ho fatto, mi sento ancora più stupido. Tradurre i Talking Heads è impossibile.
(“Ma se è per questo, anche George W. Bush: e allora, tantovale…”)

Anche in questo caso, sono le frasi più elementari a creare le maggiori difficoltà. Voi cosa fareste con l’ipnotico “Goes on / And the heat goes on”? Per un po’ ho accarezzato l’idea di tradurre: “più su, sale sempre più”, come un coro di impasticcati in una discoteca di Rimini. Che a David Byrne non sarebbe dispiaciuto. Ai tempi del punk David Byrne andava in giro a dire che gli piaceva la Disco: intanto sbobinava e trascriveva le audizioni del caso Watergate, e li rimontava in testi caotici, ipnotici e intraducibili. E aveva il dono della profezia.

Remain in Light è intraducibile, ma forse è anche l’unica cosa che valga la pena ascoltare in Occidente nel febbraio 2004, anno III di quel che vi pare. Tranquilli, non è noioso, è una specie di Apocalisse di San Giovanni in versione discomusic. David Byrne sapeva che sarebbe venuta l’ora dei Presidenti dislessici, dei Presidenti acrobati, dei Presidenti così sottili. Il fuoco che brucia la casa non li può bruciare. L’acqua che annega gli uomini non li può annegare. Quando ho sentito che Bush si era definito un Presidente di guerra, dentro di me qualcosa ha cantato: “I’m a Government Man(and the Heat goes on)” . Ogni volta che vedo il Giovane Berlusconi annunciare l’inizio, la fine lo svolgimento di una Verifica (Verifica di che?), qualcosa dentro di me ripete: “I’m a tumbler. Born under punches”.

E non crediate che lo faccia volentieri, anzi. Tutto quel che vorrei è respirare. Ma esiste ancora un posto dove possiamo transitare? E abbiamo ancora il diritto di fare un passo più lungo della gamba?
Il punto più enigmatico resta quell’urlo di David Byrne: I’m catching up with myself. È come se dicesse: mi sto compiendo, mi sto realizzando, sono una profezia umana che si avvera in sé. O è Berlusconi che s’incarna nel sogno di un Berlusconi più giovane? O è un George W Bush che s’incarna nel fumettone imperiale che gli hanno disegnato intorno? And the heat goes on.

Ma date un’occhiata a quelle mani, a quegli occhi, a quei volti. Le mani parlano. I volti parlano. Sono degli acrobati. Nati sotto i pugni. E sono così leggeri. (Eh, la leggerezza di Calvino).
È l’ultima occasione per fare dei piani. Qualcuno di voi, gente, se la sta perdendo. Grazie, grazie. Non parliamone neppure.
And the heat goes on.

martedì 10 febbraio 2004

lo zeppelin passa su WembleyAvvert: io sono uno che, se dovesse parlare solo di quello che conosce bene, starebbe zitto sempre; ma mi diverto di più così. Se in questo pezzo ci sono strafalcioni, segnalatemeli, ve ne sarò grato.

In sé il calcio non significa niente: 22 persone che corrono intorno un pallone; ma se è per questo, diceva tale J. B. Priestley, anche l’Amleto è inchiostro su un pezzo di carta.
Quando poi ti volti indietro e ti accorgi che è già più di un secolo che gruppi di 11 persone si sfidano a pallonate e che la FIFA ha più membri dell’Onu (e forse, in questo periodo, più potere), capisci che un qualche senso dobbiamo trovarcelo. Per esempio, possiamo cercare di capire le “piccole differenze” tra noi e gli inglesi. Gli inglesi, probabilmente, non giocano a pallone meglio di noi. Ma hanno inventato il gioco e, sin dall’inizio, lo hanno usato in un modo diverso dal nostro. Cerchiamo di capire il perché.

Campionato e coppa

La Coppa Italia è inutile. In tutte le nazioni europee calcisticamente ‘mature’, le squadre professionistiche si incontrano in due forme di competizione: Campionato e Coppa. Sono due forme radicalmente diverse. Brutalmente, se il Campionato è la Prosa, la Coppa è la Poesia. In Italia abbiamo una pessima poesia, inutile e ridondante.

Il Campionato, per chi non lo sa, è una forma di torneo in cui ogni squadra incontra tutte le altre, due volte: una in casa e una in trasferta. Il Campionato principale, in Italia, è la Serie A, composta di 18 squadre, che si gioca in 34 giornate.
Caratteristica principale del Campionato è la prevedibilità. Il calendario viene pubblicato all’inizio della stagione, e contiene già le partite che si giocheranno nove mesi dopo. Nessuna squadra viene eliminata nel corso della stagione. I pareggi sono ammessi. Dopo un po’, è ovvio, una classifica comincerà a divaricare le squadre forti da quelle medie, le squadre medie da quelle deboli. Vince la squadra che ha più punti: le quattro squadre che ne hanno meno vengono retrocesse, cioè sostituite dalle squadre che sono arrivate prime in serie B. A un certo punto durante il Campionato può darsi che una squadra risulti già matematicamente vincitrice, o retrocessa: non per questo la competizione si interrompe. Questo avviene, naturalmente, per ragioni economiche: in teoria le società calcistiche in serie A hanno 17 incassi garantiti. Ma il risultato è che il Campionato diventa una incredibile metafora del lavoro quotidiano (non a caso finisce in estate e ricomincia in settembre). Le “giornate” del campionato scandiscono la nostra vita lavorativa: a volte sono noiose, a volte c’è il match clou, a volte i giochi sono fatti ma comunque bisogna continuare a lavorare, tanto i conti si fanno alla fine. E alla fine ci sono le scadenze: i più bravi premiati e promossi, i peggiori retrocessi, e in mezzo tutti noi, gente mediocre e poco organizzata che magari si è esaltata in un match importante ma non ha fatto i compiti quando andava in trasferta contro una provinciale: anche per quest’anno la Coppa Uefa ce la sogniamo.

Se il Campionato assomiglia alla vita di tutti i giorni, la Coppa ne è l’esatto contrario. La Coppa è l’avventura.
Non a caso lo schema-base delle Coppe ricalca quello dei tornei medievali: per esempio, se abbiamo 32 squadre, nel primo turno esse si sfidano nei “sedicesimi di finale”: le 16 vincenti negli ottavi; le otto vincenti nei quarti; le quattro vincenti nelle due semifinali; le due semifinaliste vincitrici in un’ultima finale. Non è consentito il pareggio (un tempo la partita si ripeteva, oggi sono previsti tempi supplementari e rigori); in quattro o cinque sfide una squadra arriva in finale. Le altre si fermano prima. Se il Campionato è la vita quotidiana, in cui tutti, bravi o mediocri, devono recitare la loro parte fino in fondo, la Coppa è l’Avventura di due sole squadre venute da lontano, che si fanno strada tra avversari mediocri (comparse che scompaiono subito) e s’incontrano finalmente nell’ultima sfida.
In Inghilterra la Coppa è (o è stata: le cose stanno un po’ cambiando) il trofeo più prestigioso. Sede della Finale era un non-luogo, uno stadio che non apparteneva a nessuna squadra e, come vedremo, a nessuna città: Wembley. Lo stadio della nazionale e della Coppa.
La Coppa è l’Avventura – ma, come ogni avventura che si rispetti, dev’essere movimentata, e portare l’eroe di fronte ad avversari più forti di lui. E infatti nelle prime fasi della Coppa d’Inghilterra sono le squadre delle serie minori (anche i dilettanti) a sfidarsi: le vincitrici si scontreranno contro le squadre di primo rango. Siccome ogni partita eliminatoria prevede un’andata e un ritorno, la piccola squadra di provincia che riesce ad arrivare più avanti ha l’onore di portare una squadra di rango nel suo stadio privato (particolare non secondario, come vedremo: in Inghilterra quasi tutti gli stadi sono proprietà delle squadre). E la storia della Coppa d’Inghilterra è piena di imprese di squadre blasonate che affondano in qualche fangoso campo di provincia o di quartiere. Quando accade, la BBC è sempre sul posto: le imprese delle piccole meritano gli onori della telecronaca. L’Avventura sovverte, per qualche sabato, le gerarchie imposte dalla Vita Quotidiana. E questo anche economicamente: una squadra di quarta categoria che riesce a portare nel suo stadio un club della Premier League, guadagna in quei 90 minuti più che in tutto il campionato. Per i calciatori è anche un’occasione di mettersi in vetrina.

Nulla di questo in Italia. Fatta l’eccezione per alcuni tornei appena prima della Seconda Guerra Mondiale (nel 1940/41 parteciparono 156 squadre!), la Coppa Italia è una competizione tra le squadre professionistiche delle prime tre divisioni. Nessun rapporto con i professionisti dei club minori, figurarsi coi dilettanti. Nessuna impresa di “provinciale”. (Ma d’altro canto, in Italia chiamiamo “provinciali” anche squadre di città di primo livello, come Verona, Bologna, Perugia…). Nessuna occasione per i giocatori di queste squadre (e infatti in Italia ci si lamenta degli scarsi 'vivai'). Così alla fine quel che resta è una replica di alcune sfide di serie A, ridondante e poco sentita.

Qui la questione si fa sottile. Non è che in Inghilterra una squadra di dilettanti possa battere il Manchester United: ma è importante sapere che ne avrebbe l’opportunità. E che c'è un largo pubblico di sportivi neutrali pronto ad applaudire le imprese delle squadre minori. In Italia il Canicattì non può sfidare e battere la Juventus in un match ufficiale. Non ne ha il diritto. Il nostro calcio, oltre a essere meno poetico, è anche più classista di quello inglese. E, last but not least, economicamente molto più fallimentare (continua, con calma).

domenica 8 febbraio 2004

bocage irlandeseQuando vi ho detto che di motivi per non mettere i commenti ne avevo più di sessanta, e li avrei pubblicati dieci alla volta, magari pensavate che scherzavassi. E invece no.

E mi rendo conto che tutto questo smetterà molto presto di essere divertente, ma domattina la sveglia è alle sei, così stasera va così. Enjoy.

Ma perché Leonardo non ha i commenti? Motivi dall'#11 al #20

#11 (Lo dico sempre anche al lavoro) Ragazzi, piano. Io sono uno solo, voi siete ventisei. Non posso dialogare con tutti i ventisei, sennò facciamo notte. Piuttosto facciamo così: voi state zitti e buoni e io vi dico tutto quello che voi volete sapere

#12 (sfigato) Vedrete che il giorno che li metterò quel server lì s’incepperà, come si è inceppato le tre volte che ho provato a metterli. Invece il forum di Quicktopic ha avuto i suoi svarioni, ma funziona. Per favore, portate pazienza.

#13 (paranoico - 2) Perché se voi mi chiedete i commenti e io ve li do, poi mi chiederete anche i feed, e dovrò darveli, e poi, e poi, e poi, non c’è limite alla vostra ingordigia. Gli dai un’unghia e ti prendono un braccio. Le mazzate ci vogliono con voi, le mazzate.

#14 (attacco preventivo) Ho un’altra idea: perché non li togliete voi dai vostri siti? Magari vivremmo in un mondo migliore.

#15 (attacco preventivo, 2) Sissignore, io spesso vado a scrivere commenti su altri blog. Non sono io che sono incoerente, sono loro che mi invitano, coi loro link seducenti (“Commenta…”, “Scrivi un altro commento…”). Un giorno una commissione parlamentare stabilirà che i commenti danno dipendenza, e che i titolari dei blog coi commenti sapevano e non hanno fatto nulla per mettere in guardia i loro commentatori. Quel giorno io verrò a ballare sulle vostre tombe, ahah.

#16 (col cuore nell'altra mano) I blog dei miei amici con i commenti mi danno un po’ di angoscia. Ho paura che si offendano se non li commento. Ho paura che credano che non li leggo. Ehm, a volte è vero che non li leggo. Ho paura che se lascio un commento poi loro risponderanno al mio commento e si accorgeranno che io non sono passato a rileggere la risposta al mio commento. Ho paura. Ho paura. Brutte vibrazioni, brutte.

#17 (ormai questa cosa mi ha preso la mano) Adesso mettiamo che mi rimangio tutto e monto i commenti. E se poi non viene nessuno a commentare, che figura ci faccio? Mettetevi in me.

#18 (diciamolo) Con gli svarioni grammaticali che faccio in queste settimane, non mi pare propio il caso.

#19 (perché ho perso tutto questo tempo quando avevo un motivo così buono?) C’è il problema dello spam. In Italia gli spammatori non hanno ancora scoperto i commenti, ma arriveranno, arriveranno. Una volta sui miei commnenti è arrivata un’offerta per la renault twingo. In America ci sono già dei casini. Credo che bisogna limitare l’open publishing sulla rete.

#20 (mi avete sentito bene) Sì, credo che in Rete ci sia troppo open publishing. Non dico che sia sbagliato, dico che ce n’è troppo e che molta gente rischia di confondere la Rete con l’open publishing. Naturalmente stiamo parlando per massimi sistemi. Però credo che sia meglio per tutti se io resto responsabile del mio piccolo contenuto e voi del vostro. Sono un giacobino (o un girondino? boh): quando sogno l’Internet del futuro, immagino un mondo di piccole proprietà intellettuali, un reticolato di siepi, come la Normandia.

Nota: io a dire il vero i Feed di blogger li ho attivati, ma non funzionano e non capisco il perché.

Altri pezzi